Nouriel Roubini – Un Inevitabile Crollo

Dec 2, 2022 NOURIEL ROUBINI

After years of ultra-loose fiscal, monetary, and credit policies and the onset of major negative supply shocks, stagflationary pressures are now putting the squeeze on a massive mountain of public-and private-sector debt. The mother of all economic crises looms, and there will be little that policymakers can do about it.

NEW YORK – L’economia mondiale sta barcollando verso una confluenza senza precedenti di crisi economiche, finanziarie e del debito, a seguito dell’esplosione occorsa negli ultimi decenni a causa dei deficit, dell’indebitamento e della leva finanziaria. Nel settore privato, la montagna di debito comprende quella delle famiglie (come mutui, carte di credito, prestiti auto, prestiti agli studenti, prestiti personali), imprese e società (prestiti bancari, debito obbligazionario e debito privato) e il settore finanziario (passività delle istituzioni bancarie e non bancarie). Nel settore pubblico, include titoli di Stato centrali, provinciali e locali e altre passività formali, nonché debiti impliciti come passività non finanziate da regimi pensionistici a ripartizione e sistemi sanitari, che continueranno crescere man mano che le società invecchiano.

Solo guardando i debiti espliciti, le cifre sono sbalorditive. A livello globale, il debito totale del settore pubblico e privato in percentuale del PIL è passato dal 200% nel 1999 al 350% nel 2021. Il rapporto è ora del 420% nelle economie avanzate e del 330% in Cina. Negli Stati Uniti si situa al 420%, che è più alto di quanto fosse durante la Grande Depressione e dopo la seconda guerra mondiale.

Naturalmente, il debito può stimolare l’attività economica se i mutuatari investono in nuovo capitale (macchinari, case, infrastrutture pubbliche) cui produce rendimenti superiori al costo del prestito. Ma gran parte del prestito va semplicemente a finanziare la spesa per consumi al di sopra del proprio reddito su base continuativa – e questa è una ricetta per il fallimento. Inoltre, gli investimenti in “capitale” possono anche essere rischiosi, sia che il mutuatario corrisponda a una famiglia che acquista una casa a un prezzo gonfiato artificialmente, sia per una società che cerca di espandersi troppo velocemente indipendentemente dai rendimenti; infine un governo che sta spendendo i soldi in “elefanti bianchi” (progetti infrastrutturali stravaganti ma inutili).

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Roberta Cazzulo – Questa volta ricostruiamo per davvero però…..

All’indomani del risultato delle elezioni politiche tante sono le riflessioni da fare.

Con una premessa, forse banale: sinistra e destra esistono ed esisteranno sempre, per idealità diverse, per prospettive e progetti di vita civile e politica differenti, per visioni dissimili del mondo in cui viviamo.

Il voto (e il non voto) delle elettrici è stato decisivo per la vittoria di Giorgia Meloni. Il 27% dell’elettorato femminile che ha deciso di votare ha scelto Giorgia.

Meloni aveva contro il più composto Letta (il 21% delle elettrici ha votato per lui) difensore della parità di genere, della tutela delle nuove famiglie, dell’empowerment femminile.

Il 27% dell’elettorato femminile che ha deciso di votare, ha scelto Giorgia, quasi ad evidenziare che le libertà, la salvaguardia dei diritti, la condizione delle donne passano in secondo piano rispetto all’attrazione per la leader.

Non si sono preoccupate per le sue affermazioni?! “Non voglio cancellare la 194, voglio aiutare quelle che lo desiderano a portare avanti la gravidanza” e neppure i suoi legami con Viktor Orban, Primo Ministro ungherese che impone di ascoltare il battito del feto prima dell’intervento. 

Probabilmente molte donne non ripongono più fiducia nelle “parole”, non hanno riscontrato all’interno dei programmi elettorali delle proposte concrete in grado di risolvere i loro problemi quotidiani, non si sono sentite “sostanzialmente” rappresentate, non hanno trovato soluzioni a problemi che le tormentano ormai da troppo tempo ….

Le donne comuni, penso ad esempio a quelle che si barcamenano tra il lavoro (quando ce l’hanno) e la famiglia, alle precarie che non possono permettersi neppure di pensare a mettere al mondo un figlio, o alle donne estromesse dal mercato del lavoro a seguito della maternità, non credo si sentano coinvolte dal tema delle quote rosa nei cda e neppure dalla doppia preferenza di genere.

Si tratta di temi troppo distanti da loro e dalla loro quotidianità.

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L’ascesa dell’economia dell’idrogeno verde

(di Giorgio Laguzzi)

Gli scenari geopolitici e la conseguente crisi energetica potrebbero avere la funzione di accelerare un processo già in atto da tempo; già nel passato per la verità, molti annunci sono stati fatti per una svolta verso una economia basata sull’idrogeno verde, senza che vi fosse un vero e proprio decollo.

Oggigiorno, tuttavia, vi sono diversi segnali che sembrano davvero indicare la presenza di un vero e proprio punto di svolta (tipping point). Complice l’abbassamento del costo delle rinnovabili, l’aumento di altre fonti energetiche, e soprattutto la sempre maggior consapevolezza geopolitica di una necessaria indipendenza energetica degli stati membri europei.

Non a caso la strategia EU sul piano energetico punta decisamente ad un incremento dell’idrogeno come vettore energetico con l’obiettivo di raggiungimento di traguardi importanti in termini infrastrutturali già nel 2030, e il passaggio di utilizzo di idrogeno nel consumo di energia dal 2% attuale, al 13-14% entro il 2050.

Proprio pochi giorni fa si è conclusa la settimana della European Clean Hydrogen Alliance che ha rilanciato e rafforzato il piano strategico per l’idrogeno; la sfida è di trasformare quella che oggi è già la leadership tecnologica Europea a livello globale, in una leadership anche commerciale come principale produttore e fornitore di idrogeno al mondo.

Stando alle stime industriali, una produzione annua di 10mln tonnellate di idrogeno richiederà una capacità installata di elettrolizzatori pari a 90-100 GW. La capacità attuale di produzione di elettrolizzatori in Europa è stimata intorno ai 1,75GW all’anno, e dunque vi è la forte necessità di un cospicuo aumento per centrare i rinnovati obiettivi. I maggiori produttori europei di elettrolizzatori sono pronti ad espandere i loro piani industriali, supportati e stimolati anche dalle nuove policy nel piano RePowerEU, al fine di raggiungere il target di 17,5GW annui nel 2025 e con ulteriore espansione prevista per il 2030.

L’idrogeno verde rappresenta dunque molto più di una semplice opportunità oggi per le strategie di crescita; rappresenta una vera e propria possibile strategia di politica industriale, sulla quale anche i fondi Europei, Next Generation EU e PNRR, stanno puntando. Vista la sua grande capacità di conservazione per lunghi periodi, e la sua vasta applicazione, anche nel settore chimico, l’idrogeno può davvero rappresentare un nuovo modello di sviluppo.

Essere consapevoli di ciò può essere fondamentale per cogliere possibili direttrici di sviluppo anche a livello locale.

Giorgio Laguzzi , Assessore allo Sviluppo Sostenibile, Città di Alessandria

[Per chi volesse approfondire alcuni aspetti, nel seguito riportiamo una relazione, curata con Franco Gavio, frutto di una sintesi di un articolo uscito su The Economist già lo scorso anno, e che oggi riprende ancora maggior vigore vista la situazione che ho descritto in questa breve riflessione.]

L’odierno business dell’idrogeno è, in termini globali, abbastanza limitato, molto inquinante ma essenziale. Ogni anno vengono prodotte circa 90 milioni di tonnellate di materiale, con un fatturato di oltre $ 150 miliardi, che si avvicina a quello della ExxonMobil. Ciò avviene quasi interamente bruciando combustibili fossili con aria e vapore, un processo che utilizza il 6% del gas naturale mondiale e il 2% del suo carbone ed emette oltre 800 milioni di tonnellate di CO2, portando le emissioni del settore allo stesso livello come quelle della Germania.

L’idrogeno pulito è tutto sommato possibile. L’attuale metodo per ottenerlo dai combustibili fossili potrebbe essere combinato con una tecnologia che separa l’anidride carbonica emessa e immagazzinandola sottoterra, un’opzione nota come cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). In alternativa, i combustibili fossili potrebbero essere eliminati del tutto dal processo. L’elettricità generata da fonti rinnovabili o da qualche altra fonte pulita potrebbe essere utilizzata per far scindere le molecole d’acqua, liberando così il loro costituente: l’idrogeno e l’ossigeno. Un processo chiamato elettrolisi.

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John RAWLS: Una Teoria sulla Giustizia

La mia ammirazione per John Rawls – a circa vent’anni dalla sua scomparsa – forse uno dei più lucidi e pragmatici autori di filosofia politica del tardo 900, è rimasta nel tempo intatta.  Il capolavoro di Rawls, “A Theory of Justice” (Una teoria sulla giustizia) ha avuto un successo epocale e francamente inaspettato in quanto si tratta di un libro articolato e complesso, molto astratto, privo di esempi concreti, nonché molto lontano dalla vita di tutti giorni, pur tuttavia illuminante per coloro che si “gettano” nell’agone della politica, tanto quella attiva quanto quella di studio e di analisi.

Come abbia potuto conseguire un successo cosi planetario – tradotto da oltre 40 diverse lingue, letto da moltissime persone, insegnato in tutto il mondo, inserito nei manuali accademici nei corsi di filosofia e scienza della politica – è sorprendentemente singolare. Il suo capolavoro, che in qualche modo scompigliò il campo della filosofia politica per poi ricostruirlo in modo differente rispetto a quello precedente, uscì come prima edizione nel 1971 a Cambridge negli Usa, edito dalla Harvard University Press.

Acquisì immediata notorietà negli Stati Uniti e poi si diffuse nel mondo e di conseguenza in tutta Europa. Il perché sia considerato un saggio di filosofia politica molto importante è difficile da stabilire: una delle ragioni sta sicuramente nella superba capacità dell’autore, Su ciò non c’è dubbio. Tuttavia, il filosofo di Baltimora ebbe l’acume di costruire un nuovo clima colturale, quello che si manifestò dopo il 68 – mi riferisco alla frattura creata dalla guerra in Vietnam – anni travagliati, ove si rese indispensabile una profonda ricostruzione politico sociale. Il libro di Rawls, in qualche modo, generò un salto paradigmatico, poiché riconnesse il rapporto tra le persone e le loro coscienze che, al quel tempo, sembrò del tutto perso.

Come l’autore riuscì in questo intento? Si direbbe con una teoria incisiva sulla moralità e sulle istituzioni. Converrebbe fissare il punto su questa considerazione. John Rawls, in qualche modo, centrò il bersaglio sul pensiero politico generale: la moralità dell’istituzioni, da sola, è pura utopia, se non religione e spiritualità. Benché siano tre ambiti associati alla civiltà umana, secondo il parere dell’autore, essi con la politica hanno poco a che fare. Allo stesso modo, le istituzioni, da sole, sono una visione cinica e realistica che non ci informa sul senso delle politiche da applicare. Quindi, il mettere insieme moralità e politica e istituzioni pubbliche si manifestò come l’obiettivo principale della filosofia di Rawls; lo scopo fu il dono che fece al pensiero politico in quanto tale, da cui la ragione ultima del suo successo.

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Virginia e Victoria

Virginia Woolf

Qualunque cosa succeda, resta viva.

Non morire prima di essere morta davvero.

Non perdere te stessa, non perdere la speranza, non perdere la direzione.

Resta viva, con tutta te stessa, con ogni cellula del tuo corpo, con ogni fibra della tua pelle.

Resta viva, impara, studia, pensa, costruisci, inventa, crea, parla, scrivi, sogna, progetta.

Resta viva, resta viva dentro di te, resta viva anche fuori, riempiti dei colori del mondo, riempiti di pace, riempiti di speranza.

Resta viva di gioia.

C’è solo una cosa che non devi sprecare della vita, ed è la vita stessa.

Virginia Woolf

Non ho mai amato il romanzo inglese novecentesco, men che meno Virginia Woolf (Virginia Stephen), la mia predilezione è sempre stata per il classico “novel” settecentesco, e parzialmente per quello vittoriano – se si esclude R. Kipling e la folla di autori poco rappresentativi assimilabili alla concezione imperialista della Corona – il cui tema caratteristico riguarda il rapporto tra decoro sociale e moralità, mentre quello del romanzo contemporaneo concerne principalmente il rapporto tra solitudine e amore. Come è possibile, si chiedeva Virginia Woolf, l’esistenza dell’amore se tutti – che lo sappiano o meno – siamo prigionieri del nostro io individuale?

Senonché, riconosco che la Woolf si muove e scrive all’interno di una società inglese urbanizzata nel tardo sviluppo industriale, ormai “atomistica”, le cui sottigliezze psicologiche s’incarnano individualmente. Del tutto diversa rispetto a quel paesaggio sociale precedente, in cui la narrazione dei grandi temi di filosofia morale avvinsero gli autori sette-ottocenteschi come elementi di giudizio critico sferzante, talvolta intriso d’ironia crudele, raccontato in chiave picaresca e all’uso dell’eirocomico (J. Swift, W. Thackeray, H. Fielding, S. Johnson); in parte addolcito dal languido sentimentalismo (C. Dickens, J. Austen) e infine brutalizzato dalla prosa realista amara fine secolo (T. Hardy, R. Stevenson); nei confronti delle contraddizioni, dell’ipocrisia, dell’egoismo, della neghittosità e delle falsità, presenti nelle loro collettività di riferimento.

Quell’insieme di scrittori attingeva a un sistema di valori che era patrimonio comune; tutto ciò che accadeva d’importante nella vita fittizia di un personaggio doveva manifestarsi in “simboli pubblici”, quali ad esempio il mutamento di condizione finanziaria, sociale e istituzionale. Questo rappresentare, da parte del romanziere, il proprio mondo come un mondo completamente obiettivo determinava in larga misura la sua tecnica.

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L’eterno ritorno dell’uguale

Engadina

Nella sfera occidentale siamo inconsapevoli testimoni di una fase di transizione paradigmatica del rapporto dialettico tra il “politico” – secondo la definizione di Carl Schimtt – e l’economico. Un tentativo di capovolgimento che riporta il primo a risalire quella scala valoriale della convivenza umana che per millenni ha esercitato il potere assoluto sulla rispettiva comunità di riferimento, relegando il secondo a una mera funzione ancillare.

Si tratta di un sovvertimento silenzioso ma continuo, che ci riconduce alla nota intuizione nietzschiana dell’ “eterno ritorno dell’uguale”, secondo cui è fuorviante ritenere che il tempo  si distenda secondo una concezione lineare progressiva, poiché il solco che traccia è circolare e il suo anello, secondo il filosofo tedesco, è tanto feroce quanto inumano, ogni “attimo”, figlio di quello precedente, uccide il proprio padre per poi a sua volta essere ucciso dal proprio figlio.

Qui è l’homus economicus attuale che dovrà salire sul banco degli imputati e subirne l’eventuale sanzione per aver fraudolentemente esposto i suoi falsi ori neoliberisti ben lucidati che per circa mezzo secolo hanno incantano la mente dei semplici: l’efficienza, l’utilità marginale, la domanda, l’offerta, le aspettative, i modelli econometrici predittivi, la rendita, il monopolio, il monopsonio, ma soprattutto quel futile tentativo di divinare il futuro in base al calcolo delle passate inferenze.

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L’immigrato è sempre un intruso?

Non è arduo presumere che la Lega e i suoi alleati del Centro-destra spiegheranno le proprie vele al vento dell’immigrazione nel corso dell’attuale campagna elettorale con il precipuo scopo di conquistare il governo del paese. Un argomento emotivamente accattivante, il tema del “diverso” o peggio dell’ “intruso” da sempre suscita in ogni comunità umana un senso d’apprensione, un timore diffuso. Se poi il nuovo arrivato abbracciasse altri valori spirituali o se le sue caratteristiche fisiognomiche (colore della pelle) differissero da quelle degli autoctoni la diffidenza si trasforma in emarginazione sociale.

Qualora ciò corrispondesse alla realtà allora ci si dovrebbe chiedere il perché nei grandi centri d’eccellenza innovativa una buona parte delle maestranze appartiene alla categoria dei cosiddetti immigrati. E’ assai noto che in questi santuari del progresso (Silicon Valley) molti amministratori delegati, top manager a capo d’importanti corporation sono d’origine indiana, afro-asiatica, europea, sino-asiatica, non propriamente nati e cresciuti nelle immediate vicinanze.

Questa semplice riflessione, avvalorata dalle risultanze empiriche, ovvero dai dati di fatto, ci porta a constatare che il tema dell’immigrazione dipende quasi sempre da una variabile indipendente, la quale gioca un ruolo dirimente nella scelta dei nuovi arrivati: la qualità della domanda e dell’offerta di lavoro.

Quanto più entrambe sono d’infimo livello tanto più l’immigrazione è di scarsa qualità. Ovviamente vale anche l’opposto.

Un’economia locale “povera” basata su settori tradizionali (logistica di base, edilizia, grande distribuzione) o nel campo della sempre più carente offerta pubblica del circuito assistenziale (care), la sua selvaggia finanziarizzazione, non attirerà talenti internazionali, non sarà appetita da giovani cibernetici, o da ricercatori ambiziosi, bensì da lavoratori in gran parte immigrati privi di particolari specializzazioni (unskilled) disponibili ad accettare condizioni di lavoro al ribasso pur di strappare un misero salario.

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La Teoria del Muro

(di Giorgio Laguzzi)

Vi è una forza attrattiva, probabilmente psicologica o antropologica, che abita nelle menti e nei cuori delle forze progressiste italiane che potrebbe essere studiata come teoria del muro: i componenti e leader delle forze in gioco viaggiano su una macchina che tutto sommato sta andando abbastanza bene, ma ad un certo punto vedono un muro ergersi un po’ distante e non sulla traiettoria del loro percorso. Allora qualcosa di strano capita nella testa dei leader sul veicolo; invece che continuare ad intraprendere la strada percorsa sinora, decidono di svoltare e puntare dritti contro il muro, non si sa se per il gusto di distruggere la macchina oppure se per testare la resistenza del muro e provare a sfondarlo. Fatto sta che questa forza attrattiva è letale, e sembra non esserci alcuna speranza per tutti coloro i quali vedano da fuori il cambio di traiettoria del veicolo e tentino di sbracciarsi nella speranza di far cambiare idea ai conducenti.

Iniziano a quel punto le urla sull’auto a colpi di agenda Draghi, agenda sociale, agenda ecologista, agenda progressista. Purtroppo sono tutti fuori dall’auto quelli che invece di agende varie hanno studiato la teoria del muro e si interrogano sulla logica retrostante le varie argomentazioni.

Perché, appunto, è proprio la logica in campo da parte delle diverse forze progressiste che vacilla assai, e pare essere qualcosa che travalica anche i filoni più noti studiati sino ad oggi, siano quella classica, intuizionista, polivalente o fuzzy.

Da un lato infatti, se vi è davvero un pericolo della destra-destra-e-ancora-più-destra, allora non si capisce cosa impedisca alla coalizione di centrosinistra che il PD sta costruendo di avere anche come compagno tanto i liberal-democratici quanto il M5S, in particolare se si tengono dentro i rosso-verdi; M5S con il quale abbiamo governato buona parte di questa legislatura, abbiamo affrontato uno dei periodi più complessi della storia repubblicana e con il quale ci siamo presentati anche recentemente in diverse tornate amministrative con ottimi risultati. Dall’altro lato, invece, da parte di Conte e del M5S si potrebbe chiarire perché sottovalutare e mostrare non poca superficialità nel gestire il passaggio di qualche settimana fa sul governo Draghi. E infine Calenda che tanto critica il M5S dovrebbe spiegarci come mai proprio con il M5S governa in Europa nella “coalizione Ursula” e in alcune realtà territoriali con loro ci collabora attraverso il PD e come mai non siano andati bene questi mesi di Governo dei migliori, di cui loro erano azionisti di maggioranza in Parlamento. Grande è la confusione nel veicolo diretto verso il muro.

E dire che di esempi positivi ve ne sarebbero. Basterebbe ripercorrere i vari successi elettorali delle ultime tornate delle amministrative per capire che dove la coalizione progressista si è presentata compatta e credibile ha ottenuto risultati insperati sino a qualche mese prima.

Per noi “mandrogni” sarebbe sufficiente prendere ad esempio il nostro caso della città di Alessandria, dove grazie ad un grande lavoro di squadra di tutti gli alleati, dei segretari/leader di partito, movimento e liste varie è stato compiuto ciò che sino a qualche mese fa nessuno sperava; una coalizione progressista credibile e un ottimo candidato sindaco che hanno saputo essere vincenti già al primo turno, e hanno saputo divenire quel campo credibile in grado di attirare l’attenzione e il consenso anche del candidato di Azione e soprattutto del suo elettorato che aveva corso da solo al primo turno (ottenendo peraltro un ottimo risultato).

Ma se invece abbiamo deciso di schiantarci, allora a questo punto non si vede perché andrebbe fatto frenando gli ultimi 5 metri. Meglio a questo punto schiacciare il piede sull’acceleratore sino alla fine, magari nella remota speranza che l’impatto dell’auto quantomeno sfondi il muro. Così distruggeremo sicuramente la macchina, ma quantomeno avremo fatto un lavoro di sacrificio per portare chiarezza e linearità nello scenario politico italiano, soprattutto in quel campo che denominiamo genericamente come progressista. Ognuno corra per sé: Calenda e Bonino costruiscano con Renzi il campo liberal-democratico; Conte corra con il M5S ritirando fuori un po’ di combattività rimasta sopita durante il governo Draghi; il PD faccia il PD, partito a cavallo tra socialdemocrazia, liberalsocialismo e cattolicesimo sociale. Ognuno corra per sé, abbandonando ogni calcolo elettorale sui collegi uninominali e si misurino le forze di questi tre blocchi separatamente. Probabilmente (eufemismo) si farà opposizione, ma almeno la si farà chiarendo i rapporti di forza e le identità di questi tre blocchi.

Parere personale, dopo lo schianto, dal 26 Settembre in poi questi tre blocchi dovranno imparare a fare quello che avevano già fatto in questi anni, come si ricordava sopra, sia a livello nazionale sia a livello locale, cioè confrontarsi tra loro e trovare un frame comune su cui costruire prima un’opposizione credibile e in futuro di nuovo una forma di Governo; è quanto sta fondamentalmente avvenendo anche in molti altri paesi europei: in Germania, la SPD governa in alleanza con Gruenen e Liberal-democratici; in Spagna Pedro Sanchez governa in l’alleanza con Podemos; infine in Francia, dove il recente successo alle presidenziali di Macron e il successo alle successive legislative di Melenchon potrebbero probabilmente portare i due al confronto e al dialogo.

Ovviamente io sono tra quelli che avrebbero desiderato vedere già in questa tornata elettorale il tentativo di percorrere questa strada, la quale sarebbe stata la normale evoluzione di quanto fatto in questi anni e di quanto avvenuto in diverse tornate amministrative, come si ricordava poco sopra. Invece decideremo, molto probabilmente, di testare il muro per vedere quanto sia resistente e quanto i passeggeri/conducenti sull’auto democratica-progressista siano capaci a reggere l’urto. Tutto bene, in politica è concesso (quasi) tutto. L’importante è che ci siano persone che, restando fuori dall’auto, stiano inseguendo a piedi i compagni sul veicolo diretto contro il muro e una volta avvenuto lo schianto siano lì a curare le ferite e a far riprendere tutti quanti dalla sbornia. Sempre sperando che nell’attesa non arrivi davvero un terremoto di destra-destra-destra che seppellisca tutti; ma in questo confidiamo che il nostro sistema paese e l’Europa abbiano ormai anticorpi solidi.

A meno che non ci sia ancora il tempo per rinsavire tutti quanti, e provare a costruire in breve a livello nazionale quello che hanno fatto diverse realtà locali, nelle quali il campo progressista ha vinto e ora governa, anche in luoghi dove la spinta di centro-destra è maggioritaria.

Il Fondo di Maturità

(di Gaia Brambilla e Mattia Marasti)

(Questo contributo riprende un articolo pubblicato su “Gli Stati Generali”)

Nella mito di Edipo, consegnato all’eternità da Sofocle, il protagonista non appena scopre di aver ucciso il padre e giaciuto con la madre si cava gli occhi con le spille della sua amante nonché progenitrice. Edipo non ha colpe, ma su di lui grava il destino nefasto della sua stirpe. Si tratta di un tema centrale all’interno dell’intera tragedia greca: la colpa del γένος, che si ripercuote di generazione in generazione.

Lo sforzo delle società moderne è stato proprio svincolare il destino del singolo da quello della sua famiglia: a chi nasceva in una famiglia povera venivano dati gli strumenti e le opportunità per realizzarsi nella vita ed, eventualmente, arricchirsi. 

Questo meccanismo si è ormai inceppato. Da almeno trent’anni assistiamo a una crescita delle disuguaglianze, con i ricchi che diventano sempre più ricchi mentre la classe media vede via via diminuire il suo benessere.

Per far fronte a questa situazione, cercando di rilanciare anche i temi della giustizia sociale, nel corso degli anni sono state fatte varie proposte. Tra queste quella di una dote ai più giovani al compimento della maggiore età.

DOTE AI PIÙ GIOVANI: DA DOVE VIENE LA PROPOSTA?

Tra i pionieri della misura Ackermann e Alsott: in “The stakeholder society” viene avanzata la proposta per cui, al compimento del diciottesimo anno d’età, ogni giovane ha diritto di condividere e ricevere una quota-stake, per l’ appunto-di ricchezza generata e accumulata dalle generazioni precedenti la sua. Da qui la prima forma di egualitarismo asset-based, con la duplice funzione di patto intergenerazionale e di redistribuzione di ricchezza.

Atkinson, pur riprendendo l’ idea base, ne modifica i presupposti: non un ammontare fisso ricevuto una tantum, ma un capitale frutto di un accumulo naturale nel tempo, legato al godimento in passato degli assegni familiari. Pertanto, al raggiungimento della maturità, si avrebbe diritto ad una quota pari a x/18 dell’ eredità minima dalla data di inizio riscossione di tale contributo economico.

Partendo da considerazioni non dissimili, nel 2003 il governo del Regno Unito ha implementato il Child Trust Fund, un conto risparmio a lungo termine alimentato da un contributo statale di 250 sterline alla nascita e la stessa somma depositata al compimento del settimo anno d’età del bambino. Un fondo aperto ai versamenti familiari con un tetto massimo ammontante a 1200 sterline annuali, riscattabile una volta raggiunta la soglia dei 18 anni e senza vincolo di impiego per tale somma.  Tale misura verrà messa in discussione nel 2010 e con l’adozione del Savings Accounts and Health in Pregnancy Grant Act cesserà definitivamente di esistere.

Vi è altresì un precedente italiano: tra il 2004 e il 2006 Massimo Livi Bacci, docente presso l’ Università di Firenze, propose la creazione di un “Fondo per i nuovi nati” con finalità esplicitamente demografiche e mancante della componente redistributiva. Si tratta di un fondo costituito da una componente monetaria vincolata e riscattabile solo al raggiungimento della maggiore età del beneficiario e da una componente “free” prelevabile dai genitori in qualsiasi momento per sostenere le spese di mantenimento del bambino.

Tra i presupposti di tale strumento vi era quella di uniformare e semplificare la normativa vigente in merito ai contributi familiari erogati dallo Stato e, indirettamente, fornire un sostegno alla natalità per uscire dall’ inverno demografico.

Più recentemente Thomas Piketty, nel suo Capitale e Ideologia, ha avanzato un disegno su tale tematica. La proposta, chiamata “Inheritance for All”, consiste in un trasferimento monetario di 120 mila euro- o meglio, del 60% della ricchezza nazionale media- al compimento dei 25 anni. Questa dote sarebbe finanziata da un aumento delle tasse sui più ricchi.

Una proposta simile è stata fatta dal Forum Disuguaglianze e Diversità, guidato dall’ex ministro Fabrizio Barca. A differenza di quella di Piketty, la proposta del Forum consiste in un trasferimento di 10 mila euro al compimento dei 18 anni. Questa cifra, spiegano nel documento di presentazione, non sarebbe vincolante, ovvero chi la riceve non ha alcun condizionamento sull’utilizzo di quel denaro. Si tratterebbe infatti di responsabilizzare il singolo individuo, per non parlare della difficoltà nello stilare una lista di condizioni.

A portare la proposta al grande pubblico è stato il leader del Partito Democratico Enrico Letta.

Nei primi mesi del governo Draghi egli ha infatti sostenuto una dote di 10 mila euro ai 18enni, sulla falsariga di quanto proposto dal Forum. Nella proposta del PD la dote è però vincolata a spese per istruzione e formazione, casa e alloggio, imprenditoria. Inoltre, a differenza della proposta del Forum e di Piketty, non andrebbe a tutti, ma sarebbe vincolata all’ISEE. Per finanziare questa proposta, ha chiarito il Segretario del Partito Democratico, bisogna procedere con cautela: non è infatti possibile finanziarla a debito, viste le precarie finanze del paese. I soldi verrebbero invece da un aumento dell’imposta di successione, che nel nostro paese è più bassa rispetto ai corrispettivi europei e non solo.

PERCHÉ È UNA BUONA IDEA

La proposta di Enrico Letta e del Partito Democratico va nella direzione giusta. Sia per quel che riguarda quello che ci piace chiamare Fondo di Maturità, ovvero il trasferimento monetario di 10mila euro, sia sul fronte delle coperture attraverso l’aumento dell’imposta di successione per le fasce più abbienti.

Per capire l’importanza della proposta partiamo dal trasferimento monetario. Il Fondo di Maturità, ovviamente, non ha finalità di azzerare le disuguaglianze e livellare i punti di partenza. Ma è uno strumento utile, seppur parziale, per ristabilire una situazione di maggiore uguaglianza delle opportunità.

Garantire un tesoretto da investire in attività che andrebbero poi a beneficio dell’intera comunità permetterebbe infatti una maggior libertà circa le altre spese che un giovane deve affrontare- anche quelle più banali come fare la spesa o gli svaghi. La letteratura ha a lungo indagato le conseguenze psicologiche della povertà giungendo alla conclusione che non esiste alcuna forza di richiamo: la povertà non spinge gli individui a impegnarsi di più rispetto ai loro partner più agiati. La povertà infatti significa non soltanto mancanza di mezzi materiali, ma anche di attenzione e capacità.

Un fenomeno denominato “Burden of Poverty” che è stato indagato in un esperimento tra il New Jersey e lo stato di Tamil Nadu: nelle decisioni finanziarie la performance dei cittadini più poveri peggiora nettamente in presenza di un esborso consistente, fenomeno che non si presentava invece in quelli più ricchi. Secondo i ricercatori la povertà avrebbe un impatto sulle funzioni cognitive pari a un’intera notte priva di sonno.

Per questo un trasferimento monetario è preferibile rispetto, ad esempio, a un taglio delle tasse sul lavoro relative ai redditi dei più giovani, come invece proposto da Carlo Calenda.

Innanzitutto perché una proposta di questo tipo sarebbe indirizzata soltanto ai giovani che hanno un lavoro. Così facendo si taglierebbe le gambe a tutti quelli che un lavoro o non ce l’hanno o sono impegnati negli studi.

L’iniquità è una cifra caratteristica della proposta di Calenda: andando a intervenire solamente sul reddito di lavoro non si andrebbero ad aiutare i giovani nella prima parte della loro maturità ovvero negli studi. Ancora una volta mentre i più agiati potrebbero permettersi studi e una vita agiata i più poveri si ritroverebbero a dover correre per trovare un lavoro, rischiando così di dedicare meno tempo agli studi e alla loro vita personale.

Veniamo ora al finanziamento della proposta, che è tutto fuorché slegata dal problema delle disuguaglianze e della mobilità sociale.

Per comprendere meccanismo e finalità del Fondo di Maturità infatti è necessario adottare una prospettiva di ampie vedute e inquadrare tale strumento all’interno dei crescenti squilibri patrimoniali e intergenerazionali.

Se la situazione è pessima dal lato delle disuguaglianze di reddito, è invece tragica la crescita delle disuguaglianze relative all’accumulo di ricchezza materiale.

In un loro lavoro del 2002 gli economisti Bowles e Gintis osservavano che, tra i meccanismi intergenerazionali di trasmissione delle disuguaglianze, di particolare rilievo erano quelli relativi all’accumulo di grandi patrimoni e all’immobilità di tali capitali.

Lasciti ereditari, disuguaglianze sociali e mobilità intergenerazionale sono fenomeni legati indissolubilmente: per esempio l’economista Bloise in “The Poor Stay Poor, the Rich Get Rich: Wealth Mobility Across Two Generation in Italy” stima al 27% la probabilità di far funzionare l’ascensore sociale nel caso in cui si erediti un immobile, dimezzandola invece nel caso in cui non si disponga di tale  lascito patrimoniale. Si intenda tale cifra riferita a lasciti immobiliari medi e si lascia al lettore intuire come successioni patrimoniali elevate o elevatissime contribuiscono ad acuire e a fossilizzare le disuguaglianze sociali.

Poiché quindi la distribuzione dei patrimoni è più diseguale di quella dei redditi, ecco che diventa chiaro la necessità di finanziare il Fondo di Maturità con una tassa sul patrimonio piuttosto che con un’ imposizione fiscale aggiuntiva sui redditi.

D’altronde nel nostro paese la situazione lascia ampio spazio di manovra, soprattutto per quel che riguarda l’Imposta sulle Successioni.

Il nostro paese infatti presenta franchigie piuttosto alte e manca di progressività. Questo si riflette nel gettito dell’imposta. Secondo i dati nel 2018 il gettito dell’imposta in Italia si è fermato a 820 milioni di euro, corrispondente allo 0.11% delle entrate totali. In Francia il gettito è stato di 14.3 miliardi, in Germania di 6.8 miliardi, nel Regno Unito di 5.9 miliardi e infine di 2.7 miliardi in Spagna.

Un aumento dell’imposta nel nostro paese è quindi necessario. La proposta del Partito Democratico non andrebbe a intaccare i piccoli patrimoni, lasciando inalterata la franchigia a 1 milione di euro in linea diretta e a 100mila per fratelli e sorelle.

NON UN SILVER BULLET

Come detto in precedenza la proposta non è ovviamente sufficiente ad eliminare le disuguaglianze sia tra generazione sia interne alla nostra generazione. Vi sono almeno due motivi.

Il primo è che oltre a un capitale puramente monetario chi proviene da famiglie più agiate detiene un capitale sociale, fatto di relazioni e norme che derivano proprio dall’ambiente sociale in cui il singolo è immerso.

Oltre quindi ad avere una disponibilità economica da poter spendere in università private, corsi all’estero e via discorrendo chi proviene da una famiglia più abbiente si troverà la vita facilitata proprio dalle conoscenze e dagli incentivi che gli verranno forniti dal network in cui è inserito. Si tratta di un tema su cui anche la letteratura economica ha cominciato a focalizzare la sua attenzione, come dimostra un recente lavoro di Jackson.

Il secondo motivo riguarda il mondo del lavoro.

I giovani oggi rischiano di essere intrappolati in una serie di lavori precari, sottopagati e con poche tutele, scarse prospettive di carriera: mancano i cosiddetti “Good Jobs”. Le riforme del mercato del lavoro fatte in questi anni, purtroppo anche dal centrosinistra, hanno disincentivato l’accumulazione di capitale sociale preferendo invece una competizione sui salari e sulle tutele. Ciò ha anche effetti sul nostro sistema imprenditoriale, che non garantisce più alle aziende floride di prosperare spingendo fuori dal mercato quelle che invece non investono in formazione e innovazione.

Il problema delle disuguaglianze nel nostro paese è urgente. La proposta del Fondo di Maturità ci pare andare nella giusta direzione per attaccarlo, ma non basta: serve una strategia a tutto tondo in grado di combattere iniquità e privilegi che bloccano la crescita dell’economia e la realizzazione degli individui.

Antonella Perrone – Sostenibilità, riorganizzazione e riequilibrio fiscale, il nuovo corso della Giunta Abonante

Le operazioni di riorganizzazione di qualsiasi struttura economico-istituzionale complessa sia essa pubblica o privata sono sempre accompagnate da iniezioni esterne di liquidità aggiuntiva. In altre parole: incremento di costi al presente con lo scopo d’aumentare l’efficienza futura in termini di produttività, sostenibilità, attrazione di capitali e conseguente sviluppo del territorio. Non ci possono essere investimenti senza costi iniziali.

Nel caso di una struttura pubblica, il carico di maggiori oneri per i contribuenti deve seguire il tracciato della progressività, vale a dire: una maggiore salvaguardia per quelle fasce di reddito meno abbienti, e in particolare per quei nuclei familiari ormai declinanti verso la povertà relativa. Tuttavia, per quanto concerne il caso in questione, l’operazione è stata studiata con fini compensativi. A fronte di una richiesta supplementare d’estrazione fiscale (aumento dell’aliquota IRPEF) la Giunta Abonante, con l’approvazione del Consiglio decide di controbilanciarla con una riduzione della Tassa rifiuti per utenze non domestiche e quelle domestiche per far in modo che gran parte dei bilanci familiari rimangano quasi “neutri” rispetto all’esborso iniziale. L’intenzione è buona complessivamente.

Sennonché, azzardare giudizi immediati positivi o negativi sulla validità dell’operazione è tecnicamente fuorviante. L’appello dovrà essere spostato nel tempo, nel caso in cui l’efficienza futura risultasse premiabile o svantaggiosa relativamente ai costi sostenuti.

fg

A seguito del ballottaggio del 26 giugno, è stato eletto il Sindaco Giorgio Abonante ed il Consiglio Comunale; in data 11 luglio è stata nominata la Giunta Comunale e si è insediato il Consiglio Comunale neo eletto.

La nuova Giunta ha ritenuto fondamentale procedere all’approvazione di una manovra strutturale di bilancio che permetta di “mettere in sicurezza” i conti dell’Ente ed avviare una radicale riforma della gestione e dell’organizzazione della “macchina comunale” finalizzata al rilancio dell’economia locale e al miglioramento dei servizi pubblici erogati.

L’occasione è stata offerta dai recenti provvedimenti di Legge approvati a favore dei Comuni capoluogo di Provincia in disequilibrio finanziario, i quali possono presentare una proposta di accordo con lo Stato per il superamento delle difficoltà di bilancio.

L’accordo rappresenta, però, solo lo strumento attraverso il quale formalizzare la manovra strutturale di bilancio propedeutica all’avvio delle attività di innovazione amministrativa dell’Ente e per le quali si richiede specifico mandato da parte del Consiglio Comunale appena insediatosi.

Il programma generale si sviluppa sui seguenti punti che rappresentano linee guida che la Giunta chiede al Consiglio di approvare:

interventi relativi alle entrate tributarie;

revisione organizzativa dei processi relativi alle entrate extra tributarie;

digitalizzazione delle attività amministrative;

efficientamento dei servizi erogati e razionalizzazione dei costi di gestione;

orientamento strategico del Gruppo Comune.

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