Ferragosto 1971 – riflessione a 52 anni dal Nixon shock

Giorgio Laguzzi, la nostra community

Ferragosto, Ferragosto.

Oltre alla ricorrenza di origine pagana dovuta ad Ottaviano, per chi è appassionato di storia della politica monetaria, il 15 Agosto rappresenta la ricorrenza del cosiddetto Nixon shock, ossia il giorno in cui il presidente americano sospese la convertibilità del dollaro in oro, rompendo così il sistema monetario che venne pattuito a Bretton Woods, sul finire della seconda guerra mondiale.

Nel 1944, le trattative a Bretton Woods furono simbolicamente una tenzone tra i progetti di John Maynard Keynes e Harry Dexter White. Il compromesso che venne fuori fu un sistema sicuramente più schiacciato sulla proposta dello statunitense White, in primis per via del maggior peso geopolitico assunto dagli USA in quegli anni, ormai chiaramente il nuovo egemone globale. Gli accordi di Bretton Woods portarono ad un sistema dollaro-centrico, in cui tutte le valute nazionali erano agganciate al valore del dollaro, il quale a sua volta era però agganciato all’oro. Questo avrebbe permesso una maggior flessibilità rispetto al sistema aureo, i cui limiti erano ormai chiari da oltre un secolo di storia e di conflitti, ma al contempo avrebbe costretto il dollaro, valuta nazionale al centro però di un sistema monetario internazionale, ad avere (almeno formalmente) un vincolo esterno e non ad essere solo arbitrio della FED, la Banca Centrale Statunitense.

(da sinistra: Harry Dexter White e John Maynard Keynes)

Keynes uscì ampiamente deluso dalla trattative, poiché sebbene il nuovo sistema all’apparenza portasse alcuni organismi che formalmente potevano somigliare a quanto da lui proposto, nella sostanza il suo grande progetto uscì sconfitto. Il sistema dollaro-centrico si impose sul sistema Bancor, che per Keynes avrebbe dovuto essere una valuta internazionale indipendente da qualsiasi specifica nazione, e dunque senza nessuna valuta nazionale che avesse rivestito un ruolo privilegiato sulle altre. Keynes aveva a lungo studiato la storia della politica monetaria e visto sul campo i pro e contro di diversi sistemi. Storicamente, il ruolo della moneta fu sempre una oscillazione tra Locke e Fichte, tra la moneta-merce con (presunto) valore “naturale”, e la moneta fiduciaria, con valore deciso dallo Stato sovrano. La disputa insomma tra la moneta intesa come regolatrice degli scambi internazionali e la moneta come processo di contratto sociale all’interno di un sistema-Stato.

Keynes era ben consapevole che un sistema complessivamente per reggere avrebbe dovuto tener conto di entrambi gli aspetti. Propose dunque un sistema a due livelli, fondamentalmente; il livello nazionale, dove i singoli stati avrebbero avuto un certo margine di flessibilità nel poter gestire la politica monetaria e accoppiarla alla loro politica fiscale; è un secondo livello, per regolare gli scambi internazionali, ovvero una moneta di riserva internazionale, il Bancor. I rapporti tra i due livelli sarebbero stati gestiti all’interno di una Camera di compensazione, un organismo internazionale in grado di ridurre gli sbilanciamenti commerciali tra i diversi Stati, con una doppia funzione; stimolare i paesi debitori a migliorare i propri parametri economici, ma anche redistribuire risorse dai paesi creditori ai debitori, in modo da evitare eccessi di competizione tra Stati, i quali eccessi si erano mostrati causa di conflitti nei decenni precedenti. Dagli accordi di Bretton Woods, come abbiamo detto, uscì vincitore però il dollaro e non il Bancor.

Nel 1971, la già posizione privilegiata del dollaro uscì ulteriormente rafforzata dal Nixon shock, che come abbiamo visto sospese la convertibilità in oro, mettendo la FED ancor più al centro del sistema monetario internazionale. Fu l’inizio di un sistema a cambi fluttuanti con una serie di evoluzioni del sistema monetario che aveva rotto le rigidità del sistema aureo, ma che metteva una singola valuta con una posizione fortemente egemonica al centro del sistema. Le conseguenze furono un sistema altamente finanziarizzato, in cui gli USA mantennero l’equilibrio di una bilancia commerciale spaventosamente in deficit per decenni con un “risucchio” finanziario operato tramite la centralità di Wall Street nel sistema finanziario internazionale.

La sospensione della convertibilità in oro di una valuta che fungeva da centro del sistema internazionale non fu una novità del 1971. Ad esempio, un precedente storico di grande rilievo fu la sospensione della convertibilità in oro della sterlina annunciato dalla Banca d’Inghilterra nel febbraio del 1797 e mantenuta sino al 1821. Questo fu il primo caso, di rilievo globale, in cui venne testato un sistema incentrato su moneta fiduciaria, con una gestione della politica monetaria da parte delle banche centrali in senso moderno.

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Una pillola su reddito di cittadinanza e crisi di sistema

Giorgio Laguzzi, la Nostra Community

Sul reddito di cittadinanza si sta consumando l’ennesima farsa.

Forme di sostegno a persone che versano in situazione di povertà assoluta, o anche relativa, esistono in molti paesi moderni (per non dire tutti). Oltre che essere un fattore etico, tali sussidi sono uno dei metodi con cui il sistema nel suo complesso evita il collasso durante le crisi economiche, poiché permette meccanismi compensativi, ossia stabilizzatori, automatici di redistribuzione del reddito e di sostegno alla domanda interna.

Il fatto che un meccanismo debba essere migliorato e perfezionato di volta in volta poiché spesso nelle fasi inziali porta a forme varie di elusione non dovrebbe impedire di osservare l’importante ruolo che queste forme di sostegno rendono. Se dovessi dirla tutta, nella messa a terra del reddito di cittadinanza ormai 5 anni fa, forse andava seguita maggiormente la traccia già impostata dal reddito di inclusione, ampliandone ovviamente la base e le risorse messe in campo. Ma questi sono dettagli.

La cosa che invece è assurdo fare è credere che forme tipo RdC siano un danno per un sistema economico, con la motivazione presunta che queste sottraggano produttività e forza lavoro. Al di là di casi, che ovviamente ci saranno sempre in qualsiasi contesto, di persone che eludono e approfittano in maniera furbesca, non possiamo non vedere che le cause principali della crisi economica in cui versano i nostri sistemi occidentali siano ben altre.

Noi abbiamo da ormai 15 anni, in maniera continuativa e ininterrotta, una estrazione di valore economico “dal basso verso l’alto” come mai era avvenuto nella storia recente, con eccezione fatta forse all’inizio del 900, periodo che infatti, non a caso, precedette una fase molto turbolenta.

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L’ascesa dell’economia dell’idrogeno verde

(di Giorgio Laguzzi)

Gli scenari geopolitici e la conseguente crisi energetica potrebbero avere la funzione di accelerare un processo già in atto da tempo; già nel passato per la verità, molti annunci sono stati fatti per una svolta verso una economia basata sull’idrogeno verde, senza che vi fosse un vero e proprio decollo.

Oggigiorno, tuttavia, vi sono diversi segnali che sembrano davvero indicare la presenza di un vero e proprio punto di svolta (tipping point). Complice l’abbassamento del costo delle rinnovabili, l’aumento di altre fonti energetiche, e soprattutto la sempre maggior consapevolezza geopolitica di una necessaria indipendenza energetica degli stati membri europei.

Non a caso la strategia EU sul piano energetico punta decisamente ad un incremento dell’idrogeno come vettore energetico con l’obiettivo di raggiungimento di traguardi importanti in termini infrastrutturali già nel 2030, e il passaggio di utilizzo di idrogeno nel consumo di energia dal 2% attuale, al 13-14% entro il 2050.

Proprio pochi giorni fa si è conclusa la settimana della European Clean Hydrogen Alliance che ha rilanciato e rafforzato il piano strategico per l’idrogeno; la sfida è di trasformare quella che oggi è già la leadership tecnologica Europea a livello globale, in una leadership anche commerciale come principale produttore e fornitore di idrogeno al mondo.

Stando alle stime industriali, una produzione annua di 10mln tonnellate di idrogeno richiederà una capacità installata di elettrolizzatori pari a 90-100 GW. La capacità attuale di produzione di elettrolizzatori in Europa è stimata intorno ai 1,75GW all’anno, e dunque vi è la forte necessità di un cospicuo aumento per centrare i rinnovati obiettivi. I maggiori produttori europei di elettrolizzatori sono pronti ad espandere i loro piani industriali, supportati e stimolati anche dalle nuove policy nel piano RePowerEU, al fine di raggiungere il target di 17,5GW annui nel 2025 e con ulteriore espansione prevista per il 2030.

L’idrogeno verde rappresenta dunque molto più di una semplice opportunità oggi per le strategie di crescita; rappresenta una vera e propria possibile strategia di politica industriale, sulla quale anche i fondi Europei, Next Generation EU e PNRR, stanno puntando. Vista la sua grande capacità di conservazione per lunghi periodi, e la sua vasta applicazione, anche nel settore chimico, l’idrogeno può davvero rappresentare un nuovo modello di sviluppo.

Essere consapevoli di ciò può essere fondamentale per cogliere possibili direttrici di sviluppo anche a livello locale.

Giorgio Laguzzi , Assessore allo Sviluppo Sostenibile, Città di Alessandria

[Per chi volesse approfondire alcuni aspetti, nel seguito riportiamo una relazione, curata con Franco Gavio, frutto di una sintesi di un articolo uscito su The Economist già lo scorso anno, e che oggi riprende ancora maggior vigore vista la situazione che ho descritto in questa breve riflessione.]

L’odierno business dell’idrogeno è, in termini globali, abbastanza limitato, molto inquinante ma essenziale. Ogni anno vengono prodotte circa 90 milioni di tonnellate di materiale, con un fatturato di oltre $ 150 miliardi, che si avvicina a quello della ExxonMobil. Ciò avviene quasi interamente bruciando combustibili fossili con aria e vapore, un processo che utilizza il 6% del gas naturale mondiale e il 2% del suo carbone ed emette oltre 800 milioni di tonnellate di CO2, portando le emissioni del settore allo stesso livello come quelle della Germania.

L’idrogeno pulito è tutto sommato possibile. L’attuale metodo per ottenerlo dai combustibili fossili potrebbe essere combinato con una tecnologia che separa l’anidride carbonica emessa e immagazzinandola sottoterra, un’opzione nota come cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). In alternativa, i combustibili fossili potrebbero essere eliminati del tutto dal processo. L’elettricità generata da fonti rinnovabili o da qualche altra fonte pulita potrebbe essere utilizzata per far scindere le molecole d’acqua, liberando così il loro costituente: l’idrogeno e l’ossigeno. Un processo chiamato elettrolisi.

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La Teoria del Muro

(di Giorgio Laguzzi)

Vi è una forza attrattiva, probabilmente psicologica o antropologica, che abita nelle menti e nei cuori delle forze progressiste italiane che potrebbe essere studiata come teoria del muro: i componenti e leader delle forze in gioco viaggiano su una macchina che tutto sommato sta andando abbastanza bene, ma ad un certo punto vedono un muro ergersi un po’ distante e non sulla traiettoria del loro percorso. Allora qualcosa di strano capita nella testa dei leader sul veicolo; invece che continuare ad intraprendere la strada percorsa sinora, decidono di svoltare e puntare dritti contro il muro, non si sa se per il gusto di distruggere la macchina oppure se per testare la resistenza del muro e provare a sfondarlo. Fatto sta che questa forza attrattiva è letale, e sembra non esserci alcuna speranza per tutti coloro i quali vedano da fuori il cambio di traiettoria del veicolo e tentino di sbracciarsi nella speranza di far cambiare idea ai conducenti.

Iniziano a quel punto le urla sull’auto a colpi di agenda Draghi, agenda sociale, agenda ecologista, agenda progressista. Purtroppo sono tutti fuori dall’auto quelli che invece di agende varie hanno studiato la teoria del muro e si interrogano sulla logica retrostante le varie argomentazioni.

Perché, appunto, è proprio la logica in campo da parte delle diverse forze progressiste che vacilla assai, e pare essere qualcosa che travalica anche i filoni più noti studiati sino ad oggi, siano quella classica, intuizionista, polivalente o fuzzy.

Da un lato infatti, se vi è davvero un pericolo della destra-destra-e-ancora-più-destra, allora non si capisce cosa impedisca alla coalizione di centrosinistra che il PD sta costruendo di avere anche come compagno tanto i liberal-democratici quanto il M5S, in particolare se si tengono dentro i rosso-verdi; M5S con il quale abbiamo governato buona parte di questa legislatura, abbiamo affrontato uno dei periodi più complessi della storia repubblicana e con il quale ci siamo presentati anche recentemente in diverse tornate amministrative con ottimi risultati. Dall’altro lato, invece, da parte di Conte e del M5S si potrebbe chiarire perché sottovalutare e mostrare non poca superficialità nel gestire il passaggio di qualche settimana fa sul governo Draghi. E infine Calenda che tanto critica il M5S dovrebbe spiegarci come mai proprio con il M5S governa in Europa nella “coalizione Ursula” e in alcune realtà territoriali con loro ci collabora attraverso il PD e come mai non siano andati bene questi mesi di Governo dei migliori, di cui loro erano azionisti di maggioranza in Parlamento. Grande è la confusione nel veicolo diretto verso il muro.

E dire che di esempi positivi ve ne sarebbero. Basterebbe ripercorrere i vari successi elettorali delle ultime tornate delle amministrative per capire che dove la coalizione progressista si è presentata compatta e credibile ha ottenuto risultati insperati sino a qualche mese prima.

Per noi “mandrogni” sarebbe sufficiente prendere ad esempio il nostro caso della città di Alessandria, dove grazie ad un grande lavoro di squadra di tutti gli alleati, dei segretari/leader di partito, movimento e liste varie è stato compiuto ciò che sino a qualche mese fa nessuno sperava; una coalizione progressista credibile e un ottimo candidato sindaco che hanno saputo essere vincenti già al primo turno, e hanno saputo divenire quel campo credibile in grado di attirare l’attenzione e il consenso anche del candidato di Azione e soprattutto del suo elettorato che aveva corso da solo al primo turno (ottenendo peraltro un ottimo risultato).

Ma se invece abbiamo deciso di schiantarci, allora a questo punto non si vede perché andrebbe fatto frenando gli ultimi 5 metri. Meglio a questo punto schiacciare il piede sull’acceleratore sino alla fine, magari nella remota speranza che l’impatto dell’auto quantomeno sfondi il muro. Così distruggeremo sicuramente la macchina, ma quantomeno avremo fatto un lavoro di sacrificio per portare chiarezza e linearità nello scenario politico italiano, soprattutto in quel campo che denominiamo genericamente come progressista. Ognuno corra per sé: Calenda e Bonino costruiscano con Renzi il campo liberal-democratico; Conte corra con il M5S ritirando fuori un po’ di combattività rimasta sopita durante il governo Draghi; il PD faccia il PD, partito a cavallo tra socialdemocrazia, liberalsocialismo e cattolicesimo sociale. Ognuno corra per sé, abbandonando ogni calcolo elettorale sui collegi uninominali e si misurino le forze di questi tre blocchi separatamente. Probabilmente (eufemismo) si farà opposizione, ma almeno la si farà chiarendo i rapporti di forza e le identità di questi tre blocchi.

Parere personale, dopo lo schianto, dal 26 Settembre in poi questi tre blocchi dovranno imparare a fare quello che avevano già fatto in questi anni, come si ricordava sopra, sia a livello nazionale sia a livello locale, cioè confrontarsi tra loro e trovare un frame comune su cui costruire prima un’opposizione credibile e in futuro di nuovo una forma di Governo; è quanto sta fondamentalmente avvenendo anche in molti altri paesi europei: in Germania, la SPD governa in alleanza con Gruenen e Liberal-democratici; in Spagna Pedro Sanchez governa in l’alleanza con Podemos; infine in Francia, dove il recente successo alle presidenziali di Macron e il successo alle successive legislative di Melenchon potrebbero probabilmente portare i due al confronto e al dialogo.

Ovviamente io sono tra quelli che avrebbero desiderato vedere già in questa tornata elettorale il tentativo di percorrere questa strada, la quale sarebbe stata la normale evoluzione di quanto fatto in questi anni e di quanto avvenuto in diverse tornate amministrative, come si ricordava poco sopra. Invece decideremo, molto probabilmente, di testare il muro per vedere quanto sia resistente e quanto i passeggeri/conducenti sull’auto democratica-progressista siano capaci a reggere l’urto. Tutto bene, in politica è concesso (quasi) tutto. L’importante è che ci siano persone che, restando fuori dall’auto, stiano inseguendo a piedi i compagni sul veicolo diretto contro il muro e una volta avvenuto lo schianto siano lì a curare le ferite e a far riprendere tutti quanti dalla sbornia. Sempre sperando che nell’attesa non arrivi davvero un terremoto di destra-destra-destra che seppellisca tutti; ma in questo confidiamo che il nostro sistema paese e l’Europa abbiano ormai anticorpi solidi.

A meno che non ci sia ancora il tempo per rinsavire tutti quanti, e provare a costruire in breve a livello nazionale quello che hanno fatto diverse realtà locali, nelle quali il campo progressista ha vinto e ora governa, anche in luoghi dove la spinta di centro-destra è maggioritaria.

Vecchio Ospedale, nuovo Don Soria: occasione unica per Alessandria

(di Luca Zanon e Giorgio Abonante)

Sulla questione ospedale, si deve discutere sulla scelta dell’area della nuova sede, ma la certezza è che la vecchia struttura non può più reggere, anche in un’ottica di recupero. L’orientamento, oggi, è costruire ospedali basati su un’idea di benessere totale del paziente, e questo benessere passa inevitabilmente attraverso il verde. I nuovi ospedali in progetto o in cantiere in Italia e in Europa sono sostenibili a livello ambientali e presentano porzioni di verde che interagiscono, penetrano, si innestano nel costruito (https://www.niiprogetti.it/il-nuovo-policlinico-di-milano/). Questo vuol dire che non si può recuperare la vecchia struttura dell’ospedale, bisogna pensare per forza ad un nuovo edificio. Quindi si aprirà la questione di cosa fare del vecchio ospedale.

Se la parte storica, quella progettata dagli architetti Caselli e Valizzone dalla fine del ‘700 (via Venezia) tutelata dalla Sovrintendenza, deve essere giustamente mantenuta, il grande edificio fuori scala, costruito nella seconda metà del ‘900, dovrà essere abbattuto. Lì si gioca un elemento di ricucitura urbanistica importante, perché siamo ancora all’interno degli spalti, e quindi all’interno del tessuto storico. Si dovranno pensare a costruzioni con una bassa volumetria e intervallate da verde, pubblico e privato. Destinazione d’uso? Sicuramente residenziale, con una buona fetta di edilizia agevolata, ma senza creare divisioni nette, immaginando una commistione di edilizia agevolata ed edilizia privata costituita da residenze di buona qualità architettonica ed ecocompatibili, oltre a servizi pubblici, aree per il tempo libero e parcheggi.

E’ vero che oggi non c’è tutta questa richiesta di case ad Alessandria, ma è anche vero che se le case vengono edificate con una qualità costruttiva medio-alta, queste hanno ancora mercato. Poi c’è il discorso sul vecchio carcere. Anche qui il tema è complesso, come nell’ambito dell’ospedale. Recuperare quella vecchia struttura per perpetuare la destinazione carceraria ci lascia qualche dubbio. Anche per quanto riguarda le carceri oggi si tende a progettare strutture che diano dignità al personale e ai detenuti, e un edificio storico come quello del vecchio carcere non sembra possa soddisfare questo orientamento.

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Giancluca Veronesi: via Larga, vicolo Stretto

Tra le facoltà a disposizione dei sindaci c’è anche quella di intestare le vie a qualcuno di importante, famoso, esemplare; di intitolare edifici scolastici, biblioteche, parchi e giardini, nonché impianti sportivi. Un diritto di solito ammorbidito dalla presenza di una commissione consultiva e di un regolamento attuativo.
Apparentemente un lavoro di routine che diventa, invece, sempre più delicato e scomodo.
Come al solito, ha cominciato la politica. Che ritiene un segno di potere impossessarsi della toponomastica, ovvero di celebrare ciascuno i propri eroi.
Nelle grandi metropoli che crescono a ritmo vertiginoso non è un problema accontentare tutti, anche se il celebrato rischia di essere ricordato in una via abbandonata di una estrema periferia.
Ma nelle città di provincia, caratterizzate dal decremento demografico e da uno sviluppo urbanistico più qualitativo che quantitativo (ristrutturazione e valorizzazione del centro storico) diventa arduo individuare nuovi quartieri con nuove vie e piazze.
Con il risultato che in occasione di tragedie nazionali, eventi straordinari, scomparsa di amministratori pubblici e politici nazionali e locali -laddove si fa sentire forte la richiesta di un omaggio adeguato (dal partito di appartenenza o semplicemente dalla famiglia stessa)- gli uffici comunali devono inventarsi un frazionamento di quanto già esiste per recuperare slarghi, fazzoletti di terreno, angoli di piazze, sottopassi.
Una volta si risolveva con un monumento ma oggi i gusti sono difficili: se è concepito all’antica, le critiche riguardano la sua “retorica” e magniloquenza, oppure la scarsa somiglianza. Se si opta per l’arte contemporanea, l’avanguardismo è eccessivo, “non si capisce niente”, non è rispettoso dei valori.
Carlo Azeglio Ciampi (attenzione a come si scrive) si deve accontentare di un “largo”, i martiri di Nassirya sono ospitati in una spianata in parte occupata da un parcheggio.
Un sottosegretario influente ha dovuto dimettersi per avere proposto l’intestazione di un parco pubblico al fratello di Mussolini, previa cancellazione della precedente dedicazione ai giudici Falcone e Borsellino.
Gli esponenti del centro-destra sono i più attivi su questo fronte: man mano che cresce il loro consenso, sentono maggiore desiderio di una legittimazione “marmorea”.
Anche perché in passato hanno faticato a rivendicare i loro ascendenti, antenati, predecessori. In fondo quei nomi di condottieri, santi, industriali celebrano “uomini d’ordine”, patrioti e nazionalisti (una volta assurti al potere).
La sinistra è stata svelta ad  annettersi ogni tradizione: la civiltà romana, gli artisti del rinascimento, tutto il risorgimento (sottraendo alla fragile eredità liberale il suo meritato ruolo).
Senza mai fare autocritica; in ogni città manteniamo un corso Unione Sovietica che non esiste più in natura.
In conclusione io sono scettico sul fatto che quelle onorificenze appese ai muri stimolino la curiosità degli abitanti a documentarsi su quel partigiano, quel presidente della repubblica, quel papa citati.
Sarei più pragmatico, adotterei il modello newyorkese: ogni via è caratterizzata da un numero che ti permette di individuare immediatamente la sua collocazione (e anche la ricchezza, il tenore di vita, il livello degli studi di chi ci abita).
Così recitavo fino a qualche tempo fa. Poi è successo che i dirigenti dell’ospedale dove mio padre ha trascorso l’intera sua esistenza mi hanno invitato alla cerimonia di scoprimento di una targa, molto sobria, in suo onore nella bolgia infernale del pronto soccorso, il cuore pulsante della medicina.
Mi sono commosso pensando alla sua contentezza e ho capito il fascino della celebrazione pubblica.


Gianluca Veronesi

Difesa del lavoro ed elogio del sindacato

(di Giorgio Laguzzi)

Gente, questo grande Paese, gli Stati Uniti d’America, non lo ha costruito Wall Street, ma lo hanno costruito i nostri lavoratori. E la classe dei lavoratori è stata resa solida dai sindacati.”

Quando sento dei grandi imprenditori dirmi che non trovano persone che decidano di fare lavori che loro offrono, io rispondo loro: Pagateli di più!”

Forse molti riformisti italiani resterebbero basiti nello scoprire che queste parole sono state pronunciate giusto la scorsa settimana da Joe Biden, “sleepy Joe”, che molti si erano illusi potesse rappresentare il ritorno del “moderatismo” e del “centrismo” in seno al centrosinistra.

Sembrano passate diverse ere politiche da quando anche nell’alveo dei riformisti e del centrosinistra dominava una certa tendenza ad inseguire un certo populismo, ritenendo il sindacato un rottame del passato, atto a usare ancora il telefono a gettoni in un mondo dominato dagli smart-phone.

Oggi invece è proprio Joe Biden a restituire dignità e centralità politica al sindacato e alla classe lavoratrice con queste sue parole. Volendo rintracciare dei fondamenti nel campo economico alle parole del presidente Democrats, non è forse un caso il recente paper di Farber et al. pubblicato nientemeno che dalla rivista Quarterly Journal of Economics, considerata il top journal a livello globale, in quanto a prestigio (h-index e citazioni, prendendo come fonte il database Scopus).

In questo breve articolo ci proponiamo di riportare all’attenzione alcuni risultati presenti in questo prestigioso paper, nonché altri pubblicati in questi anni, per dare solidità ad un concetto che forse per troppo tempo i partiti socialdemocratici, riformisti e progressisti hanno dimenticato: l’importanza della classe lavoratrice nella costruzione dell’economia di uno stato, l’importanza di garantire diritti sociali e “buon lavoro”, e il ruolo fondamentale svolto dai sindacati nel promuovere una società con condizioni più giuste e più sane per la classe lavoratrice, oltre ad una capacità stessa di spinta riformatrice del mondo del lavoro.

Con questo ovviamente non si vuol sostenere che non vi possano essere cose migliorabili all’interno delle varie forme di sindacato, così come qualsiasi altro contesto appare sempre migliorabile e possa necessitare di un certo grado di spinta riformatrice interna. Ma al di là di ciò, il messaggio sopra riportato dovrebbe ritornare ad essere un punto fondamentale per chi ritiene di portare avanti uno spirito socialdemocratico e riformista.

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