Dipingila di nero (Paint it Black)

I see a red door. And I want it painted black. No colours anymore. I want them to turn black (Jagger/Richard)

Qualora vi capitasse un giorno per merito o per fortuna di essere scelti come member panelist di una prestigiosa pubblicazione internazionale potreste ravvisare una certa sorpresa riguardo ai giudizi, valutazioni, umori, stati emotivi derivanti dalla pubblica opinione internazionale su certi temi specifici, raccolti e commentati dai vostri membri affiliati. Pareri da cui il noto periodico contrattualmente si serve, come indicatori attendibili, affinché l’editore li consideri come pertinenti nei suoi articoli.

A giugno si voterà per il rinnovo del parlamento europeo, a novembre per l’elezione del presidente americano. Sono due passaggi cardini dai quali non è escluso che prevalga nella conta dei voti finali una sorta di neo rivoluzione conservatrice. Malgrado il suo nome, già abusato nel secolo scorso (’20), ciò che oggi gli anglosassoni chiamano con il termine “National Conservative” propone un archetipo ben differente dalle idee incarnate negli anni ’80 da Reagan e dalla Thatcher: lo smantellamento di un governo ipertrofico, costoso ed inefficiente; un individualismo competitivo; un mercato affrancato da vincoli; la demolizione del concetto di società.

Del tutto diverse sono le tematiche dei National Conservative (NC). I loro aderenti pensano che la gente comune sia afflitta da forze globaliste impersonali e che lo Stato – o le decisioni delle Banche Centrali – provveda con artifici improvvidi e ingiusti al loro salvataggio a discapito del comune cittadino contribuente, reo di dovere sempre pagarne il conto. Essi non ritengono più che si debba costruire “una città splendente sulla collina” – famosa frase iconica pronunciata da Ronald Reagan – ma reputano che quella città ora sia paragonabile alla tarda Roma del IV° secolo, decadente in attesa che arrivi la furia barbarica. Non si accontentano di resistere al progresso civile, bensì vogliono distruggere il liberalismo classico e la sua ancella socialdemocratica.

La loro posizione soddisfa in modo imperdonabile le loro ambizioni e li incita a cercare di far ancor meglio. I NC sono la politica delle lamentele. Querimonie che si manifestano nel sottolineare le disuguaglianze, la frammentazione sociale, il pesante tallone della finanza. I loro leader utilizzano la globalizzazione e l’immigrazione come capro espiatorio accusando i loro fautori di eccessivo disancoramento dal reale (wokery) e nel contempo rivendicando il fatto che questi esempi dimostrano quello c’è di sbagliato nella politica mondiale.

Mettere una diga a questa potente “onda nera” che si sta profilando all’orizzonte in quel breve lasso di tempo che ci rimane da qui a novembre non è facile. Poco servono i tardivi ravvedimenti di Mario Draghi, Bill Emmott o di Martin Wolf – al tempo angeli custodi del libero mercato deregolamentato – e che oggi vengono propalati mediante pubblicazioni, pamphlet, editoriali “canossiani”, sulle grandi testate liberali, poiché la marcia di questi novelli patriottardi dell’identità nazionale, armati di un neo-calvinismo che fa riferimento al concetto di una morale sana, rigida e naturale, pare avanzare spedita soprattutto nelle aree Nord-Atlantiche del globo occidentale.

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Nicolò Ferraris – Per gli altri, per noi. Mobilitarsi per la sanità, per l’ambiente e per “vivere bene”.

Nicolò Ferraris, la nostra Community

Assistendo e partecipando alle diverse iniziative svoltesi, negli ultimi tempi, in difesa della sanità pubblica (e, innanzitutto, in occasione della partecipata manifestazione provinciale che si è tenuta l’anno scorso in città, organizzata da CGIL, CISL e UIL, e che ha saputo coinvolgere molti cittadini, oltre ad associazioni e formazioni politiche), pensavo, oltre che a quanto sia urgente proteggere e rafforzare il servizio sanitario, a quanto questo fronte d’impegno sia – e debba necessariamente essere – capace di unire tutti e tutte coloro che non solo credono nel valore della sua universalità, ma che, ancor prima, essendone utenti, ne vivono la necessarietà.

A ragione, diversi momenti di mobilitazione politica, sindacale e civica si sono susseguiti, proseguono e proseguiranno, in modo da garantire continuità a rivendicazioni che non possono durare il tempo d’una lunga primavera, soprattutto considerando le risorse investite e i progetti sognati per la sanità pubblica, oggi, a livello nazionale.

L’odierna svalutazione del servizio sanitario è ben rappresentata dall’inadeguatezza del suo finanziamento e dall’insufficiente interesse che gli viene riservato, quando, invece, la sua rilevanza dovrebbe porlo al centro delle preoccupazioni e dei programmi della maggioranza di governo, tanto in relazione al breve periodo quanto al lungo termine.

Sono connessi e parimenti necessari gli investimenti economici e gli interventi di riforma – questi ultimi, sia chiaro, volti a garantire e ad ampliare l’effettiva applicazione del diritto alla salute, e non limitantisi, invece, al mero efficientamento organizzativo o alla razionalizzazione della spesa, cari a quegli asseriti riformisti che, individuandoli come obiettivi primari ed esclusivi, finiscono per invertire mezzi e fini, peraltro di rango costituzionale.

Tutelare, in modo avanzato e concreto, la salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32 Cost.) richiede il rafforzamento del servizio pubblico, la protezione del suo accesso universale e lo sviluppo di un sistema socio-sanitario che possa essere sempre più prossimo, diffuso e presente nei territori.

Universalità significa, in sintesi, garantire a tutti – ma proprio a tutti, come ammoniva Gino Strada parlando di diritti, «sennò chiamateli privilegi» – l’accesso alla cura e alla prevenzione.

Perciò, occorre invertire la triste e rischiosa tendenza, di segno opposto, alla differenziazione basata sulle possibilità economiche di cui si dispone o sul luogo geografico e sociale in cui si vive, o ancora sulle condizioni contrattuali di lavoro di cui si gode.

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Oxfam sulle disuguaglianze. La soluzione? Tassa sui patrimoni, niente condoni e lotta all’evasione fiscale, per cominciare….

Il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze dimostra che l’aumento della ricchezza massima nell’ultimo triennio è stato poderoso, mentre la povertà globale rimane bloccata a livelli pre-pandemici. La soluzione? Tassa sui patrimoni, niente condoni e lotta all’evasione fiscale, per cominciare….

Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief) è una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo. Ne fanno parte 18 organizzazioni di paesi diversi che collaborano con quasi 3.000 partner locali in oltre 90 nazioni per individuare soluzioni durature alla povertà e all’ingiustizia.

Elevate e crescenti disuguaglianze costituiscono un tratto tristemente caratterizzante dell’epoca in cui viviamo.

Le recenti gravi crisi hanno ingigantito disparità e fratture sociali, inaugurando quello che non stentiamo a definire come il “decennio di grandi divari” con miliardi di persone costrette a vedere crescere le proprie fragilità e a sopportare il peso di epidemie, carovita, conflitti, eventi metereologici estremi sempre più frequenti e una manciata di super-ricchi che moltiplicano le proprie fortune a ritmi esagerati.

In un mondo dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri, presto il patrimonio del più ricco dei ricchi potrebbe superare la soglia astronomica di mille miliardi di dollari: potrebbero essere sufficienti dieci anni perché questo accada, secondo Oxfam International.

Le diseguaglianze aumentano ovunque e l’Italia non sfugge a questo: l’1% più abbiente della popolazione ha una ricchezza oltre 84 volte superiore a quella detenuta complessivamente dal 20% più povero.

E proprio la pandemia, i cui effetti economici e sociali hanno colpito in modo sproporzionato i ceti più fragili della popolazione mondiale, ha ampliato il solco delle diseguaglianze.

I primi cinque miliardari hanno raddoppiato la loro ricchezza. D’altra parte, quasi 5 miliardi di persone sono diventate più povere.

Per sconfiggere la povertà, al contrario, ci vorranno più di 200 anni.

L’1% più ricco del mondo possiede il 59% di tutti i titoli finanziari.

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Le machine elettriche non hanno più futuro?

Are Electric Cars a Dead End?

Jan 25, 2024 TODD G. BUCHHOLZ

Although electric vehicles have been promoted by presidents, governors, tax authorities, and tech wizards, sales trends indicate that the American public isn’t listening. Neither policy inducements nor price cuts have been sufficient to overcome the hurdles of physics, consumer inertia, and an unreliable electrical grid.

SAN DIEGO – All’inizio degli anni ’90, ogni yuppie americano e ogni coppia di pensionati abitanti in una periferia che si rispettasse acquistarono una congegno elettrico per produrre il pane in casa, le cui vendite raggiunsero i quattro milioni di unità. Ma la moda svanì presto quando questi fornai dilettanti scoprirono che inserire una quantità e un rapporto preciso tra farina, uova, burro, lievito e sale in una scatola di metallo richiedesse tempo e costasse molto di più che andare a piedi al panificio all’angolo.

I veicoli elettrici plug-in (EV) sono le “macchine del pane” dei nostri giorni?

Nonostante la genialità imprenditoriale del fondatore di Tesla, Elon Musk, e i miliardi di dollari in sussidi governativi a sostegno dei veicoli elettrici, sembra che i consumatori preferiscano ancora recarsi a una stazione di servizio per fare il pieno in cinque minuti piuttosto che ammodernare il proprio garage e soffrire l’ansia da autonomia che ne deriva. dalla ricerca di una stazione di ricarica nel parcheggio di un centro commerciale abbandonato. J.D. Power riferisce che il 21% dei caricatori pubblici non funziona comunque. Man mano che i consumatori iniziano a rifuggire dai veicoli elettrici, la loro scelta influenzerà non solo l’industria automobilistica, ma anche le relazioni USA-Cina, i bilanci statali e i prezzi delle materie prime.

Le prove stanno arrivando velocemente. Questo mese, Hertz, che ha acquistato 100.000 Tesla con grande clamore nel 2021, ha eseguito una stridente svolta di 180 gradi e ha iniziato a scaricare un terzo della sua flotta di veicoli elettrici, addebitandosi un minus di 245 milioni di dollari sui suoi guadagni. Anche la sua promessa di acquistare 175.000 veicoli elettrici da GM probabilmente andrà in fumo. Al di fuori delle comunità ricche e alla moda, i consumatori stanno abbandonando i veicoli elettrici plug-in e acquistano invece ibridi e motori a benzina.

Nel quarto trimestre del 2023, le vendite di veicoli elettrici sono aumentate solo dell’1,3%. Secondo Edmunds, i veicoli elettrici tendono a rimanere nei parcheggi dei concessionari per circa tre settimane in più rispetto alle auto a benzina. Con le unità Mercedes Benz EQS che languiscono per quattro mesi, il direttore finanziario della società ha recentemente riconosciuto che il mercato [elettrico] è uno “spazio piuttosto brutale”. I clienti se ne stanno lontani nonostante una guerra dei prezzi in cui Ford, Tesla e GM hanno tagliato i prezzi dei veicoli elettrici del 20%, in media, portando Ford a perdere $ 36.000 su ogni unità venduta.

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La Guerra Russo-Ucraina – Più Droni che Soldati

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha promesso che nel 2024 l’esercito del paese avrà un milione di droni. La sua nazione già schiera centinaia di migliaia di piccoli droni, ma questo è un cambiamento importante: una transizione verso un esercito con più droni che soldati. Cosa significa questo per il futuro della guerra? I piccoli droni, molti dei quali “quadricotteri” a disposizione dei consumatori, hanno svolto un ruolo chiave. … Sono spesso conosciuti come Maviks dal nome del comune drone Mavic prodotto dall’azienda cinese DJI. I soldati russi presto copiarono queste tattiche.

La guerra dei droni ha subito un’accelerazione alla fine del 2022, con l’introduzione di “quadricotteri” da corsa con visuale in prima persona [first-person view] (FPV) riproposti come armi guidate. I potenti motori di queste versioni consentono di trasportare una testata anticarro per 20 chilometri per distruggere carri armati, artiglieria e altri obiettivi. Gli FPV possono inseguire camion in corsa, entrare in edifici e bunker attraverso finestre e porte o tuffarsi nelle trincee, e sono stati costruiti in gran numero. Inizialmente i comandanti di entrambe le parti erano scettici riguardo all’utilizzo di droni di consumo sul campo di battaglia, e gli appalti sono avvenuti in gran parte tramite gruppi di volontari, donatori o soldati che acquistavano i droni stessi.

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L’Europa Sostenibile

Riporto la relazione frutto del dibattito emerso dal tavolo Europa Sostenibile tenutosi in occasione della Assemblea nazionale del Partito Democratico e dell’iniziativa “L’Europa che vogliamo” a Roma il 15 e 16 Dicembre scorso.

Giorgio Laguzzi

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Per l’Europa, l’Italia e gli Stati Membri la sfida verde rappresenta sicuramente uno dei passaggi cruciali dei prossimi anni. Tale sfida si snoda attraverso diversi settori, in parte interconnessi tra loro, riguardanti politiche ambientali, politiche del lavoro, politiche energetiche e politiche agricole.

Diverse indagini tra la popolazione e gli stakeholder tendono a dare percentuali elevate di fiducia sia allo sviluppo economico sia alla transizione verde separatamente come forme di creazione di benessere per la società e per gli individui, ma tendono a rilevare bassa fiducia ad uno sviluppo economico improntato alla transizione verde.

Serve invece concepire sempre più lo sviluppo sostenibile come una vera opportunità per un nuovo piano di politica industriale a livello Europeo e per gli Stati Membri.

GREEN DEAL DAL CUORE ROSSO

Un piano di transizione verde che si basi dunque su solidi pilastri sociali e che inoltre interpreti questa trasformazione come una grande opportunità di creazione di posti di lavoro di qualità e dell’alto valore aggiunto. In questa direzione vanno lo European Pact for Skills e la European Skills Agenda, i quali hanno già portato a decine di partnership su larga scala nell’ecosistema industriale europeo, coinvolgendo diversi stakeholder tra cui piccole e medie imprese, camere di commercio, enti di formazione e portando ad una riqualificazione a livello europeo di 6 milioni di lavoratori operanti in settori green.

Come dimostrato dai dati elaborati dal CETO (Clean Energy Technology Observatory) i cosiddetti lavori green sono ad alto valore aggiunto in termini di produttività, con un livello medio del 20% superiore agli altri settori. Si affianca inoltre la necessità di implementare politiche atte ad eliminare le disuguaglianze di genere che sono strutturalmente presenti anche in questo comparto. Per affrontare questi problemi possono essere messe in campo diverse iniziative:

  • rafforzare la Strategia Università in seno all’UE attraverso il potenziamento del programma Erasmus con particolare focus sulle materie STEM;
  • rinforzare una alleanza Università-Industria su materie prime, tecnologie solari, pompe di calore, materiali a base biologica, idrogeno verde, circolarità e digitale;
  • trattare le spese per la formazione da parte delle imprese come investimento e non come costi operativi ai fini fiscali e delle agevolazioni;
  • potenziare il ruolo del Fondo per la Giusta Transizione e il Fondo Sociale Europeo per finanziare processi di formazione in lavori green di qualità e per garantire politiche di coesione sociale per mitigare le eventuali esternalità negative sulle fasce più deboli della popolazione e cogliere l’opportunità dei lavori green come un modo per rimettere in moto l’ascensore sociale.

In Italia, diversi report di Unioncamere prevedono entro il 2026 una crescita del 63% dei lavori green, con un fabbisogno tra settore privato e pubblica amministrazione superiore ai 2 milioni di lavoratori. Secondo ANPAL, i settori maggiormente interessati nell’industria sono le public utilities, la chimica, la farmaceutica, materie plastiche, trasporti, ma anche settori come trasporto, logistica, alloggio e ristorazione per quanto riguarda i servizi. Tra le figure professionali con possibilità di rivestire ruoli-chiave sia nel settore privato come anche nella PA troviamo l’energy manager, il mobility manager, il tecnico di smart city. Specificatamente, il tema della mobilità sostenibile è sicuramente un settore fondamentale che interessa le amministrazioni a livello sia comunale sia regionale nell’organizzazione del trasporto pubblico locale.  

POLITICHE ENERGETICHE

Una dimensione fondamentale della transizione verde e del Green Deal riguarda le politiche energetiche. I risultati ottenuti al termine dei lavori Cop 28 rappresentano un passo avanti anche se non del tutto soddisfacenti. Positivo il fatto che il ruolo delle fonti rinnovabili sia emerso chiaramente, così come importante l’indicazione delle fonti fossili come responsabili del cambiamento climatico. Negativo è invece l’abbandono del phasing out per lasciare spazio ad un ben meno netto transitioning away. Oltre che per l’ovvia ragione di aumento dell’utilizzo di fonti rinnovabili per l’abbattimento dei livelli di CO2, dopo lo scoppio della guerra Russia-Ucraina e le recenti vicende internazionali è divenuta ancor più pressante la necessità di una maggior autonomia europea in termini di strategia energetica. In questa direzione vanno sia il Piano Industriale Green Deal del Febbraio 2023 sia il REPowerEU messo in campo dalla Commissione nella primavera 2022.

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Giorgio Abonante con Domenico Ravetti – Nuovo Ospedale, Biomonitoraggio e polo chimico, inizio d’anno significativo.

Con la riunione della rappresentazione dei Sindaci convocata il prossimo 10 gennaio avremo gli aggiornamenti che attendiamo dalla Regione sull’avanzamento dell’iter per la progettazione e costruzione del nuovo Ospedale.

Nella bozza di protocollo di intesa il Comune di Alessandria ha chiesto che vengano chiariti due aspetti per noi fondamentali:

il finanziamento dell’abbattimento della parte non monumentale dell’attuale struttura;

il destino della parte che rimarrà e la totale chiarezza sulle risorse disponibili inclusa la fonte di finanziamento.

Nulla dovrà essere lasciato al caso onde evitare spiacevoli sorprese in futuro. Un altro aspetto, ma forse è il più importante, riguarda l’assetto provinciale dell’offerta dei servizi sanitari d’urgenza, riabilitazione, di cura in tutti i suoi aspetti.

Bisogna capire se e come il nuovo Ospedale migliorerà l’offerta complessiva dei servizi nel quadro della carenza di organici e di risorse in parte corrente. In altre parole se approfitteremo del nuovo Ospedale di Alessandria per crescere come provincia.

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Giorgio Abonante – Dissesto idrogeologico, adeguamento al piano regolatore. Cosa si potrà fare nel periodo transitorio.

Il provvedimento è stato discusso con gli Ordini professionali interessati e con il Collegio Costruttori che ringraziamo per l’attenzione prestata e per il proficuo confronto che hanno animato.

Seguire le indicazioni del Piano di assetto idrogeologico è un obbligo per garantire condizioni di sicurezza alla cittadinanza. Al tempo stesso dobbiamo regolare quelle piccole ma necessarie  attività edilizie autorizzabili a seguito della modifica del PAI stesso avvenuta nel 2022.

Con tale modifica l’Autorità di Bacino del fiume Po ha adeguato la pianificazione territoriale agli studi commissionati alle Università di Padova e di Genova sulla pericolosità idrogeologica dei fiumi nel territorio piemontese.

In particolare si è provveduto a studiare il comportamento idraulico del fiume Tanaro, unitamente all’ultimo tratto del fiume Bormida.

Gli studi idraulici che hanno interessato l’intera asta del fiume Tanaro, a partire da Ceva in provincia di Cuneo per proseguire per Alba, Asti ed infine Alessandria, hanno evidenziato una notevole criticità proprio per il cosiddetto “nodo Alessandria”, in quanto sono stati considerati gli effetti congiunti delle portate idriche sia del Fiume Tanaro che del Fiume Bormida.

Nonostante il Comune di Alessandria sia dotato di Piano Regolatore Generale Comunale., predisposto a seguito dell’alluvione del 1994, a distanza di circa venti anni, il quadro del dissesto idrogeologico, unitamente all’introduzione e ai successivi sviluppi in ambito normativo della Direttiva europea 2007/60/CE in tema di gestione delle aree a rischio significativo, appare notevolmente mutato.

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Piangiamo la perdita di Edita Gojak, una nostra concittadina onoraria

La notizia che un’amica di Alessandria e nostra cittadina onoraria ci abbia lasciato è arrivata improvvisa. Edita Gojak è stata per anni ambasciatrice attenta e profonda conoscitrice dell’intera Italia e soprattutto della nostra città.  Gentile, profonda, donna di cultura, amante della musica e di ogni arte, parlava e scriveva in Italiano fluentemente. Fu dal primo giorno che le città di Alessandria e Karlovac firmarono il patto di gemellaggio negli anni Sessanta che mai mancò ad un appuntamento. Ebbe modo di conoscere in 50 anni tutti i più illustri personaggi alessandrini, da Eco a tutti i Sindaci.

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Marina Levo – Un racconto, una storia individuale, i “romantici” anni ’70 e il presunto efficientismo dell’oggi.

Non mi risulta difficile non credere a questo racconto-intervista, almeno per la parte che descrive i fatti milanesi, avendo passato gran parte della tarda adolescenza e prima gioventù nella capitale lombarda. Il clima politico di allora era tanto pessimo quanto eccitante; un brivido mi attraversava la schiena quando da San Babila tornavo di sera in Corso Vercelli. Ci guardavano alle spalle ogni volta che entravamo di soppiatto in quei “covi” alternativi dove l’odore acre dell’inchiostro si maritava con il fracasso rotante della Gestetner che interrottamente sfornava centinaia di volantini su cartaccia di scarto. Ci si riuniva in bugigattoli bui, freddi e umidi, cesso sul balcone, come quello in via Tortona (Porta Genova) al secondo piano, casa a ringhiera; o quando in delegazione ci toccava nella fitta nebbia “scalare” su una vecchia 500 il ponte della Ghisolfa – Milano Nord – per accordarci con quei lunatici del FAI (Federazione Anarchica Italiana).

Il racconto può suscitare un moto di melanconico oblio per coloro che hanno vissuto l’ubriacatura ideologica fine anni ’70, densa di quella trepidante attesa che tutto il mondo di lì a poco avrebbe conosciuto la “giustizia proletaria” secondo la dottrina Trotzkista della “rivoluzione permanente”; ma parimenti potrebbe risultare storicamente interessante anche per chi, ora, in questa presunta temperie dell’efficientismo capitalistico in salsa edonistica, nel suo atomismo individuale non riuscirebbe minimamente concepire quel senso d’appartenenza classista e di consapevolezza delle proprie rivendicazioni che furono l’anima collettiva e interiore di quella generazione “romantica”. Senonché, come accade nel decorso della storia, a una fatua rivoluzione segue una reale controrivoluzione che con la “leggerezza” degli anni ’80 si è insinuata in modo carsico dando corso a quel pervasivo neoliberismo economico, spacciato come “naturale”, da cui l’obbligo di essere necessariamente competitivi ci porta ad annaspare nel grande oceano delle criptovalute e della finanza complessa, sebbene ognuno di noi veleggi sdraiato in profonda rancorosa solitudine su piccole zattere battute dai marosi, da cui il riscatto e ambizione dell’eroe di turno si concreta solo nel riuscire a capovolgere il fasciame del suo vicino.

Nonostante la corposità del testo vale la pena aprire il proprio laptop e dedicarsi qualche minuto alla lettura.

fg

Marina Levo intervista Manuela Tomisich, Psicologa Psicoterapeuta, Docente di Psicologia, Università Cattolica e Bicocca, Milano

La mia testimonianza parte dall’essermi fatta tutto il Sessantotto in quel di Milano, nell’occhio del ciclone. Sono arrivata a Milano, dai monti del Tirolo: io venivo dalla montagna dell’Alto Adige, sono Altoatesina. Finito il liceo potevo scegliere dove frequentare l’Università, io ho fatto il doppio liceo: a Bolzano quello italiano e a Merano quello tedesco. Ho potuto scegliere tra l’Italia e l’Austria ed ho scelto l’Italia, un po’ anche  perché avevo già conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito.

Come hai conosciuto Michele?

Quando frequentavo l’ultimo anno del liceo tedesco, insegnavo italiano ai Tedeschi  e tedesco agli Italiani , adulti.

Come era strutturato il liceo, era bilingue?

No, in realtà io facevo un pezzo di uno e un pezzo dell’altro. Avevo diciotto, diciannove anni, io sono nata nel  1948. Mi potrei definire  “ pura razza bastarda”  perché nasco a Merano da padre Jugoslavo, più avanti si è specificato che era un Croato. Mia madre era una ebrea del ghetto di Ferrara. Mio nonno materno era cresciuto in casa Matteotti, nato a Fratta Polesine e cresciuto nella grande casa dei Matteotti, che erano latifondisti.

Matteotti proprio quello del delitto Matteotti?

Sì il Matteotti che fu ucciso dai fascisti. Mio nonno credo fosse nato nel 1896, nella prima guerra mondiale era nello stesso battaglione di Sandro Pertini: erano i soldati mandati avanti a morire, perché non erano allineati. Quando morì mio nonno, Pertini inviò personalmente un riconoscimento al funerale, perché erano stati molto vicini.

Io nacqui  a Merano, che all’epoca era un’area particolare. La famiglia di mia madre fini  a Merano,  era  una delle prime famiglie italiane, arrivate nel 1938, una grande famiglia come lo erano le famiglie ebree, con zii, cugini… suo padre, mio nonno,  fu praticamente mandato al confino con la sua famiglia, in un Alto Adige che era terra di confino. In questa famiglia allargata era presente il fratello di mia nonna materna, che si chiamava Rosa,  lui era stato uno dei primi “fascistoni”. A Ferrara questa condizione non era inusuale:  anche un podestà, molto importante per la storia della città, era un ebreo, podestà ebreo molto amato che dovette poi scappare all’avvento delle leggi razziali. Mio nonno materno era socialista, lo zio fascista. La famiglia gestiva la Privativa, la posta dei cavalli, vicino a Ferrara, in un luogo che ancora oggi ha il loro nome, Rumiatti. Questo zio fascista vendette questa proprietà per andare in Spagna a combattere col generale Franco. Mia nonna, sua sorella, sposata con un socialista, fu costretta a spostarsi in un posto dove non si dovesse  prendere la tessera del fascio. L’unica volta che, si racconta, mio nonno si arrabbiò tantissimo con mia nonna, fu quando lei, per paura che i fascisti portassero via il figlio, diede la sua fede d’oro alla patria. Mio nonno non ci vide più. Negli anni Cinquanta, ero bambina, su sollecitazione delle figlie, il nonno regalò una altra fede d’oro alla nonna.

Essere in Alto Adige ha cambiato qualcosa per questa famiglia ebrea?

In parte si, perché mio nonno, anch’egli ebreo, pur di una famiglia più povera,  cominciò a lavorare nel settore delle costruzioni, faceva il capomastro, con un capo altoatesino che lo apprezzava molto.

Uno dei nomi che si tramandavano in famiglia da generazioni era Amos, il mio defunto fratello si chiamava Amos. Mio nonno ebbe la protezione di questo imprenditore, mia nonna invece era costretta spesso a nascondersi, insieme a mia mamma e alle figlie. Probabilmente lo zio “fascistone”, importante in Alto Adige, riuscì a salvaguardarli, una camicia nera particolare in luoghi particolari, di confine, in cui poteva capitare di tutto.

Mio padre era stato un atleta, era andato anche a Roma per delle gare, ma fu arrestato e deportato in Germania, prima a Dachau e poi a Buchenwald e qui rimase a lungo. Lui parlava perfettamente italiano, tedesco,  sloveno, croato, russo e inglese e fu utilizzato come interprete. Ti racconto questo episodio, documentato negli archivi della Shoah: mentre mio nonno  era in coda per il rancio, nel campo di concentramento, l’uomo che era davanti a lui si chinò a raccogliere qualcosa per terra e il capo del campo lo colpì al capo col calcio del fucile e lo uccise. Mio padre non ci vide più e lo picchiò, spaccandogli gli occhiali. Essendo utile come interprete, non fu ammazzato, ma subì un processo per direttissima e lui si difese, questo è interessante, dicendo che un uomo così importante del popolo tedesco, trattasse in quel modo un essere inferiore come quel calabrese, a lui sembrava una cosa insopportabile. Questa tesi lo salvò dall’impiccagione, ma gli costò cinque anni di lager punitivo e venne portato a Buchenwald, sottoposto a terribili prove ed angherie. Sopravvisse al lager.

Arrivarono i Canadesi ed evacuarono il campo. Mio padre cercò di tornare a casa sua, in Jugoslavia, dove c’era una situazione pazzesca in quel 1945. Non trovò più nessuno a casa sua, erano quattro fratelli e una sorella. Venne a sapere che sua madre era nel  campo profughi russo a Trieste. All’epoca  la città era metà sotto il controllo russo e metà sotto il controllo americano. Riuscì ad ottenere dal maresciallo Tito l’autorizzazione per visitare la madre per 24 ore  in quella parte della città, sperando di trovare anche la sorella, che però stava in zona americana. Nella notte mio padre prese mia nonna in braccio ed entrò in zona americana, cambiò immediatamente il cognome da Tomisich a Tomasi e fu spedito a Merano, dove arrivavano i treni carichi di fuoriusciti dai campi dì concentramento e la città era diventata un grande ospedale. In un hotel adibito ad ospedale, mio nonno  lavorò con la Croce Rossa sempre come interprete e venne a sapere che in un hotel vicino c’era un altro Tomasi, ed era suo fratello. Nel frattempo a Merano erano giunte anche sua madre e sua sorella e più avanti si riunì tutta la famiglia, che sostanzialmente era di quelli che sarebbero stati chiamati  esuli giuliano dalmati. Anche io sono una esule giuliano dalmata, perché quando nacqui non avevo la cittadinanza italiana, che all’epoca si prendeva dal padre e lui non l’aveva.

La famiglia di mio padre si ricompose a Merano, ma tra il 1950 ed il 1953 emigrarono tutti in Australia.

Merano è la tappa di un percorso o rappresenta le tue radici?

È il luogo in cui mio padre e mia madre si incontrarono e si sposarono. Il matrimonio fu celebrato a seguito anche della dichiarazione giurata di mia nonna paterna che lui era battezzato e cresimato a Parenzo, cosa che ho potuto verificare come realmente accaduta. Mio padre non era più ebreo, ma mia madre si,  pur provenendo da una famiglia laica , ma legata alle tradizioni yiddish…( pura razza bastarda ci siamo sempre definiti) e rimasero all’interno di questa comunità cattolica altoatesina piuttosto indipendente. Dopo la mia nascita era prevista la partenza per l’Australia, ma non avvenne mai, non era destino che lasciassimo l’Italia. In casa si parlava italiano, croato, tedesco, yiddish ed eravamo un po’  confusi, mio fratello ed io frequentavamo un anno la scuola italiana ed un anno la scuola tedesca. Eravamo di fronte  a due modelli di scuola completamente diversi: nelle scuole tedesche gli insegnanti erano perlopiù ex soldati. Ho  il ricordo di un insegnante che, per fare stare zitti gli alunni, usava la sua mano di legno sulla testa dei ragazzini, avendo  perso la sua mano per  una bomba durante la guerra.

La scuola italiana era diversa: gli insegnanti italiani che andavano a lavorare in Alto Adige avevano una rivalutazione di un terzo rispetto al loro lavoro, ogni tre anni di servizio ne ricevevano conteggiato  uno in più. Erano in genere molto bravi, molte insegnanti erano mogli di militari in servizio in zona. C’erano due modi di concepire la scuola completamente diversi e noi per i primi tre mesi non capivamo nulla, NIENTE. In quel contesto a Merano c’era una rimanenza di antiche famiglie nobili, molti ricchi tedeschi, un miscuglio tipico di questa città. Il fratello di mia madre stava a Bolzano, in un ambiente totalmente differente. Crescemmo in un contesto “strano” : a Merano c’è una zona con uno splendido giardino in cui maturavano i fichidindia, in un microclima assai particolare per la latitudine e sotto crescevano i mirtilli…

A Merano incontrasti Michele…da Castelletto d’Erro

Io insegnavo…lui aveva undici anni più di me e stava facendo il servizio militare a Merano ed era un ufficiale. C’erano corsi serali di Italiano per Tedeschi e Tedesco per Italiani, a cui partecipavano molti funzionari. Per i Tedeschi era un grosso problema la pronuncia della C ed era il periodo in cui era famosa Gigliola Cinguetti e per un Tedesco era impronunciabile… Molti Italiani avevano necessità di imparare il Tedesco e conseguire un patentino e ho conosciuto lì, per questo motivo,  il mio futuro marito. Lui era stato in Inghilterra per parecchio tempo, conosceva l’Inglese ed aveva voglia di imparare anche il tedesco. Io decisi di frequentare l’Università in Italia a Milano mentre  mio fratello Amos in Austria a Innsbruck. In realtà tutti i miei amici andavano a studiare a Padova, quindi dai monti del Tirolo mi trovai improvvisamente  a Milano nel dicembre del 1967, perché se città doveva essere, che fosse la più grande. Ero alloggiata nel collegio universitario in Cattolica, il Marianum, avendo vinto il posto, perché mio padre faceva l’operaio e quella collocazione  era il non plus ultra. Per poter rimanere al Marianum bisognava dare tutti gli esami e con una altissima media e si aveva diritto al pre-salario con cui si pagava la retta. Appena arrivata alla Cattolica, scoppiò subito un problema che agitò gli studenti: l’Università Cattolica aveva aperto la facoltà di medicina a Roma e quindi a Milano ci fu un conseguente aumento delle tasse annuali e nacque una forte protesta, che si innestava su problemi sociali esistenti. Trascorsi tutto  il Sessantotto in collegio a Milano, mentre si formava il movimento studentesco e  si riunivano quasi ogni giorno assemblee di studenti. Contiguo al Marianum c’era l’Agostinianum, altro collegio convitto dove erano alloggiati i ragazzi, anche mio cognato Natale credo sia stato lì in un certo periodo. Qui erano alloggiati  Mario Capanna, Spada… quelli che venivano riconosciuti come leader del movimento studentesco. Capanna era più grande di me. Nelle assemblee, che spesso erano costituite da molti giovani che provenivano da strati sociali modesti,  si discuteva molto di diritto allo studio e di come poteva essere un ascensore sociale. Nel gruppo delle mie amiche del Marianum, solo poche provenivano da famiglie facoltose, molte da famiglie che oggi diremmo povere, operaie.

Tutto sommato il sistema permetteva l’accesso a tutti…

Il criterio era quello delle borse di studio , del merito. Molte delle studentesse provenivano da famiglie di livello piccolo borghese e quindi i concetti di diritto allo studio, di cultura come  ascensore sociale ,cultura    che apre le porte, erano per noi molto importanti, come la cosiddetta “ teologia della liberazione “. Erano gli anni del regime dei colonnelli in Grecia, anni in cui si passava molto tempo nei luoghi sociali, nelle assemblee, pur molto impegnati nello studio altrimenti non avremmo potuto andare avanti. Il Sessantotto fu l’anno della nascita del nuovo, avevo come professore Alberoni che parlava di “ Stato nascente” ,il professor  Severino, insegnante di filosofia fu cacciato dalla Cattolica perché non era tomistico. Ricordo quando Capanna fu mandato via dall’Università Cattolica, perché non coerente con i principi in vigore. All’epoca  c’erano regole rigide, per cui i capi del Movimento studentesco non erano compatibili  con l’Università Cattolica stessa. Capanna ed altri si iscrissero alla Statale, Spada, iscritto al Magistero non presente come facoltà alla Statale, andò a Genova ….

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