Il Mito del Mercato

Poche idee hanno avvelenato le menti di più persone in modo così profondo della nozione di un “libero mercato” esistente da qualche parte nell’universo. Una concezione dogmatica dottrinaria, un bene assoluto, entro cui ogni intromissione del governo è da considerarsi un peccato, un male, “un’assenza di bene”.

In quest’ottica, la retribuzione del singolo riflette semplicemente ciò che egli/ella vale sul mercato. Se essi non sono pagati abbastanza per vivere, il mercato ha deciso che non valgono abbastanza. Se altri guadagnano miliardi, il mercato ritiene che sia giusto così. Se milioni di persone sono disoccupate o non hanno idea di cosa guadagneranno la prossima settimana, anche questo è il risultato delle forze di mercato. Se le aziende decidono di licenziare i propri dipendenti e spostare i posti di lavoro all’estero, o di utilizzare computer e software per fare ciò che facevano i loro lavoratori, è solo il mercato che ne sigilla l’autorità.

Secondo questo assunto, qualunque cosa potremmo fare per ridurre la disuguaglianza o l’insicurezza economica corre il rischio di distorcere il mercato e renderlo meno efficiente.

Sebbene il governo possa aver bisogno d’intervenire occasionalmente nel mercato – per prevenire, ad esempio, l’inquinamento, o luoghi di lavoro non sicuri, o fornire beni pubblici come autostrade o ricerca di base – si ritiene che queste siano eccezioni alla regola generale, operazione per le quali, secondo taluni, il mercato farebbe senz’altro meglio.

L’opinione prevalente è così dominante che ormai è quasi data per scontata. Viene insegnato in quasi tutti i corsi introduttivi di economia. Ha trovato la sua strada nel discorso pubblico quotidiano. Lo si sente esprimere dai politici, purtroppo, di entrambi gli schieramenti.

L’unica questione rimasta da discutere è quanto e in che modo il governo dovrebbe intervenire. I conservatori vogliono un governo più piccolo e meno interventista. I liberali sono più propensi per un governo più attivista che apporti un maggior contributo nel libero mercato.

Ma il punto di vista prevalente, così come il dibattito che ha generato, è completamente falso.

Non può esserci “libero mercato” senza governo. Il cosiddetto “libero mercato” rappresenterebbe tutto ciò che negherebbe il concetto di civiltà: la competizione nella natura selvaggia è una gara per la sopravvivenza in cui solitamente vince il più grande e il più forte. Come ha affermato il filosofo politico del XVII° secolo Thomas Hobbes nel suo libro Leviatano (capitolo 13),

“[in natura] c’è una paura continua e il pericolo di morte violenta; e la vita dell’uomo, solitaria, povera, cattiva, brutale e breve”.

La civiltà, al contrario, è definita da regole. Le regole creano i mercati e i governi generano le regole.

Un mercato – qualsiasi mercato – richiede che il governo stabilisca e applichi le regole del gioco. Nella maggior parte delle democrazie moderne, tali norme emanano da organi legislativi, agenzie amministrative e tribunali.

Il governo non “s’intromette” nel “libero mercato”. Crea il mercato.

Le regole non sono neutre né universali e non sono permanenti. Società diverse in tempi diversi hanno adottato precetti difformi. Le regole rispecchiano in parte l’evoluzione delle norme e dei valori di una società, ma riflettono anche chi nella società ha il maggior potere di crearli o influenzarli.

Tuttavia, l’interminabile dibattito sulla questione se il “libero mercato” sia migliore del “governo” ci rende impossibile esaminare chi esercita questo potere, come trae vantaggio da ciò e se tali regole debbano essere modificate in modo che più persone possano trarne vantaggio.

La dimensione del Governo non è irrilevante, ma le regole su come funziona il mercato hanno un impatto molto maggiore sull’economia e sulla società. Sebbene sia utile discutere su quanto il governo dovrebbe tassare e spendere, regolamentare e sovvenzionare, queste questioni stanno ai margini dell’economia.

Le regole sono l’economia.

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Jennifer Holmgren – L’Economia Circolare basata sul Carbonio

Jennifer Holmgren Ceo di Lanzatech

Troviamo interessante pubblicare questo articolo, poiché negli ultimi tempi notiamo veleggiare una sorta di “controrivoluzione” ambientale, in cui si accampa la convinzione che un investimento specificamente industriale a salvaguardia dell’ambiente è da considerarsi controproducente rispetto al costo che necessiterebbe a svantaggio del beneficio conseguito. Si fa balenare che una eventuale “trasformazione sostenibile” metterebbe in pericolo gli attuali posti di lavoro, ciò messaggera di una presumibile apocalisse populista. Qui non si tratta di contrapporre il “realismo” all’ “avventurismo”, bensì di far emergere il senso di responsabilità che ognuno di noi, in quanto natura, deve assumersi verso la natura stessa che ci circonda. L’intelletto umano è senz’altro in grado di fornire quegli elementi teorici e applicativi, in un quadro efficiente, per far sì che in futuro sia garantita la sopravvivenza.

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Jennifer Holmgren on the circular carbon economy

Nov 13th 2023

The head of Lanzatech says this is the year to get serious about it

Il carbonio è un componente principale nella composizione di tutti gli esseri viventi. È l’ingrediente principale dei fili dei nostri vestiti, dei materiali delle nostre case e del carburante che utilizziamo per alimentare i veicoli. È anche la fonte delle nostre più grandi sfide ambientali.

È meglio conosciuto nella sua forma gassosa, l’anidride carbonica, un potente gas serra che sta surriscaldando il nostro pianeta. La maggior parte del carbonio nell’atmosfera terrestre è un sottoprodotto di processi industriali come la produzione di combustibili fossili, la raffinazione di prodotti petrolchimici e la produzione di metalli che alimentano le nostre catene di approvvigionamento globali dipendenti dal carbonio. Questa economia lineare del carbonio è sbilanciata: dipende dalle industrie ad alta intensità energetica per estrarre risorse non rinnovabili nel sottosuolo per produrre cose necessarie, ma è di tipo “usa e getta”. Il nostro sistema “prendere, produrre, sprecare” è profondamente radicato nella nostra società, ma è insostenibile.

Per proteggere la vita sulla Terra, dobbiamo immaginare questa economia estrattiva e lineare del carbonio come un modello circolare. Dobbiamo rinominare le numerose forme di rifiuti ricchi di carbonio come risorse preziose e abbondanti anziché come passività inevitabili e dannose. Invece di estrarre il carbonio fossile vergine dal suolo per creare cose che scartiamo, possiamo ridurre le emissioni e realizzare prodotti più sostenibili catturando e riutilizzando le gigatonnellate di carbonio già in superficie.

Aziende come la mia (https://lanzatech.com/) forniscono tecnologie di riciclaggio del carbonio per rendere questa economia circolare del carbonio una realtà.

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Lodovico Como – Scuola e territorio: alzare lo sguardo oltre il presente

Lodovico Como – Consigliere Comunale – Capogruppo della Lista Abonante – La nostra Community

Recentemente il Consiglio Comunale ha deliberato in merito al dimensionamento della rete scolastica – come richiesto dalla Provincia di Alessandria e dalla Regione Piemonte – per quanto attiene alla scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado, che rientrano nelle competenze municipali.

Si tratta di un processo politico amministrativo in cui gli enti locali (comuni, province e città metropolitane) e le parti sociali potrebbero dire di più, e trovare un terreno su cui definire al meglio la programmazione dell’offerta formativa territoriale nel medio periodo. Invece da tempo i principi economico-funzionali di riduzione della spesa la fanno da padrone, e non si è sottratto neanche l’ultimo decreto ministeriale, al di là delle dichiarazioni del ministro Valditara.

  1. Prima di tutto difendersi

Sbrigativamente possiamo dire che ogni attore partecipa prima di tutto “difendendo” il proprio ambito di azione o di consenso. I piccoli comuni difendono la propria scuola come baluardo contro la capacità di attrazione dei centri-zona. Le parti sindacali restringono la rappresentanza al mantenimento dell’equilibrio tra istituti, cattedre, orari. Gli istituti scolastici operano utilizzando i propri margini di autonomia, cercando di preservare la propria integrità. L’ente provinciale limita il proprio ruolo di programmazione e pianificazione a un continuo equilibrismo tra le parti.

Ognuno intuisce i limiti insiti nelle proprie posizioni, ma nessuno ha da solo il coraggio di denunciarli e la forza di superarli.

  1. Processi di orientamento scolastico e professionale “azzoppati”

L’orientamento scolastico per la scuola secondaria di II grado ne risulta azzoppato: ogni istituto scolastico o agenzia formativa si propone, nella propria piena e legittima autonomia, agli allievi e alle famiglie in assenza di un confronto e di una lettura condivisa dei fabbisogni del territorio[1]. La esigerebbe, banalmente, l’inverno demografico – che nel caso alessandrino si avvicina a una glaciazione – fenomeno non reversibile o modificabile nel breve periodo.

Investiamo fior di energie in una competizione sulla “quantità” degli iscritti e non sulla qualità della didattica pur di sfuggire alle tagliole ministeriali. Trasformiamo le attività orientative in attività di marketing in cui i giovani e le famiglie rimangono soggetti passivi, potenziali clienti da catturare e non attori privilegiati del futuro del territorio.

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Roberta Cazzulo – 25 Novembre

Roberta Cazzulo, Consigliere Comunale, la nostra Community

https://www.facebook.com/roberta.cazzulo

Ci sono i dati Istat. Ci sono le fratture multiple, le coltellate, le grida dentro gli appartamenti e le telefonate della polizia. I ricoveri in ospedale e le bare piene di fiori.

Quando si dice violenza contro le donne, si pensa questo.

La violenza anche solo come mezzo di difesa è quasi incoraggiata nei maschi, le ragazze invece vengono cresciute a suon di emozioni e pianti

Al funerale di Michelle Causo, 17 anni, nessuno ha pronunciato la parola femminicidio come se quella morte non lo fosse, o lo fosse meno di altre.

Sconvolgente è dare sempre una spiegazione a questi crimini.

Michelle è stata uccisa per 1500 euro, Giuseppina Caliandro perché avevano litigato, ha ucciso Giulia Tramontano perché era stressato, ha ucciso Melania Rea in un impeto d’ira, “lacerato” tra la moglie e l’amante, ha ucciso Ilenia Bonanno perché era depresso.

C’è sempre la ricerca affannosa di un movente, quando un uomo sopprime una donna. C’è sempre la ricerca affannosa di un movente quando, quando un uomo sopprime una donna.

C’è sempre un’indagine che presuppone che i fatti non siano chiari, che probabilmente ci siano dei complici, che il killer nasconda qualcosa ….Ma il killer non nasconde mai niente.

E’ molto rassicurante indagare, considerare quel delitto una follia, sostenere che chi lo compie è un pazzo, perché così il problema si circoscrive.

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Nouriel Roubini – Le Conseguenze Economiche della Guerra di Gaza

Nov 10, 2023 NOURIEL ROUBINI

With Israel embarked on a military campaign to eliminate Hamas from Gaza, it remains to be seen whether the conflict will escalate into a broader regional war. If it does, the global economic fallout could include a 1970s-style oil shock, crashing stock markets, and deep stagflationary recessions.

NEW YORK – Il barbaro massacro di almeno 1.400 israeliani da parte di Hamas il 7 ottobre, e la successiva campagna militare israeliana a Gaza per sradicare il gruppo, hanno introdotto quattro scenari geopolitici che influiscono sull’economia e sui mercati globali. Come spesso accade con shock di questo tipo, l’ottimismo potrebbe rivelarsi fuorviante.

Nel primo scenario, la guerra rimane per lo più confinata a Gaza, senza alcuna escalation regionale al di là delle scaramucce su piccola scala con gli alleati iraniani nei paesi confinanti con Israele; infatti, la maggior parte degli attori ora preferisce evitare un’escalation regionale. La campagna a Gaza delle Forze di Difesa Israeliane erodendo in modo significativo Hamas, procurerà un alto numero di vittime civili, da cui non si palesa una modifica di uno status quo geopolitico instabile. Avendo perso ogni sostegno, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu lascerà l’incarico, ma il sentimento pubblico israeliano resterà indurito contro l’accettazione di una soluzione a due Stati. Di conseguenza, la questione palestinese peggiorerà; la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita sarà congelata; L’Iran rimarrà una forza destabilizzante nella regione; e gli Stati Uniti continueranno a preoccuparsi per una sua prossima riacutizzazione.

Le implicazioni economiche e di mercato di questo scenario sono lievi. L’attuale modesto aumento dei prezzi del petrolio verrebbe meno, perché non ci sarebbe stato alcuno shock per la produzione regionale e le esportazioni dal Golfo. Anche se gli Stati Uniti potrebbero tentare di interdire le esportazioni di petrolio iraniano per punirlo per il suo ruolo destabilizzante nella regione, è improbabile che perseguano una simile misura di escalation. L’economia iraniana continuerebbe a ristagnare a causa delle sanzioni esistenti, approfondendo la sua dipendenza dagli stretti legami con Cina e Russia.

Nel frattempo, Israele subirebbe una recessione grave ma gestibile, e l’Europa sperimenterebbe alcuni effetti negativi  poiché i prezzi del petrolio leggermente più alti e le incertezze guidate dalla guerra taglierebbero la fiducia delle imprese e delle famiglie.

Riducendo la produzione, la spesa e l’occupazione, questo scenario potrebbe far precipitare le economie europee attualmente stagnanti in una lieve recessione.

Nel secondo scenario, la guerra a Gaza sarà seguita dalla normalizzazione regionale e dalla pace. La campagna israeliana contro Hamas riuscirà senza produrre troppe vittime civili, e forze più moderate – come l’Autorità Palestinese o una coalizione multinazionale araba – si addosseranno il compito di rilevare l’amministrazione dell’enclave. Netanyahu si dimetterà (avendo perso il sostegno di quasi tutti) e un nuovo governo moderato di centrodestra o di centrosinistra si concentrerà sulla risoluzione della questione palestinese e sul perseguimento della normalizzazione con l’Arabia Saudita.

A differenza di Netanyahu, questo nuovo governo israeliano non sarebbe apertamente impegnato nel cambiamento di regime in Iran. Potrebbe garantire la tacita accettazione da parte della Repubblica islamica della normalizzazione israelo-saudita in cambio di nuovi colloqui verso un accordo nucleare che includa la riduzione delle sanzioni. Ciò consentirebbe all’Iran di concentrarsi sulle riforme economiche interne urgentemente necessarie.

Ovviamente, questo scenario avrebbe implicazioni economiche molto positive, sia nella regione che a livello globale.

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Luciano Cartolano: il valore del volontariato in Anteas

Luciano Cartolano

Con il termine Volontariato si intende lo svolgimento volontario di un’attività non retribuita.

Nella maggior parte dei casi si tratta di attività socialmente utili, come l’aiuto a persone in condizioni di indigenza, o che necessitano di assistenza, oppure il fronteggiare emergenze occasionali o il prestare opera e mezzi nell’interesse collettivo.

Il volontariato può essere svolto in maniera individuale o collettivamente, in associazioni costituite per specifici scopi benefici.

Fare volontariato produce “ricchezza”, per gli altri e per sé.

Le parole sono importanti e anche le azioni di ciascun individuo lo sono, e diventano fondamentali quando vengono indirizzate con dedizione al prossimo.

Luciano Cartolano, lo sa bene; 63 anni, autista di mezzi pesanti in pensione, è il nuovo presidente Anteas, associazione nata 26 anni fa, conosciuta principalmente per il “Trasporto Amico”.

E’ un entusiasta Luciano.

Mi racconta e si racconta con grande semplicità e onestà.

Ha iniziato ad avvicinarsi al volontariato per caso: per due anni Luciano si è reso disponibile durante la pandemia, trasportando i farmaci a domicilio, sabato e domenica, per dare supporto all’Asl e alla Protezione Civile.

L’ANTEAS, l’associazione che presiede è un’associazione di Volontariato e di Promozione sociale articolata su tutto il territorio nazionale con 593 associazioni, nasce nell’aprile del 1996 sotto la spinta di esperienze locali promosse e sostenute dalla (Federazione Pensionati).

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Il Sindaco Abonante a San Michele e il dovere dell’ “ascolto”

Giorgio Abonante con Marco Martinengo: la nostra Community

Il tema dell’ “ascolto” è forse uno dei passaggi fondamentali nel rapporto tra istituzioni e cittadinanza. Spesse volte la classe politica non lo attua con la dovuta attenzione, o per lo meno se ne fa carico solo al momento del confronto elettorali, al punto che una parte sempre più ampia della popolazione non ne intravede più un elemento inclusivo di partecipazione democratica, bensì un’offerta capziosa da parte del politico di turno tesa solo a scopo propagandistico. Le conseguenze sono assai tristemente note: una costante e preoccupante disaffezione al voto.

La democrazia rappresentativa moderna è una forma di governo molto complessa e ben teorizzata, tuttavia i suoi principi si vaporizzano in una astrattezza formale allorché l’élite politica al comando si allontani dalla realtà del quotidiano.

Ovviamente in una dimensione su grande scala sono presenti dei “mediatori” (partiti, gruppi d’interesse, ecc.) che interloquiscono con i poteri di governo, mentre in un perimetro molto più geograficamente ristretto (Istituzioni comunali) la mediazione assume più un valore interlocutorio di conoscenza diretta tra gli eletti (Sindaco, Giunta) e cittadinanza. Particolarmente specifico è il quadro di distribuzione demografica del Comune di Alessandria. Un’area molto vasta in cui si situa un concentrico urbano asimmetrico costellato da decine di piccole frazioni.

L’attuale Sindaco in carica Giorgio Abonante, nel corso della sua campagna elettorale (2022), ha dedicato molto tempo al tema della partecipazione. Egli ha fatto tesoro della sua lunga esperienza come Consigliere Comunale, da cui ha desunto che non è sufficiente solo amministrare con dovizia e cura, bensì anche saper “ascoltare” per capire in che cosa consiste il vissuto reale della “sua” comunità d’appartenenza.

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Marcello Ferrari – Tie-break

Marcello Ferrari https://www.facebook.com/marcello.ferrari.566 Coach di Pallavolo, la nostra Community

Tie-break. Sul 15-14 la palla diventa improvvisamente più pesante, tutta la massa pare ora concentrata in una piccola sfera giallo-blu. Non si odono più i suoni dei tamburi, le grida dagli spalti né le indicazioni provenienti da bordo campo. E’ la palla più difficile, la linea di confine tra tua vittoria e la loro sconfitta. E poco importa se per anni gli allenatori che si sono susseguiti nella tua carriera sportiva ti hanno sempre ammonito sul pensarla così in virtù del fatto che il primo punto abbia sempre la stessa importanza dell’ultimo: quella palla sarà sempre la più ostica da far cadere nel campo avversario.

Ci sono una serie di mantra nella pallavolo, quasi delle leggi universali che vengono tramandate dagli allenatori alle nuove generazioni di pallavolisti: non si sbaglia la battuta dopo il time-out avversario, se la palla finisce sotto la rete bisogna pagare pegno, non si serve mai sul libero. Non abbiamo avuto modo di provarlo empiricamente ma ci sentiamo tranquillamente di scommettere sul fatto che Marcello Ferrari, come ogni allenatore che si rispetti, abbia pronunciato almeno una volta ognuna di queste tre massime.

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Shlomo Ben-Ami – La Hubris ha incontrato la Nemesi in Israele

L’ex Ministro degli Esteri Israeliano Shlomo Ben-Ami denuncia apertamente sui media internazionali la protervia e la irresponsabilità dell’attuale Primo Ministro Binyamin Netanyahu come causa agente del massacro avvenuto nei Kibbutz adiacenti alla striscia di Gaza.

Hubris Meets Nemesis in Israel

Oct 9, 2023 SHLOMO BEN-AMI

By ruling out any political process in Palestine and boldly asserting that “the Jewish people have an exclusive and inalienable right to all parts of the Land of Israel,” Prime Minister Binyamin Netanyahu’s fanatical government made bloodshed inevitable. But that doesn’t explain Israel’s failure to prevent Hamas from attacking.

TOLEDO – Prima o poi, la magia politica distruttiva del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, che lo ha mantenuto al potere per 15 anni, era destinata a inaugurare una grave tragedia. Un anno fa ha formato il governo più radicale e incompetente della storia di Israele. Non preoccupatevi, ha assicurato ai suoi critici, ho “due mani salde sul volante”.

Ma escludendo qualsiasi processo politico in Palestina e affermando coraggiosamente, nelle linee guida vincolanti del suo governo, che “il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le parti della Terra di Israele”, il fanatico governo di Netanyahu ha reso inevitabile lo spargimento di sangue.

È vero che in Palestina scorreva sangue anche quando erano al potere sostenitori della pace come Yitzhak Rabin e Ehud Barak. Ma Netanyahu ha incautamente invitato alla violenza pagando qualsiasi prezzo ai suoi partner di coalizione per il loro sostegno. Ha lasciato che si impadronissero delle terre palestinesi, espandessero gli insediamenti illegali, disprezzassero la sensibilità musulmana riguardo alle sacre moschee sul Monte del Tempio e promuovessero illusioni suicide sulla ricostruzione del Tempio biblico di Gerusalemme (di per sé una ricetta per quella che potrebbe essere la madre di tutti i musulmani: Jihad). Nel frattempo, ha anche messo da parte la leadership palestinese più moderata di Mahmoud Abbas in Cisgiordania, rafforzando di fatto i radicali di Hamas a Gaza.

Secondo la logica distorta di Netanyahu, un forte governo islamico a Gaza sarebbe l’argomento definitivo contro una soluzione politica in Palestina. Premiando gli estremisti e castigando i moderati, Netanyahu – a differenza della sinistra dialogante – credeva di aver finalmente trovato la soluzione al conflitto palestinese. Gli accordi di Abraham, che hanno normalizzato le relazioni di Israele con quattro stati arabi (e che probabilmente presto includeranno l’Arabia Saudita), lo hanno reso cieco rispetto al vulcano palestinese sotto i suoi piedi.

Ma nello spietato e barbaro massacro dei civili israeliani nei villaggi attorno a Gaza, l’arroganza di Netanyahu ha incontrato la sua nemesi sotto forma della ferocia di Hamas. Cinquant’anni e un giorno dopo che l’Egitto e la Siria avevano lanciato il loro attacco a sorpresa in quella che divenne nota come la guerra dello Yom Kippur, Hamas ha preso d’assalto i confini di Gaza con Israele e ha massacrato centinaia di civili indifesi. Sui social network sono state registrate scene di giovani donne violentate accanto ai corpi delle loro amiche. Circa un centinaio di persone – tra cui intere famiglie, donne anziane e bambini piccoli – sono state rapite e portate a Gaza.

Molti hanno espresso sorpresa per il fatto che Hamas sia riuscita a penetrare così facilmente le difese israeliane lungo il confine con Gaza. Ma non esistevano difese del genere. Quando Hamas iniziò a massacrare centinaia di civili indifesi, il glorioso esercito israeliano era per lo più schierato altrove. Molti furono assegnati in Cisgiordania per proteggere i coloni religiosi negli scontri (a volte iniziati dai coloni stessi) con i palestinesi locali e nelle feste attorno a santuari inventati. Per lunghe ore, uomini e donne disperati hanno gridato aiuto, e l’esercito più forte del Medio Oriente non si è visto da nessuna parte.

Il presupposto è sempre stato che Gaza non fosse una priorità vitale. Un muro sotterraneo di sensori e cemento armato che Israele ha costruito attorno all’enclave avrebbe dovuto bloccare i tunnel attraverso i quali Hamas aveva tentato in passato di penetrare nei villaggi israeliani di confine. Non è servito a niente. Le milizie di Hamas hanno semplicemente preso d’assalto le recinzioni in superficie.

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THE BIG SHORT: COSA STA SUCCEDENDO SUI MERCATI FINANZIARI?

Nel lontano 2005 un piccolo gruppo di eccentrici broker di Wall Street prese una decisione che agli occhi dei grandi player finanziari appariva folle: scommettere contro il “solidissimo” settore immobiliare americano, comprare Credit Default Swap a protezione dei CDO sui titoli garantiti da ipoteca e aspettare il collasso del sistema finanziario statunitense. Fecero quella che venne successivamente ribattezzata “la Grande Scommessa” e la vinsero contro tutte le aspettative.

Quei mercati oggi appaiono ancora una volta confusi, senza una meta precisa e incapaci di vedere oltre un orizzonte temporale a breve termine. O meglio, si guardano bene dal farlo. A Wall Street non è più tempo di “Grandi Scommesse” ma solo di vigile attesa.

Arrivano i primi segnali di un indebolimento cinese trascinato dalla crisi del debito sul settore immobiliare con il colosso Evergrande in passivo di oltre 300 miliardi di dollari e che di recente ha mancato il pagamento di capitali ed interessi su un bond da 4 miliardi di yuan. Ma anche il gruppo Country Garden, sempre impegnato nel settore delle costruzioni, appare in difficoltà segnando una perdita record di oltre 6 miliardi. Si propaga così una crescente apprensione per il futuro del mattone cinese che contribuisce ad oltre un quarto dell’economia di Pechino. Come riflesso, le esportazioni cinesi hanno subito una battuta di arresto addirittura superiori alle attese stimate dagli analisti di settore. In questa complicata situazione si inserisce il Piano attuativo presentato dalla Commissione nazionale per lo Sviluppo e la Riforma che mira a rispolverare dogmi di riecheggio keynesiano per trovare una via di uscita. Una rivalutazione interna con un accrescimento della domanda domestica per riaccendere i consumi in una popolazione con l’enorme potenziale di oltre un miliardo di potenziali consumatori.

La strettissima dipendenza tra l’export orientale e le economie occidentali preoccupa anche le nostre economie. La prima a farne le spese è la Germania, tradizionalmente esposta fortemente sul lato delle esportazioni. La vecchia locomotiva d’Europa si prepara a leggere il dato di un calo di 0,6% sul PIL, quasi il doppio rispetto alle aspettative primaverili. La recessione è prospettata sulla base della debolezza dell’industria e i consumi privati affossati dalle politiche restrittive della BCE. I Bund decennali registrano per tali ragioni i rendimenti più alti dalla crisi degli Spread del 2011 ad oggi.

Con l’invasione russa dell’Ucraina nel Febbraio 2021, il combinato disposto tra le politiche monetarie della Fed e lo scacco matto all’Europa sugli approvvigionamenti di gas sembrava orientare le aspettative dei mercati verso il ritorno del temibile mostro degli anni ‘70: la stagflazione. A quel punto i board delle banche centrali si trovarono a dover prendere una decisione: “Potevano scegliere fra la stagflazione e la recessione. Scelsero la seconda ma potrebbero non riuscire ad evitare la prima”, avrebbe affermato lo statista anglosassone tra un sigaro e l’altro.

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