Mariano G. Santaniello – Liberi Pensieri in Tempo di Contagio

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Mariano G. Santaniello

Quanti di noi avrebbero immaginato di vivere una situazione come quella che stiamo tutti attraversando in questi giorni. Una condizione raccontata in certi film di genere distopico che descrivevano scenari apocalittici, dove tutto correva sul filo del controllo da parte di un potere ossessivo, della limitazione delle libertà individuali, della paura, del contagio, della morte. Sinceramente dubito che la stragrande maggioranza di noi, nel XXI° secolo, abbia mai supposto di dover attraversare un tempo in cui la nostra ricca e opulenta società occidentale avrebbe dovuto confrontarsi con una pandemia virale che avrebbe messo in discussione quelli che sono i principi e i valori più consolidati del nostro modello sociale.

Leggendo e approfondendo, invece, si scopre che scenari come quello che stiamo vivendo non solo erano contemplati da parte degli analisti e dagli studiosi dei principali paesi del mondo, ma erano previsti. Negli ultimi vent’anni, dal 2003 ad oggi, il pianeta è stato attraversato da almeno quattro pandemie gravi: la SARS, l’influenza aviaria, la Mers mediorientale ed Ebola in Africa (quest’ultimo con due differenti ondate in momenti successivi); il Covid-19 è il quinto agente virale patogeno aggressivo.

Gli stessi studiosi e analisti su una cosa sono sicuri: ne arriverà un sesto; nessuno è in grado di dire se sarà più o meno letale, ma arriverà! Insomma una botta d’ottimismo.

Nonostante questi allarmi e queste previsioni il pianeta, nel suo complesso si è dimostrato impreparato e spesso sprovvisto di quei dispositivi di sicurezza tali da far fronte, al meglio, ad una situazione che, abbiamo visto, essere stata ampiamente annunciata.

Gli epidemiologi del GPMB – Global Preparedness Monitoring Board, organismo predisposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dalla Banca Mondiale da tempo, preconizzano la possibilità di “…una minaccia reale di una pandemia da agente patogeno respiratorio altamente letale…”[1] e comparandola con l’esperienza dell’influenza “spagnola” di un secolo fa, pongono l’accento sulle potenziali ricadute catastrofiche in termini di perdite di vite umane e di risorse economiche, evidenziando la possibilità di una maggior e più rapida diffusione del contagio rispetto ad allora per le ragioni, più che evidenti, proprie della nostra contemporaneità. Nello loro studio gli esperti sottolineano l’incapacità globale di saper dare risposte certe in modalità coordinate, organizzate e concertate, cadendo in un “…circolo che alterna panico e negligenza…”, intensificando gli sforzi in condizioni di emergenza grave, dimenticandosene poi rapidamente a minaccia scomparsa. Gli studiosi completano la loro analisi rilevando che ad oggi gli uomini sono nelle condizioni di avere gli strumenti necessari per proteggere la salute e, conseguentemente, l’intera struttura sociale. Quello di cui difettiamo, come sistema di protezione globale, è una mancanza di organizzazione e una leadership condivisa e riconosciuta.

L’attuale epidemia da coronavirus ha posto in evidenza errori gravi nella gestione del problema a cominciare dall’approccio omertoso della Cina, passando all’assenza di protocolli obbligatori condivisi sulle modalità di trasporto e di contenimento dell’agente patogeno oppure sui poteri limitati dell’OMS o sui differenti modi di conteggio degli infetti da stato a stato oppure sulla possibilità approcciare al problema sanitario ed epidemiologico, da parte di alcuni stati (Gran Bretagna e USA sopra tutti), in maniera sconsiderata e, per taluni versi, criminale affidandosi a comportamenti privi di riscontri scientifici certi ed infine, per venire sul terreno più propriamente italiano, sullo scontro istituzionale tra Stato e Regioni che ha provocato confusione, incertezza, mancanza di decisioni e dilungamento di tempi (oltre che a tristi aspetti legati a bagatelle per momenti di visibilità politica). Tutto ciò ha consentito al Covid-19 di muoversi indisturbato, amplificando di gran lunga i suoi effetti contagiosi e letali.

Da tutto questo una cosa è parsa evidente: non siamo preparati ad affrontare questo tipo di problematiche. Il recente studio Global Health Security Index prodotto dalla John Hopkins School e pubblicato nell’ottobre 2019 ce lo conferma. Abbiamo tempi di risposta alle emergenze sanitarie non adeguati, abbiamo una tendenziale inconsapevolezza legata alla disinformazione delle varie componenti sociali di quali comportamenti tenere, non abbiamo una capacità comunicativa efficace, esistono modalità di risposte a questo tipo di problemi che manifestano, anche in questo caso, gravi disparità e diseguaglianze legate alle diverse e differenti situazioni di sviluppo dei vari Stati anche se, conclude, quasi tutti i paesi del pianeta “…non sono preparati…” ad una pandemia virale potenzialmente devastante. Insomma uno scenario non proprio rassicurante.

L’analisi di questa epidemia di Covid-19 ha posto al centro del dibattito, scientifico e non, la stretta correlazione che gli studiosi hanno riscontrato tra la nascita di nuovi e sconosciuti agenti patogeni e virali con la condizione ambientale del pianeta. È dato ormai accertato come l’antropizzazione del territorio e il progressivo depauperamento delle risorse naturali e forestali della Terra, con il conseguente possibile contatto tra agenti patogeni di animali selvatici, animali domestici e l’uomo stesso, favorisca il “salto di specie” (spillover) di nuovi agenti virali scatenando potenziali epidemie. Analogamente è accertato che il riscaldamento globale e più genericamente il contesto ambientale attuale sono stati fattori che hanno aiutato i virus a divenire più forti e resistenti [2]. È fortemente probabile che gli effetti di letalità di epidemie da agenti patogeni respiratori siano amplificati da condizioni ambientali di inquinamento dell’aria da CO2 e da polveri sottili dove la popolazione è già sofferente di per sé [3]. Inoltre le caratteristiche proprie del vivere contemporaneo hanno enormemente velocizzato le modalità di trasporto di cose e persone e gli spostamenti di massa, le migrazioni, il turismo globale hanno creato alcune condizioni ideali per la comparsa e la diffusione di patologie morbose potenzialmente distruttive in ogni angolo della Terra. Infine, gli analisti epidemiologici hanno anche messo nel conto la possibilità di diffusione volontaria di agenti patogeni legate a possibili guerre o atti di terrorismo e definendo quindi scenari, questi si veramente apocalittici, che rischierebbero di mettere in dubbio la continuazione della specie.

Insomma, lo scenario che ci si presenta di fronte, non propriamente rassicurante, induce a riflettere su quali risposte la comunità internazionale – perché è evidente che non può che essere tale, con buona pace dei nazionalisti/sovranisti e dei fautori di confini blindati – è in grado di poter dare?

Innanzi tutto occorre premettere che l’umanità, da quando ha iniziato il proprio cammino su questo pianeta introducendo relazioni e forme sociali di convivenza, ha ciclicamente avuto a che fare con situazioni analoghe e che mediante forme di conoscenza di sapere, di tecnica ovvero di potere, ha sempre trovato quei “dispositivi di sicurezza”, per dirla come Foucault, che ne garantissero la sopravvivenza, la crescita e lo sviluppo.

Emerge in maniera evidente che per la gestione delle problematiche sopra citate sia opportuno pensare ad un rafforzato ruolo all’OMS, attribuendogli leadership e concreti poteri di governo delle emergenze sanitarie e virali. Appare altresì necessario pensare che, quanto meno i paesi più ricchi e sviluppati, investano in futuro imponenti risorse nei comparti della sanità e della salute pubblica, nella produzione di apparecchiature medicali e di prodotti farmaceutici, nella ricerca scientifica in campo ambientale e sanitario e che gli esiti di tali investimenti possano essere condivisi anche con i paesi meno sviluppati, affinché sia possibile innescare processi virtuosi di crescita e di consapevolezza sociale. Infine mi pare evidente, dalle prime risposte che si possono trarre dalla nostra specifica esperienza italiana, come il tema della salute debba essere e restare in capo allo Stato e che non può essere oggetto di negoziazione con una potenziale controparte decentrata; sanità pubblica quindi, così come l’istruzione, la tutela dell’ambiente e del paesaggio e le politiche di difesa nazionale. Sono questi capisaldi alcuni di quei “dispositivi di sicurezza” che forniscono garanzie sociali alla popolazione e garantiscono i processi democratici di governo. D’altronde citando appunto Michel Foucault: “…la libertà non è altro che il correlato della messa in opera dei dispositivi di sicurezza…”[4]

Dall’esame di quanto stiamo vivendo credo si possa dire che le risposte che dovremmo attenderci o quanto meno auspicarci siano, quindi, una reale volontà politica di una nuova governance globale e della globalizzazione. Così com’è non funziona o meglio, ha funzionato male. Ha creato disparità e diseguaglianze tra le popolazioni, ha scatenato guerre e povertà in determinate aree del pianeta innescando fenomeni migratori di proporzioni bibliche. Necessita, realmente e concretamente, mettere in campo azioni che contrastino i mutamenti climatici in corso, con atti che riducano il livello di riscaldamento globale e la desertificazione di ampie parti del pianeta, bisogna introdurre politiche reali e applicabili per la realizzazione di una capillare campagna di contrasto alla povertà e del controllo demografico.

Per poter fare ciò necessita reperire e investire risorse; tante, anzi tantissime, ma credo che, alla luce di quel che sarà il domani prossimo venturo, soprattutto nel nostro Occidente, un passaggio come questo sarà d’obbligo. Certo è – e temo sarà, ob torto collo – un vero e proprio cambio di paradigma economico e sociale; l’impianto teorico di riferimento dovrà subire un mutamento radicale di direzione delle sue politiche; in una parola di governance. La stagione del neoliberismo e dei suoi assunti, ideologici e pratici, ha mostrato la corda e alla prova dei fatti non è risultata all’altezza. Si riscontra la necessità di sottoscrivere un nuovo “contratto sociale” che ponga l’ambiente, nella sua accezione più ampia e multidisciplinare, e l’uomo, come portatore di diritti sociali e civili, al centro della sua attenzione.

Non sarebbe cosa inedita. Dopo uno shock epocale, perché tale è quello che stiamo vivendo, in passato l’umanità ha risposto con modificazioni radicali delle proprie regole sociali.  È successo anche in passato: dopo la Morte Nera che attraversò l’Europa a metà del XIV° secolo, questa ha risposto con la fine dei modelli feudali e l’avvento del mercantilismo e dell’Umanesimo, dopo la grande Peste di metà del XVI° secolo si è giunti alla stagione dell’Illuminismo con tutto il suo portato di idee, ma si potrebbe andare avanti con altri esempi sia più antichi, che più recenti.

Sarà un passaggio complesso e nuovo, soprattutto perché le condizioni al contorno sono molto articolate e globali, ma mi pare evidente come la straordinarietà del momento storico e della situazione congiunturale possano giocare a favore.

Sarà opportuno intravvedere nuove forme di cooperazione e di relazioni internazionali, partendo da un oggettivo mutamento dello scenario geopolitico internazionale, con l’avvento e l’affermazione di nuovi protagonisti interessati alla costruzione di nuovi equilibri e di nuove sfere d’influenza. Quale occasione migliore, per esempio, per poter introdurre un’effettiva modifica della struttura politica dell’Unione Europea, attribuendogli così il ruolo di vero attore nel teatro internazionale, oggi che, nella sua sostanza, non è più quello che era, avendo di fatto abolito il trattato di Schengen sulla mobilità interna e il Patto di Stabilità tra gli Stati ovvero l’apertura quasi plenaria sulla necessità di introdurre elementi di condivisione del debito?

Quale occasione migliore, per questo organismo politico-burocratico, di riformarsi profondamente diventando realmente più prossimo alle istanze di protezione dei popoli e alle loro necessità con sharing policies che molto favorirebbero l’integrazione europea tra i vari Stati? Sinceramente auspico che le risposte vadano in questa direzione altrimenti ci si dirige verso la dissoluzione definitiva dell’UE e questa evenienza, guardata con la lente della Storia, non è per nulla foriera di buoni presagi.

Mariano G. Santaniello

Presidente C. Amministrazione ISRAL https://www.isral.it/

 

[1]A world at risk”, dossier predisposto dal GPMB e pubblicato nel settembre 2019, prima dell’emergenza in Cina.

[2] Fonti OMS affermano che dal 1950 ad oggi il dengue ha aumentato la sua capacità di trasmissione del 9% e del 20% quella della malaria.

[3] Nello specifico il coronavirus si è propagato, con conseguenze drammatiche in termini di decessi, in Cina nell’Hubei, regione fortemente industrializzata, e in Pianura Padana, area notoriamente inquinata – da G.L. Garetti  “Non andrà tutto bene” – http://www.medicinademocratica.it

[4] M. Foucault “Sicurezza, territorio, popolazione – corso al College de France, 1977-1978” – Feltrinelli, 2004

3 pensieri riguardo “Mariano G. Santaniello – Liberi Pensieri in Tempo di Contagio

  1. Interessante ma solo descrittivo. Sono in corso trattative fondamentali non solo per il futuro della UE ma per il futuro spicciolo (a cominciare da rendite bancarie e pensioni) di tutti noi. E se gli elefanti non si muovono…. qualcuno si muoverà. Mai come in questa occasione attendismo e “visione tradizionale delle cose” spalancheranno stradea chi vorrà occupare spazi.

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