Claudio Bonadio – Il Carcere in Centro Città

dalle origini ai progetti finanziati dal PNRR

Gli articoli comparsi sulla Stampa e sul Piccolo che riportavano la notizia della presentazione di progetti, nel dossier del PNRR, destinati all’edilizia penitenziaria che prevedono interventi  di “…..consolidamento, restauro re-rifunzionalizzazione complessiva…” per entrambi gli istituti presenti sul territorio del nostro comune, hanno indubbiamente sortito l’effetto di alimentare il dibattito, un po’ sopito, relativo alla presenza del carcere di Piazza Don Soria, posizionato praticamente nel centro della città.

Le opinioni diverse che ne sono scaturite hanno la caratteristica di portare argomenti validi a favore di chi vorrebbe vedere la chiusura del complesso, di chi ne immagina la totale dismissione per trasformarne gli spazi resi disponibili in qualche cosa di diverso, di chi ne vorrebbe la totale cancellazione e magari l’abbattimento e di chi invece ne vorrebbe la continuità operativa.

Per rendere più chiare alcune dinamiche del passato, fare chiarezza sul valore storico del complesso, aiutare a comprendere la valenza sociale delle modifiche apportate al trattamento delle persone in regime di detenzione e valutare l’attuale situazione che pone il carcere nel centro città. Questo articolo intende farne una breve la storia, forzatamente incompleta, dalle origini ai giorni nostri. Senza dimenticare che in qualche modo la sua ombra si allunga su quasi centottanta anni di storia comunale, sin dalla nascita dei primi piani regolatori dello Stato sabaudo.

I progetti regionali da finanziare con i fondi relativi al PNRR, hanno portato nuovamente alla luce l’argomento delle carceri presenti nel comune di Alessandria, sul cui territorio comunale sorgono due istituti penitenziari che ne fanno il secondo polo penitenziario della regione.

Diverse per tipologia detentive, la Casa Circondariale “Cantiello e Gaeta” e la Casa di Reclusione “San Michele”, sono separate dal punto di vista della localizzazione: la prima posta in centro città, l’altra quasi a ridosso dell’uscita autostradale di Alessandria Ovest a S. Michele.

Dal 2016 le due realtà sono state unificate a livello di Direzione. I progetti presentati dalla regione prevedono interventi  di “…..consolidamento, restauro re-rifunzionalizzazione complessiva…” per entrambi gli istituti, come viene riportato dal documento programmatico.

In questa sede si ritiene opportuno focalizzare l’attenzione sulla storia della Casa Circondariale per tutta una serie di motivi, il primo e più importante dei quali risiede nella sua posizione che la pone a diretto contatto della cittadinanza, praticamente nel centro storico cittadino.

Nata come Casa Penale, destinata cioè a detenuti con pene definitive da scontare, oggi con la qualifica di Casa Circondariale è caratterizzata da una popolazione ristretta in cui è presente una forte percentuale di stranieri comunitari ed extracomunitari, composta in gran parte da detenuti in attesa di giudizio o passati in giudicato con pene detentive di relativamente breve durata,

Nello stesso carcere, è presente una sezione destinata ai detenuti definitivi ammessi al lavoro all’esterno in articolo 21,oppure in regime alternativo alla detenzione quale quello della semilibertà, entrambe misure alternative alla detenzione introdotte dalla Legge sull’Ordinamento Penitenziario (L. 26 luglio 1975 n.354) a sua volta profondamente modificata con la Legge Gozzini (L. 10 ottobre1986 n. 663).

A partire dagli anni quaranta dell’ottocento, la presenza del carcere è stata una costante della vita sociale alessandrina, fonte prima di indifferenza e successivamente di discussioni, preoccupazioni e, perché no, di un valore economico e sociale che dal regno sabaudo del Re Carlo Alberto giunge sino ai giorni nostri. Il contesto nel quale nacque l’idea del penitenziario nella posizione attuale  fu dovuto in gran parte alla nascita dei primi piani regolatori che tendevano a modificare il rapporto tra centro urbano e campagne circostanti, incrementando la trasformazione delle aree rurali suburbane in funzione della crescita demografica, dall’emergere del progressismo nei ceti abbienti oltre alla modernizzazione dell’agricoltura e dell’allevamento, dalla crescente richiesta di manodopera manifatturiera e da un moderato e crescente sviluppo mercantile.

La crescita demografica nel regno sabaudo, successiva alle guerre napoleoniche, aveva portato Alessandria ad essere la terza città per numero di abitanti dopo Torino, che superava di poco i centomila abitanti, e Genova che si poneva intorno ai novantanovemila residenti.

Alla metà dell’ottocento, il comune di Alessandria si componeva di una popolazione, cosiddetta di “diritto”, intorno ai quarantasettemila abitanti, comprendenti quasi seimila militari della guarnigione di presidio e gli abitanti dei sobborghi, denominati i sedici “corpi santi”,  degli Orti, Valle San Bartolomeo e Valmadonna (compresi nel “mandamento entro le mura”) e più distanziati, Retorto, Portanova, Cantalupo, Casalbagliano, Cascinagrossa, Castelceriolo, Lobbi, Mandrogne, San Giuliano, Castelferro, San Michele, Villa del Foro e Spinetta Marengo nel “mandamento fuori le mura”.

Pertanto, intorno al 1848, la popolazione di Alessandria entro i confini delle mura, comprendenti i quattro quartieri di Rovereto, Borgoglio, Marengo e Gamondio, si componeva di circa diciassettemila abitanti, almeno un quinto in più di quelli residenti in tarda età napoleonica.

Fu deciso che le carceri sorgessero in quello che appariva come un quartiere destinato ai servizi, in cui la presenza di una ancora forte vocazione militare cittadina esigeva che le strutture essenziali ,come ad esempio l’ospedale ed il manicomio ed altre, fossero raggruppate praticamente ai bordi estremi dell’abitato, in vicinanza di quelli che ancora oggi gli alessandrini di una certa età ricordano come i bastioni cittadini, i cui ultimi resti scomparvero tra la fine degli anni cinquanta e gli anni sessanta del novecento a causa dello sviluppo dell’edilizia abitativa popolare e cooperativa sorta  al di la dell’attuale circonvallazione di Spalto Marengo.

Le carceri di piazza Don Soria, precedentemente piazza Goito, sono state progettate ed edificate sotto il regno sabaudo di Re Carlo Alberto su progetto dell’architetto francese Henry Labrouste. L’architetto incaricato era uno degli esponenti più significativi della cosiddetta architettura degli ingegneri, convinto sostenitore del razionalismo illuminista, interessato ad una architettura caratterizzata da un elevato livello di funzionalità delle strutture e delle decorazioni.

Labrouste progettò il carcere seguendo i canoni della struttura panottica, indirizzando la scelta in una forma a cupola centrale, intorno alla quale un corridoio circolare permetteva l’accesso ai vari bracci detentivi, nei quali i reclusi trovavano sistemazione in celle di dimensioni ridotte, dette  cubicoli, a cui si accedeva su ballatoi posti a piani diversi, serviti da un ulteriore  corridoio circolare posto al piano superiore della cupola.

Era già questa una differenza notevole rispetto ad altre strutture panottiche coeve, basate su un lungo corpo centrale da cui dipartivano le sezioni di reclusione. Altri  bracci brevi, di altezza contenuta a circa la della metà rispetto a quelli detentivi, erano a loro volta collegati alla rotonda del piano inferiore, per essere utilizzati per i servizi quali cucine, infermerie, lavanderie e spazi per il lavoro mentre al centro della cupola era presente uno spazio rotondo entro il quale fu ricavata in un primo momento la cappella trasformata successivamente in sala riunioni e teatro. Lo spazio destinato alle funzioni religiose fu spostato in uno dei bracci inferiori.

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SOS Adolescenza

di Roberta Cazzulo

L’aggressione ai danni di una ragazzina di 13 anni da parte di un gruppo di coetanee in piazza della Libertà sabato pomeriggio e la rissa avvenuta nella notte tra sabato 15 e domenica 16 gennaio in via Pontida ad Alessandria, fanno riflettere.

I protagonisti dei fatti sono tutti giovanissimi e soprattutto non hanno riflettuto sulle conseguenze delle loro azioni, convinti di riuscire a farla franca. Molti giovani si picchiano, moltissimi stanno a guardare. E i video finiscono in tempo reale su Instagram.

Fenomeno baby gang lo chiamano, ma per gli esperti è la manifestazione gridata del disagio giovanile.

La pandemia, il lockdown, la chiusura delle scuole, la mancanza di socialità sono alcuni dei fattori che hanno contribuito all’aumento della violenza tra i più giovani.

Gli psicologi parlano di allarme sociale.

Questi episodi di violenza possono essere collegati al momento complesso che stiamo vivendo, oppure esprimono un disagio già presente all’interno delle nuove generazioni?

I giovani sono tra le principali vittime indirette di questa pandemia e continuano a sentire sulle loro spalle il peso di una sofferenza che rischia di rimanere spesso nascosta e inascoltata.

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“Ci rivedremo lungo la strada”

di Manuela Repetti

Sono state migliaia le testimonianze, i post, gli articoli per omaggiare David Sassoli che ci ha lasciati precocemente.

Ma mi hanno colpito molto i saluti dei suoi famigliari durante il suo funerale.

Dalle loro parole, più di tanti altri discorsi, si capisce bene chi è stato David, cosa ha fatto e che cosa ha lasciato. Non soltanto è stato un giornalista indipendente, un uomo coraggioso che ha combattuto battaglie politiche e sociali in cui credeva, sempre a favore dei più deboli. David Sassoli è stato soprattutto un padre, un marito, un amico che ha trasmesso alla sua famiglia, a tutti coloro che lo hanno frequentato il valore della condivisione, il senso della comunità.

Una testimonianza comune e sottolineata negli interventi dei figli e della moglie.

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La demenza senile colpirà più di 150 ml. di persone nel mondo entro il 2050

Già adesso ci troviamo in seria difficoltà su come affrontare i casi di demenza senile. L’offerta pubblica è quasi del tutto assente, le famiglie si devono affidare al mercato con costi che vanno ad incidere pesantemente sui loro bilanci. A pagare sono sempre di più gli appartenenti alle classi meno privilegiate con salari già ridotti all’osso. Qualora risultasse attendibile la previsione dello studio pubblicato sulla nota rivista medica inglese The Lancet Public Health negli anni a venire il problema si farà sempre più pressante e drammatico per chi vive accanto ad anziani (genitori, parenti). Uomini, ma soprattutto donne, per dovere, obbligo morale e necessità oggettive saranno costretti/e a raddoppiare il proprio impegno per l’accudimento dei propri cari.

Necessita che le istituzioni pubbliche, mediante le diverse forme di welfare, siano in grado nel prossimo futuro di fornire una risposta dignitosa e protettiva. Sono auspicabili anche il varo di forme miste che aggreghino l’offerta pubblica con quella privata. Non sempre l’immigrazione gioca un ruolo nefasto. Nel caso specifico, se ben ordinata, con adeguata formazione, istruita per ambiti specifici, come per l’assistenza agli anziani, può essere di grande aiuto.

Dementia will affect more than 150m people worldwide by 2050

A new study adds weight to calls for more support for caregivers

Oggi si stima che circa 57 milioni di persone convivano con la demenza senile, una condizione degenerativa incurabile che, nelle sue fasi peggiori, le lascia dipendenti da cure 24 ore su 24. Un nuovo studio pubblicato su Lancet Public Health aggiunge il peso alle previsioni che quel numero esploderà.

La sua proiezione ci dice che il numero triplicherà a 152,8 milioni entro il 2050, con le donne colpite in modo sproporzionato dalla condizione, che è in linea con le previsioni fatte negli ultimi sette anni o più.

Ma a differenza degli studi precedenti, i quali si basavano su proiezioni globali, questa teneva conto delle stime per ogni singola nazione e di specifici fattori di rischio.

Abbiamo ancora gravi limiti in merito alla qualità dei dati forniti dai singoli paesi, i quali utilizzano differenti metodologie e spesso anche definizioni diverse di demenza senile. Il fatto che la conclusione sia così simile a quella redatta da studi precedenti sottolinea che il fattore di rischio più importante rimane semplicemente: l’età. La demenza senile è una condizione che accompagna dozzine di malattie diverse, di cui la più importante è l’Alzheimer, che rappresenta il 60-80% dei casi, a quasi tutte le persone diventano più suscettibili a essere colpite con l’avanzare dell’età.

La maggior parte del previsto aumento della demenza è il risultato di due fattori globali: aumento della popolazione e longevità.

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Angelo Marinoni – Nuovo anno, nuovi contratti, vecchi metodi: l’urgenza di razionalizzare il metodo per ottimizzare il merito

(di ANGELO MARINONI)

Premessa

Il post di Angelo Marinoni è di ottima fattura “tecnica”, un po’ indigesta per i non addetti ai lavori, ma vale la pena leggerlo e sforzarsi di capirlo; la sua critica è puntuale verso il sistema di trasporto pubblico ferroviario regionale e nazionale, ammesso che lo si possa ancora definire tale.

Sì, proprio così, poiché i modelli di attuazione delle politiche pubbliche a partire dagli anni ’80 hanno incorporato soluzione privatistiche sposando principi microeconomici (al margine) ove, data la decisione di trasferire risorse limitate dal centro, l’offerta del servizio per chi in periferia è deputato a fornirla viene “massimizzata” calcolando i costi in subordine a una presunta efficienza.

Il problema sta appunto nel considerare che cosa significhi “politicamente” la parola efficienza.

Lo sarà per l’azionista di riferimento; lo sarà per tutti coloro che staccano i dividenti (rendita); per converso non lo sarà per le maestranze che sono costrette ad accettare maggiore produttività accollandosi nel contempo una riduzione del salario. Ma soprattutto non lo sarà per l’utenza, obbligata a pagare un prezzo più elevato a fronte di una riduzione del servizio. Ci si chiede come sia potuto accadere? Privatizzando e finanziarizzando ex società pubbliche mediante cui si offre la possibilità al rentier di godere rendite estrattive pluriennali, ma nel contempo si scarica sull’utenza l’incombenza di provvedere per sé.

 Avviene di fatto un trasferimento di costi dal bilancio pubblico al portafoglio del singolo cittadino (aumento surrettizio dell’imposizione fiscale). Angelo ha ragione a dolersene, ma fin quando le conseguenze di questa estrazione permane e l’ortodossia economica non ritiene di “prezzare” le eventuali distorsioni che ricadono nell’economia reale (esternalità negative) non si potrà mai evocare la parola “efficienza”, almeno questa come scopo per raggiungere una equa distribuzione delle risorse e un’adeguata offerta pubblica (bene collettivo).

E’ vero, servono pratiche meno cervellotiche, ma soprattutto necessita un cambiamento paradigmatico della teoria economica, meno adesa agli interessi dei “pochi” (finanza) e più disponibile a soddisfare le istanze di quei “molti” scontenti (pendolari, studenti, onesti cittadini, piccoli imprenditori), i quali cominciano a credere che i principi democratici siano solo una colossale burla.

Il Ponte

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Angelo Marinoni – Nuovo anno, nuovi contratti, vecchi metodi: l’urgenza di razionalizzare il metodo per ottimizzare il merito

Recentemente l’assessore ai trasporti della Regione Piemonte Gabusi ha dato la notizia che è imminente la firma di un contratto decennale fra AMP, il consorzio regionale piemontese che deve farsi carico della programmazione dei servizi di trasporto pubblico e relativa contrattualizzazione, e Trenitalia per il servizio di trasporto ferroviario regionale. La notizia è senz’altro positiva per tutte le ragioni chiaramente espresse dall’assessore nella recente intervista su un media on line (stabilizzazione del servizio e possibilità di pianificazione con un interlocutore sul medio periodo fra i principali), ma la vicenda piemontese, descritta dall’assessore anche ad Alba in occasione dell’evento per la riapertura ai fini turistici della ferrovia Asti – Alba, dà l’opportunità di riflettere su un problema generale che, a torto, viene considerato un ineluttabile stato di fatto.

L’assessore ha fatto sapere che la regione dovrà investire, o meglio tirare fuori, 15 milioni annui dal proprio bilancio perché sia garantito l’attuale servizio minimo che, particolarmente in Piemonte Orientale, necessiterebbe di una significativa integrazione per poter essere accettabile.

La cifra va (anche) a compensare un contenzioso di cui non si conosce molto e di cui a livello regionale si discute poco lasciando il problema e chi lo deve risolvere e sta cercando, praticamente da solo,  di farlo con i mezzi che ha a disposizione, non certo adeguati.

La domanda che nessuno si è posto è: ma è normale un paese dove un ente pubblico si indebita per garantire un servizio pubblico fornito da un’azienda pubblica?

La risposta è un limpido “no” per molte ragioni, di cui individueremo le principali.

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Il regolamento dei conti nei confronti delle Big Tech

Anu Bradford

A volte ci pare di vivere in un mondo “capovolto”. La storia delle idee ci ha consegnato un pensiero economico “liberal” adeso ai principi della concorrenza; al rifiuto sistematico dell’oligopolio, o peggio, del monopolio; una sì libera circolazione dei capitali ma ordinata secondo i principi dell’interesse nazionale o continentale; una lotta senza quartiere nei confronti della rendita (parassitismo). In questi ultimi quarant’anni nel dibattitto economico la parola “liberal” ha subito uno scivolamento semantico acquisendo un’accezione completamente opposta al suo significato storico.

In questo breve post Anu Bradford – una delle più titolate voci in materia di diritto internazionale – cerca di ricomporre quel campo semantico distorto da quattro decenni di narrazioni improprie e fuorvianti.

A Reckoning for Big Tech?

Dec 4, 2021 ANU BRADFORD

With the European Union, the United States, and China all looking to crack down on Big Tech, the industry is bracing for impact in 2022. Though the showdown will play out differently in each jurisdiction, it is almost certain to lead to a far-reaching new settlement between markets and the state.

NEW YORK – Nell’ambiente geopolitico odierno, i leader mondiali concordano quasi su niente. Ma il controllo della Big Tech sta emergendo come una delle poche idee che tutti possono condividere. Dalla Cina all’Unione Europea e agli Stati Uniti, le autorità pubbliche stanno orientandosi verso leggi antitrust per ridurre il potere di mercato e promuovere economie più eque e competitive. Nell’anno a seguire, vedremo probabilmente una spinta ancora maggiore per un nuovo accordo tra i mercati e lo stato, con le leggi antitrust al centro di questo sforzo e le grandi aziende tecnologiche come obiettivo primario.

La preoccupazione ampiamente condivisa che alimenta questo tendenza è che le Big Tech sono semplicemente diventate troppo grandi.

Per anni, i giganti della tecnologia si sono difese dalle accuse di favorire i propri prodotti nei mercati online in cui operano, di abusare del loro accesso privilegiato ai dati dei consumatori per un guadagno competitivo e infine d’ostacolare la concorrenza acquisendo ogni impresa che minaccia di sfidare la loro posizione di mercato. Queste pratiche lasciano poca scelta ai consumatori, che ora dipendono dai prodotti e dai servizi offerti da una manciata di aziende.

La UE è da tempo all’avanguardia nell’affrontare questi problemi, facendo leva sulle sue leggi antitrust per ridistribuire il potere di mercato e migliorare il benessere dei consumatori. Negli ultimi dieci anni, ha concluso tre indagini antitrust solo contro Google, con una multa di quasi 10 miliardi di dollari. La Commissione Europea sta ora esaminando la tecnologia pubblicitaria di Google e le sue pratiche di raccolta dati, l’App Store di Apple e i sistemi di pagamento mobile, la raccolta dei dati da parte di Facebook e il modello di pubblicità digitale, nonché le pratiche operative di Amazon sul mercato.

Tuttavia, i regolatori della UE vogliono fare ancora di più.

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Gianfranco Ferraris a ruota libera

Gianfranco Ferraris

(intervista di Marina Levo)

Marina Levo

Gian Franco Ferraris è IL SEGRETARIO COMUNALE, oltre che la rappresentazione vivente di una certa sinistra acquese, da lui vissuta ed interpretata con passione in questi ultimi cinquant’anni. Uno spirito libero, in procinto di iniziare il suo ultimo semestre di lavoro  in molteplici Comuni della Provincia di Alessandria e di sorveglianza attiva sul buon funzionamento dell’Unione Montana Suol d’Aleramo.

È quasi d’obbligo chiederti con precisione quanti sono i Comuni con i quali collabori in questo periodo. Perché non si trovano segretari comunali?

Più che collaborare, lavoro come uno schiavo. I comuni “buoni” li prendono gli altri e quelli difficoltosi rimangono a me. Sono in tutto una ventina, otto in convenzione e gli altri a scavalco o a chiamata, un delirio. Quella dei segretari è una follia tutta italiana, ci sono circa  8000 comuni in Italia,  nel 1985 eravamo 5000 segretari e dicevano che eravamo sotto organico e ora saremo poco più di 2000 di cui un terzo sono in fase di pre pensionamento. Vengono indetti dei  concorsi,  ma non si vede nessuno da 10 anni, ora ne arriveranno forse 600. Pensavo che questo ruolo sarebbe sparito, al contrario ancora oggi è indispensabile normativamente per ogni riunione in un Comune. Dopo l’Unita d’ Italia i segretari comunali  erano i garanti dello Stato, al tempo del fascismo erano controllori, nel tempo siamo diventati dei collaboratori dei sindaci, subendo in modo macroscopico le incongruenze dello Stato italiano in materia di Pubblica Amministrazione. L’opinione pubblica di solito se la prende con il travet, ma in realtà la prima riforma da fare riguarda la dirigenza della pubblica  amministrazione.  In diversi  paesi europei ci sono scuole di alta preparazione professionale, in Italia i segretari comunali vengono scelti in modo probabilmente clientelare e i risultato è una PA che fa acqua da tutte le parti, nonostante molti semplici impiegati che fanno dei veri e propri miracoli. Nei concorsi vige il sistema del test a risposta multipla, da alcuni osannato, ma che mi  lascia alquanto perplesso. Gli ultimi segretari arrivati in questo Piemonte fuori mano, dieci anni fa, sono poi ovviamente tornati a casa. Gli albi regionali determinano gli organici e quelli piemontesi sono in cronica sofferenza.

Per un lungo periodo sei stato segretario della Comunità Montana Suol d’Aleramo, ne hai seguito la crescita e anche lo smantellamento. Ti è parsa una misura opportuna nel contesto di quel periodo?

Il vero capolavoro della mia vita è stata la chiusura della Comunità Montana Suol d’Aleramo senza danno per i Comuni, visto che, a conti fatti, c’erano circa centomila mila euro di avanzo ed ho scongiurato perdite economiche agli enti. L’altra Comunità Montana della Provincia di Alessandria è ancora in alto mare, in mezzo a problemi di ogni sorta. Ho avuto un piccolo trauma da questa vicenda, ho acquistato almeno venti chili in quegli anni, perché ingenuamente vedevo la Comunità Montana come una famiglia ma, nel momento dello scioglimento regionale, ho visto gli aspetti peggiori dell’umanità. Un esempio per tutti: erano state comprate delle turbine  per ogni Comune ma, dopo la chiusura, otto su trenta  erano state rubate e non c’erano denunce per il furto. I sindaci si sono” balcanizzati“ come nella Jugoslavia del dopo Tito. Mancava assolutamente la consapevolezza della situazione e della strategia economica della Regione Piemonte, che smantellando le Comunità Montane, intendeva risparmiare risorse e coprire le falle del bilancio regionale. La differenza sostanziale tra Comunità Montane ed Unioni di Comuni è che le prime erano finanziate da leggi dello Stato e regionali, e le seconde vivono invece di fatto sulle risorse dei Comuni.

La questione del personale dell’Unione, circa venticinque dipendenti, mi ha preoccupato moltissimo: sembravano diventati un peso e pareva impossibile collocarli altrove, quando erano per la maggior parte impiegati preparati e lavoratori. La mia preoccupazione era forse eccessiva, perché in realtà gli statali hanno il privilegio della tutela del lavoro, ma all’epoca sembrava di vivere in un incubo. Un aspetto alquanto desolante di questa vicenda sono state le numerose denunce anonime mandate in Procura, anonime ma di fatto sottoscritte da persone che non cercavano un atto di giustizia, ma una rivalsa sempre discutibile. Alcuni soggetti e protagonisti, sparavano sulla diligenza come nei peggiori film western. In quel periodo di profonda solitudine personale, ho avuto la fortuna di incontrare il commissario Paolo  Caviglia, che è stato intelligente e misurato, paziente con tutte le parti in causa ed ha compiuto un capolavoro nella suddivisione dei beni costruiti dalla Comunità Montana.

Le Comunità Montane erano ritenute fonte di spreco di denaro pubblico, in realtà nel nostro Basso  Appennino, avevano un ruolo di difesa del territorio e di collante umano  per molte  iniziative. Di certo erano utili e se ne avverte la mancanza, perché il territorio ha anche perso peso politico, quasi totalmente. In materia di  raccolta di rifiuti,  la Comunità Montana aveva quote in maggioranza relativa negli ambiti e avrebbe potuto dare un’impronta al meccanismo e tutelare maggiormente i cittadini. La legge che le ha abolite era insensata, priva di ogni buon senso e denota una notevole confusione, diffusa nella dirigenza regionale.

È curioso come sono diventato segretario della Comunità Montana, contro la mia volontà, perché facevo il fortunato segretario a Capriata d’Orba, comune assai solido e ricco, a Strevi dove c’era il sindaco squisito, Benazzo, a San Cristoforo e facevo il sindaco a Rivalta Bormida. Un pomeriggio venne Giampiero Nani a parlarmi e a chiedermi di fare il segretario, tra poesie e aneddoti vari.  Gli risposi: “Assolutamente no”  e dopo un po’ mi trovai a fare il segretario perché mi aveva nominato a mia insaputa e la segretaria mi chiamò, dicendomi che dovevo presentarmi per evitare il commissariamento.  Mi presentai adirato,  con un diavolo per capello, deciso ad andarmene, ma Nani mi blandì: era amico di mio padre e  era amico di Andrea  Mignone (sindaco di Ponzone e consigliere regionale in seguito) e del nonno di Andrea Bava, (ex sindaco di Pareto)  poi Masoero (ancora sindaco a Cavatore)…quasi una famiglia…Nani era sempre calmo, c’erano molti fondi e non mancavano le idee…Ho anche pensato di proporre nell’organigramma dell’Unione Montana un assessore all’amicizia, per curare maggiormente l’aspetto solidale del rapporto tra le persone.

Giampiero  Nani era già amico di tuo padre?

Ho conosciuto Nani la prima volta a vent’anni. Mio padre era un contadino e cadde dal trattore, si fratturò le costole ed ebbe problemi piuttosto seri. Nani lavorava all’Inail e dovetti portargli le cartelle dell’infortunio a Montechiaro. Arrivai  a Montechiaro e chiesi di Giampiero Nani e  mi indicarono uno che stava a cavallo, ma aveva le gambe così lunghe che toccavano terra. Era una scena comica. Gli diedi le cartelle cliniche. Per mesi a mio padre non arrivavano i rimborsi dell’ infortunio. Mia madre diceva che non potevo fidarmi di lui, ma dopo qualche mese fu sconfessata e  tutto andò per il meglio. Mia madre mi diceva: “Lavori con Nani? Ma cercati un impiego serio”. Mia madre pensava di avere un figlio intelligente, ma che si perdeva per le strade del mondo. Quando feci il segretario comunale mi disse : “Ti accontenti “.

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Vecchio Ospedale, nuovo Don Soria: occasione unica per Alessandria

(di Luca Zanon e Giorgio Abonante)

Sulla questione ospedale, si deve discutere sulla scelta dell’area della nuova sede, ma la certezza è che la vecchia struttura non può più reggere, anche in un’ottica di recupero. L’orientamento, oggi, è costruire ospedali basati su un’idea di benessere totale del paziente, e questo benessere passa inevitabilmente attraverso il verde. I nuovi ospedali in progetto o in cantiere in Italia e in Europa sono sostenibili a livello ambientali e presentano porzioni di verde che interagiscono, penetrano, si innestano nel costruito (https://www.niiprogetti.it/il-nuovo-policlinico-di-milano/). Questo vuol dire che non si può recuperare la vecchia struttura dell’ospedale, bisogna pensare per forza ad un nuovo edificio. Quindi si aprirà la questione di cosa fare del vecchio ospedale.

Se la parte storica, quella progettata dagli architetti Caselli e Valizzone dalla fine del ‘700 (via Venezia) tutelata dalla Sovrintendenza, deve essere giustamente mantenuta, il grande edificio fuori scala, costruito nella seconda metà del ‘900, dovrà essere abbattuto. Lì si gioca un elemento di ricucitura urbanistica importante, perché siamo ancora all’interno degli spalti, e quindi all’interno del tessuto storico. Si dovranno pensare a costruzioni con una bassa volumetria e intervallate da verde, pubblico e privato. Destinazione d’uso? Sicuramente residenziale, con una buona fetta di edilizia agevolata, ma senza creare divisioni nette, immaginando una commistione di edilizia agevolata ed edilizia privata costituita da residenze di buona qualità architettonica ed ecocompatibili, oltre a servizi pubblici, aree per il tempo libero e parcheggi.

E’ vero che oggi non c’è tutta questa richiesta di case ad Alessandria, ma è anche vero che se le case vengono edificate con una qualità costruttiva medio-alta, queste hanno ancora mercato. Poi c’è il discorso sul vecchio carcere. Anche qui il tema è complesso, come nell’ambito dell’ospedale. Recuperare quella vecchia struttura per perpetuare la destinazione carceraria ci lascia qualche dubbio. Anche per quanto riguarda le carceri oggi si tende a progettare strutture che diano dignità al personale e ai detenuti, e un edificio storico come quello del vecchio carcere non sembra possa soddisfare questo orientamento.

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Gianluca Veronesi – Voglio essere positivo

Gianluca Veronesi

Il sentimento predominante è la stanchezza che supera ormai la paura.
Milioni di persone stanno chiuse in casa non più per evitare il contagio ma perché l’hanno contratto o sono stati vicino a chi lo ha fatto. Detta così sembrerebbe una situazione drammatica. Ma siccome la malattia o non si manifesta o si manifesta in forma lieve, la pazienza tende ad esaurirsi, soprattutto per il protrarsi della convalescenza-positività.

La situazione è complicata: tende a frenare la ripartenza economica, ad indebolire i servizi (anche quelli di prima necessità), apre al rischio di una sottovalutazione della epidemia, nell’illusione di una prematura “normalizzazione” della malattia, declassata a malanno ordinario. Certo la stanchezza è giustificata, sul piano fisico ma principalmente emotivo.
D’altronde pensate quanti stati d’animo abbiamo vissuto dall’inizio della malattia.

Dapprima la preoccupazione trasformatasi poi in paura e addirittura terrore che portava però con se’ anche una sorta di eccitazione per le tante novità: il comune sentire, la solidarietà, il sacrificio che rasenta l’eroismo (gli addetti alla sanità), l’orgoglio nazionale, una pazienza paradossalmente “combattiva”. Mille alti e bassi che alternavano speranza a delusione e rassegnazione. Poi la rinascita, il miracolo, la provvidenza: quando sembrava non potessimo più sbagliare nulla, che il mondo fosse ai nostri piedi.

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Riforma fiscale e Paese dei Balocchi

(di Giorgio Laguzzi)

Già da subito non ero riuscito a nutrire quella soddisfazione che albergava in altre persone del campo riformista, verso alcune delle quali provo sincera stima e forte rispetto, che avevano descritto questa riforma fiscale come un successo in termini di progressività fiscale e di rilancio della coesione sociale.

Non era scaturita in me quella soddisfazione, per usare un eufemismo, proprio per un bias, lo ammetto, che mi impedisce di ritenere utile e funzionale, per un sistema che deve attenzionare bene come utilizzare le risorse economiche a disposizione, favorire ceti reddituali che già si trovano in condizioni di agio e benessere socio-economico. Se fosse possibile aumentare il benessere di tutti, sempre e comunque, allora sarebbe un altro discorso, ma qui purtroppo tra di noi non vi è alcun Lucignolo o Pinocchio, e questo non è il paese dei balocchi. Se poi ci aggiungiamo, seppur fuori tema, che i vantaggi ottenuti dal ceto medio (e quelli quasi inesistenti dal ceto medio-basso e basso) non riusciranno probabilmente neanche a coprire il rialzo dei prezzi da inflazione già in essere nel 2021 e lungo il 2022, diviene ancor più probabile il rischio di veder mitigare l’effetto calmierante della riforma proprio verso i ceti meno abbienti della società.

Arriva dunque a pennello in questi giorni la relazione n.5 del 20 Dicembre scorso, fresca dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Un grillo parlante, saggio ed equilibrato, che mette sull’attenti per evitare a Pinocchio di cascare nelle trappole insidiose del Gatto e della Volpe.

Saggia ed equilibrata è infatti la relazione n.5 della quale si faceva cenno sopra, ma che pur nello stile freddo e imparziale lascia trapelare chiare tesi e dati difficilmente confutabili. Oltre alla questione di una rimodulazione delle aliquote IRPEF che difficilmente si poteva leggere come un esempio di progressività fiscale già in prima battuta nelle settimane scorse, la relazione si addentra nell’impatto delle detrazioni e degli effetti distributivi sulle diverse categorie.

Il dato a mio avviso più negativo sta proprio in quest’ultima parte riguardante l’effetto distributivo. L’analisi viene svolta mediante il metodo di microsimulazione UPB che utilizza le indagini ISTAT sui redditi delle famiglie desunti dalle dichiarazioni fiscali e dagli estratti conto contributivi. Riassumiamo in primis quanto emerge dai grafici riportati nella Figura 8:

  • I redditi inferiori a €12.000 annui risultano pressoché esclusi dai benefici della riforma per via della incapienza fiscale; più precisamente è indifferente per il 99% dei contribuenti sotto €6.000 (riuscendo persino ad essere peggiorativa per un 1%), mentre per i contribuenti tra €6.000 e €12.000 annui è indifferente per il 55%, leggermente migliorativa per il 45% (permettendo un vantaggio fiscale non superiore ai €250 annui) ed è peggiorativa per circa il 2%.
  • La situazione migliora parzialmente per i contribuenti tra €12.000 e €30.000 annui, dove le percentuali precedenti si sbilanciano più favorevolmente verso leggeri vantaggi fiscali (non superiori ai €250 annui, e in piccole percentuali persino tra €250 e €500 annui) pur restando presenti quote seppur ridotte di contribuenti la cui situazione resta indifferente dopo la riforma, o persino leggermente peggiorativa.
  • Viene confermato quanto già era stato accennato le scorse settimane, cioè che i vantaggi maggiori, oltre a €500 annui si hanno per redditi annui tra €42.000 e €54.000 annui, e che comunque questi vantaggi permangono tra €250 e €500 annui anche per oltre il 98% dei contribuenti delle fasce reddituali più elevate.
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