Giulia Giustetto, Consigliere Comunale di Alessandria
La giornata di ieri, 26 settembre, rappresenta una data molto importante per tutta la comunità accademica. Presso il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche di Alessandria, alla presenza del Rettore Gian Carlo Avanzi, a Palazzo Borsalino, sono state inaugurate al primo piano un’aula per le lezioni dedicata al prof. Jorg Luther ed un’aula studio dedicata alla studentessa Daiana Eufrunzina Neagoe, entrambi scomparsi prematuramente nel 2020 e nel 2019.
La cerimonia si è svolta con la commozione di tutti i presenti, compresi i docenti ai quali è stato sapientemente affidato un ricordo del prof. Luther e di Daiana Neagoe.
La professoressa Tripodina ha raccontato di un uomo, il professor Luther, stimato dentro e fuori la comunità accademica, a cui si è dedicato completamente, fino all’ultimo giorno. Oltre al curriculum eccezionale, al riconoscimento della comunità accademica anche al di là dei confini dell’Italia che lo ha identificato come “giurista europeo”, il professore è stato ricordato come persona umile, ironica, in grado di stimolare lo spirito critico degli studenti, di regalare sempre un punto di vista interessante, lucido, originale ai colleghi.
Si è distinto perché per primo, con grandissimo rispetto, ha creduto nelle capacità dei suoi studenti e li ha aiutati a crescere.
Ha portato l’accademia nel mondo e il mondo dentro l’accademia, con sguardo critico e intelligente sulla realtà, ma con una profondità culturale e giuridica indelebile. Nello stesso pomeriggio, è stato presentato il libro, pubblicato postumo, del prof. Luther dal titolo «Pratica dei diritti fondamentali».
Il professor Mazzola e la direttrice del dipartimento di Giurisprudenza Serena Quattrocolo, nel ricordare Daiana, hanno regalato il ritratto di una ragazza dedita allo studio, che ha saputo interpretare e sfruttare al meglio tutte le occasioni di integrazione, di relazione e di formazione che l’Università può dare. Studentessa e ragazza seria, umile, curiosa, corretta, laboriosa, forte, a cui la professoressa Quattrocolo ha dedicato il suo ultimo libro.
Descrizione che alcuni studenti hanno condiviso: nelle molteplici attività che svolgeva, dava importanza e significato al rapporto umano con chi si poneva dinnanzi, non ha mai chiuso la porta a nessuno, ma anzi ha sempre teso una mano, aperto al dialogo e alla voglia di trovare soluzioni, anche a problemi comuni, come nella sua attività di rappresentante degli studenti al DIGSPES.
La cerimonia di ieri è stata più di un ricordo di due stimate persone scomparse, più di un’inaugurazione. E’ stata caratterizzata dalla rinnovata consapevolezza dell’importanza del legame fra comunità e Università, ha rinforzato la serietà e la forza del lavoro che si svolge insieme, tratti essenziali, affatto banali e in comune proprio nelle personalità del professor Luther e di Daiana Neagoe.
Le aule inaugurate, luoghi di studio, ma anche di aggregazione e di relazione tra studenti e docenti, saranno dunque anche luoghi di ricordo, di ispirazione e di consapevolezza per tutti coloro che utilizzeranno quegli spazi in Università.
Project Syndicate – la più autorevole piattaforma web internazionale di politica economica – intervista una delle “amazzoni” che persegue con caparbietà l’obiettivo della transizione ecologica, la costaricense Monica Araya. L’impressione che si ricava dal testo è quella di un cauto ottimismo. I dati di fatto – si vedano i problemi applicativi dell’IRA americano – invece manifestano un difficile passaggio, con la preoccupazione che un eventuale cambio dell’attuale guida politica in USA e nella UE comporti un definitivo rallentamento.
This week in Say More, PS talks with Mónica Araya, Executive Director, International, at the European Climate Foundation.
Project Syndicate: Nel 2020 lei scrisse che “il nostro successo a lungo termine nella gestione del cambiamento climatico dipenderà in larga misura dalle strategie energetiche e di trasporto che adotteremo in questo decennio, in particolare nei prossimi cinque anni”. Quasi tre anni dopo, dove sono state adottate strategie promettenti e ci stiamo avvicinando al punto in cui “i veicoli elettrici a emissioni zero superano i veicoli inquinanti sul mercato”?
Mónica Araya: Negli ultimi tre anni sono stati fatti progressi importanti. In Europa, il pacchetto Fit for 55 – una serie di iniziative che sostengono l’obiettivo dell’Unione Europea di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 – include un accordo per porre fine alla vendita di nuovi veicoli a emissioni di carbonio entro il 2035. Tutte le nuove auto o furgoni immessi sul mercato nell’UE da quel momento in poi dovrebbero essere elettrici.
La Cina ha creato il più grande mercato mondiale per i veicoli elettrici (EV) in tutti i segmenti, attraverso ambiziose politiche di sostegno perseguite a livello nazionale e subnazionale. L’India ha rafforzato gli incentivi per gli autobus elettrici e i veicoli a due e tre ruote. Gli Stati Uniti hanno introdotto nuovi incentivi per i veicoli elettrici per i consumatori e crediti per gli stessi di cui beneficeranno gli investitori, come parte dell’Inflation Reduction Act (IRA) del 2022.
Tali sforzi stanno facendo la differenza. Nel 2022, i veicoli elettrici hanno rappresentato in media circa il 15% di tutte le vendite di auto nuove in Europa, Cina, India e Stati Uniti, rispetto al solo 5% di due anni prima. L’elettrificazione sta avanzando anche in altri segmenti – compresi autobus e autocarri pesanti – e sono in aumento gli investimenti urbani nelle piste ciclabili e nella pedonabilità.
PS: Ma le recenti notizie sul mercato dei veicoli elettrici negli Stati Uniti sono state contrastanti. Nonostante le vendite record di veicoli elettrici quest’anno, la produzione potrebbe superare la domanda, costringendo i produttori ad abbassare i prezzi e lasciando alcuni concessionari con scorte in eccesso. Dato che molti prevedono un imminente rallentamento nell’adozione dei veicoli elettrici, è giustificato un intervento politico e quali lezioni offre l’esperienza americana per lo sviluppo del mercato dei veicoli elettrici lì e altrove?
MA: Se stiamo cercando lezioni sull’adozione dei veicoli elettrici nel mondo – diciamo, Costa Rica o Sud Africa – dovremmo guardare all’Europa e alla Cina (e alla California) prima di rivolgerci al governo federale americano. Negli Stati Uniti, il ritardo nell’impegno verso l’elettrificazione ha fatto sì che un numero crescente di consumatori rimanessero intrappolati in una cultura di veicoli inquinanti incredibilmente grandi. Questa tendenza è stata aggravata da investimenti insufficienti nei trasporti di massa alternativi. Con più scelte di mobilità, oltre al possesso di un’auto privata, i veicoli elettrici hanno maggiori probabilità di conquistare cuori e menti. Sì, gli Stati Uniti sono rientrati nella corsa ai veicoli elettrici sbloccando investimenti per un valore di 100 miliardi di dollari in crediti d’imposta, sovvenzioni e prestiti come parte dell’IRA e dell’Infrastructure Investment and Jobs Act. Ma la transizione non sarà facile.
Una lezione positiva proveniente dagli Stati Uniti consiste nel fatto che evidenziare i benefici tangibili che i veicoli elettrici porteranno a lavoratori, consumatori e investitori – come ha fatto l’amministrazione del presidente Joe Biden – può essere molto efficace. Infatti, nonostante sia la più estesa legislazione sul clima nella storia degli Stati Uniti, l’IRA si concentra molto meno sulle emissioni che sui posti di lavoro, investimenti e infrastrutture.
PS: Nel 2020 lei ha valutato “favorevole” la piattaforma della campagna di Biden sulle emissioni di gas serra. In qualità di presidente, Biden ha guidato l’approvazione dell’IRA, la più grande legislazione sul clima nella storia degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, nei suoi primi due anni, la sua amministrazione ha approvato 6.430 permessi per l’estrazione di petrolio e gas su terreni pubblici statunitensi, rispetto alle 6.172 del suo predecessore, Donald Trump. Detto questo, l’idea che gli Stati Uniti siano tornati a lottare contro il cambiamento climatico è più una montatura che una realtà?
MA: Sotto la guida di Biden, l’America ha senza dubbio ripreso la lotta contro il cambiamento climatico. Ricordiamo che, nel suo primo giorno in carica, Biden ha rinnovato l’impegno degli Stati Uniti a rispettare l’accordo sul clima di Parigi del 2015. E l’approvazione dell’IRA lo scorso anno, dopo numerose sconfitte legislative e, nonostante la profonda polarizzazione, è stata un risultato importante.
Ma il mondo – non solo gli Stati Uniti – sta perdendo la battaglia politica contro Big Oil e Big Gas. L’industria dei combustibili fossili ha realizzato profitti storici dall’inizio della guerra in Ucraina. E ha usato il suo denaro e il suo potere per influenzare ogni governo, sia di sinistra che di destra, in ogni paese, grande o piccolo, sviluppato o in via di sviluppo. Dal Regno Unito agli Emirati Arabi Uniti, dagli Stati Uniti all’Argentina, i governi di tutto il mondo dicono sì alle rinnovabili. Purtroppo dicono anche sì a maggiori trivellazioni per petrolio e gas. Come ritenere responsabili i nostri governi e l’industria dei combustibili fossili per i cittadini è la questione politica del nostro tempo.
A proposito . . .
PS: Mentre il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) prepara una controproposta sul suo accordo commerciale a lungo ritardato con l’UE, consigli a entrambe le parti di essere “più fantasiosi e pragmatici nella loro proposta di valore”, “puntare più in grande” ” e “recuperare il tempo perduto”. Quali cambiamenti concreti sono necessari per raggiungere un accordo che non solo incrementi il commercio tra Europa e America Latina, ma faccia anche avanzare gli obiettivi climatici? Gli accordi commerciali sono lo strumento giusto per rafforzare la protezione ambientale?
Le cosiddette feste “popolari”, le rassegne cittadine, le sagre di paese, hanno una importanza fondamentale all’interno delle proprie comunità di riferimento. Esse ravvivano lo spirito locale, creano interazione tra i soggetti, divulgano arti e mestieri, rafforzano la convivialità sfoggiando banchetti per buongustai, fortificano il rapporto tra sistema politico e società civile. Tutto ciò perimetra il mantenimento di un ethos indigeno che serve a far pulsare il cuore identitario dei residenti. E’ pur vero, come qualcuno afferma, che un eccesso “festaiolo” è molto apprezzato dai politici che, con le loro intermittenti e studiate “passarelle”, attirano l’attenzione dei presenti, incassando nel mentre una sorta magnanimità bonaria; quella generosa concessione che innesca il gaudio popolare. Senonché, il “Panem et Circenses” è anche parte di quell’indagine documentaria e sociologica di costumi, forme di vita e collante sociale, la quale nel corso dei millenni, in varie immagini, si è inframezzata tra classe politica e popolo.
Ammesso e non concesso che lo “spirito” comunitario ne tragga vantaggio, resta il forte dubbio che da tali manifestazione locali la comunità nel suo complesso ricavi incremento di valore. La questione dirimente riguarda quel precedente richiamato “perimetro”. Quanto esso è più ristretto – vale a dire una comunità urbana e i suoi dintorni (close system) – tanto minore sarà il giovamento economico collettivo.
Immaginiamo un’economia composta da solo dieci persone. La chiameremo la Città delle Terre Basse. Una di queste gestisce una pasticceria, un’altra una libreria, una terza è un lavoratore subordinato e così via. Ogni cittadino delle Terre Basse spende l’intero reddito annuale di € 30.000, quindi il PIL di Terre Basse sarà di € 300.000 totali. Ora supponiamo che una di queste persone, Maria, voglia spendere una quota maggiore in cibo (€ 3.000), rinunciando ad acquistare libri da Giovanni per la stessa cifra. Nel caso specifico non cambierebbe il totale del PIL di Terre Basse, poiché si tratterebbe di un semplice trasferimento di depositi tra venditore e acquirente. Se Maria volesse spendere una quota maggiore di cibo senza rinunciare ai libri è costretta a diminuire i suoi risparmi (nel precedente esempio) o a chiedere denaro in prestito. Per aumentare il PIL in un sistema chiuso come quello delle Terre Basse vi sono solo due soluzioni: la creazione di nuova moneta mediante debito (endogena); in alternativa la moneta derivante dall’acquisto di beni da consumatori o investitori provenienti dall’esterno.
Seguendo questi modelli macroeconomici elementari, escludiamo che nel luogo fantasticato si possa produrre moneta supplementare, poiché la Città delle Terre Basse non possiede il diritto di signoraggio (battere moneta) e che Alfonso il direttore della banca locale sia restio a concedere prestiti ai 9 rimanenti concittadini. L’unica possibilità che possa far muovere il PIL verso l’alto dipende dall’afflusso di denaro proveniente al di là della cinta daziaria.
With the right political reforms, democracies can become more inclusive, more responsive to citizens, and less responsive to the corporations and rich individuals who currently hold the purse strings. But salvaging democratic politics also will require far-reaching economic reforms.
NEW YORK – Negli ultimi anni ci sono stati molte perplessità riguardo all’arretramento della democrazia e alla corrispondente ascesa dell’autoritarismo – e per una buona ragione. Dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, all’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro e all’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, abbiamo un elenco crescente di politici autoritari e aspiranti autocrati che incanalano una curiosa forma di populismo di destra. Sebbene essi promettano di proteggere i cittadini comuni e di preservare i tradizionali valori nazionali, perseguono politiche che tutelano i potenti e spazzano via le norme di vecchia data – lasciandoci il compito di cercare una spiegazione su come essi acquisiscano tale fascino.
Sebbene ce ne siano molte, quella che risalta è la crescita della disuguaglianza, un problema derivante dal moderno capitalismo neoliberista, che può anche essere collegata in molti modi all’erosione della democrazia. La disuguaglianza economica porta inevitabilmente alla disuguaglianza politica, anche se in misura diversa da paese a paese. In una nazione come gli Stati Uniti, che non ha praticamente alcun vincolo di finanziamento per i contributi elettorali, il principio “una persona, un voto” si è trasformato in “un dollaro, un voto”.
Questa disuguaglianza politica si autoalimenta e porta a politiche che rafforzano ulteriormente la disuguaglianza economica. Le politiche fiscali favoriscono i ricchi, il sistema educativo agevola coloro che sono già privilegiati; una norma antitrust, non adeguatamente progettata e applicata, tende a dare alle aziende libero sfogo nell’accumulare e sfruttare il potere di mercato. Inoltre, poiché i media sono dominati da società private possedute da plutocrati come Rupert Murdoch, gran parte del dibattito mainstream tende a radicare le stesse tendenze. Da qualche tempo la narrazione propalata ai consumatori si basa sull’idea che tassare i ricchi danneggia la crescita economica, che le tasse di successione sono imposte sulla morte e così via.
Più recentemente, ai media tradizionali controllati dai super-ricchi si sono aggiunte le società di social media anch’esse nelle mani dei super-ricchi, con la differenza che questi ultimi sono ancora meno vincolati nel diffondere disinformazione. Grazie alla Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996, le aziende con sede negli Stati Uniti non possono essere ritenute responsabili per i contenuti di terze parti ospitate nelle loro piattaforme – o per la maggior parte degli altri danni sociali che queste causano (non ultima la questione che coinvolge le ragazze adolescenti).
In questo contesto di capitalismo senza responsabilità, dovremmo sorprenderci che così tante persone guardino con sospetto alla crescente concentrazione della ricchezza o che credano che il sistema sia truccato? La sensazione diffusa che la democrazia abbia prodotto risultati ingiusti ha minato la fiducia nella stessa democrazia e ha portato alcuni a concludere che sistemi alternativi potrebbero produrre risultati migliori.
Questo è un vecchio dibattito. Settantacinque anni fa, molti si chiedevano se le democrazie potessero crescere tanto velocemente quanto i regimi autoritari. Ora, molti si pongono la stessa domanda su quale sistema “offra” maggiore equità. Eppure questo dibattito si sta svolgendo in un mondo in cui i più ricchi hanno gli strumenti per plasmare il pensiero nazionale e globale, a volte con menzogne (“Le elezioni sono state rubate!” “Le macchine per il voto erano truccate!” – una falsità che è costata a Fox News 787 dollari milioni).
Leggendo la stampa economica inglese noto con rammarico che Londra si compiace, tra lo sbarazzino e il perfido, nel considerare le principali economie dei 19 EU come campioni rivaleggianti in un contesto macroeconomico internazionale. Insomma, per gli anglosassoni l’Unione Europea è ancora una somma di divergenti interessi economici nazionali arlecchinescamente ancorati alla moneta unica. Del resto, le baruffe chioggiotte a Bruxelles, la scarsa legittimità politica del Parlamento Europeo e l’inadeguatezza dell’attuale Presidenza, nonché dei relativi commissari, non fanno altro che alimentare questa subdola malignità nord atlantica.
L’eventuale pessimo stato di salute della Germania non può essere solo un problema tedesco e non può essere solo risolto dal governo tedesco. Così come se ciò accadesse similarmente per altri partner europei. Considerato che lo scenario geo-strategico si sta arroventando e l’occidente non potrà più affidarsi a catene di valore altamente sensibili disperse in tutto il pianeta, gli USA hanno appena investito 1,3 trilioni di $ (IRA) nei processi di ricostruzione delle loro filiere manifatturiere (chip) a elevata qualità tecnologica (friendshoring). Qualora fosse vero – come afferma il The Economist – che Berlino è “lenta”, allora Bruxelles sarebbe nientemeno che una “lumaca strabica”.
Per competere ad armi pari contro i due colossi mondiali USA e Cina serve un nuovo gigantesco programma di rilancio coordinato tra i 19 con emissione di titoli sovrani UE sul mercato, garantiti dalla BCE, dello stesso importo se non superiore allo sforzo americano, proporzionalmente distribuito tra gli Stati membri.
Per dirla in altro modo, facendo degli esempi concreti: la tanto strombazzata transizione ecologica – tra cui la discutibile imposizione sulla drastica riduzione del particolato (diesel) entro il 2025, nonché la scellerata decisione “piemontese” – potrebbe trovare accoglienza da parte della cittadinanza qualora si procedesse in tempi rapidi nel finanziare i necessari investimenti finalizzati a sostenerla (per esempio l’avviamento per la produzione delle Solid-State Battery per i veicoli elettrici EVS, di cui Cina e Giappone detengono il mercato). I quali, a loro volta, genererebbero, mediante la crescita occupazionale, un aumento del reddito mediano futuro pro-capite, oltre che a soddisfare lo scopo precipuo di produrre migliori condizioni ambientali. Diversamente, con solo l’arma della direttiva, gran parte della cittadinanza europea finirebbe per interpretare una finalità lodevole alla stregua di un nuovo ingannevole balzello sovra-nazionale.
Fra meno di dieci mesi andremo a votare per il Parlamento UE, temo un forte disinteresse.
fg
Is Germany once again the sick man of Europe?
Its ills are different from 1999. But another stiff dose of reform is still needed
Quasi venticinque anni fa questo giornale chiamava la Germania il malato dell’euro. La combinazione dovuta alla riunificazione, unita a quella di un mercato del lavoro sclerotico e con un rallentamento della domanda di esportazioni, afflisse complessivamente l’economia, portando la disoccupazione a due cifre. Poi, una serie di riforme nei primi anni 2000 hanno inaugurato un’età dell’oro. La Germania divenne l’invidia dei suoi pari. Non solo i treni viaggiavano in orario ma, grazie alla sua capacità ingegneristica all’avanguardia, il paese si distinse anche come una potenza esportatrice. Così come la Germania prosperava, allo stesso modo il mondo continuava a crescere. Senonché, la Germania ha iniziato ancora una volta a rallentare.
La più grande economia europea è passata dalla posizione di leader della crescita a quella di retroguardia. Tra il 2006 e il 2017 ha superato le sue grandi controparti e ha tenuto il passo con l’America. Eppure, oggi ha appena vissuto il suo terzo trimestre di contrazione o di stagnazione e potrebbe finire per essere l’unica grande economia a contrarsi nel 2023. I problemi non risiedono solo nel qui e ora. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, anche nei prossimi cinque anni la Germania crescerà più lentamente dell’America, Gran Bretagna, Francia e Spagna.
Roberta Cazzulo, Consigliere Comunale, la nostra Community
Si chiama aporofobia la paura per la povertà e per i poveri.
Chi nasce povero, resta povero per diverse generazioni.
Non ci capita di leggere spesso questa parola, ma l’aporofobia è uno dei mali del nostro tempo.
I poveri si sa dove non possono stare, ma evidentemente, spesso, la politica non ha dedica il tempo e neppure ha la voglia di dirci dove dovrebbe andare.
La aporofobia, intanto, cresce e si diffonde.
Ci sono vite che non si incrociano, che non hanno voce da alzare, che scivolano fuori dal dibattito politico, perché vengono considerate poca roba, non spostano voti, vite che si affievoliscono.
Sono vite precarie, fragili, difficili.
E’ necessario evidenziare, che, stiamo assistendo ad un cambiamento del profilo dei senza dimora: un tempo chi si trovava a vivere in strada presentava spesso storie di tossicodipendenza, alcolismo o disagi psichici, oggi, invece siamo testimoni di un vero e proprio processo di impoverimento in cui la concatenazione di situazioni sfavorevoli non previste, inaspettate come la perdita del lavoro, una separazione, una malattia possono portare un individuo a ritrovarsi in strada, nei dormitori, nei centri di accoglienza, nelle stazioni.
Una volta in strada un individuo perde anche la residenza, ovvero viene cancellato dall’anagrafe del comune.
La legge italiana collega una serie di diritti come il diritto al lavoro, al welfare, alla salute al voto con il possesso della residenza. E se una persona la perde è come se scomparisse.
I senza fissa dimora vivono una situazione di esclusione anche e soprattutto perché nel nostro ordinamento la mancanza di residenza corrisponde ad una mancanza di visibilità sociale.
Questo fa si che occorra mobilitarsi affinché venga posta l’attenzione sull’iscrizione anagrafica per le persone senza fissa dimora.
A livello nazionale non esiste una procedura comune per garantire quello che è di fatto un dirizzo costituzionalmente garantito.
In Italia 367 senza tetto sono morti nel 2022, + 50% rispetto al 2021, le persone senza tetto e senza fissa dimora in Italia ammontano a 96000. Mentre la popolazione che formalmente risiede nei campi attrezzati è pari a 16000 unità.
Luca Ferraris, docente Politecnico di Torino, Consigliere comunale, la nostra Community.
Per arrivare nella megalopoli occorrono dalle 10 alle 18 ore di volo, eventualmente qualche scalo di mezzo e la necessità di avere molta pazienza mentre si sorvolano i cieli di quasi mezzo continente asiatico. Ci si imbarca a Milano Malpensa, tra le nebbiose campagne del Varesotto, si atterra in una metropoli da 26 milioni di abitanti.
Ci racconta dell’esperienza cinese, sia come expat che come professore, Luca Ferrais. Arriva nella terra del Dragone per un progetto congiunto siglato dall’Università di Torino di cui è docente per la cattedra di Ingegneria Elettrotecnica. Con lui la sua famiglia, la compagna Emanuela e il figlio Tommaso. La destinazione finale è la Tongji University, una delle più antiche e prestigiose università cinesi. Ci si porta dietro l’essenziale – è necessario -perché non esistono valigie sufficientemente capienti per iniziare una nuova parentesi di vita dalla parte opposta del mondo. In un campus alle porte della città si scontra con il sistema universitario cinese, profondamente diverso dal nostro.
Studenti assonati da un ritmo di vita differente e edifici lontani dalla supertecnologia associata spesso al miracolo economico d’oriente. Il tempo scorre ma le persone restano. E così un incontro fortuito nei corridoi di Torino con uno studente cinese, in Italia sempre in virtù dell’accordo interuniversitario siglato, ci ricorda che quei 10.000 km sono forse una barriera non così invalicabile ai nostri giorni. E nemmeno la questione linguistica e quei nomi così impronunciabili che sono stati sostituiti per necessità di comprensione da soprannomi italiani – non sempre o forse quasi mai equivalenti. L’adattabilità diventa condizione indispensabile per non divenire “Lost in Transaltion”, come dei Bill Murry a zonzo sul Bund.
Di ritorno a casa inizia il progetto “Risorsa” che ha come filo conduttore l’economia circolare: il recupero delle “terre rare” dagli hard disk di computer in disuso e il loro utilizzo per la realizzazione di magneti a prestazioni migliori da montare su motori elettrici. Una ricerca interdisciplinare con protagonista la sede alessandrina del Politecnico di Torino con l’obbiettivo dell’avanzamento tecnologico del settore.
Cresce anche sulla nostra città la richiesta di accoglienza di persone migranti (molti sono minori non accompagnati) formulata dal Governo. È doveroso per la nostra comunità mettersi a disposizione.
Mi permetto di fare qualche considerazione
La prima: oggi il problema è recuperare spazi adatti ma soprattutto avere personale qualificato disponibile. Dopo il blitz dell’allora Ministro Salvini, sostanzialmente replicato nel cosiddetto Decreto Cutro, che dimezzò le risorse a disposizione dell’accoglienza ci si trova in una situazione in cui è difficile reperire personale preparato visto che negli ultimi anni si sono create le condizioni per rendere appetibile, e sostenibile, l’accoglienza solo a soggetti che possano accogliere centinaia di persone e quindi assicurarsi un margine sui grandi numeri (a tutto dispetto della qualità dei servizi offerti) . L’esatto contrario di quell’accoglienza diffusa che dovrebbe rappresentare lo standard del sistema incardinato nell’esperienza del SAI (co gestito dagli enti locali) ed evocato in questi giorni anche dal Governatore Zaia e da diversi Sindaci del Nord Est, a dimostrazione di come bisogni, problemi (e soluzioni) non abbiano colore politico.
L’effetto boomerang di questo approccio ideologico oggi lo deve affrontare la Presidente Meloni e non può permettersi di scaricare tutto il peso sui Comuni. E lo deve fare non solo per cortesia istituzionale, diciamo così, ma per precisi obblighi di legge che il Governo in primis deve rispettare (a cominciare dai minori per cui la legislazione italiana, tra le più avanzate al mondo, prevede tutta una serie di tutele e guarentigie per il solo fatto di essere minorenni, a prescindere cioè dalla nazionalità, titolo di protezione, ecc. ecc.)
La Seconda: le Province possono dare una grande mano soprattutto se vogliono riacquisire credibilità agli occhi dei Comuni in vista dello auspicato ritorno all’elezione diretta dei Presidenti.
L’argomento introdotto da Giorgio Laguzzi https://ilponte.home.blog/…/ferragosto-1971…/… è interessante, ben formulato, nel suo tipico stile divulgativo “laguzziano”. Il post tratta con acume alcune tesi di economia politica, in particolare quella che riguarda il concetto di moneta e i suoi eventuali equivalenti in termini di valore sottostante (metalli). Inoltre, l’autore storicizza l’accordo di Bretton Woods del 44’, da cui fa discendere l’ordine economico che si è protratto fino alla crisi del 71’.
Tuttavia, ciò che intendo sottolineare in questo breve scritto, a differenza della vulgata storica – la cui élite di pensiero sostenne che tutto sommato John Maynard Keynes ne uscì a testa alta dal confronto, seppur claudicante, con l’americano Henry Dexter White – concerne il fatto che il celebre economista britannico – secondo la lettura che ci offre il suo più noto biografo Robert Skidelsky – da quella conferenza ne sortì non solo sconfitto ma anche personalmente avvilito.
J.M. Keynes, al di là degli interessi britannici post bellici, temette, già allora nel 45’ un anno prima della sua scomparsa, che un tale assetto macroeconomico internazionale forgiato e imposto dalla potenza americana avrebbe generato, all’occorrenza, nel tempo, quelle condizioni che avrebbero potuto trasformarlo in un nuovo ordine basato principalmente sulla “potenza reputazionale” del debito. Ordine, dal quale sarebbe emerso un forte aumento della disuguaglianza; condizione contro la quale egli sacrificò gran parte della sua vita professionale e intellettuale affinché con l’ausilio dei suoi principi macroeconomici si potesse stemperarla. Purtroppo, dimostrò ancora una volta la sua preveggenza.
Questo dibattito tra moneta “neutra”, ossia regolatore degli scambi contro moneta “attiva ed endogena”, ossia prodotta direttamente dalle banche grazie all’emissione di liquidità trasferita nelle loro riserve dalle Banche Centrali e spacciata mediante tassi negativi, con la funzione di accelerare la crescita del PIL, quindi del reddito nazionale (incremento della ricchezza privata), venne anticipatamente in parte “risolto” nel 71′, scollegando la base aurea dal dollaro. Il tutto accese la miccia – alcuni reputano consapevolmente – affinché si causasse la fruizione della seconda tesi (moneta endogena), già a partire dalla metà degli anni 70’ (Jimmy Carter), da cui seguì un modello specificamente orientato e creato appositamente per cagionare l’esplosione stellare del debito complessivo sui vari PIL delle 7 più sviluppate economie mondiali (Cina inclusa, qualche decennio successivo).
Alcuni storici argomentano, non a torto, che tale disegno (aumento sproporzionato del debito complessivo sul PIL a occidente per favorire l’incremento dell’iper-consumo di massa mantenendo bassi tassi d’interesse, Ronald Reagan, 80’) fu il velenoso cocktail che inferse il colpo di grazia all’oramai esangue socialismo sovietico.
Basti pensare che gli USA raggiungono (2022) un tasso d’indebitamento intorno al 300% del PIL, di cui poco meno del 2/3 è privato (drammaticamente pericoloso in quanto non rifinanziabile). Ovviamente, la distribuzione nazionale del debito netto, nel caso specifico del “government debt and spending model” genera elevatissima disuguaglianza – chi può accedere al denaro s’arricchisce sempre di più – ragione per la quale parte di esso incrementa i valori immobiliari e mobiliari a spirale crescente (abitazioni, residenze commerciali, Stock Exchange) appartenenti ai patrimoni personali di una minima minoranza di cittadini americani (inferiore al 10%), e facendo sì che il loro valore come reddito netto (abitazioni, azioni, particolari titoli e depositi, si sia moltiplicato del 770% rispetto al 60 percentile rimanente, i cui redditi sono cresciuti solo del 22% – dagli anni 80’ ad oggi – e con un carico debitorio doppio per quest’ultima fascia rispetto ai più fortunati facenti parte del primo decile.
Solo recentemente mi è capitato di leggere un breve intervento dell’amico Franco Gavio pubblicato su questo blog la scorsa estate intitolato “L’immigrato è sempre un intruso?” https://ilponte.home.blog/2022/08/28/limmigrato-e-sempre-un-intruso/#more-3885 dove il Nostro si è esercitato in una riflessione sul fenomeno migratorio con il suo abituale sguardo, acuto e particolare, individuandone le ragioni sostanziali “nella qualità della domanda e dell’offerta di lavoro” come fattori dirimenti.
Se da un lato comprendo e condivido la sua lettura del fenomeno venandola con modalità di approccio di radice materialistica (le relazioni economiche componenti scatenanti delle dinamiche storiche, n.d.r.), non posso per contro non segnalare alcune contraddizioni che mi pare emergano dal suo ragionamento.
In primo luogo ritengo che il tipo di metodo prescelto, squisitamente economicistico, allontani aspetti che hanno a che fare con la condizione umana nella sua essenza, con le aspettative a cui ogni singolo individuo ambisce per migliorare le proprie condizioni materiali e di vita, con la volontà individuale di ricercare migliori e più favorevoli ambienti ove garantire la sopravvivenza propria e del nucleo di persone più prossime a sé.
Esiste cioè una condizione naturale, psicologica e antropologica che induce storicamente l’essere umano a muoversi, a spostarsi, a migrare alla ricerca di migliori e più benevole condizioni – ambientali e sociali – ove poter garantire sé stessi, il procastinamento della propria genia il proprio futuro. Ciò accade dalla notte dei tempi e, per raggiungere questo obiettivo, centinaia di milioni di esseri umani si sono spostati nel corso dei secoli, hanno modificato le proprie abitudini, hanno accettato condizioni di vita differenti talvolta ambientalmente estreme, al fine di poter garantirsi una prospettiva, una possibilità di migliorare le opportunità di vita se non per loro, quantomeno per le generazioni dei loro figli e nipoti.
A raccontarci plasticamente e drammaticamente questa condizione, richiamo alla memoria di ognuno di noi una straziante immagine, comparsa distrattamente sui circuiti mediatici mainstream nelle scorse settimane. Quella di una giovane madre e della sua piccola bimba morte di inedia e di sfinimento nel deserto sahariano durante la loro traversata nella speranza, flebile e lontana, di sfuggire ad una condizione umana evidentemente non più sostenibile. Ovviamente, superata l’emozione del momento, tutto è tornato come prima…
Nel corso degli ultimi decenni si sono riproposte condizioni che hanno indotto spostamenti di masse sempre maggiori di esseri umani (e non uso questa espressione a caso) verso approdi ritenuti migliori o forse semplicemente più “sicuri”. Masse che fuggono da condizioni di vita devastate da fenomeni inscindibilmente connessi ai mutamenti climatici, questi ultimi correlati con ogni evidenza con l’entrata in crisi di un modello globale di sviluppo predatorio e aggressivo, che ha evidenziato sempre di più i propri limiti e la propria insostenibilità sia dal punto di vista ambientale, che da quello sociale ed economico.
Non solo, a questi si sommano quelle enormi masse di individui, masse sempre maggiori e in crescita, che vengono a classificarsi come profughi ovvero tutti quegli esseri umani che fuggono travolti da guerre e regimi autoritari e violenti, che spesso, nell’arco di poche settimane, hanno visto le loro vite, le loro città, i loro villaggi spazzati via in un turbine di violenza e distruzione, togliendo loro ogni speranza di futuro. E anche su questo il cosiddetto mondo sviluppato detiene responsabilità enormi a cominciare dall’uso distorto e colpevole che viene fatto della pace, della guerra e degli strumenti di risoluzione delle controversie e degli interessi.
L’idea di pensare avere la possibilità di “distinguere”, nell’accezione bourdieuana, le caratteristiche di una migrazione desiderata – “ricca“ o “povera” per citare l’articolo – funzionali alle quelle rivendicate e richieste del tessuto economico e produttivo di uno Stato, mi pare perdente e, sinceramente, velleitaria.