Davide Serafin – Accoglienza significa Pace

Prima del 24 febbraio quello che leggete sarebbe stato un articolo molto polemico o poco altro. Nella percezione dei più, prima del 24 febbraio la guerra era un fatto lontano, sebbene ugualmente lacerante. Ma in realtà siamo circondati dai conflitti armati, e lo eravamo anche prima di questa fatidica data per il destino comune europeo.

Quei conflitti non fanno altro che creare danno alla vita quotidiana dei civili, costretti ad abbandonare le proprie case e città, esattamente come stiamo vedendo a tutte le ore, in tv, per l’Ucraina. È successo così dal 2011, quando la guerra in Siria ha costretto alla migrazione migliaia di persone, donne e bambini in particolare. È così dallo scoppio della guerra in Afghanistan, o dall’inizio del conflitto in Libia. Il ricco mondo occidentale non è riuscito a riservare alle persone migranti altro che del filo spinato, militari in divisa, il freddo scuro balcanico, e soprattutto la morte per annegamento nel Mar Mediterraneo.

Prima del 24 febbraio non vi erano migranti buoni o cattivi. La parola migrante, di per sé, significava (e significa ancora, per il nostro ordinamento) un reato, il reato di immigrazione clandestina, introdotto nel nostro ordinamento nel 2009 e ancor oggi (vergognoso) caposaldo della legislazione in materia. Prima del 24 febbraio non facevamo alcun distinguo, ora sì, e se volete la vergogna si centuplica. Perché, a detta dell’ex ministro dell’Interno, il distruttore del sistema di accoglienza, «porte, case e cuori degli italiani sono aperti per famiglie con bimbi in fuga dalla guerra, ma nessuna tolleranza per chi sfrutta finti profughi per arricchirsi». Questa becera distinzione rende l’idea del cerchiobottismo a cui ormai si è giunti, tanto da evocare la solidarietà dei cittadini da parte del principale responsabile della capitolazione della solidarietà pubblica.

Dopo la devastazione operata con i decreti Sicurezza di Salvini, il sistema di accoglienza deve ritornare alla dimensione umana, in tutte le sue sfaccettature. La guerra in Ucraina e la previsione dell’arrivo di migliaia di migranti è solo un evento scatenante. Vi sono altri fattori che causano migrazioni, e il più importante (e sotterraneo) è certamente la crisi climatica. Le stime parlano di milioni di persone che nei prossimi trent’anni saranno costrette a scappare, ad abbandonare case e villaggi distrutti da eventi climatici estremi o resi invivibili dalla siccità. Queste persone saranno spinte al di fuori dei confini nazionali, quei confini che la geografia non conosce ma che l’uomo continua a tracciare a forza di cannoni e sangue. Queste sono ragioni sufficienti affinché sin da ora si cominci a investire denari in un sistema di accoglienza serio, sufficiente a sostenere l’impatto di tali eventi, in grado di gestire l’emergenza ma anche di programmare l’inserimento delle persone nella nuova società in cui sono accolte.

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Lodovico Como (Lista Abonante per Alessandria) – Una citta #davveroloro?

Una città #davveroloro?

Il messaggio che lanciamo ai cittadini è ambizioso, un grande segnale di disponibilità e di apertura in un insieme di percorsi intrecciati per costruire una città #davverovostra. 

Ma il nostro programma elettorale appartiene anche a chi non ne determina le sorti con il voto del prossimo 12 giugno? Come verrà percepito da quelle porzioni della popolazione che restano ai margini, se non direttamente escluse, dal dibattito? Le ragioni sono le più varie: l’età (la fascia 0-18), la condizione anagrafica (residenti ma non cittadini, per esempio molti stranieri), limitazioni di vario genere (si pensi alle persone a ridotta mobilità o con disabilità fisiche e cognitive, ma anche al crescente astensionismo). 

Mi soffermo in questo intervento solo sulla prima situazione: bambini e giovani della nostra città. Mi invito, e vi invito con me, a porre il problema della rappresentanza di chi ancora non partecipa a un processo elettorale e politico il quale, però, ambisce ad immaginare la città a 10, 20, 30 anni. E quindi, vengo alla questione: è possibile coinvolgere, ascoltare, tenere presente davanti a noi coloro che tra qualche anno, insieme a noi o al posto nostro, saranno chiamati a godere, gestire, innovare (speriamo non subire) le scelte odierne? 

Provo, in due punti schematici, ad avanzare qualche suggestione.

Per una città #davveroloro – 1

Appropriarsi del territorio per appartenere alla comunità

Ci appropriamo e impariamo a conoscere il nostro ambiente fisico, naturale, geografico, sociale fin dai primi giorni della nostra esistenza, anche prenatale. Ed esiste una fase del ciclo di vita – che coincide grossomodo con il primo ciclo di istruzione – in cui, per progressivi ampliamenti delle nostre relazioni e delle nostre potenzialità, questo avviene con maggiore fecondità.

Partirei quindi dalla necessità di supportare l’appartenenza fisica ad un luogo geografico, ad un territorio: professionalmente sono spesso a contatto con giovani alessandrini (non conta l’origine nazionale) che non conoscono le vie del quartiere e della città, come pure molti luoghi significativi. E se li conoscono, questo avviene solo attraverso la mediazione delle esperienze (sociali o di svago, di solito) che vi hanno vissuto. Sembra che non percepiscano la pre-esistenza della città alla loro esperienza. Altamente globalizzati, potrebbero andare in vacanza a migliaia di chilometri in un villaggio turistico sul Mar Rosso; preoccupatamente delocalizzati potrebbero scoprirsi incapaci di orientarsi nella loro città e rischiano di perdere  le opportunità di crescita umana, sociale e professionale che questa gli potrebbe offrire. E tutti noi, come comunità, perdiamo il grande potenziale di cambiamento, visione e stimolo che i più giovani possono offrirci.

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Paola Bassi (Art. 1) – Una strada sicura è una strada dignitosa

Il Piano della Sicurezza Stradale Urbana  è diventato indispensabile per migliorare la fruizione della strada da parte degli utenti deboli, pedoni e ciclisti, con interventi di riqualificazione stradale, della segnaletica e delle modalità di organizzazione del traffico, partendo dai punti critici.

Parliamone una volta ancora, perché nulla si è risolto nella nostra città.

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Nicolò Ferraris – Una città a misura di persona

Quando percorriamo le strade della nostra città ci accorgiamo che molti spazi non sono pensati a nostra misura e che al centro della dimensione urbana non sempre vi è la persona, con i suoi bisogni, le sue potenzialità e le sue preoccupazioni.

Ecco perché dobbiamo impegnarci per progettare e costruire insieme una città in cui le persone siano le protagoniste.

Per rendere Alessandria una città vivibile bisogna aver cura dei suoi spazi pubblici – oggi spesso trascurati – e considerare che si tratta di beni comuni, meritevoli di attenzione e dei necessari investimenti. Del resto, “i beni comuni sono quelli di cui più persone usufruiscono, dai marciapiedi ai grandi parchi: è paradossale che in economia abbiano ancora così poca attenzione[1]. Nella dimensione cittadina, attraverso una buona azione amministrativa fondata sulla cura e sulla progettualità, possiamo fare la differenza.

È in questo modo che si può dar vita a una città in cui sviluppo e sostenibilità possano progredire insieme, generando occasioni di crescita (economica, sociale, culturale) e un miglioramento della qualità della vita. Perciò, è fondamentale la progettualità, accompagnata e guidata da un’amministrazione pubblica che sappia essere protagonista, oltreché capace di coinvolgere la cittadinanza in una dimensione urbana democratica e partecipativa.

Anche a livello cittadino possiamo impegnarci, con obiettivi di breve e di lungo periodo, per trasformare una porzione del nostro pianeta e per far crescere il territorio in cui viviamo sul piano dello sviluppo economico e, allo stesso tempo, su quello della giustizia e della sostenibilità sociale e ambientale. “Passare da un modello di estrazione del valore a uno di creazione del valore[2] è possibile e urgente anche nella realtà cittadina.

Se davvero vogliamo fare di Alessandria una città con una migliore qualità della vita dobbiamo rispondere alle esigenze della cittadinanza e impegnarci nel dare valore alla ricchezza potenziale del nostro territorio.

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Rita Rossa (Partito Democratico) – Sul nuovo ospedale il centro-destra rischia di far perdere l’occasione alla città.

Alessandria ha bisogno di ritrovare una visione, un’immagine di quel che sarà il suo futuro, sapendo che la struttura delle relazioni cambierà a tal punto da imporre una modifica radicale dei modelli di consumo e di fruizione dei servizi.

Sotto questo profilo è indispensabile fermarsi ad analizzare l’esistente per costruire il futuro.

Se c’è una lezione che viene dalla tremenda esperienza della pandemia è quella della fondamentale attività di lettura dei bisogni che ogni comunità territoriale esprime.

Emblematico sotto questo profilo è il punto cardine di un nuovo ospedale, di nuovi servizi sanitari per i cittadini, di percorsi di salute coerenti con i bisogni delle cittadine e dei cittadini.

Gli alessandrini hanno diritto a strutture adeguate ai bisogni di salute che il territorio esprime, hanno diritto all’accesso ai sistemi innovativi delle nuove frontiere della diagnostica e della medicina, hanno diritto ad una progressiva velocizzazione e riduzione dei tempi di attesa per le prestazioni specifiche e per quelle ordinarie.

Le professionalità mediche e sanitarie e le eccellenze specialistiche non mancano, mancano le strutture edilizie adeguate a valorizzarle al meglio.

Se il nuovo ospedale non sarà semplicemente sostitutivo di quello attuale ma sarà l’occasione di rimodulare e rafforzare la rete ospedaliera provinciale esso sarà motore di sviluppo economico, oltre che elemento di qualificazione del servizio sanitario.

I tempi che viviamo sono caratterizzati da profonda incertezza e alla crisi economica si sovrappone quella sanitaria, occupazionale, energetica e il debito pubblico non desta meno preoccupazioni.

In questo contesto la necessità primaria rimane quella socio-sanitaria.

Per questa ragione la priorità e il cardine del rilancio del territorio passano dalla assoluta necessità di una nuova struttura per il nostro ospedale, un nosocomio di eccellenza per gli alessandrini e per un territorio più ampio.

La pandemia ha reso evidente il valore della sanità pubblica e universalistica, la necessità di adeguati investimenti nelle strutture ospedaliere e nei presidi socio-assistenziali e nella costruzione delle reti territoriali.

Abbiamo anche meglio compreso la necessità di un dialogo costruttivo con il privato e la funzione di controllo pubblico che da questo rapporto ne deriva.

  • Il Santi Antonio e Biagio, insieme con il Cesare Arrigo e il Borsalino, devono essere oggetto di progetti di interesse cittadino e provinciale.

Il ruolo di ospedale di eccellenza e di alta specializzazione per la città e per gli abitanti della provincia non può che realizzarsi con investimenti sull’edilizia sanitaria.

La costruzione di un nuovo ospedale non può essere il titolo di un bel manifesto che invita ad andare avanti con fiducia ma, di fatto, essere totalmente assente dalla reale programmazione dei percorsi che renderanno possibile la sua realizzazione.

L’ospedale nuovo, adeguato alle nuove esigenze è necessario.

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Daniela Maria Gioia – (Lista Abonante per Alessandria)  

Importanza delle associazioni, enti no-profit, volontariato sul nostro territorio

Realtà come associazioni, fondazioni, movimenti ed enti non profit, nonché il mondo del volontariato, sono una risorsa importante per cittadini e istituzioni.

Le attività senza scopo di lucro sopravvivono grazie al consenso della popolazione e alla presenza di grandi valori di appartenenza al territorio. Sono indice di un elevato livello culturale e sociale. Alessandria è una città ricettiva riguardo ai principi di solidarietà e favorevole all’ambito No-Profit. Dal registro della Regione Piemonte risulta che sono attive oltre 3.200 associazioni di volontariato tutte regolarmente iscritte a uno specifico Registro regionale. La sola città di Alessandria promuove più di 400 tra associazioni, fondazioni e movimenti non a scopo di lucro che godono di un grande consenso e appoggio cittadino.

Lo stanziamento di fondi per dare vita alle attività proposte dal terzo settore arriva per lo più da parte di privati, banche e istituti regolatori.

La Regione, attraverso lo stanziamento di denaro, a cui si può aderire partecipando ad appositi bandi, sostiene le associazioni di volontariato e di promozione sociale ma il contributo comunale è essenziale per la sopravvivenza di tutte le associazioni esistenti.

Il CSVA (Centro Servizi Volontariato Asti e Alessandria) è un ente che regola l’esistenza e la coesistenza delle varie associazioni cittadine e nazionali. La loro vita dipende dai singoli che si prendono carico della mission o da associazioni più grandi e forti a livello nazionale o addirittura europeo.

Questi 2 anni di pandemia hanno profondamente inciso su questo settore ma con l’aiuto dei cittadini e con iniziative interessanti, la volontà di ritornare attivi e di sviluppare nuove idee non manca. 

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Roberta Cazzulo – “Il commercio? È L’anima della città!”

Si dice che il commercio sia l’anima di una città … e che i commercianti siano la “spina dorsale” dell’economia. Sicuramente questi due anni di pandemia hanno prodotto una diminuzione del volume degli affari, costringendo molti esercenti alla chiusura della propria attività. Lo smart working, inoltre, ha allontanato dalla ristorazione molti dipendenti che erano soliti consumare il proprio  pranzo nei locali cittadini…..

Decido di confrontarmi con alcuni commercianti alessandrini sia del settore della ristorazione che della vendita al dettaglio, per ascoltarli e comprendere meglio le loro esigenze e le loro necessità.

Simone Ceccato con sua moglie

Un sabato mattina mi reco da Simone Ceccato, proprietario e gestore del “Caffè Teatro”, nella centralissima Piazza della Libertà.

Simone, di origine casalese, si occupa di commercio dal 1998. Già gestore nella sua città del bar Santo Stefano, del ristorante Cibomatto e della  discoteca Toboy arriva ad Alessandria nel gennaio 2012 ed apre il suo “Caffè Teatro”.

Simone mi offre un caffè e chiacchiera con naturalezza, si racconta come se avesse di fronte un’amica … ha le idee chiare e inizia dicendomi: “Roberta è necessario creare un ponte commerciale tra via Dante e Corso Roma…Via Dante è una bella via, deve ritornare ad essere una via commerciale..”.

Non è contrario alla chiusura parziale del centro storico, se gestita con intelligenza…e poi mi rivela, sorridendo: “Chi riuscirà a spostare il mercato da Piazza Garibaldi a Piazza della Libertà … vincerà le elezioni!”

Desidererebbe un mercato dell’antiquariato inserito all’interno delle viuzze del centro storico e auspica un’organizzazione di accoglienza turistica, strutturata, che permetta visite guidate a Duomo, Cittadella e Museo Borsalino. Mi racconta, poi, come il Caffè Teatro abbia vissuto il periodo pandemico, Simone si è adeguato immediatamente alla normativa: “Roberta, io voglio e devo proteggere i miei clienti” … Non è stato un periodo facile, però, le spese per le regole anti Covid e la cassa integrazione per i dipendenti…

Ma non si abbatte Simone … Alessandria possiede delle risorse, si dovrebbero potenziare i collegamenti con la Lombardia, i commercianti dovrebbero avere più libertà di azione e soprattutto “Fare squadra”. Mentre lo sto salutando arriva Antonella, sua moglie, con la quale ha un progetto futuro: aprire un B&B, dove valorizzare il vino e l’enogastronomia a Ricaldone …. perchè Simone ascolta, osserva e realizza!

Gerardo Serio

Nel pomeriggio incontro Gerardo Serio, tutti in Alessandria lo conoscono come “Jerry”  gestore e proprietario da gennaio 2011 della pizzeria il “Buco”, sita in Piazza Marconi.

Sono 42 anni che Jerry vive in Alessandria ed è dall’82 che si occupa di ristorazione.

Jerry sogna che Piazza Marconi divenga il “salotto” di Alessandria e ha tante idee in merito: vorrebbe fosse più pulita , addobbata, illuminata e vivace con concerti jazz e soprattutto che venisse stabilito un prezzo “equo” per la sua utilizzazione da parte dei ristoratori.

Il Buco, Boulè, La Casa del gelato e Marconi Bistrot questa estate si sono organizzati in maniera sinergica, utilizzando insieme la piazza e ottenendo ottimi risultati. Da ristoratore di esperienza, è cauto e  alla domanda progetti per il futuro mi risponde “Cara Roberta, vorrei continuare ad essere un nome nel panorama della ristorazione alessandrina e a proporre un prodotto di qualità e di nicchia!”

Marina Bensi

Mi dirigo, quindi,  in Corso Roma, la via centrale di Alessandria, e incontro Marina Bensi proprietaria e gestore di “Desideri”, un negozio di pelletteria.

Commerciante di vecchia data, gestisce il negozio da circa quarant’anni: lo apre in corso Roma nel 1982, per poi ampliarsi in Via Legnano tre anni fa. Marina, mi accoglie con un sorriso e si racconta.

Il periodo Covid non è stato facile … il negozio ha chiuso per alcuni mesi, le spese fisse, però, andavano affrontate … ma Marina, con il suo bagaglio di esperienza, non si è persa d’animo.

E’ una fucina di idee e le espone con lucidità e chiarezza: “Roberta, la città deve essere valorizzata con iniziative mirate, collegate ad inaugurazioni di mostre, di esposizioni, in grado di attirare le attenzioni di un pubblico il più ampio possibile… L’Università, a sua volta, deve diventare un polo attrattivo, e poi si devono migliorare i collegamenti infrastrutturali e la pulizia degli spazi pubblici diventa fondamentale!

Saluto Marina, perché nel frattempo è entrato un cliente, lo accoglie con la gentilezza e la professionalità che la contraddistingue … e sono certa non uscirà dal negozio a mani vuote.

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Mauro Rizzi – Consigli per l’amministrazione che verrà

Perché Alessandria non è più la bella città di un tempo?

Nella nostra amata città bisogna ripartire dalla cura dei parchi e delle zone all’aria aperta, oltre che dai centri sportivi abbandonati. Molte aree verdi sono in disuso e si presentano con cumuli di sterpaglie e immondizia, nei rioni sono rari i punti di ritrovo per ragazzi e famiglie.

Al Cristo si sono dati da fare i cittadini e i commercianti con iniziative interessanti quindi la volontà di sviluppare idee non manca. Se ci guardiamo intorno tuttavia ci rendiamo conto che di polmoni verdi per bambini e famiglie se ne trovano pochi.

In questi 2 anni di pandemia non si è potuto giocare regolarmente con continuità, non solo nelle associazioni sportive, i ragazzi sono rimasti chiusi in casa con lezioni a distanza, senza il valore della presenza del contatto umano; oggi molte famiglie sono preoccupate dalla pigrizia espressa dai loro figli e dalla carenza di spazi in cui farli esprimere liberamente.

Lo sport all’aria aperta è un diritto per i cittadini e un dovere per le amministrazioni pubbliche, garantirlo è un dovere.

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The Economist (UK) – Che cos’è la “Finlandizzazione”

Si poteva evitare? Forse.

Articolo scritto alcuni giorni prima dell’invasione Russa

What is “Finlandisation”?

An unpleasant cold-war arrangement is contemplated for Ukraine

La crisi sull’Ucraina ha spinto funzionari disperati nelle capitali occidentali a cercare una via diplomatica per scongiurare un’invasione russa. Mentre si recava a Mosca per un incontro con il presidente russo Vladimir Putin, a Emmanuel Macron, il suo omologo francese, è stata chiesta una possibile soluzione: la “finlandizzazione”, un riferimento allo status ufficialmente neutrale della Finlandia durante la guerra fredda. Era “un modello in discussione“, ha riconosciuto Macron, ma ha insistito che i diplomatici avrebbero dovuto inventare qualcosa di nuovo. La notizia suscitò rabbia in Ucraina e anche in Finlandia, dove l’esperienza non è ricordata con affetto.

Come funzionò in pratica la “finlandizzazione” e come potrebbe essere applicato uno status simile all’Ucraina?

Quando l’Europa si contrappose in blocchi opposti guidati dall’America e dall’Unione Sovietica all’alba della guerra fredda, la Finlandia assunse uno status unico. Sebbene avesse resistito a un’invasione sovietica su vasta scala durante la seconda guerra mondiale, fu costretta a cedere vaste aree di territorio, pagare risarcimenti e legalizzare il Partito Comunista finlandese. Nell’immediato dopoguerra, il paese ebbe pochi collegamenti con l’Occidente ed fu minacciato dal suo gigantesco vicino a est. Un trattato firmato con l’Unione Sovietica nel 1948 divenne la base per la “finlandizzazione“.

La Finlandia avrebbe mantenuto la sua sovranità e sarebbe rimasta neutrale nella rivalità tra le due superpotenze, non aderendo né alla NATO né al Patto di Varsavia.

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Der Spiegel (DE) – Putin ha ragione ?

La stampa tedesca sulla crisi tra Russia e Ucraina, in generale puntuale e obiettiva. Ottimo l’articolo del Der Spiegel.

Is Vladimir Putin Right?

Vladimir Putin insists that the West cheated Russia by expanding NATO eastward following the end of the Cold War. Is there anything to his claims? The short answer: It’s complicated.

By Klaus Wiegrefe

15.02.2022

Nel settembre 1993, il presidente russo Boris Eltsin scrisse una lunga lettera al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. La lettera, indirizzata al “Caro Bill“, iniziava con un accenno al “sincero scambio di opinioni” tra i due leader. E poi Eltsin si è scatenato.

Il motivo di preoccupazione per il presidente russo si basava sul fatto che Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca erano interessate ad aderire all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Naturalmente, osservò Eltsin, ogni paese può decidere da solo in quale alleanza vorrebbe far parte. Ma l’opinione pubblica russa, proseguì, vede l’espansione a est della NATO come “una sorta di neo-isolamento” della Russia, un fattore, su cui insistette, di cui bisogna tener conto. Eltsin fece anche riferimento al trattato Two Plus Four Treaty relativo alla riunificazione della Germania nel 1990. “Il suo spirito “, scrisse, “preclude la possibilità di espandere la zona della NATO a est“.

Quella lettera segnò per la prima volta l’accusa della Russia nei confronti dell’Occidente, ovvero: d’aver infranto la sua parola. E nonostante il fatto che gli americani abbiano respinto l’accusa, non è mai stata trovata una soluzione al conflitto, una situazione che ha avuto conseguenze di vasta portata fino ai giorni nostri. Non c’è essenzialmente nessun altro problema storico che abbia avvelenato le relazioni tra Mosca e l’Occidente negli ultimi tre decenni se non il disaccordo su ciò che, precisamente, venne concordato nel 1990.

“Ci avete raggirato senza vergogna”

Negli anni trascorsi da quando Eltsin inviò la sua lettera, la NATO accettò nell’alleanza 14 paesi dell’Europa orientale e sudorientale. E il Cremlino si lamentò di essere stato ingannato in ogni passaggio. Proprio di recente, l’attuale presidente russo Vladimir Putin rimostrava: “Ci avete raggirato senza vergogna“.

Il fulcro dell’ira del Cremlino non è più esclusivamente sull’accordo Two Plus Four Treaty, ma essenzialmente su tutti gli accordi negoziati dalla caduta del muro di Berlino. “Ci avevate promesso negli anni ’90 che (la NATO) non si sarebbe spostata di un centimetro a est“, disse Putin alla fine di gennaio. E sta usando quella storia per giustificare le sue attuali richieste di garanzie scritte nelle venga esplicitato che l’Ucraina non sarà mai inclusa nell’alleanza occidentale.

Ma non è tutto. Alla fine di gennaio, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov scrive una lettera aperta ai suoi omologhi occidentali in cui cita ulteriori intese. In particolare si  sofferma sulla Carta per la Sicurezza Europea, inserita negli accordi raggiunti nel 1990. Allora, Est e Ovest furono concordi sul fatto che ogni Paese avesse il diritto di scegliere liberamente l’alleanza in cui desiderasse far parte, sottolineando anche l’ ” indivisibilità della sicurezza“. In seguito, questo divenne “l’obbligo di ogni Stato di non rafforzare la propria sicurezza a scapito della sicurezza di altri Stati“, come menziona esplicitamente Lavrov nella sua lettera.

Quindi, Putin ha ragione nell’affermare che la Russia è stata ingannata dall’espansione verso est della NATO?

Non mancano i resoconti di vari testimoni delle varie discussioni tra Occidente e Mosca dopo la caduta del muro di Berlino. Nel 1990 un vero e proprio esercito di politici e alti funzionari di Mosca, Washington, Parigi, Londra, Bonn e Berlino Est si riunì per dibattere sulla riunificazione tedesca, sul disarmo della NATO e del Patto di Varsavia e su una nuova Carta per la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE), che poi è diventata l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) nel 1995.

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