Margrethe Vestager (DK) Proclamare I tuoi diritti digitali

In questi ultimi due decenni il contributo femminile al cambiamento radicale dell’ortodossia economica dominante è stato straordinario. Ognuna di queste sei donne, citate in elenco, da anni sta combattendo battaglie coraggiose affinché il singolo cittadino, indipendentemente dal genere, ceto sociale e orientamento politico possa rivendicare i propri diritti contro ogni forma di sfruttamento delle proprie identità personali; possa altresì ricevere un salario adeguato che gli permetta di vivere una esistenza dignitosa; non sia obbligato a scegliere l’unica offerta di mercato prospettatagli da un venditore monopolista; soprattutto non sia considerato semplicemente “merce” come oggetto di scambio.

Margrethe Vestager (Danimarca), EU Commissioner for Competition; Alina Khan (USA), Chairman dell’US Trade Commission; Elizabeth Warren (USA) Massachusetts’ Senator; Mariana Mazzucato (Anglo-Italiana) Professor University College of London; Anne Pettifor (UK) Economista, Direttrice del PRIME (Policy Research in Macroeconomics); Shoshanna Zuboff (USA) Business Administration at Harvard Business School.

Di alcune abbiamo già più volte scritto, per le rimanenti lo faremo nel corso dell’anno.

Shoshanna Zuboff https://ilponte.home.blog/2020/01/31/shoshana-zuboff-il-capitalismo-della-sorveglianza/

Mariana Mazzucato https://ilponte.home.blog/2020/04/04/mariana-mazzucato-la-tripla-crisi-del-capitalismo/

Lina Khan https://ilponte.home.blog/2021/06/25/the-economist-uk-le-grandi-aziende-tecnologiche-dovrebbero-iniziare-a-preoccuparsi/

Declaring Our Digital Rights

Feb 7, 2022 MARGRETHE VESTAGER

While Europeans understand that digital technologies will continue to play a growing role in their lives – for better or worse – many seem not to realize that they are entitled to the same rights online as offline. But that could soon change.

BRUXELLES – Che si tratti di un posto dove fare affari, studiare, fare acquisti, tenersi in contatto, trovare un partner o diventare un’ancora di salvezza per la famiglia e gli amici, non avevamo bisogno che una pandemia ci dimostrasse perché Internet è importante. Ma la pandemia ci ha ricordato che quando agiamo per dare forma all’esperienza online, dobbiamo farlo bene. Il modo in cui gestiamo il mondo digitale dice molto su chi siamo.

Ma come dobbiamo gestirlo? Per cominciare, aiuta a sapere in modo specifico cosa speriamo di ottenere. Ad esempio, vogliamo che le persone abbiano accesso a reti a prezzi accessibili e che posseggano le competenze per utilizzare la tecnologia. Vogliamo scegliere quali dati condividere, quando e con chi condividerli. Vogliamo conoscere quanta CO2 viene prodotta  dai nostri tablet e i video che trasmettiamo in streaming. Vogliamo essere protetti tanto online quanto offline. E vogliamo essere in grado di disconnetterci.

Tutti in Europa – e nel resto del mondo – dovrebbero poter fare affidamento su questi principi di base. Tutti dovrebbero sapere che questi diritti esistono e meritano protezione. Oltre ai governi nazionali e ai membri del Parlamento europeo, l’82% delle persone in tutti i 27 Stati membri dell’UE afferma di volere che la Commissione europea definisca e promuova un quadro comune di diritti e principi digitali.

E ora abbiamo fatto proprio questo.

La proposta della Commissione sui diritti e principi digitali, pubblicata alla fine del mese scorso, mette le persone al primo posto.

Le politiche digitali dovrebbero essere incentrate sull’uomo e progettate per non tralasciare alcuno. In un momento in cui le tecnologie digitali svolgono un ruolo sempre più importante nella vita sociale, economica e politica, vogliamo strumenti sicuri che funzionino per tutti e che rispettino i nostri diritti e valori.

Basandosi su questa visione, abbiamo raggruppato le proposte inerenti i nostri principi e nostri diritti in sei capitoli. In primo luogo, la tecnologia dovrebbe avere uno scopo degno: servire noi, le persone, che sono al centro della transizione digitale. Dovremmo essere in grado di perseguire le nostre aspirazioni sapendo che siamo al sicuro e che i nostri diritti fondamentali saranno rispettati.

In secondo luogo, la solidarietà sociale è fondamentale. Tutti devono sentire un senso di appartenenza da cui trarre vantaggio per diventare più digitali. Ecco perché il nostro quadro proposto include impegni in materia d’educazione digitale, connettività e servizi pubblici digitali. Anche un affidabile accesso all’assistenza sanitaria digitale in tutta l’Unione europea (che ci avrebbe aiutato immensamente durante la pandemia) rientra in questa voce.

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Davide Serafin – La città tropicale

Il 1 agosto 2020 un violento temporale si è abbattuto sulla città di Alessandria. Tecnicamente si chiama downburst: una cascata di aria fredda che discende rapidamente all’interno di una nube temporalesca, arrivando al suolo con violenza tale da essere appunto assimilata a  uno scoppio (“burst”). Il mattino dopo, distesi a terra, vi erano almeno trecento alberi dei parchi e dei viali cittadini, diverse abitazioni erano completamente scoperchiate. Dappertutto erano i calcinacci, le tegole schiantate sui marciapiedi.

Nel complesso, la città sembrava come bombardata. E poi ancora: nell’arco di sette anni, dal 2014 al 2021, il fiume Bormida ha battuto per ben tre volte i record precedenti di massima portata in piena: 9.2 metri nel novembre 2014, 9.39 metri nel novembre 2019, 9.41 nel novembre 2021. I centimetri che mancano alla prossima disastrosa alluvione potrebbero essere molto pochi, anzi, pochissimi.

Che lo si voglia o no, Alessandria dovrà confrontarsi sempre più spesso con eventi simili.

Si potrà dar voce a tutte le anime negazioniste del panorama politico italiano, si potrà metter in cima ai programmi politici lo sviluppo, la (presunta) creazione di nuovi posti di lavoro, gli investimenti da parte di multinazionali di dubbia fama. Ma il dato concreto è davanti a tutti noi e si presenta ogni anno, d’autunno nelle piogge torrenziali, d’estate nelle notti tropicali e durante tutto l’arco dell’anno nei periodi di siccità (come quello che stiamo vivendo al momento in cui scrivo).

Si chiama crisi climatica. Ha un responsabile (l’uomo) e una causa radice (il consumo di combustibili fossili, ma non solo).

Nonostante l’evidenza, nonostante le disastrose proiezioni, il decisore politico che ha guidato Alessandria nell’ultimo quinquennio ha ben pensato di accelerare il consumo di suolo agricolo alle porte della città. Nuovi insediamenti sono tuttora in corso di discussione ma il loro benevolo accoglimento potrebbe essere messo per iscritto entro poche settimane. A quel punto, il recinto di cemento che stringe i due fiumi sarà quasi completo.

La memoria del 1994 è solo più una melensa retorica, purtroppo.

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La crisi inflazionistica negli USA…e non solo

La narrazione fin qui raccontata dalle Banche centrali (FED e BCE) sul potenziale pericolo d’inflazione è piuttosto suggestiva. In un primo momento venne definita “transitoria” (transitory) – la BCE addirittura l’escluse – poi, improvvisamente al cospetto di dati non più eludibili (7,1 % in Usa e 5,1 % nella UE) entrambi i governatori (Powell e Lagarde) dovettero ammettere l’impennata dei prezzi.

Ora, ci chiediamo com’è possibile che gli apparati tecnici di queste due massime autorità economiche, che per compito istituzionale svolgono un’azione di vigilanza e di allarme in merito all’andamento dei prezzi a tutela delle rispettive cittadinanze, abbiano balbettato in modo così dilettantesco? La risposta deve essere cercata nella grande paura che aleggia nel sistema finanziario internazionale per la fine della cosiddetta “free lunch economy” (l’economia dal pasto gratuito) – come l’ha definita acutamente l’economista indiano Raghuram G. Rajan in un suo breve saggio di recente pubblicazione.

Il ritorno alla “normalità” presupporrebbe la cessazione degli stimoli (liquidità trasferiti alle banche commerciali sotto forma di riserve), aumenti programmati del tasso d’interesse, le cui congiunte conseguenze ridurrebbero drasticamente il valore capitale di quella enorme massa di debito contratto in obbligazioni per lo più private – molte ad alto rischio – detenute dai creditori (banche, mutual fund, istituzioni finanziarie, ecc.). Il rischio che si corre è quello del “big crash”.

Quindi, le Banche Centrali, i cui bilanci strabordano di titoli sovrani ma anche privati se non addirittura grandi pacchetti azionari accumulati nel tempo in cambio di copiosa liquidità, sono poste di fronte a un drammatico dilemma: salvare il mercato finanziario o i redditi dei lavoratori erosi dal loro potere d’acquisto?

Ma c’è di più. Qualcuno confidava sulla capacità della struttura produttiva (imprese) d’assorbire il balzo dei prezzi relativizzando i profitti. Parliamo appunto di quella classe politica che per circa trent’anni ha tergiversato sul dovere d’imporre regole (anti trust) affinché non si creassero delle concentrazioni monopolistiche, magnificando la tesi secondo cui il libero mercato avrebbe prodotto autonomamente quegli anticorpi necessari per favorire la concorrenza in regime di massima occupazione.

Spesse volte in cuor nostro ci chiediamo se i banditori di tale ortodossia liberista si siano almeno una volta confrontati con il pensiero di John M. Keynes. Tuttavia, al di là di questo rimando “teorico”, le considerazioni del democrat americano Robert Reich c’induce a pensare che con una inflazione mordace dal lato dell’offerta (materie prime, energia, noli trasoceanici, blocco delle catene di valore), in presenza di un quadro geopolitico poco rassicurante, per le Banche Centrali ritracciare una rotta nella quale la finanza sia al servizio dell’economia reale, non viceversa, come è accaduto in questi ultimi 30 anni, sarà alquanto difficile.

Robert Reich statemen

Tyson Foods, il più grande confezionatore di carne negli Stati Uniti, ha vantato profitti alle stelle nel primo trimestre e valori delle azioni in rialzo grazie ai suoi prezzi aumentati. Tyson Foods, una delle quattro aziende di confezionamento della carne che dominano fino all’85% del settore, ha affermato di aver dovuto incrementare i prezzi l’anno scorso a causa dell’aumento dei costi di manodopera e trasporto e dei colli di bottiglia verificatesi nella catena di approvvigionamento.

Ma le quattro principali società di confezionamento della carne hanno goduto di un aumento del *300%* dei margini di profitto netto durante la pandemia e alla fine dello scorso anno hanno annunciato $ 1 miliardo di nuovi dividendi e il riacquisto di azioni. Questo è in aggiunta agli oltre 3 miliardi di dollari che queste quattro società hanno pagato agli azionisti dall’inizio della pandemia.

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Portogallo: la vittoria socialista e quello che accadrà dopo

Antonio Costa

Portugal: socialist victory and the morning after

PEDRO MAGALHÃES 31st January 2022

Why did the socialists win so big in Portugal? Maybe because they weren’t expected to.

Di solito ci sono due domande che i corrispondenti esteri pongono agli scienziati politici portoghesi alla vigilia delle elezioni. Perché il Portogallo non ha un importante partito politico populista radicale di destra? E perché il Partito Socialista (PS) è sopravvissuto indenne all’erosione subita dai partiti socialdemocratici quasi ovunque in Europa?

Dopo le elezioni di domenica, la prima domanda ha perso il suo senso. Chega (“Basta”) ha aumentato il suo sostegno dall’1,3 al 7,2 per cento dei voti e da uno a 12 parlamentari, diventando la terza forza in parlamento dopo il PS di centrosinistra e il PSD di centro destra. Fondata nel 2019 da un ex militante del PSD, André Ventura, Chega aveva già dato un chiaro segnale della sua potenziale forza alle elezioni presidenziali dello scorso anno, quando il suo leader ha ottenuto quasi il 12%.

La “domanda” sociale per un tale partito è forte in Portogallo da tempo. I sondaggi che catturano gli “atteggiamenti populisti”, la convinzione dell’esistenza di una profonda divisione tra “élite” e “popolo” – concepiti come entità omogenee, con i primi percepiti come fondamentalmente corrotti – hanno riscontrato che queste due polarizzazioni sono piuttosto diffuse in Portogallo, anche in confronto con paesi in cui vi sono da tempo partiti che soddisfano tale domanda.

Inoltre, Chega è riuscita ad attirare quegli elettori eludendo in parte lo stigma attraverso cui s’indentificavano i “vecchi” partiti di estrema destra, forse a causa del suo emergere come una scheggia del PSD piuttosto che una diretta propaggine d’organizzazioni estremiste. Invece, Chega e il suo leader hanno approfittato loro stessi di quel carattere distintivo malevole non solo verso l’intera classe politica ma anche verso la popolazione Rom, contro la quale il pregiudizio in Portogallo è abbastanza pervasivo.

Ventura ha ottenuto risultati eccezionali nel 2021 nei comuni in cui le minoranze Rom sono più numerose, nonché in contesti in cui, legata alla dimensione della popolazione Rom, la quota di beneficiari dell’assistenza sociale è più elevata, suggerendo che il messaggio del partito sulla “dipendenza dal welfare” era almeno un target identificato dai suoi elettori.

La precedente visibilità di Ventura come commentatore di calcio in televisione e l’irresistibile attrazione per i media portoghesi del “personaggio roboante” hanno fatto il resto. I sondaggi post-elettorali ci diranno di più sugli attuali sostenitori del Chega, ma per quello che sappiamo non si parla di un partito sostenuto in modo sproporzionato dai ceti in sofferenza o più in generale dalla classe operaia: i driver culturali, più che economici, sembrano essere stati i più consequenziali.

Successo inaspettato

Al contrario, la seconda domanda, sull’incessante successo del Partito Socialista, ha ancora bisogno di risposte. Domenica scorsa i socialisti hanno ottenuto quasi il 42% dei voti, cinque punti in più rispetto al 2019. Questo risultato si è rivelato piuttosto inaspettato.

Negli ultimi due mesi, il divario tra PS e PSD si era continuamente ridotto nei sondaggi, fino al punto di un pareggio tecnico appena una settimana prima delle elezioni. Tuttavia, a spoglio terminato, i socialisti hanno aumentato il loro vantaggio sul PSD da nove a oltre 12 punti percentuali ottenendo la maggioranza assoluta in parlamento, la seconda in assoluto nella loro storia. Se completerà il suo mandato, un governo socialista avrà governato il paese per circa due terzi del tempo nel corso di questo secolo.

Come sempre, ci sono potenziali spiegazioni a breve e lungo termine per questo risultato. Quelle a breve termine porteranno a un serio esame di coscienza. Ci chiediamo se la competitività percepita delle elezioni come rappresentata dai sondaggi fino alla settimana precedente fosse stata genuina o fosse stata prodotta con metodi potenzialmente difettosi di cui i media con la loro amplificazione sarebbero stati responsabili. Potremmo non saperlo mai con certezza.

Ma le prevedibili conseguenze di quella percepita vicinanza si sono realizzate. Innanzitutto c’è stata una maggiore mobilitazione: in un Paese in cui l’affluenza alle urne aveva subito un calo secolare, portandola al di sotto della media europea, le elezioni del 2022 hanno segnato una ripresa, la prima dal 2005, quando forse non a caso i socialisti hanno ottenuto la precedente maggioranza assoluta.

In secondo luogo, c’era il voto strategico: dal 2002, in media quasi un elettore su cinque ha fatto la sua scelta nella settimana prima delle elezioni anche se questa volta i votanti dell’ultimo appello potrebbero aver oscillato notevolmente verso il PS, per evitare una vittoria della destra. Com’era prevedibile, questo ha danneggiato i due principali partiti alla sua sinistra: il Blocco di sinistra (che è sceso dal 9,7% nel 2019 al 4,5% questa volta) e il Partito Comunista (dal 6,5% al ​​4,4%). Anche in questo caso, solo gli studi post-elettorali potranno confermarlo.

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Il siluramento della SS Aradora Star (luglio 1940) ove perirono alcuni conterranei alessandrini (enemy aliens) dal Regno Unito destinati ai campi d’internamento in Canada

SS Aradora Star

di Marina Levo

Marina Levo

Nel XIX secolo la Gran Bretagna restò la  destinazione privilegiata di espatrio di molti intellettuali, spesso perseguitati per ragioni politiche (basti ricordare, a tal proposito,  Ugo Foscolo e Giuseppe Mazzini) mentre dalla seconda metà dell’Ottocento il flusso migratorio mutò completamente fisionomia, divenendo un fenomeno di importanti proporzioni, che interessò soprattutto la manodopera giovanile alla ricerca di una nuova collocazione lavorativa a Londra e nelle grandi città industriali del nord. Certo è che nel 1901 si stimavano già più di 24.000 italiani residenti nel Regno Unito.

L’avvento del Fascismo arrestò il flusso di spostamenti all’estero, ma la Gran Bretagna restò comunque un luogo di rifugio sicuro per molti Ebrei e antifascisti. Generalmente ben integrata, allo scoppio della seconda guerra mondiale  la comunità italiana presente nel regno di oltremanica soffrì restrizioni e internamenti che colpirono duramente anche coloro che avevano avversato il regime di Mussolini.

Nella seconda guerra mondiale il gioco delle mutevoli alleanze e degli ingressi differiti nel conflitto ha significato per molti emarginazione e deportazione. Basti pensare ai giapponesi presenti negli Usa dopo Pearl Harbour  (7 dicembre 1941), agli italiani in Giappone, dopo l’armistizio, di cui I Maraini hanno lasciato vivido ricordo, e agli italiani nel Regno Unito che dopo l’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940) vennero costretti ad una emigrazione coatta verso il Canada in quanto ritenuti spie potenziali. A questi “nemici” vennero negati tutti i diritti compresi quelli previsti per i prigionieri di guerra sanciti dalla Convenzione di Ginevra e deportati recidendo legami con i loro parenti e affini inglesi.

In questo contesto una  delle storie meno conosciute della seconda guerra mondiale è la tragedia della SS Arandora Star, avvenuta poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia, dopo il trionfale annuncio di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia a Roma. La dichiarazione di guerra era  stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia.  Una folla oceanica assistette  al discorso di Benito Mussolini in Piazza Venezia a Roma in un caldo pomeriggio del 10 Giugno del 1940. Di fatto, l’Italia era entrata in guerra al fianco della Germania contro Gran Bretagna e Francia. Con la dichiarazione di guerra inoltrata, su ordine del Primo Ministro Inglese Winston Churchill, numerosi italiani residenti da anni in Gran Bretagna, con il solo sospetto che potessero essere delle spie del fascismo, furono internati e mandati in campi di prigionia “Aliens Camp”.

La celebre espressione di Winston Churchill “collar the lot”, “metteteli tutti al guinzaglio”, sintetizza molto bene quegli anni di grande incertezza in cui la Gran Bretagna temeva un’invasione tedesca ed entrambi gli schieramenti applicarono l’internamento dei cittadini originari dei paesi nemici come misura preventiva contro lo spionaggio. Anche le loro famiglie residenti nelle città britanniche costiere furono oggetto delle misure restrittive adottate dal governo inglese e, costrette a trasferirsi in città, finirono prive di sostentamento e di assistenza, ignare della sorte dei congiunti deportati.

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L’età dell’Ornitorinco    

di Pier Luigi Cavalchini

L’elezione di Sergio Mattarella, al suo secondo mandato, nonostante abbia più volte espresso la sua intenzione di interrompere un’abitudine, quasi una scorciatoia, del mondo politico…ci lascia perplessi.

Grande rispetto per l’atto, quasi sublime nella sua semplicità e dedizione a qualcosa che – forse – non c’è nemmeno più, ancor più grande considerazione per la semplicità con cui si è accostato a questa prova.

Poteva fare il “gran rifiuto”, trasformando il suo sorriso non forzato in un ghigno – giustamente – poco rispettoso verso i politicanti di oggi…arrivando ad un sommesso ma fermo “arrangiatevi”.

Invece no. I sette anni prossimi, saranno tutti suoi e, a questo punto, se li vorrà godere con competenza, partecipazione, tolleranza ma anche fermezza. Sarà, probabilmente, il Presidente delle riforme istituzionali, materia a lui ben congeniale che conosce a menadito.

Fornirà le chiavi giuste per scegliere la forma migliore di competizione elettorale, per ottimizzare le funzioni di Camera e (nuovo) Senato, per tagliare finalmente decine e decine di Enti non solo inutili ma dannosi. Vorrà essere  il Presidente dei Cittadini, visto che sono stati – di fatto – i cittadini a richiamarlo a gran voce…Quasi un moderno Cincinnato, tranquillo nelle sue attività agresti, riportato nell’agone dei conflitti di oggi. Verrà chiamato a smontare l’Ornitorinco politico che ha – pervicacemente – voluto fin da subito la sua rielezione, anche in presenza del suo onesto e ragionevole rifiuto.

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Katia Salice – Vita Indipendente: progettare pratiche efficaci

Quando le persone si avvicinano per la prima volta alla “Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità”, siano esse familiari o operatori del sociale, non è infrequente che la reazione sia “si, va beh, bello per carità, ma è fattibile?”. Grazie a tutti coloro che nel corso degli anni hanno studiato come progettare pratiche efficaci, possiamo rispondere che sì, si può fare e si può fare bene.

Il come ce lo racconta il progetto “Lavoro, Vivo, Scelgo” presentato lo scorso 24 gennaio presso il Comune di Poirino e rivolto a persone con disabilità intellettiva. Il titolo dice già molto: il diritto al lavoro nel più ampio quadro del diritto alla vita indipendente per costruire le condizioni per l’autodeterminazione della persona.

Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino, Agenzie di formazione professionale (CIOFS FP Piemonte ed ENGIM), Servizi Socio Assistenziali del chierese, Università di Torino (Centro Studi Di.Vi), Associazione Vivere ODV (associazione di volontari e famiglie), Cooperativa educativa E.T e Cooperativa educativa Oltre la Siepe, a cui si aggiungono il Centro per l’Impiego e i comuni.

Una partnership perfetta per passare dal riconoscimento formale di un diritto alla sua realizzazione pratica.

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“Gli italiani non vanno più a votare. Si accontentano dei sondaggi?” Sergio Staino

Roberta Cazzulo

di Roberta Cazzulo

I giovani dello Zambia si sono recati in massa alle urne lo scorso agosto, causando una storica sconfitta al presidente uscente ed auspicandosi la svolta democratica e la ripresa economica.

Andare a votare non è inutile, avranno pensato.

Hakainde Hichilema come tutti lo chiamano HH ha vinto le elezioni, e per vincere ha puntato sui giovani tra i 18 e i 24 anni, che rifiutano una politica corrotta e sorpassata. Ha  parlato con loro, utilizzando internet e i social media e ha vinto con il 59% dei voti, contro il 38 di Edgar Lungu (Patriotic Front) un margine che non ammette recriminazioni.

Il nuovo leader viene da una famiglia povera (viveva, sorvegliando le vacche), ha studiato ed ha ottenuto una laurea a Lusaka ed un master in Inghilterra.

A 26 anni era già alla guida di una filiale di una società estera.

Di tendenze liberali, ha interessi che vanno dalla finanza, alla salute, dalle proprietà immobiliari al turismo, ed elargisce fondi a favore di bambini che non sanno come andare a scuola. Durante la campagna elettorale ha accantonato i vestiti eleganti ed ha optato per jeans e camice sportive, ha utilizzato un linguaggio chiaro, dimostrando grande abilità nell’usare le nuove tecnologie e richiamando a sè le nuove generazioni.

Tangenti e disoccupazione non saranno semplici da contrastare in un paese come lo Zambia ….

Come prima azione, ha licenziato il capo della polizia e quello dell’esercito: le elezioni scorse, vinte con brogli da Lungu, il suo avversario, l’avevano messo in prigione con l’accusa di tradimento, e solo 4 mesi dopo l’avevano liberato …. Era la quinta volta che aveva tentato di diventare presidente, la costanza spesso ti fa raggiungere i traguardi desiderati.

Nelle democrazie contemporanee la forma più ampia di partecipazione politica è votare, da molti anni nella maggior parte dei Paesi occidentali assistiamo ad aumento costante del tasso di astensionismo.

In Italia la partecipazione elettorale è stata tra le più elevate dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta. Successivamente anche nel nostro Paese gli elettori hanno dimostrato segnali di ampia disaffezione e l’astensionismo è diventato un dato costante e in aumento a ogni tornata elettorale.

Per interpretare questi mutamenti la scienza politica considera due macro-categorie di fenomeni: da un lato le ragioni motivazionali o volontarie che riguardano i motivi più o meno razionali e l’intenzione dei cittadini di recarsi alle urne – la sfiducia verso i partiti politici in generale, l’affievolirsi del civismo – .

Dall’altro lato le ragioni strutturali dell’astensionismo sono correlate con una serie di fenomeni esterni alle preferenze individuali – le trasformazioni sociali ed economiche, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della mobilità per ragioni di studio o lavoro, il numero di giorni a disposizione per votare, l’orario di apertura dei seggi – .

Cosa avranno immaginato e preso in considerazione la metà degli italiani che non si sono recati alle urne alle ultime amministrative: a Torino e a Napoli l’astensionismo ha superato il 50 per cento al primo turno e ai ballottaggi l’affluenza dei votanti è scesa di altri 4 punti.

Gli “astenuti” sono diventati il primo partito d’Italia.

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Angelo Patrizio – Urbanistica della solidarietà

Caro Giorgio, ho letto con molto piacere che sarai candidato a Sindaco.

Da cittadino la cosa mi piace e mi piace anche da uomo di sinistra che da un tempo troppo lungo è privo di casa e che auspica per la città capoluogo una amministrazione democratica e di sinistra. Alessandria, come molte città, non nasconde nulla delle sue bellezze o delle proprie disarmonie: le ferite recenti o le cicatrici antiche; basta andare per strada e vederle anziché solo guardarle.

Del mio legame con la tua terra sai. Un legame che mi porta ad osservare preoccupato oltreché a vivere il tuo territorio, ora anche mio. Credo che per te sia tempo di riflessioni programmatiche. Mi piace segnalarti un piccolo pensiero sugli effetti della pandemia in ambito urbano, che ha evidenziato fragilità di Alessandria alle quali porre rimedio costruendo nuove pratiche per il governo del territorio.

Buone Pratiche che sappiano considerare l’urbanistica come scienza sociale a tutela dei diritti della comunità e sappiano porre una maggiore attenzione all’uomo. La questione è di una certa gravità e stata posta con energia, tempo addietro, anche da Papa Francesco che discorrendo della “sindrome di Babele”, che si verifica quando non c’è solidarietà, ha citato un racconto medievale che descrive come “…durante la costruzione della torre, quando un uomo cadeva e moriva nessuno diceva nulla. Al massimo: Poveretto, ha sbagliato ed è caduto”. “Invece, se cadeva un mattone, tutti si lamentavano e se qualcuno era colpevole veniva punito. Perché? Perché un mattone era costoso. Un mattone valeva di più della vita umana”.

Circa il ruolo dell’urbanistica, poi, pare che essa non esista più.

Si dà spazio predominante a varianti e accordi con i privati. Si mette a reddito il bene di tutti. È l’epoca dell’urbanistica contrattata. E avremmo bisogno, invece, di costruire qualcosa che proverei a definire Urbanistica della Solidarietà.

Non credo che esistano molte altre vie poiché la pandemia ha sconvolto le nostre vite e le nostre città al punto che il desiderio più diffuso pare sia quello di essere rassicurati tout-court e di ritornare alla situazione precedente l’arrivo del virus. La città come la conosciamo ha messo a nudo le sue fragilità e per quanto preoccupante possa apparirci credo che questo momento doloroso possa rappresentare un’occasione irripetibile per riflettere anche sulle fragilità di Alessandria.

Città capoluogo che dovrebbe essere analizzata, capita e amministrata come un insieme di esperienze capaci di dare spazio ai cittadini, ai giovani, ai lavoratori, agli operatori economici, alle imprese. Vedi Giorgio è come se io ti dicessi fraternamente di non cadere nella trappola di Icaro e di non lasciarti prendere dall’illusione di poter controllare dall’alto tutta la città e le sue componenti. Comprenderla è l’unico modo per modificarla. Credo che, pandemia o non pandemia, la qualità di un luogo sia sempre la conseguenza della relazione tra l’uso che se ne fa e la società che lo usa.

Mi piacerebbe che Alessandria potesse dare vita a un cambiamento capace di coinvolgere il modo stesso di pensare ai programmi, ai progetti, alle singole azioni di ambito urbanistico, tenendo presente che a parlare di rigenerazione urbana non possiamo più prescindere dal considerare che ci riferiamo anche al rinnovamento spirituale o morale della comunità urbana.

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Parlando di Città

Note per una discussione aperta.

di Mariano G. Santaniello

Nelle ultime settimane sono comparsi in rete due interventi scritti da personalità di rilievo del panorama politico-culturale alessandrino su temi che hanno riportato l’attenzione all’aspetto del governo del territorio e dell’urbanistica, temi che sono pressoché scomparsi da tempo dall’agenda pubblica non solo qui in periferia, ma anche a livello nazionale. Gli interventi di Giorgio Abonante, scritto insieme a Luca Zanon, e di Renzo Penna hanno posto l’attenzione su questioni rilevanti in merito alle ipotesi di localizzazione futura del nuovo ospedale e del nuovo polo universitario alessandrino, evidenziandone criticità e rischi, mostrando possibili fattori di valorizzazione urbana.

Sarà l’avvicinarsi della scadenza elettorale delle amministrative di primavera, ma il salire alla ribalta di questi argomenti mette in risalto, qualora ce ne fosse necessità, come il governo dei processi di trasformazione urbana, con tutto il suo portato di condizionamento degli aspetti rilevanti connaturati alla valorizzazione della rendita territoriale, rimanga sempre uno degli strumenti prioritari – se non effettivamente l’unico – di esercizio del potere da parte delle amministrazioni locali.

Entrambi i contributi propongono riflessioni ragionate e puntuali, stimolanti e aperte al confronto e al dibattito, cosa auspicabile per l’intera comunità alessandrina, soprattutto in considerazione proprio del prossimo confronto elettorale. 

Il mio non essere un cittadino alessandrino residente, credo mi consenta di avere uno sguardo forse più distaccato, ma – da operatore del settore e soprattutto da professionista impegnato da anni nel mondo della pianificazione territoriale e urbanistica – interessato a tentare di portare un modesto e certamente meno puntuale e approfondito contributo al confronto pubblico su questi temi. Mi permetto pertanto di provare a suggerire alcune suggestioni su cui provare a confrontarsi e a ragionare.

Partiamo da un presupposto che credo basilare: Alessandria, come molti altri centri urbani della provincia, necessita di un nuovo PRG, di un nuovo strumento politico-amministrativo e tecnico che sia in grado di poter far fronte alle sfide che il futuro prossimo ci pone.

Trattasi di un operazione complessa, articolata, che richiede l’impegno di significative risorse, ma fondamentale per cercare di governare i processi e gli indirizzi di sviluppo che la città e il territorio nella sua vasta definizione, si troverà ad affrontare anche alla luce dei mutamenti epocali di transizione sociale, culturale ed economica che stiamo vivendo.

Lo strumento del Piano, in una dimensione di programmazione priva di velleità ideologiche di controllo dei processi, è e rimane l’unico attrezzo utile di cui il potere pubblico e la politica, nella sua accezione più alta e nobile, dispongono per contrastare le spinte speculative e particolaristiche.

Prima suggestione che mi sento di proporre è la pandemia e come questa drammatica vicenda, che ci ha coinvolto tutti a livello planetario, abbia significativamente modificato il nostro essere, il nostro agire, il nostro muoverci. Non solo le esigenze strettamente collegate alla dotazione di servizi sanitari e socio assistenziali sono state prepotentemente suggerite al dibattito pubblico, ma anche gli aspetti legati alla qualità degli spazi abitativi, al comfort e alla sostenibilità ambientale delle residenze.

È emerso chiaramente come sia opportuno ripensare e rivedere le modalità di progettazione dello spazio pubblico nella sua accezione più ampia, ciò anche in ragione delle mutate esigenze interrelazionali che sono intercorse e che hanno significativamente modificato i rapporti tra gruppi sociali e persone.

Le nostre città necessitano di una profonda rigenerazione degli spazi pubblici, delle piazze, delle strade, dei parchi e del verde attrezzato, dei teatri, delle scuole, degli ospedali, ecc. Un approccio innovativo, attento alla sostenibilità, alle opportunità che la rivoluzione digitale in atto fornisce, alla qualità dello spazio e alla sua quantità.

É  necessario affrontare il tema dello spazio pubblico come una vera e propria sfida per far crescere il livello di qualità urbana e di servizi che una città del XXI° secolo deve fornire ai propri abitanti.

Altro argomento che mi permetto di suggerire è una riflessione critica sulla trama urbana. Alessandria, come decine di altri centri urbani più o meno grandi, è stata oggetto nei decenni scorsi di un’impetuosa crescita e di un incremento significativo di suolo urbanizzato. Questo fenomeno si è svolto in maniera tumultuosa, spesso disordinata, e oggi, alla luce anche di fenomeni vistosi di decremento demografico e mutamento delle dinamiche socio-economiche, necessita di una rilevante opera di riconnessione urbanistica, di ricucitura che potrà essere sia infrastrutturale, che formale e morfologica, di quella che in gergo viene chiamata forma della città (forma urbis).

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