Un improvviso temporale estivo aveva impedito che al molo 6 del porto di Capetown le capaci gru di carico e scarico potessero agganciare le piattaforme sistemate nella stiva di una nave cargo mercantile, La Opalina, sulle quali erano impilate a scacchiera una cinquantina di sacchi in ruvida plastica ben gonfi che secondo la distinta di viaggio depositata in dogana contenevano fertilizzante agricolo.
“Ok, sta smettendo, avverti la squadra che si spicci, prima che torni a piovere”. Mark Orlington con questo imperioso comando si rivolse a Denis Mugalele il “suo” nero caposquadra che comandava un gruppo di scaricatori anch’essi di colore. Come formichine alla ricerca di una briciola una ventina d’uomini nascosti sotto lo spiovente di un grande cornicione sporgente per ripararsi dal nubifragio al cenno di Denis si diressero a passo svelto verso il bordo del molo riavviando le operazioni di scarico. Le onde sonore del trambustò ricominciarono a espandersi nell’aria: cigolavano le catene delle gru, scoppiettava il motore di un vecchio camion con il cassone pieno di sacchi pronto ad andarsene, sostituito da un secondo che stava avanzando lentamente. Le urla degli uomini disposti in linea coprivano il fruscio dei sacchi di plastica che passavano di braccia in braccia raccolti da bancali a terra per essere depositati all’interno del prossimo automezzo. Fatica, sudore e disperazione coronavano un quadro di povertà e di semi-schiavismo in cui un gruppo di lavoratori neri, vestiti cenciosamente, sottostavano agli ordini di Denis che non smetteva mai d’imprecare: “harry up loafers, download the stuff”.
Una voce stridula a cui seguì un fischiata penetrante fece cessare per un istante il lavoro di quei camalli a chiamata. Mark Orlington girò il capo verso quel richiamo, fissò la ragazza nera latore del fischio che si stava sbracciando da una delle finestre di un vecchio magazzino di mattoni rossi, e quasi stizzito per l’interruzione le urlò con il suo vocione tonante: “che c’è Sheila, non vedi che sto lavorando?”. La ragazzina rispose con un tono tipico di coloro che vogliono farsi perdonare l’intrusione “Mr. Orlington, una telefonata da Londra, vogliono lei !”
Il massiccio Orlington si tolse il cappello di cotone a larghe tese, si asciugò il sudore con uno straccio che teneva in torno al collo e come un rinoceronte che va ad abbeverarsi nelle acque stagnanti di una pozza del Transvaal si avviò verso l’ufficio. Camicia kaki mezze maniche intrisa di sudore, pantaloni al ginocchio, i polpacci coperti da due spessi calzettone color sabbia le cui estremità si inserivano in pari stivaletti militari, quella possente e atletica figura si mosse in modo soldatesco ad ampi passi sotto la canicola di un ordinario dicembre sudafricano. Diede un calcio alla porta entrò in un ambiente rustico e spartano che odorava di muffa, dove stazionavano due o tre donne di colore indaffarate intorno alle rispettive scrivanie di legno, e svicolando tra panni sporchi ammucchiati qua e là, cartacce e qualche scarafaggio, brandì la cornetta unta di un nero telefono a muro: “sono Orlington chi parla?”
“Mark sono Henry Bale”, Il bianco rinoceronte si appoggio contro l’intonaco screpolato, attese qualche secondo e rispose con il suo inglese del Wisconsin “sì, come tutto previsto, il cargo è arrivato ieri notte dal porto di Portsmouth, stiamo già scaricandolo”.
“Bene”, rispose una voce dall’altro capo del filo, “…si ricordi è importante che venga prima diviso e poi processato, un quinto deve essere insaccato in contenitori di 10 libbre più o meno 5 kg europei e ricaricato non più di due giorni successivi a oggi nella stiva della nave diretta al porto di Trieste, in Italia, come convenuto.”
Con il termine Volontariato si intende lo svolgimento volontario di un’attività non retribuita.
Nella maggior parte dei casi si tratta di attività socialmente utili, come l’aiuto a persone in condizioni di indigenza, o che necessitano di assistenza, oppure il fronteggiare emergenze occasionali o il prestare opera e mezzi nell’interesse collettivo.
Il volontariato può essere svolto in maniera individuale o collettivamente, in associazioni costituite per specifici scopi benefici.
Fare volontariato produce “ricchezza”, per gli altri e per sé.
Le parole sono importanti e anche le azioni di ciascun individuo lo sono, e diventano fondamentali quando vengono indirizzate con dedizione al prossimo.
Luciano Cartolano, lo sa bene; 63 anni, autista di mezzi pesanti in pensione, è il nuovo presidente Anteas, associazione nata 26 anni fa, conosciuta principalmente per il “Trasporto Amico”.
E’ un entusiasta Luciano.
Mi racconta e si racconta con grande semplicità e onestà.
Ha iniziato ad avvicinarsi al volontariato per caso: per due anni Luciano si è reso disponibile durante la pandemia, trasportando i farmaci a domicilio, sabato e domenica, per dare supporto all’Asl e alla Protezione Civile.
L’ANTEAS, l’associazione che presiede è un’associazione di Volontariato e di Promozione sociale articolata su tutto il territorio nazionale con 593 associazioni, nasce nell’aprile del 1996 sotto la spinta di esperienze locali promosse e sostenute dalla (Federazione Pensionati).
Tie-break. Sul 15-14 la palla diventa improvvisamente più pesante, tutta la massa pare ora concentrata in una piccola sfera giallo-blu. Non si odono più i suoni dei tamburi, le grida dagli spalti né le indicazioni provenienti da bordo campo. E’ la palla più difficile, la linea di confine tra tua vittoria e la loro sconfitta. E poco importa se per anni gli allenatori che si sono susseguiti nella tua carriera sportiva ti hanno sempre ammonito sul pensarla così in virtù del fatto che il primo punto abbia sempre la stessa importanza dell’ultimo: quella palla sarà sempre la più ostica da far cadere nel campo avversario.
Ci sono una serie di mantra nella pallavolo, quasi delle leggi universali che vengono tramandate dagli allenatori alle nuove generazioni di pallavolisti: non si sbaglia la battuta dopo il time-out avversario, se la palla finisce sotto la rete bisogna pagare pegno, non si serve mai sul libero. Non abbiamo avuto modo di provarlo empiricamente ma ci sentiamo tranquillamente di scommettere sul fatto che Marcello Ferrari, come ogni allenatore che si rispetti, abbia pronunciato almeno una volta ognuna di queste tre massime.
Luca Ferraris, docente Politecnico di Torino, Consigliere comunale, la nostra Community.
Per arrivare nella megalopoli occorrono dalle 10 alle 18 ore di volo, eventualmente qualche scalo di mezzo e la necessità di avere molta pazienza mentre si sorvolano i cieli di quasi mezzo continente asiatico. Ci si imbarca a Milano Malpensa, tra le nebbiose campagne del Varesotto, si atterra in una metropoli da 26 milioni di abitanti.
Ci racconta dell’esperienza cinese, sia come expat che come professore, Luca Ferrais. Arriva nella terra del Dragone per un progetto congiunto siglato dall’Università di Torino di cui è docente per la cattedra di Ingegneria Elettrotecnica. Con lui la sua famiglia, la compagna Emanuela e il figlio Tommaso. La destinazione finale è la Tongji University, una delle più antiche e prestigiose università cinesi. Ci si porta dietro l’essenziale – è necessario -perché non esistono valigie sufficientemente capienti per iniziare una nuova parentesi di vita dalla parte opposta del mondo. In un campus alle porte della città si scontra con il sistema universitario cinese, profondamente diverso dal nostro.
Studenti assonati da un ritmo di vita differente e edifici lontani dalla supertecnologia associata spesso al miracolo economico d’oriente. Il tempo scorre ma le persone restano. E così un incontro fortuito nei corridoi di Torino con uno studente cinese, in Italia sempre in virtù dell’accordo interuniversitario siglato, ci ricorda che quei 10.000 km sono forse una barriera non così invalicabile ai nostri giorni. E nemmeno la questione linguistica e quei nomi così impronunciabili che sono stati sostituiti per necessità di comprensione da soprannomi italiani – non sempre o forse quasi mai equivalenti. L’adattabilità diventa condizione indispensabile per non divenire “Lost in Transaltion”, come dei Bill Murry a zonzo sul Bund.
Di ritorno a casa inizia il progetto “Risorsa” che ha come filo conduttore l’economia circolare: il recupero delle “terre rare” dagli hard disk di computer in disuso e il loro utilizzo per la realizzazione di magneti a prestazioni migliori da montare su motori elettrici. Una ricerca interdisciplinare con protagonista la sede alessandrina del Politecnico di Torino con l’obbiettivo dell’avanzamento tecnologico del settore.
Sorprende in questo racconto l’abilità dell’autore nello descrivere il funzionamento di una centrale nucleare. Nello scorrere del romanzo ci si perde tra meccanismi complicati e astrusi, situazioni d’emergenza, funzionamento di strani circuiti, errori di procedure, i quali, nel loro insieme, sono del tutto alieni dalle comuni discussioni tra la gente ordinaria, essendo questi congegni, modalità e sequenze riservate alla esclusiva conoscenza di uno sparuto gruppo d’esperti. Risulterebbe difficile per chiunque, anche per coloro che sono maggiormente abili a districarsi in ambiti tecnico-scientifici trovare delle connessioni causali all’interno di un sistema specifico, nonché sofisticato e complesso, come la produzione d’energia da un impianto nucleare.
Quindi, lode all’autore, il cui studio preparatorio svolto al fine d’incastonare il lato tecnico nel quadro sistematico di un racconto, risulta essere semplicemente ammirevole. Tuttavia, se compariamo l’accuratezza con la quale viene descritta la funzionalità operativa di una centrale nucleare rispetto alla mera narrazione degli episodi qualche contrasto lo possiamo rilevare. Lo svolgersi di avvenimenti che si dipanano in un ambito così peculiare troverebbero maggior stimolo a chi si dedica alla lettura di questo genere letterario qualora il perimetro geografico espositivo fosse più ampio, accompagnato da vicende più intricate. Forse, nel caso specifico, descrizioni maggiormente focalizzate sulle azioni proditorie al fine di scuscitare quella suspense che “incolla” il lettore al testo avrebbero reso la trama più brillante e meno “indigena”. La scoperta del misfatto mediante un’indagine “casalinga”, seppur ben costruita, limita l’immaginario di chi legge.
Alessandro Gastaldi, Insegnante di Educazione Fisica e Scienze Motorie, la nostra Community
Quasi quarant’anni di onorato servizio nello Stato come educatore non sono pochi. Sì, ma chi e che cosa “educa” Alessandro Gastaldi? Egli è un insegnante di Educazione Fisica. La vecchia “Ginnastica”. Ma non ha fatto solo quello nella vita Alessandro. “Il Puvi” – nomignolo che gli corre appresso come un ombra – è stato un ottimo sportivo in gioventù, football, nuoto, pallavolo. Ha accumulato nel tempo quell’esperienza agonistica sportiva che in ogni ciclo scolastico trasmette ai suoi alunni. Alessandro mi ferma nel mio parlare, mi guarda dall’alto in basso, sorseggiando il suo caffè, e con una smorfia che sa di diniego, scuotendo la testa mi dice con un tono imperioso: “guarda che nello sport non c’è solo l’agonismo, io insegno anche come si sta al mondo”. “Cioè?” Replico in modo curioso.
Alessandro mi spiega che la competizione è un arma affilata a doppio taglio, bisogna saperla maneggiare. Ai ragazzi occorre soprattutto insegnare che l’attività ginnica è anche cura del proprio corpo, di conoscenza dei propri limiti; il gioco presuppone il senso di appartenenza, di rispetto nei confronti dell’avversario. “Come ‘cacchio’ si dice in inglese?” “Intendevi ‘fair play’? “Sì quella cosa lì, il ‘fer plei’ ”. “Ma…la politica che c’entra con lo sport? Ti sei candidato nella lista di Giorgio l’anno scorso.” Chiedo. “Embé !!”, ribatte lui, come se avessi posto una sciocca domanda “…conosco Abo da quando aveva i calzoni corti…grande persona…e ottimo calciatore…forse un po’ troppo tecnico…gli mancava il fisico. Oggi vanno di moda i muscoli, la corsa, gli schemi, questi ragazzini sono già imprigionati in tenera età nella tattica.”
La nostra Community: Daniela Maria Gioia – Consulta Comunale Pari Opportunità
Quando venne immessa sul mercato europeo nessuno poteva immaginare che in appena una decina di anni sarebbe diventata uno dei farmaci più conosciuti e discussi al mondo. La Talidomide, prodotta dalla tedesca Chemical Industry Basel e frequentemente prescritta come antinausea durante il primo trimestre di gravidanza, venne ritirata dal commercio poiché ritenuta teratogena. Sono i primi anni 60 e dal “Caso talidomide” nasce una nuova branca di studi, la farmacovigilanza.
Una disciplina complessa, che mette insieme l’incertezza dei trial clinici con il rigore e la precisione della giurisprudenza e del diritto. Ci spiega di cosa si tratta Daniela Maria Gioia, alessandrina che lavora in questo campo e che si occupa del sommerso legale e contrattualistico dietro ai farmaci che si trovano sugli scaffali delle farmacie.
“Una questione di costi-benefici, valutata attraverso gli strumenti della statistica e della matematica”.
Perché bisogna appurare senza possibilità di errore che i prodotti farmaceutici non producano effetti collaterali avversi e potenzialmente letali.
Da circa un anno scriviamo su questo blog che stiamo vivendo una fase di passaggio dell’ordine politico-economico mondiale, il cosiddetto “paradigmatic shift”, la lenta fine della temperie neoliberista – o neoliberal in ossequio alla terminologia americana – e l’approccio verso un ignoto che non siamo ancora in grado di capire, o meglio, di costruire. Sull’onda di questa transizione, che non sarà per nulla facile, alcuni amici anglosassoni mi hanno consigliato di leggere due saggi da cui trarre un prezioso insegnamento specifico sull’argomento. Due libri di recente pubblicazione che stanno promuovendo un ampio dibattito negli USA, per altro recensiti dalle più note riviste del settore, il The Economist compreso.
Detto fatto, nello spazio di pochi caratteri mi corre l’obbligo di commentare il primo e di annunciare il secondo traducendone una parte dell’ “introduction”. Le oltre 600 pagine di “Slounching towards Utopia”[1] scritto da un noto economista americano, in questa versione prestato alla storia economica, Bradford De Long non sono facili da riassumere in poche righe. L’autore riprende il tema dell’ottimismo del tardo Keynes, secondo cui l’umanità, grazie al progresso tecnologico, alla sua applicazione sperimentata e alla produzione di beni a basso costo, in futuro sarà in grado di uscire dal cavernoso buio pesto delle privazioni, dalla fatica e dal sottosviluppo. Qui, De Long ne contesta la linearità progressiva, pur ammettendo che dal 1870 (anno in cui fa partire il “risveglio”) a oggi la qualità della vita e la sua estensione nel tempo per ogni essere umano, attualmente vivente (forse non per tutti) sarebbe stata impensabile nei secoli precedenti. Ci sono stati degli accadimenti negativi che hanno impedito il protendersi (to slouch) verso l’utopia, in una sorta di alti e bassi di cesure drammatiche: le due guerre mondiali, il nazismo, il fascismo, il comunismo e infine, sebbene declinato in modo meno pregnante, gli ultimi quarant’anni di neoliberismo. L’autore ne contesta la sua caratteristica regressiva, celebra il New Deal e i trent’anni di “gloriosa” socialdemocrazia, anche se di questa rimarca alcuni eccessi egualitari, ragione per cui non la ritiene più proponibile nel domani con gli stessi strumenti del passato. La critica al neoliberismo nel testo entra in un modo obliquo rispetto ai concetti di fondo, seppur dedicandole uno spazio pari a più di un quarto dell’intera opera.
“The Rise and the Fall of the Neoliberal Order”[2] (L’Ascesa e la Caduta dell’Ordine Neoliberale) è il titolo del secondo libro (oltre le 400 pagg.) firmato dallo storico Americano Gary Gerstle. Premetto di non aver letto in passato mai nulla di questo autore se non un lungo e fervido commento su American Crucible (un suo saggio del 17’) sul quotidiano The Guardian, di cui egli è anche un editor assai gettonato. Gerstle è l’esatto contrario di De Long: uno storico prestato alla politica economica. Qui, lo svolgersi del saggio incrocia aspetti peculiari della politica americana (istituzioni federali, statuali, normative, psicologie di massa, sistemi elettorali, i media) che rappresentano il modello dell’”US exceptionalism” i quali hanno permesso alla temperie liberista di poter rinascere e prosperare negli ultimi quattro decenni. Sebbene l’autore non si discosti molto dalle valutazioni di De Long la coloritura dei suoi appunti si fa più intensa allorché esamina i due mandati della presidenza Clinton (facilitator) e la controversa prima presidenza Obama che non fu ancora punzecchiata dal letargico risveglio della sinistra DEM (Sanders, Warren, Reich) e che fece capolino solo nel corso delle primarie del 17’ sottraendo a una Clinton inaffidabile un enorme serbatoio di voti. Come dire prosaicamente: se la sinistra si fosse ravvivata prima, ora parleremmo di un altro mondo. Proprio così “a different world scenario”, poiché l’esito della politica americana, il suo tracciato economico monetario (FED) condiziona in modo determinante, non solo le decisioni degli alleati, bensì anche gli assetti geostrategici mondiali. Lasciamo a Gerstle che ci spiegi il “core” (il nocciolo) della sua riflessione.
fg
“Nel corso del secondo decennio del 21° secolo, la struttura tettonica della politica e della società americana incominciò a cambiare direzione. Perfino prima del botta pandemica, svolgimenti che dieci anni prima sarebbero stati inconcepibili, ora regnano all’interno della coscienza popolare: l’elezione di Donald Trump e il lancio di una presidenza indimenticabile; l’ascesa di Bernie Sanders e la resurrezione di una sinistra socialista; l’improvvisa e spinosa questione relativa all’apertura dei confini per altro aggiuntasi a quella del libero commercio; la crescita del populismo e del nazionalismo di stampo etnico, nonché il biasimo nei confronti della celebrata élite globale; il declino dell’autorevolezza di Barack Obama e delle promesse di rinnovamento che la sua presidenza incarnò per molti; l’ampia convinzione che il sistema politico americano non stesse più funzionando e che quindi la democrazia americana fosse in crisi. Quella stessa crisi che nel 6 gennaio del 2021 fece scaturire l’assalto a Capitol Hill condotto da una folla di manifestanti. Una scandalosa messa in scena.
In questa vertiginosa varietà di avvenimenti percepisco la caduta – o almeno la frattura – di quel sistema politico che prese corpo nel 1970 e nel 1980 a cui fece seguito il suo dominio negli anni 90’ e nel primo decennio del nuovo millennio.
Quando ti lasci alle spalle l’edificio dell’Università per procedere in direzione Nord-Est, la città si trasforma in un borgo e ci si inoltra nel quartiere Orti. Più simile ad un paese di campagna che ad un centro urbano, pare rimasto sospeso in una sorta di limbo temporale che vive un tempo diverso dalla frenesia tipicamente urbana. Come negli anni 80, quando nei locali della parrocchia venne fondato il GS Orti, realtà che ancora oggi forma e cresce centinaia di bambini e ragazzi.
Ci racconta la struttura societaria e la sua storia Fabrizio Trocca, vicepresidente, dalla Pista trapiantato in quel nostro borgo “tanarolo”, e dedito a tempo pieno a questioni burocratiche e organizzative.
Una associazione nata con un forte carattere sociale, votata al calcio come elemento di unione e di crescita e non solo come pura competizione.
Il centro vitale è il suo presidente, Don Gino, che si divide tra l’oratorio, il centro di supporto per i meno abbienti e naturalmente il campo da pallone.
Generazioni di ragazzi si sono allenati e sono cresciuti come calciatori e come persone e oggi, ormai cresciuti, portano i loro figli e nipoti nei luoghi dove hanno scritto un pezzo di vita personale. Molto distante dalle luci dei riflettori del calcio professionistico, si è mantenuta viva nel tempo la tradizione ormai superata della squadra parrocchiale, con i bambini che abitano nel quartiere e i genitori che a titolo gratuito si impegnano come dirigenti e accompagnatori. Dalle tribune al campo, perché in un contesto cattolico-sociale come quello del GS Orti c’è sempre bisogno di qualcuno che dia una mano.
(Bick took an unusual morning stroll around Birch Wood)
…As soon as Janet closed her bedroom door she began to feel a general feeling of unease. She felt like she was out of breath and she noticed that her forehead was beaded with sweat…
…Non appena Janet chiuse la porta della sua camera da letto cominciò a sentire una sensazione di malessere generale. Le pareva che le mancasse il respiro e notò che la sua fronte era perlata di sudore. Il primo conato di vomito la sorprese mentre si stava spogliando, sudava freddo, d’istinto aprì la finestra come per cercare di ossigenarsi, non fece tempo a dischiudere gli scuri che ebbe una seconda contrazione, questa fu tanto inattesa quanto devastante. Riuscì a malapena a sporgersi e vomitò nel giardino sottostante. Il conato fu talmente violento che le sue gambe si “afflosciarono”, finì per inginocchiarsi con la testa tra le mani e con le braccia poggianti sul davanzale.
L’aria era gelida, sentì freddo, si rialzò e rinchiuse la finestra, si recò in bagno, si sciacquò, arrivarono altri due conati meno intensi dei precedenti, stava quasi per svenire, si fece passare un asciugamano intriso di acqua gelata prima sulle tempie poi sulla fronte.
Ebbe la sensazione di stare meglio, ma percepiva un senso di forte spossatezza. Rientrò nella sua camera, si distese sul letto, improvvisamente le pareti cominciarono a girare intorno a lei; si rialzò, stava quasi per chiamare aiuto, ci ripensò, si sedette sulla poltroncina. Aveva il battito fortemente accelerato e la sensazione che il suo cuore le scoppiasse in gola. Cercò di calmarsi e per la seconda volta si distese sul letto addormentandosi per qualche ora.
Si svegliò di soprassalto, intorno a lei tutto buio, cercò a tentoni l’orologio, guardò l’ora, erano quasi le cinque del mattino, si accucciò nuovamente sotto le coperte. Aveva un gran mal di testa, la tempesta era passata ma si sentiva confusa, quasi inebetita. La figura di Duncan cominciò a profilarsi nella sua mente, srotolò nella sua immaginazione quella pellicola che documentava la sua storia con quel bel giovanotto gallese. Si rivide il filmato istantanea per istantanea: il Quill Inn, la spiaggia di Brighton, la sua partenza e infine quella breve licenza dal fronte passata interamente insieme in quello spoglio alberghetto della periferia londinese, un episodio che nascose non solo al mondo intero ma anche a sé stessa.
Il corpo non mente mai, si può far finta di non essere coinvolti, si può addirittura nascondere un dolore palesando gioia, ma alla fine si paga il prezzo e ora quel tributo Janet lo stava onorando pesantemente in quanto non volle mai confessare a sé stessa la verità: Janet era follemente innamorata di Duncan. Lady Nettles provava per quell’uomo un’attrazione irresistibile, ogni qualvolta che lo vedeva un brivido le attraversava il corpo, l’emozione spazzava via le sue fragili sicurezze, le sue brillanti argomentazioni s’insterilivano perdendo la loro solita efficacia, le pareva di sentirsi quasi soggiogata dalla sua prorompente personalità. Forse anche per queste due ultime condizioni Janet si nascose per anni la verità. In fondo non sopportava l’idea di essere alla mercé di qualcuno da cui non riusciva sottrarsi. Pareva che fosse rapita da un incantesimo e questo stato di asservimento le procurava un certo fastidio tanto che respinse più volte le offerte di Duncan per poi macerarsi nello struggimento per non averle accettate.
Quel giorno del 26 dicembre 1944 cominciava a presentarsi con un pallido chiarore, erano quasi le sei e Janet aveva trascorso quell’ora completamente sveglia tra soffocati singhiozzi, mentre occhi e guance inumidite dal colare delle lacrime venivano saltuariamente asciugati da un fazzoletto di cotone indiano. Janet decise che non sarebbe rimasta un secondo più nel suo letto; si alzò, si vestì in un batter d’occhio, calze e calzoni grigi di lana, una camicetta di flanella bianca, un foulard di seta al collo e infine un trecciato pullover Shetland da montagna; si sciacquò solo la faccia con quella poca acqua che era rimasta nel catino della toeletta Desiderava uscire all’aria aperta ma s’impose di non far troppo rumore di modo che nessuno se ne potesse accorgere.
Dopo aver indossato degli scarponcini e un giaccone di fustagno aprì con circospezione la porta evitando di far cigolare i cardini, la richiuse con la stessa accortezza e con passo felpato si avviò verso la scala. Impossibile non far scricchiolare il parquet di legno, cosicché quando arrivò al primo gradino vide laggiù distintamente Bick, il grande scottish collie che la fissava con il suo sguardo indagatore. Il cane aveva immediatamente riconosciuto Janet e pareva che le dicesse
“Che fai lì a quest’ora?”
Lady Nettles portò il suo dito indice in posizione eretta verso il proprio naso facendogli segno di stare in silenzio. Bick appuntì le orecchie e inclinò la testa non smettendo di osservarla
“Ah, ma allora hai deciso di uscire?”
Janet raggiunse il cane ai piedi della scala sussurrandogli
“Zitto, io esco”.
Bick ebbe un fremito di gioia, si leccò i baffi e scodinzolando seguì immediatamente la sua padrona. Non ci fu verso per convincere il collie che avrebbe dovuto rimanere in casa, non appena Janet aprì la porta d’ingresso Bick, al fine d’evitare inutili “discussioni” sgattaiolò fuori come un fulmine. Mentre Lady Nettles attraversava il cortile, il cane era giunto al cancello d’ingresso, si fermò, voltò il muso verso Janet come dire “Sei ancora lì? Dove andiamo adesso?” Bick attese l’arrivo della padrona, Janet svoltò a sinistra e s’incammino come se volesse raggiungere il paese, ma dopo un centinaio di iarde decise di percorrere quel sentiero tra le colline che portava all’Hubber Forest. Camminò per circa mezz’ora, l’aria era fresca, la bruma nelle valli alzava la sua coperta verso il cielo e il sole cominciava a indorare il paesaggio, sprazzi di neve gelata come bianche linguine lambivano i fossi del sentiero. Da lì a qualche centinaio di metri Janet avrebbe raggiunto Clear Fountain, una fonte di acqua sorgiva sul culmine della collina. Colà giunta si sciacquò la bocca per liberarsi di quel cattivo gusto di vomito che le provocava ancora nausea. Gli abitanti del posto sostenevano che quel sito fosse magico.
Si racconta che nel medioevo centinaia di contadini giungessero da ogni dove per bere l’acqua della giovinezza a Clear Fountain. Janet se lo chiese molte volte se quel posto fosse nientemeno che un luogo come tanti in Inghilterra su cui si ricamano sciocche leggende popolari senza senso o che ci fosse qualcosa di vero. Alcuni dolmen d’origine antica, chissà druidica o sassone, sparsi nei campi adiacenti facevano propendere per la seconda ipotesi. Ciononostante, sorseggiò solo un po’ di acqua fresca, mentre Bick, più credulone, si riempì a dismisura lo stomaco finché cominciò a tossire ripetutamente.
“Bravo scemo” gli urlo Janet, il collie continuò a tossire, poi alzò gli occhi e con uno sguardo languido di chi si sente in fallo pareva che le dicesse
“Beh, capita a tutti, avevo sete, sai dopo due o tre pisciatine ci vuole il ricambio!”
Raggiunto il punto più alto del colle Janet inforcò uno stretto sentiero in discesa, raggiunse un ponticello sotto il quale scorreva un ruscello impetuoso, qualche centinaio di iarde un po’ più in là il declivio della collina si faceva più dolce e il tracciamento sbucava sulla strada acciottolata che conduceva al podere dei Forrester. Janet si volse indietro e non vide più Bick, ritornò sui suoi passi e scorse il cane che procedeva lento e cauto lungo il pendio. Al collie di famiglia non sono mai piaciute le discese. Avendo ereditato la groppa alta da levriero inglese Bick temeva di capottarsi così come accadde due anni fa quando era ancora cucciolo. Si prese un tale spavento quel giorno che ogni volta, dovendo affrontare un piano inclinato, procedeva con massima circospezione come se dovesse misurarsi in una prova d’ardimento.
“Bick che fai sbrigati” gli urlo Janet.
Il cane non si scompose procedendo sempre con cautela, finché superato il patimento sfrecciò al galoppo per una decina di iarde sulla superficie piana. Ansante si fermo ai bordi della strada inghiaiata e voltandosi verso la sua padrona sembrò dirle:
“Beh, adesso che fai? Prendimi se sei capace”.
Janet percorse per qualche miglio la strada dei Forrester, finché questa si congiunse con la provinciale per Abindong-on-Thames. Il cane e la sua occasionale compagna d’avventura mattutina avevano di fatto circumnavigato la proprietà dei Nettles, per cui si trovavano a poche miglia dall’abitazione principale. Da lì si poteva vedere Greenfield Courtyard e accanto l’abitazione di Polly Cox. L’angolo confinante tra la proprietà di famiglia e quella dei Forrester era segnato da due betulle. Le piantò il padre William quando nacquero le due figlie. Janet si sedette sul terreno umido fradicio di foglie morte, mentre Bick ispezionava il terreno alla ricerca d’interessanti puzzette. Passò circa una buona mezz’ora, Janet pensava a Duncan, Bick, che si era messo in posizione di sfinge accanto alla betulla della sorella Judith, invece alla sua mancata pappa mattutina.