Der Spiegel (DE) – Il fallimento della Cancelliera Merkel nella lotta contro la pandemia

Molto interessante ciò che ci descrive il Der Spiegel – uno tra i settimanali tedeschi più letti – sulla gestione della pandemia in Germania. Ebbene, fate il confronto con la nostra presunta “approssimazione sistemica” e traetene le conclusioni. Altresì curioso è il ritratto che la pubblicazione amburghese fa della Cancelliera Merkel, così venerata dai nostri centristi benpensanti.

Chancellor Merkel’s Failure in the Coronavirus Pandemic

An Essay by Markus Feldenkirchen

08.02.2021

Il compassato stile da leadership della Cancelliera Angela Merkel è stato elogiato per anni. Ma nella pandemia, si è rivelato problematico. La sua mancanza d’ambizione e di creatività ha avuto conseguenze disastrose per il paese.

Prima dell’arrivo della pandemia, il copione per la fase finale del mandato di Angela Merkel come cancelliere era stato essenzialmente scritto. Il suo contenuto sarebbe stato un misto d’ammirazione e di prematura nostalgia. Ogni confronto con un possibile successore avrebbe messo la Merkel in una luce ancora migliore.

Il culto della Merkel è poi diventato ancora più adorante nella prima fase della pandemia di coronavirus, con la Germania che è emersa con molti meno danni rispetto ad altri paesi in Europa. In parte è stata fortuna, ma in parte no. La Merkel aveva riconosciuto subito i pericoli presentati dal virus e aveva introdotto le misure corrette. In uno dei suoi rari discorsi alla nazione, riuscì a trasmettere la gravità della situazione con il giusto tono di preoccupazione e di solidarietà, motivando così milioni di tedeschi a rimanere a casa. Se si fosse dimessa l’estate scorsa – cosa che ovviamente non avrebbe mai potuto fare nel mezzo di una simile crisi – sarebbe stata quasi certamente santificata.

La scorsa primavera, in un momento in cui ancora sapevamo poco del virus, i confinamenti erano l’unico strumento efficace che i politici avevano a loro disposizione. Non c’era alcuna reale necessità di creatività o slancio per fare la cosa giusta. Tutto ciò che i politici dovevano fare era chiudere il paese. E la Merkel lo fece con la necessaria convinzione.

Chiudere il paese rimane la sua migliore trovata fino ad oggi. È più brava di chiunque altro in Germania, in particolare se la si paragona a molti dei governatori dei 16 stati tedeschi. A metà ottobre, quando la maggioranza dei governatori dei Lander non credeva che fosse necessario introdurre misure più severe, nonostante i numeri crescenti, la Merkel rispose in modo aspro: “Allora saremo di nuovo qui tra due settimane“. La risposta è già diventata leggendaria in Germania, e aveva ragione. Anche se altri decisori sono caduti vittima nell’arroganza di credere di poter ignorare le conclusioni tratte dagli esperti, la Merkel è rimasta ostinatamente fedele ai fatti.

Sfortunatamente, però, l’insistenza sulle chiusure tempestive ed estese con proroghe è rimasta la sua unica vera risposta alla crisi. Non è stato aggiunto nulla alla cassetta degli strumenti. Ciò che era buono per la prima ondata, tuttavia, si è dimostrato drasticamente insufficiente per la seconda o per la terza. I più impegnativi sforzi per contrastare la pandemia non si sono rivelati altrettanto buoni.

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Gianluca Veronesi – Matthew d’Arabia

Matteo Renzi è uscito indiscutibilmente vincitore nel match con Conte. Qualcuno potrebbe obiettare che controllando egli i voti determinanti a sorreggere il governo, la vittoria era facile. Bastava staccare la spina. Invece ci sono voluti un paio di mesi di finte e controfinte. Durante questo tempo il segretario di Italiaviva ha fatto di tutto e di più. Per motivi esclusivamente suoi, che non conosceremo mai, ha scientificamente umiliato il Presidente del Consiglio e ha stoppato e fatto rifare il piano di adesione al Ricovery Plan.

Quest’ultimo atto ha avuto il consenso di tanti, di diversa provenienza. Il fiorentino ha tenuto a lungo sulla graticola l’intero arco parlamentare per ragioni di visibilità e protagonismo. Qui però comincia l’inspiegabile comportamento dell’ex premier. Che Renzi cercasse rogne era evidente da tempo. Perché non affrontarlo in campo aperto? Perché lasciargli tutta la scena?

Conte pensava che Renzi fosse un giocatore di poker, esperto nel bluff. E il suo ego (che è notevole) lo sconsigliava dall’inseguirlo nei quotidiani rilanci e di snobbarlo per non sporcare il suo prestigio e gradimento. Invece di tacere indignato e offeso avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di condurre un check-up  sulla salute del Governo. Quel tavolo allargato su programma e composizione dell’esecutivo, che abbiamo visto solo al momento dell’incarico esplorativo del Presidente della Camera, poteva essere gestito molto tempo prima da Conte in persona per chiudere rapidamente la “verifica”.

Temo che l’ex Presidente pensi che il temporeggiare, non rispondere, rinviare risolva ogni conflitto, naturalmente a danno dei suoi avversari. Questo funziona con il PD che -sull’altare di una alleanza organica di centrosinistra che si confronti finalmente con quella già esistente e florida di centrodestra- è pronto ad ingoiare qualunque rospo e a sopportare qualunque sgarbo. Non certo con lo scalpitante e provocatorio Renzi. Il quale in piena crisi e nei giorni stessi delle consultazioni si è recato a Riyad per offrire una “consulenza” retribuita al Principe ereditario della Arabia Saudita.

Il principe è un personaggio in forte ascesa, con fama di modernizzatore e abile comunicatore. Come usa da quelle parti, egli non è un tipino scontato e banale. È accusato di aver ordinato il massacro di un giornalista dissidente, avvenuto nell’ambasciata araba a Istanbul, e dopo aver fatto arrestare per corruzione numerosi membri della Corte, tutti suoi zii o cugini. Molti hanno trovato discutibile il ruolo di Renzi che è ancora un componente attivo (direi attivissimo) della scena politica italiana.

A differenza di altri ex leader stranieri – ormai ritiratisi dalla vita politica – che tengono conferenze in giro per il mondo. Insomma paventano una lobby a favore di un paese non certo democratico, che potrebbe mettere il capo di Italiaviva nelle condizioni di non essere indipendente nelle sue decisioni di senatore, per di più membro della commissione Esteri. In parole povere un possibile conflitto di interessi.

Io invece non mi preoccuperei troppo se il contenuto della consulenza è del tenore di quanto abbiamo  visto. La televisione saudita ha messo in onda un faccia faccia tra Renzi e il principe in occasione della visita. Il politico italiano ha sottolineato di essere molto invidioso del costo del lavoro vigente nel paese arabo.

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The Guardian (UK), Robert Reich – Prima di ritornare alla “normalità”, sappiate che quella “normalità” ci diede Trump

Trumpism

Essere guariti dalla “aberrazione” trumpiana non vuol dire che non ci potremo ancora ri-infettare, afferma Robert Reich: il tutto dipende dalle politiche che adotteremo in futuro. Qualora tornassimo a ciò che in passato definimmo come “normalità”, allora il pericolo di ritrovarci con un qualche Trump all’ennesima potenza è quasi certo. Joe Stiglitz, meno enfatico ma più puntuale afferma[1]Tornare alla cosiddetta “normalità” non significa tornare al neoliberismo…per quanto riguarda il commercio internazionale e molti altri aspetti (finanza), quella che fu l’impalcatura delle politiche economiche del 21° secolo, nonché la sua finalità, necessita di essere rivista e riformulata. Non è chiaro quanto a lungo Joe Biden percorrerà questa strada”. Ciò è perfettamente coerente con il suggerimento di Mariana Mazzucatonon si deve ricadere nella precedente situazione come se nulla fosse accaduto (business as usual)”.

Se qualcuno pensa che questo sia solo un problema “americano”, ebbene sbaglia di grosso. Reich non ha fatto altro che riproporre, forse inconsapevolmente, una annotazione critica[2] di Antonio Gramsci – estratta da Passato e Presente – nei confronti dei fautori del “meno peggio”, secondo cui ‘Il concetto di “male minore” o di “meno peggio” è uno dei più relativi. Un male è sempre minore di uno susseguente maggiore e un pericolo è sempre minore di uno altro susseguente possibile maggiore”. Come dire che il “meno peggio” può essere la causa del peggio.

Beware going ‘back to normal’ thoughts – normal gave us Trump

Fatigued by the coronavirus and Trump, the idea of going back to normal is seductive – we must guard against it

Robert Reich

Sun 29 Nov 2020 06.00 GMT

La vita tornerà alla normalità”, ha promesso Joe Biden giovedì in un discorso del Ringraziamento alla nazione. Stava parlando della vita dopo il Covid-19, ma si potrebbe perdonarlo se pensasse che stesse facendo anche una promessa sulla vita del dopo Trump. È quasi impossibile separare le due cose. Nella misura in cui gli elettori hanno consegnato un mandato a Biden, è stato quello di porre fine a entrambi i flagelli e rendere di nuovo normale l’America.

Nonostante la triste ripresa del Covid, il dottor Anthony Fauci – il funzionario della sanità pubblica che Trump ha ignorato e poi messo la museruola, con il quale lo staff di Biden sta ora conferendo – è sembrato prudentemente ottimista la scorsa settimana. I vaccini consentiranno “un graduale accumulo di maggior normalità con il passare delle settimane e dei mesi mentre ci avviciniamo al 2021“.

Normale. Si poteva quasi sentire il gigantesco sospiro di sollievo dell’America, simile a quello udito quando Trump ha implicitamente ammesso la legittimità del risultato elettorale consentendo l’inizio della transizione. È confortante pensare che entrambe le situazioni, quella del Covid e di Trump, siano state intese come intrusioni nella normalità: una sorta di aberrante devianza rispetto alla prevalente routine del passato.

Quando Biden si candidò per la corsa presidenziale lo scorso anno, disse che la storia nel voltarsi indietro avrebbe [giudicato] Trump come a un “momento aberrante nel tempo“. La fine di entrambe le anomalie evoca un’ex America che, al contrario, potrebbe apparire tranquilla e sicura, persino noiosa. Trump ha definito Biden “l’essere umano più noioso che abbia mai visto“, e agli americani sembra che stia bene così.

Le prime scelte di Biden per il suo gabinetto e il personale senior si adattano allo stesso stampo – “scelte noiose“, ha twittato Graeme Wood dell’Atlantico (riferendosi al team di politica estera di Biden), “personaggi, che se li scuotessi e li nominassi nel cuore della notte in qualsiasi momento dell’ultimo decennio, si presenterebbero ai loro nuovi incarichi e inizierebbero a lavorare con competenza entro l’alba ”. Hallelujah.

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The Guardian (UK), Owen Jones – Il vaccino del covid sarà un beneficio per l’umanità: facciamo in modo che il brevetto appartenga a chiunque

Owen Jones

L’antimodernismo, l’avversione alla cultura, al positivismo dogmatico sono epifenomeni sociali che da tempo ben conosciamo, la cui traccia va cercata all’indomani del primo grande conflitto bellico mondiale. Nel corso di crisi economiche-sociali queste tendenze eversive – che nell’ideologia fascista si manifestarono con il rifiuto al dottrinarismo socialista e all’intellettualismo moralista borghese, entrambe  considerate astratte e prive di un presunto “realismo pragmatico” – incoraggiano spesse volte la divulgazione di tesi complottistiche. Il cui nesso è da ricercarsi in alcune non ben identificate “culture” straniere, aventi come obiettivo quello di avvelenare i pozzi della propria coscienza domestica, rendendoci tutti schiavi di un supposto leviatano internazionale.

Sì, è vero sono delle stupidaggini; delle pure e semplici semplificazioni. Infatti, per alcune fazioni, consapevoli o meno della loro idiozia, certe logiche di potere eticamente censurabili ed economicamente dannose – il tipico caso delle relazioni di mutuo vantaggio che cementano i top manager di grandi aziende con i detentori dei corrispondenti pacchetti azionari – non sono ritenute oggetto come parte di una seria critica sistemica, bensì null’altro che meccaniche traduzioni in qualche forma di congiura ordita dall’alto con lo scopo di lucrare sulle sofferenze e le libertà civili di noi comuni mortali.

Tuttavia, pur non giustificando i “cospiratori”, è assai noto che la Big Pharma evidenzia gli aspetti più scandalosi per quanto concerne l’incestuoso rapporto tra potere industriale e potere deliberativo politico (tra cui le famose porte girevoli) che, nonostante le molteplici, autorevoli e argomentate rimostranze, non è mai stato minimamente scalfito. Basti pensare con quale spudoratezza i CEO di Pzifer e Moderna abbiano incassato, sebbene nel pieno rispetto della norma, le plusvalenze delle loro “stock options” successivamente a un annuncio relativo alla formulazione di un vaccino covid 19, ma ancora privo della certificazione degli organi ufficiali competenti (FDA). Chi ci fornirà la garanzia che sarà in grado di proteggerci? L’annuncio?

Owen Jones, editorialista del The Guardian, a cui gli va riconosciuta la dote di cogliere anche quello che sfugge ai più, deposita la sua sentenza: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti.

The Covid vaccine will benefit humanity – we should all own the patent

Owen Jones

The pharmaceutical industry has long made exorbitant profits by free-riding on research carried out by the public sector

Evviva Pfizer! Poiché la notizia di un vaccino che potenzialmente offre una protezione del 90% contro Covid-19 offre una zattera di salvataggio per una umanità stanca di lockdown, forse quei manifesti disegnati a casa sulle finestre delle persone che ringraziano il NHS [SSN] presto applaudiranno invece le grandi aziende farmaceutiche.

La speranza di un vaccino di successo per liberarci da una prolungata miseria economica dovrebbe essere abbracciata, ma non dovremmo per questo celebrare l’industria farmaceutica. Se proprio volete questo non è altro che un caso di studio particolarmente eclatante di “socialismo per i ricchi”, o di imprese private che dipendono dalla ricerca e dall’innovazione del settore pubblico per realizzare profitti colossali, basta fermarsi alla grande industria farmaceutica.

La Pfizer e il suo partner biotech tedesco, BioNTech, guadagneranno l’incredibile cifra di 9,8 miliardi di sterline l’anno prossimo da un vaccino contro il coronavirus. Gli inviti secondo cui le aziende farmaceutiche non dovrebbero trarre profitto dalla crisi più grave del mondo dalla seconda guerra mondiale sono stati liquidati a luglio come “radicali” dal CEO della Pfizer; e, forse, molti trascureranno tali profitti in mezzo all’ondata di gratitudine. Ma l’affermazione della Pfizer di “non aver mai preso soldi dal governo degli Stati Uniti, o da nessuno” non regge alla verifica dei fatti: la grande industria farmaceutica dipende dalla munificenza del settore pubblico.

Lo stesso vaccino sperimentale Pfizer/BioNTech utilizza una tecnologia di proteine ​​spike sviluppata dal governo degli Stati Uniti: senza lo Stato, questo vaccino probabilmente non sarebbe stato sviluppato così rapidamente. Mentre quasi 10.000 vite umane vengono perse in tutto il mondo ogni giorno a causa della pandemia, il CEO di Pfizer incassa questa notizia sul vaccino vendendo $ 5,6 milioni in azioni. Una decisione che crea più che un semplice imbarazzo. (Un portavoce ha detto ad Axios che “la vendita faceva parte di un piano predeterminato creato ad agosto“.)

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NYT (Usa) – La Cina rafforza il blocco di Wuhan in quella che definisce una battaglia nel corso del periodo bellico nei confronti del corona virus

 

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Dopo aver letto questo report pubblicato dal quotidiano Americano New York Times, siamo sempre più convinti che il governo italiano abbia adottato misure provvide ed efficaci

China Tightens Wuhan Lockdown in ‘Wartime’ Battle With Coronavirus

Feb. 6, 2020

With infections doubling every four days and more than 600 deaths, China intensified its response in Wuhan, with house-to-house temperature checks and mass confinements at quarantine centers.

WUHAN, Cina – Giovedì le autorità cinesi hanno fatto ricorso a misure sempre più estreme per tentare di arrestare la diffusione del coronavirus mortale, ordinando ispezioni casa per casa, radunando i malati e convogliandoli in enormi centri di quarantena.

I passi urgenti, apparentemente improvvisati, arrivano nel mezzo di una peggioramento della crisi umanitaria a Wuhan, esacerbata dalle tattiche che hanno lasciato questa città di 11 milioni con un tasso di mortalità del 4,1 % (lo scorso giovedì) a causa del coronavirus che è incredibilmente più alto di quello del resto del paese (0,17 %). Con i malati radunati nei campi di quarantena improvvisati, con cure mediche minime, un crescente senso di abbandono e paura ha preso piede a Wuhan, alimentando la consapevolezza che la città e la provincia circostante di Hubei vengano sacrificate per il bene più grande della Cina.

Le severe nuove mosse fatte a Wuhan, epicentro dell’epidemia, hanno chiaramente fatto scattare l’allarme nel Partito Comunista al potere. [Un governo] che non fu in grado di mettere sotto controllo l’epidemia di coronavirus, la quale ha travolto il sistema sanitario del paese e sta minacciando di paralizzare la Cina, il paese più popoloso del mondo e la seconda economia più grande.

Le fasi delle nuove misure furono annunciate dalla massima autorità che sta guidando la risposta del paese al virus, il vice premier la signora Sun Chunlan, che visitò Wuhan lo scorso giovedì. Queste evocano immagini delle misure di emergenza adottate per combattere la pandemia di influenza spagnola del 1918 che ha ucciso decine di milioni di persone in tutto il mondo. Disposizioni, le quali nonostante la loro severità, tuttavia, non offrirono garanzie di successo.

La città e il paese devono affrontare “condizioni di guerra“, ha detto la signora Sun. “Non ci devono essere disertori, o saranno inchiodati per sempre al pilastro della vergogna storica“.

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Andrea Biancato –“La Cina è vicina”…molto vicina

 

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Sulla questione Ilva si sono spese, e si stanno spendendo, molte parole. Sia legate al recente annuncio da parte di Arcelor-Mittal di volersi disimpegnare dalla gestione del polo manifatturiero tarantino, che relativamente al possibile interesse di un nuovo interlocutore cinese, interessato a subentrare al colosso indiano.

Notizia potenzialmente positiva per gli immediati risvolti legati al mantenimento dei livelli occupazionali che, tuttavia, potrebbe nascondere qualche insidia nella prospettiva a medio lungo termine soprattutto nel caso in cui l’eventuale accordo non tenga in considerazione, oltre che dei livelli occupazionali, dei risvolti in termini di localizzazione, spillovers e know-how.

Per spiegare meglio la dinamica in questione, risaliamo alla genesi attraverso la quale l’interesse Cinese nei confronti di aziende estere prende corpo.

Il piano “Made in China 2025”, nato nel maggio 2015, viene concepito con lo scopo di far diventare il Paese una “superpotenza industriale e manifatturiera” entro il 2050 con il desiderio implicito di sovvertire il primato economico delle principali potenze politiche e società internazionali.

I pilastri del programma consistono nel produrre una crescita mirata a promuovere le innovazioni tecnologiche incentivando parallelamente la sostenibilità ambientale, trasformando la Cina da semplice “gigante manifatturiero” a “potenza manifatturiera”, puntando ad una caratterizzazione non più limitata alla quantità delle merci prodotte, ma estendendola al contenuto qualitativo dei beni realizzati.

Ma cerchiamo di capire meglio in cosa consiste questo piano di crescita e quale sia il suo principio ispiratore.

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Robert Reich – La Guerra dai Droni e le Balle di Trump

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Robert Reich

Ogni volta che seguiamo in diretta i discorsi o le dichiarazioni di Trump – questa volta sulla BBC – rimaniamo sempre assai dubbiosi che egli dica la verità. Ciò che non finisce mai di sorprenderci riguarda come questi leader volutamente menzogneri (Salvini, Johnson) abbiano nel tempo, con spudoratezza, inquinato il nobile certame della politica trasformandolo in una sorta di permanente reality show. La stessa formula che quotidianamente inzeppa il nostro schermo nelle ore meridiane e serali.

Al di là della solita querelle sul “populismo”, tanto cara all’élite dei benpensanti, la domanda che ci dobbiamo fare e ben diversa. Non sarà forse che per colpa di quella stessa élite – la quale ha occupato quasi l’intero spazio della cultura politica occidentale degli ultimi 30 anni, con le sue tetragone sicurezze liberal in campo economico favorenti un individualismo “dis-intermediante”, – i nostri popoli del fine secolo scorso, mediamente coscienti e politicamente partecipativi, si siano “trasformati” in plebi amorfe e disincantate all’alba del terzo millennio?

Sì, è vero la digitalizzazione e i social, fecero la loro parte in questo post-moderno “protestantesimo” politico ove, a seconda delle posizioni, credenti e miscredenti sono invigoriti o bistrattati dalle predicazioni o dalle ammonizione twittate del “sacro” vertice.

Detto ciò, per porre fine a questo abuso demagogico di “false verità” una contromossa vincente consiste nel costruire strutturati apparati di controinformazione volti a contrastare la manipolazione, utilizzando con cura gli stessi strumenti attraverso cui si spargono menzogne.

Negli USA, Robert Reich con Inequality Media[1] e Michael Moore con Rumble[2] lo capirono ancor prima che Donald Trump scendesse in campo. Ora, le due più note piattaforme (ve ne sono alcune dozzine di calibro inferiore) raggruppano alcuni milioni di followers, ricevono decine di migliaia di contatti giornalieri e ribattono puntualmente a ogni palla avvelenata del presidente.

Lo si chiami con dispregio “populismo progressivo”, sta di fatto che funziona, e come funziona! Bernie Sanders e Elizabeth Warren non avrebbero mai potuto candidarsi per puntare al successo presidenziale, come ora lo ritengono possibile, senza il precedente apporto divulgativo di queste due importanti “voci” digitali di controinformazione.

Eccovi un esempio (Robert Reich): riguarda lo smascheramento di alcune “verità” pomposamente sottolineate da Donald Trump nel corso della Press Conference alla White House martedì scorso, dopo l’attacco ritorsivo iraniano.

“Trump mente così come la maggior parte delle persone respira, e oggi non ha fatto eccezioni. Il suo discorso di stamattina relativo agli attacchi missilistici dell’Iran contro le due basi dell’esercito americano in Iraq è stato pieno zeppo di dichiarazioni fuorvianti, retorica infiammatoria e assolute menzogne. [Il contenuto si colloca] tra i più alti scandalosi racconti di Trump.

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The Guardian (UK) – Gli oppioidi e l’economia del benessere

Oppiodi

Arthur Cecil Pigou ai molti dice poco. Però, ai quei “pochi” che dovettero sudare sette camicie per risolvere il compito sulle imposte pigouviane con l’obiettivo di superare l’esame di Economia politica, utilizzando strumenti di matematica analitica, dice molto…”maledettamente” molto.

Britannico – protagonista della cosiddetta Cambridge Trinity insieme ai coevi, non meno noti, John Maynard Keynes e il nostro, scandalosamente dimenticato, Pietro Sfraffafu il teorico dell’economia del benessere, anche se principalmente a tutt’oggi è ricordato come il primo economista che definì il concetto di esternalità. Detto in breve, le esternalità sono la conseguenza diretta derivante da un “negozio” economico, la cui ricaduta si disperde sulla società – quindi all’esterno – nel suo complesso. Le esternalità possono essere positive o negative a seconda se migliorano o meno il sistema entro il quale possono incidere. Il secondo caso è assai più frequente, oltre a essere oggetto di maggior rilevanza. Il classico esempio di scuola consta nella determinazione di un “valore di compensazione”, tradotto in prezzo e successivamente in tassa, a carico di un’industria chimica ritenuta inquinante localizzata in un dato territorio, il cui presunto danno modifica l’equilibrio ambientale della stessa area ove è insediata una comunità.

Sennonché, ci sono delle esternalità negative ben più subdole, il cui nocumento economico non può essere stimato con l’ausilio di derivate o limiti, poiché esse agiscono direttamente su di un bene incalcolabile: la vita degli individui, sebbene coloro che le generano ne siano consapevoli. Non c’è altra soluzione da parte di chi le subisce che adire giudizialmente.

Così è accaduto recentemente negli USA con la condanna della Johnson & Johnson, uno tra i più importanti colossi della Big Pharma statunitensi, al rimborso della cifra stratosferica di $ 572 ml. per non aver informato adeguatamente, e quindi ingannato i propri consumatori, sulla pericolosità relativa all’assunzione medicinali antidolorifici derivati da sostanze (oppioidi) che inducono i soggetti a essere catturati da una forte dipendenza alla pari di qualsiasi altra droga pesante. Secondo il The Economist si tratta di una vera calamità nazionale 47.600 morti (per overdose) nel 2017, 500.000 stimati nel prossimo decennio[1].

Sintetizzati originariamente per lenire i dolori di cui erano affetti i malati terminali, gli oppioidi, da 25 anni – fino alle recenti, ma tardive restrizioni – vennero immessi sciaguratamente sul mercato americano dei farmaci per colpa di una lunga catena di collusioni e corruttele, i cui anelli sono costituiti da operatori sanitari, distributori, Enti di sorveglianza (F&DA), politici di ogni ordine e grado, ma soprattutto dalla Big Pharma, con un unico scopo: fare denaro, aumentare il PIL, ricevere contributi per le campagne elettorali, nonché mantenere appetibile il price/earning azionario delle aziende produttrici.

Altro che “economia del benessere” o calcolo delle “esternalità”, pura primazia azionaria (shareholder economy), in cui sono stati coinvolti e trascinati nel gorgo della dipendenza per la stragrande maggioranza, non scafati “tossici”, bensì ignari comuni mortali.

The Guardian (UK) – When it comes to the opioids crisis, Democrats aren’t innocent

Ross Barkan

This crisis was almost nonexistent before Purdue Pharma dropped OxyContin on the market in 1995. Big pharma got away with it thanks to a bipartisan effort

Tra i politici di entrambi i partiti, c’è una brutta abitudine di trattare l’epidemia di oppioidi come qualcosa di simile a un disastro naturale. Paragonata come l’avvento del più mortale degli uragani sull’America, devastando le comunità ricche e povere allo stesso modo. È un atto di Dio, così si sottintende, e tutto ciò che possiamo fare è cercare di ricostruire dopo il suo passaggio.

Comparendo sulla scena nazionale la scorsa settimana per rispondere al discorso sullo stato dell’Unione di Donald Trump, il rappresentante del Massachusetts Joe Kennedy III ebbe la possibilità di dire qualcosa di diverso. Come molti politici, si è assicurato di controllare l’epidemia di oppioidi tra le altre calamità.

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Il rischio per l’Italia riguardo alla Via della Seta

Subacchi Paola

Una opinione, sebbene autorevole, pur sempre una opinione.

Italy’s Risky Silk Road

Mar 20, 2019 Paola Subacchi

VENEZIA – La cinese “Belt and Road Initiative” (BRI) “un treno che l’Italia non può permettersi di perdere“, come afferma il ministro delle finanze italiano Giovanni Tria? Il Primo ministro Giuseppe Conte pensa anche che l’Italia dovrebbe salire a bordo, dicendo che il piano multimiliardario di infrastrutture cinesi è “una opportunità per il nostro paese“.

Il governo italiano ha intenzione di firmare un memorandum d’intesa con la Cina sul BRI durante la visita del 22-24 gennaio dal presidente cinese Xi Jinping, facendolo diventare il primo membro dell’Unione Europea o del G7 [a siglare questa trattativa]. Ciò aprirà la strada agli investimenti cinesi nei settori delle infrastrutture, dell’energia, dell’aviazione e delle telecomunicazioni in Italia. Ma aderire alla BRI comporta gravi rischi per l’Italia e probabilmente danneggerà anche i suoi rapporti con la UE e gli Stati Uniti.

Un vero e più profondo impegno commerciale con la Cina non si discute per l’Italia, dove la crescita del PIL è stata bassa o stagnante dalla fine degli anni 90, e dovrebbe rallentare dall’1% nel 2018 allo 0,2% di quest’anno. La Cina, d’altra parte, vanta la seconda economia più grande del mondo dopo gli Stati Uniti. È il più grande esportatore, un investitore estero sempre più significativo e sta gradualmente riequilibrando il suo modello di crescita verso la domanda interna.

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NYTimes (USA) – Elizabeth Warren propone di dividere le grandi aziende tecnologiche come Facebook e Amazon

Senator Elizabeth Warren Holds Iowa Organizing Events For 2020 Presidential Race

Nel 1899 l’economista americano di origine norvegese Thorstein Veblen, pubblica un saggio che rimarrà come una pietra miliare nella divulgazione socio-economica di quel paese, oltre ad arricchire le fortune professionali dello stesso autore: The Theory of Leisure Class. (La teoria della classe agiata). Veblen, senza alcuna reticenza, nella sua opera mette a nudo il comportamento vessatorio e predatorio dell’élite di quel tempo; il suo cinismo e conservatorismo ipocrita serpeggiante negli esclusivi circoli dell’aristocrazia finanziaria e industriale americana, i famosi Robben Barons. L’autore descrive il loro sciupio e l’ostentata manifestazione di ricchezza mettendola a paragone con la parca quietudine e l’indole proba di una classe lavoratrice sottoposta alla loro avida rapacità. Il saggio godette di un ampio successo e fu antesignano di una svolta politica che avvenne nell’immediato futuro.

A partire dal 1901 nei sette anni e mezzo successivi della presidenza Theodore Roosevelt, il governo chiamò in causa, per la violazione dello Sherman Antitrust Act quarantaquattro grandi società monopolistiche, incluse alcune tra le più potenti e impopolari come quella degli inscatolatori di carne, l’American Tobacco Company, la Du Pont Corporation e la Standard Oil Company. Tali azioni legali fecero crescere in tutto il paese il prestigio di Roosevelt che si guadagnò il soprannome di trust-buster (distruttore di monopoli).

Se dovessimo distillare la quintessenza del pensiero liberale troveremmo, pur nelle rispettive peculiarità diacroniche e geografiche, tre valenze comuni che lo caratterizzano: la libertà di scambio, un governo contenuto ma regolatore, la lotta alla rendita monopolistica. Si può affermare con sicurezza che questi tre principi costituiscano ancora i pilastri della corrente fase delle politiche economiche autodefinitesi un po’ spregiudicatamente “liberali”? Solo in parte. La tendenza alla “concentrazione” e la folle “deregolamentazione” stanno minando  la statica dell’intero edificio. La politica è stata assente per anni, ora finalmente non più. D’ora in poi i nuovi Robben Barons (Facebook, Amazon, Google, Apple) dovranno fare i conti con un’America meno accomodante.

Auguriamocelo.

Elizabeth Warren Proposes Breaking Up Tech Giants Like Amazon and Facebook

By Astead W. Herndon

March 8, 2019

La senatrice Elizabeth Warren[1], la democratica del Massachusetts, che si sta proponendo come la punta di diamante delle elezioni presidenziali democratiche, ha sostenuto un’altra idea progressista venerdì sera di fronte a una folla di migliaia di persone nel Queens: un piano normativo[2] volto a rompere alcune delle più grandi aziende tecnologiche americane, tra cui Amazon, Google, Apple e Facebook.

Durante una manifestazione a Long Island City, il quartiere che doveva essere sede di un importante nuovo campus di Amazon, Ms Warren ha presentato la sua proposta chiedendo alle autorità preposte alle regole di disfare alcune fusioni societarie [già conclusasi] tra le società tecnologiche, oltre a una legislazione che vieti le piattaforme dalle quali [si evidenzia] in entrambi i casi l’offerta di un mercato per il commercio e la [loro] partecipazione [diretta] a quel mercato.

Abbiamo queste giganti aziende – devo dirlo alle persone a Long Island City? – le quali pensano che possano arrendersi a tutto “, ha sottolineato Mrs Warren alla folla, ricevendo applausi. Ha paragonato Amazon al romanzo distopico “The Hunger Games”, in cui coloro che detengono il potere impongono i loro desideri ai meno fortunati.

Sono stufa di miliardari che se ne approfittano“, ha aggiunto.

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