Scaricate la roba ! RSA 1954 Short story

(original title) Download the stuff !

Un improvviso temporale estivo aveva impedito che al molo 6 del porto di Capetown le capaci gru di carico e scarico potessero agganciare le piattaforme sistemate nella stiva di una nave cargo mercantile, La Opalina, sulle quali erano impilate a scacchiera una cinquantina di sacchi in ruvida plastica ben gonfi che secondo la distinta di viaggio depositata in dogana contenevano fertilizzante agricolo.

Ok, sta smettendo, avverti la squadra che si spicci, prima che torni a piovere”. Mark Orlington con questo imperioso comando si rivolse a Denis Mugalele il “suo” nero caposquadra che comandava un gruppo di scaricatori anch’essi di colore. Come formichine alla ricerca di una briciola una ventina d’uomini nascosti sotto lo spiovente di un grande cornicione sporgente per ripararsi dal nubifragio al cenno di Denis si diressero a passo svelto verso il bordo del molo riavviando le operazioni di scarico. Le onde sonore del trambustò ricominciarono a espandersi nell’aria: cigolavano le catene delle gru, scoppiettava il motore di un vecchio camion con il cassone pieno di sacchi pronto ad andarsene, sostituito da un secondo che stava avanzando lentamente. Le urla degli uomini disposti in linea coprivano il fruscio dei sacchi di plastica che passavano di braccia in braccia raccolti da bancali a terra per essere depositati all’interno del prossimo automezzo. Fatica, sudore e disperazione coronavano un quadro di povertà e di semi-schiavismo in cui un gruppo di lavoratori neri, vestiti cenciosamente, sottostavano agli ordini di Denis che non smetteva mai d’imprecare: “harry up loafers, download the stuff”.

Una voce stridula a cui seguì un fischiata penetrante fece cessare per un istante il lavoro di quei camalli a chiamata. Mark Orlington girò il capo verso quel richiamo, fissò la ragazza nera latore del fischio che si stava sbracciando da una delle finestre di un vecchio magazzino di mattoni rossi, e quasi stizzito per l’interruzione le urlò con il suo vocione tonante: “che c’è Sheila, non vedi che sto lavorando?”. La ragazzina rispose con un tono tipico di coloro che vogliono farsi perdonare l’intrusione “Mr. Orlington, una telefonata da Londra, vogliono lei !

Il massiccio Orlington si tolse il cappello di cotone a larghe tese, si asciugò il sudore con uno straccio che teneva in torno al collo e come un rinoceronte che va ad abbeverarsi nelle acque stagnanti di una pozza del Transvaal si avviò verso l’ufficio. Camicia kaki mezze maniche intrisa di sudore, pantaloni al ginocchio, i polpacci coperti da due spessi calzettone color sabbia le cui estremità si inserivano in pari stivaletti militari, quella possente e atletica figura si mosse in modo soldatesco ad ampi passi sotto la canicola di un ordinario dicembre sudafricano. Diede un calcio alla porta entrò in un ambiente rustico e spartano che odorava di muffa, dove stazionavano due o tre donne di colore indaffarate intorno alle rispettive scrivanie di legno, e svicolando tra panni sporchi ammucchiati qua e là, cartacce e qualche scarafaggio, brandì la cornetta unta di un nero telefono a muro: “sono Orlington chi parla?

Mark sono Henry Bale”, Il bianco rinoceronte si appoggio contro l’intonaco screpolato, attese qualche secondo e rispose con il suo inglese del Wisconsin “sì, come tutto previsto, il cargo è arrivato ieri notte dal porto di Portsmouth, stiamo già scaricandolo”.

Bene”, rispose una voce dall’altro capo del filo, “…si ricordi è importante che venga prima diviso e poi processato, un quinto deve essere insaccato in contenitori di 10 libbre più o meno 5 kg europei e ricaricato non più di due giorni successivi a oggi nella stiva della nave diretta al porto di Trieste, in Italia, come convenuto.

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Se cinquant’anni vi sembran pochi…

Una riflessione sulla rivolta del carcere di Alessandria del 1974 e sulle ragioni di approfondire una stagione storica.

di Mariano G. Santaniello[1]

Il seguente articolo è un estratto dell’intervento pronunciato durante la sessione mattutina del convegno “9 – 10 maggio 1974, La rivolta del carcere di Alessandria. Una ricostruzione storica cinquant’anni dopo”, tenutosi il 9 maggio 2024 presso Palazzo Monferrato e organizzato dal Comune di Alessandria ed altri soggetti istituzionali.

L’occasione che fornisce il ricordo e la commemorazione del cinquantenario dalla rivolta del carcere di Alessandria del maggio 1974, consente alle Istituzioni culturali come la nostra di aprire una riflessione storiografica più ampia ed organica su una stagione che, troppo spesso negli ultimi anni, il mondo della politica e dell’informazione convenzionale dominante derubrica come sterile momento di contrapposizione, di conflitto sociale aspro e violento bollando il lungo decennio degli anni Settanta come “anni di piombo”, accompagnandolo con una sinistra aura di condanna e negatività.

In realtà noi crediamo che invece sia giunta l’ora di studiare quella stagione in profondità, di affrontare con il dovuto rigore scientifico storiografico quei giorni, di leggere quei momenti e quei fatti che scandirono il decennio senza sconti, evidenziandone le contraddizioni e le responsabilità storiche di tutte le componenti costituenti la società italiana, istituzioni repubblicane comprese.

L’ISRAL – Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria “Carlo Gilardenghi”, ha deciso di intraprendere questo filone di ricerca storiografica e lo ha deciso da tempo. Momenti di approfondimento e di riflessione critica li abbiamo già promossi negli anni scorsi con studi e ricerche sfociati nella pubblicazione di saggi tematici sulla nostra rivista “Quaderno di Storia Contemporanea” oppure con monografie edite con il contributo del nostro istituto come ad esempio il poderoso volume sulla storia delle lotte sindacali promosse e sostenute dalla FLM di Alessandria che si è proposto all’attenzione della storiografia nazionale settoriale.

L’analisi critica e puntuale di quella stagione ci restituisce il momento forse più fecondo e vivace del dibattito pubblico nazionale del periodo post bellico repubblicano. Racconta un tempo che si espresse con una vitalità culturale, politica e sociale che regalò, alla allora nostra giovane democrazia, gli esiti più innovativi e radicalmente profondi di quel fruttuoso confronto che si era progressivamente sviluppato a partire dal decennio precedente; esiti che condussero ad una effettiva modernizzazione del Paese, inserendolo definitivamente tra le grandi democrazie europee occidentali e laiche, nonostante i forti condizionamenti esterni e i limiti di  autonomia dettati dal posizionamento all’interno dello scacchiere internazionale nel contesto della guerra fredda in cui eravamo inseriti.

Sono stati gli anni che condussero a quelle grandi riforme legislative, fondate sul solido basamento giuridico della Carta costituzionale, che hanno impresso una forte connotazione progressiva all’intera struttura sociale italiana. Sono stati gli anni in cui si approvò lo “Statuto dei lavoratori” frutto di rinnovate relazioni tra le parti sociali in cui i lavoratori sono parte attiva; in cui si sancì il diritto statutario al divorzio prima e all’aborto poi; in cui si provvide al decentramento regionale dando seguito al preciso mandato costituzionale di ripartizione della democrazia rappresentativa; in cui si attuò una profonda riforma del diritto di famiglia aggiornandolo ai mutamenti sociali, giuridici e relazionali venutisi a creare; in cui si modificò radicalmente il mondo dell’informazione radiotelevisiva rendendola plurale e differenziata; in cui si è approvò l’abolizione delle istituzioni manicomiali attribuendo alla psichiatria una valenza di cura e attenzione, superandone i connotati repressivi e di annichilimento della personalità; gli anni in cui la prima donna divenuta ministro della Repubblica, l’on. Tina Anselmi, orgogliosamente cattolica e partigiana, promulgò la riforma sanitaria individuando la salute del cittadino quale bene pubblico collettivo, garantendone l’universalità e la gratuità, valori fondanti rispettosi dei principi di uguaglianza richiamati dalla Costituzione.

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Giorgio Abonante – Valorizzazione del Capitale Urbano

Il capitale urbano è fatto di diversi indicatori (ambientale, cognitivo, infrastrutturale per citarne alcuni) tra cui quello sociale ha subito le peggiori conseguenze nel biennio Covid. Alessandria ne è da sempre dotata in misura significativa avendo una predisposizione all’attività associativa, verso l’altro/a, assai spiccata e rappresenta anche una delle condizioni di performance economica e di benessere di una collettività (in tempi non sospetti lo studioso americano Robert Putnam mise proprio in evidenza la relazione diretta tra capitale sociale e benessere nelle regioni italiane). Una città in fondo è l’insieme delle relazioni che si creano e degli strumenti di cui dispone per rispondere ai bisogni dei/delle suoi/sue abitanti.

Alessandria sta sviluppando una risposta diffusa e condivisa al bisogno di riprendere e animare lo spazio dello scambio di relazione, socialità e commercio identificando nei quartieri e nelle vie un’appartenenza identitaria positiva che può produrre risultati strutturali, se accompagnata con politiche adeguate. Le grandi trasformazioni economiche e tecnologiche di questi anni hanno infatti impresso un’accelerazione a processi già in larga parte presenti nel corpo sociale,  stimolando nuove dimensioni della partecipazione che sfuggono alle tradizionali classificazioni ma che nondimeno meritano attenzione e riconoscimento.

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Alice Giaccone – Giornata Mondiale per l’acqua

Alice Giaccone, la nostra Community

La gestione sostenibile delle risorse idriche è un’opportunità, pensiamo al possibile hashtagriuso di acque depurate in agricoltura che ridurrebbe l’impatto della hashtagsiccità sui raccolti, ma ha anche dei costi per arrivare ad un’acqua depurata di qualità adeguata al riuso. Una parte dei costi può e deve essere sostenuta dai produttori di contaminanti emergenti (“chi inquina paga”, es. produttori di hashtagPFAS e industria chimica e farmaceutica in generale) e altri devono essere sostenuti dalla collettività, per il collettamento e la depurazione dei reflui degli agglomerati con più di 1000 abitanti o che scaricano in aree sensibili. Riporto un passaggio dell’articolo a proposito del processo di accettazione dei costi per la collettività:

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Come la Russia fabbrica missili (Rhodus Intelligence)

How Russia makes missiles – an important report from Rhodus Intelligence

La guerra in Ucraina è diventata una battaglia materiale e, in una stridente inversione del conosciuto equilibrio, la “parte occidentale” non ha il sopravvento. Anche se i fondi fossero disponibili, sia i produttori europei sia quelli americani non hanno la capacità di produrre le munizioni di cui l’Ucraina ha un disperato bisogno. Secondo una recente stima del FT, esiste una forte disparità tra la produzione di munizioni della Russia e quella dell’Occidente.

La produzione annuale di munizioni di artiglieria della Russia è aumentata dalle 800.000 unità prebelliche a circa 2,5 milioni, o 4 milioni compresi i proiettili ricondizionati. La capacità produttiva della UE e degli Stati Uniti ammonta rispettivamente a circa 700.000 e 400.000, anche se la UE punta a raggiungere 1,4 milioni entro la fine di quest’anno e gli Stati Uniti 1,2 milioni entro il 2024.

Secondo le stime degli esperti Michael Kofman e Ryan Evans, il vantaggio della Russia in termini di potenza di fuoco sul campo di battaglia potrebbe ammontare a 5:1. L’inadeguatezza delle catene di approvvigionamento europee e americane è fin troppo evidente. Ma dobbiamo anche chiederci come la Russia riesca a sostenere livelli di produzione molto più elevati. Un nuovo rapporto della Rhodus Intelligence, l’istituto di ricerca fondato da Kamil Galeev, affronta questa questione in merito alla produzione di missili.

I missili sono una componente fondamentale dell’artiglieria moderna. Mentre le munizioni dell’artiglieria si contano in milioni di colpi, il numero dei missili lanciati contro l’Ucraina si conta in migliaia. Secondo fonti ucraine, nei primi due anni di guerra la Russia ha utilizzato più di 8.000 missili e 4.630 droni. I missili sono un mezzo sofisticato con potenti motori a razzo abbinati a sistemi di guida.

Spesso la loro produzione viene considerata dipendente principalmente da componenti elettronici. L’abbattimento dei missili di provenienza sia russa sia nordcoreana conferma che un gran numero di questi componenti elettronici stanno ancora arrivando in Russia dall’Occidente. Ma, come sottolinea il team di Rhodus, la parte più complicata della moderna produzione missilistica non è tanto l’elettronica quanto la lavorazione dei metalli e, in particolare, la lavorazione meccanica.

A partire dagli anni ’30 il colosso dell’Unione Sovietica costruì un’industria di macchine utensili e la sua relativa forza lavoro. I design sovietici non furono mai notati per la loro sofisticatezza. Ma alla fine degli anni ’80 l’Unione Sovietica era il più grande produttore mondiale di macchine CNC (Controllo Numerico Computerizzato) controllate da computer. Negli anni ’90 il crollo dell’Unione Sovietica distrusse questo settore e disperse la sua forza lavoro.

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Mordecai Kurz – Come il Capitalismo stia diventando un Pericolo per la Democrazia

Un saggio eccellente quello scritto dal novantenne Mordecai Kurz, da tutti considerato, a giusta ragione, uno dei più eminenti teorici di Economia politica. Se si legge con attenzione la sua critica al corrente ordine basato su di un capitalismo tecnologico monopolista – che, oltre a rappresentarne l’essenza, contempera quella sua preoccupante dinamica espansiva – la si può interpretare anche come una delle principali cause dalle quali emergono le attuali fratture geo-strategiche tra l’occidente nord atlantico la Russia, la Cina e il Medio Oriente islamico, i cui processi di civilizzazione si sono stratificati nel tempo in modo diverso rispetto a quello occidentale.

Secondo l’autore dagli anni ’80, gli Stati Uniti sono regrediti a un livello di disuguaglianza economica che non si vedeva dai tempi dell’Età dell’Oro (Gilded Age) alla fine del XIX° secolo. Contemporaneamente, l’innovazione tecnologica, ancorché tuttora promossa da una politica pubblica, che nel recente passato non nascose mai a ergerla come scelta prioritaria, ha trasformato la società.

Oggi l’autore si chiede: qual è la relazione tra disuguaglianza economica e cambiamento tecnologico?

Mordecai Kurz sviluppa una teoria integrata e completa delle dinamiche del potere di mercato e della disuguaglianza di reddito. Dimostra che le innovazioni tecnologiche non sono semplicemente fonti di crescita e di progresso, bensì piantano i semi del potere di mercato. In un’economia di libero mercato con diritti di proprietà intellettuale, il controllo delle imprese sulla tecnologia consente loro di espandersi, ottenere un potere monopolistico e guadagnare profitti esorbitanti.

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Lucrezia Reichlin – La prossima impennata dell’inflazione

Il dibattito sull’inflazione accende l’immaginario degli economisti. Nel caso specifico l’articolo di Lucrezia Reichlin (il suo cognome ci riporta a ricordare la figura di suo padre Alfredo e sua madre Luciana Castellina) su PS ci appare più “organico” di quanto la corrente stucchevole diatriba tra esperti lo sia. La cui fondatezza si basa esclusivamente sulle aspettative o inferenze derivanti da presunti odierni dati macro-statistici.

In questa fase di passaggio epocale del pianeta dalla egemonia di tipo “economico” a quello “politico” l’incertezza regna sovrana. Non abbiamo la minima idea su ciò che accadrà domani nel mondo, poiché i presenti latenti attriti possono trasformarsi nell’immediato futuro in conflitti con un livello di magnitudo ben superiore rispetto agli attuali in corso.

Per cui, disputare sulla misura dei limiti dell’offerta (supply constraints) in funzione di una politica deflazionista ha poco senso. Tuttavia, se dovesse permanere uno stato di quiete “armata” nel breve, si può condividere con Lucrezia che “quando l’inflazione è guidata da limiti causati dall’offerta, la stretta monetaria da sola non è la risposta. Saranno necessari anche interventi di politica fiscale – e coordinamento monetario e fiscale. Non viviamo più negli anni ’70 o ’90.”

fg

The Next Inflationary Surge

Jan 31, 2024 LUCREZIA REICHLIN

LONDON – After reaching its highest level in decades in mid-2022, inflation in the United States and the eurozone fell sharply over the second half of last year. But, in December, the headline consumer price index (CPI) in the US and the Harmonized Index of Consumer Prices (HICP) in the eurozone rose slightly. Was it an aftershock or a foreshock?

La velocità della disinflazione dello scorso anno ha sorpreso molti, non ultime le banche centrali, che hanno insistito sul fatto che è troppo presto per rivendicare la vittoria. Ma esse invitano alla cautela perché credono che vi sia una persistente pressione inflazionistica di fondo – che potrebbe spiegare il recente rialzo – o diversamente stanno semplicemente riconoscendo la loro incertezza?

I mercati sembrano abbracciare quest’ultima spiegazione, prevedendo che sia la Federal Reserve americana sia la Banca Centrale Europea inizieranno a tagliare i tassi d’interesse in primavera. Questo sentimento non è infondato: se consideriamo la variazione percentuale annua su sei mesi dell’inflazione core – un indicatore più tempestivo dell’inflazione sottostante rispetto alla variazione su 12 mesi – sia gli Stati Uniti sia l’Eurozona hanno riportato l’inflazione al loro obiettivo del 2%. L’evidenza indica un declino persistente, indipendentemente dal recente (piccolo) aumento dei dati principali.

Ciò significa che la stabilità dei prezzi potrebbe essere stata ristabilita entro tre anni, il che, secondo la maggior parte delle definizioni, renderebbe “transitoria” l’ultima ondata di inflazione. Ma non lasciamoci coinvolgere nel dibattito piuttosto pedante tra coloro che sostenevano che l’inflazione sarebbe stata di breve durata e coloro che invece prevedevano che sarebbe stata “persistente”.

Dovremmo invece cercare di comprendere i meccanismi che hanno spinto l’inflazione verso l’alto e poi verso il basso, al fine di trarre lezioni per rispondere alla futura volatilità dei prezzi.

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La Cina punta sull’idrogeno verde utilizzando il surplus di energia rinnovabile

Qui da noi la è la Syensqo (Solvay) che si occupa di produrre componenti essenziali per il funzionamento degli elettrolizzatori.

China goes big on green hydrogen using renewable energy surplus

PECHINO/TOKYO – Lo sviluppo delle infrastrutture per l’idrogeno “verde” sta procedendo rapidamente in Cina poiché il paese mira a sfruttare la sua vasta capacità di generazione di energia rinnovabile per superare i paesi occidentali nella produzione e nei trasporti. Le autorità della città di Ulanqab, nella Mongolia interna, nota per le sue vaste praterie, hanno approvato lo scorso gennaio un progetto di investimento sull’idrogeno verde da 20,5 miliardi di yuan (2,9 miliardi di dollari) da parte della compagnia petrolifera China Petroleum & Chemical, o Sinopec.

L’elettricità generata in loco utilizzando l’energia solare ed eolica verrà utilizzata per elettrolizzare l’acqua e produrre 100.000 tonnellate all’anno di idrogeno verde. I piani sono di rifornire le aziende di Pechino, con l’obiettivo di essere pienamente operative nel giugno 2027. Questo non è il primo investimento di Sinopec nell’idrogeno verde. A Ordos, nella Mongolia Interna, si sta procedendo dal 2023 con i piani per costruire un impianto che avrà una capacità di produzione annua di 30.000 tonnellate e includerà funzioni di stoccaggio e trasporto. Nello stesso giugno Sinopec ha avviato le operazioni in uno stabilimento con una capacità di produzione annua di 20.000 tonnellate nello Xinjiang.

L’idrogeno verde si posiziona come fonte energetica alternativa di prossima generazione per la decarbonizzazione. Tra i vari tipi di idrogeno prodotti a fini energetici, quello che attira maggiormente l’attenzione è proprio per la modalità con cui viene generato.

Fino ad ora, l’idrogeno è stato tipicamente prodotto bruciando combustibili fossili, con conseguente emissione di anidride carbonica. L’idrogeno verde, prodotto utilizzando elettricità derivata da fonti rinnovabili come l’energia solare ed eolica, non presenta questo inconveniente.

Per raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette di CO2 entro il 2050, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, la percentuale di idrogeno verde tra tutte le forme di energia da idrogeno rispettose dell’ambiente deve salire al 77,8%.

Le aziende cinesi stanno anche spingendo sulle apparecchiature di elettrolisi essenziali per la produzione di idrogeno verde. Aziende tra cui la controllata Peric Hydrogen Technologies della China State Shipbuilding Corp. e la Shandong Saikesaisi Hydrogen Energy hanno accumulato capacità tecnologiche e iniziato ad esportare in oltre 30 paesi e regioni. La Shenzhen Kylin Technology, che possiede know-how in apparecchiature per l’elettrolisi alcalina che possono essere utilizzate per lunghi periodi, sta attirando l’attenzione anche dall’estero, avendo ospitato ricercatori di un’azienda tedesca per visite e scambi di opinioni.

L’IEA ha stimato che la Cina avesse una capacità installata di 1,2 gigawatt alla fine del 2023, già la metà del totale globale. La crescita è stata rapida, con la quota che è passata da meno del 10% nel 2020 al 30% nel 2022. Le industrie legate all’idrogeno verde sono in forte espansione in Cina come un modo promettente per fare un uso efficace dell’elettricità da fonti rinnovabili.

La produzione cinese pianificata di idrogeno verde sembra essere concentrata nelle regioni interne, sulla base degli obiettivi annunciati dai governi locali. Si ritiene che la Mongolia Interna diventi il principale produttore, con una produzione annua prevista di 500.000 tonnellate. Anche le regioni interne hanno attirato investimenti significativi legati all’energia solare, dati i loro climi soleggiati e l’abbondanza di terra.

Ma le grandi città cinesi, affamate di energia, come Shanghai e Guangzhou, sono principalmente costiere. Il trasporto di elettricità su lunghe distanze rappresenta una sfida importante e, secondo le stime, il 10% dell’energia generata in alcune regioni non viene mai utilizzata. Nel frattempo, l’idrogeno può essere trasportato tramite gasdotti, proprio come il gas naturale.

L’Hydrogen Council e McKinsey prevedono che la Cina diventerà il più grande mercato unico per l’idrogeno pulito entro il 2050, trasportando la maggior parte del carburante per uso domestico tramite oleodotti.

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Giorgio Abonante – L’ultimo Treno

Il prossimo 4 marzo alimenteremo nuovamente la speranza di veder ripartire il nostro Scalo Merci. Ci auguriamo, e chiediamo al Governo, che non sia solo l’ennesima illusione. A questo proposito auspichiamo massima chiarezza riguardo i finanziamenti per tutto il percorso, dalla progettazione alla realizzazione del nuovo scalo. Per Alessandria è vitale.

L’importanza del nuovo scalo è duplice: da un lato c’è il valore proprio delle attività economiche che si potranno insediare, dall’altro lo scalo dovrà essere il luogo nel quale dovrà trovare sfogo la pressione immobiliare produttiva attualmente presente in città, e in aumento: occorre ricordare, infatti, che le opportunità lavorative e di crescita spesso nelle città sono accompagnate da consumo di suolo disordinato e senza una logica (urbanistica). Lo dobbiamo evitare.

In questo anno di lavoro con lo Stato e con RFI abbiamo chiesto, e continueremo a farlo, opere infrastrutturali al servizio delle cittadine e dei cittadini di Alessandria e delle compensazioni che riteniamo necessarie.

In particolare:

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Basta il genio individuale di un privato per avviare una Start-up di successo?

Non frequento con assiduità Linkedin. Senonché, ieri notai un post che invitava, da parte di un operatore del settore Venture Capital italiano, il quale si rivolgeva con un certo trasporto – forse anche interessato – all’universo degli aderenti a questo specifico social a essere più coraggiosi nel promuovere start-up o incubatori di sviluppo, prendendo come esempio ciò che si realizzò alla fine degli anni ’70 nella Silicon Valley californiana. Sebbene personalmente trovi condivisibili gli appelli a dar prova di maggior audacia nel promuovere sperimentazioni nei settori di alta specializzazione tecnologica, resto assai dubbioso che simili chiamate possano trovare riscontro, salvo che non vengano a crearsi le condizioni di base ideali affinché le iniziative di tale portata possano germogliare con successo senza incorrere in una immediata essiccatura.

Ciò che mi angustia in questa pletora di giovani rampanti è la ferrea convinzione che basti solo l’iniziativa privata autonoma e individuale per cambiare le sorti di un territorio o di una località ritenuta “dormiente”. Non fu così, in particolare per la Silicon Valley e non sarà mai così nemmeno in futuro per qualsiasi quadrante industriale innovativo eccetto che la dimensione pubblica – i cui agenti debbano trovarsi nel ceto politico nei vari livelli di legittimazione – in una fase preliminare non ne sia direttamente coinvolta a vari gradi e con le sue riserve finanziarie.

Risposi:

Le grandi aziende tecnologiche localizzate nella cosiddetta Silicon Valley negli Usa sono nate sulla base di una processo di ricerca pubblica di base, finanziato totalmente dal tesoro americano, in particolare con finalità di difesa militare. Molte sperimentazioni da parte delle Agenzie governative si sono dimostrate fallimentari e tali bancarotte sono state sopportate e addossate a danno dei contribuenti. Poche, invece, hanno raccolto l’interesse di alcuni Venture Capitals nel corso del fine anni ’70, i quali decisero d’investire in virtù dei processi di ri-regolamentazione giuridica economica varati nel corso del l’ultimo periodo dalla Presidenza Carter e quella successiva Reagan, nonché grazie alla forte disponibilità liquida di capitale privato dormiente profuso dal mercato finanziario di Wall Street.

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