The Economist (UK) – Anticipiamo il 2022

3d render. Calendar 2022 isolated on white background.

Dieci tendenze da osservare nell’anno che viene

La prossima tarda primavera i cittadini di Alessandria saranno chiamati alle urne per rinnovare o confermare la guida della propria comunità. Le nebbie cominciano a diradarsi e i candidati iniziano a prendere forma. Domenica scorsa la segreteria cittadina del Partito Democratico ha impalmato Giorgio Abonante (ABO) come proprio candidato Sindaco. Fra breve, gli altri contendenti affileranno le armi e presenteranno i loro campioni. Varrebbe la pena chiederci quale sarà il contesto internazionale nel momento in cui il cittadino “mandrogno” depositerà la sua scheda nell’urna? Normalmente scenari nazionali e internazionali non incidono sulle priorità locali o sulle motivazioni dei votanti, ma lo scorso e l’attuale doloroso epilogo della pandemia non sono da considerarsi del tutto irrilevanti. Ogni anno il The Economist mette alla prova la propria “clairvoyance” (chiaroveggenza) e quasi sempre ci azzecca.

Se il 2021 è stato l’anno in cui il mondo ha ribaltato le sorti della pandemia, il 2022 sarà dominato dalla necessità di adeguarsi alle nuove realtà, sia in ambiti ridisegnati dalla crisi (il nuovo mondo del lavoro, il futuro dei viaggi) sia come tendenze più profonde che ancora si riaffermano (l’ascesa della Cina, l’accelerazione del cambiamento climatico). Ecco i dieci temi e le tendenze da tenere d’occhio nel prossimo anno.

1 Democrazia v. autocrazia (1 Democracy v autocracy). Le elezioni di medio termine americane e il congresso del Partito comunista cinese porteranno alla luce la spiccata rivalità dei loro sistemi politici. Qual è la soluzione migliore per fornire stabilità, crescita e innovazione? Questo confronto compendierà l’intera area del sapere, dal commercio alla regolamentazione tecnologica, dalle vaccinazioni alle stazioni spaziali. Mentre il presidente Joe Biden cerca di radunare il mondo libero sotto la bandiera della democrazia, il suo paese così disfunzionale e così diviso è una cattiva pubblicità per i suoi meriti.

2 Da pandemico a endemico (2 Pandemic to endemic). Stanno arrivando nuove pillole antivirali, migliori trattamenti anticorpali e più vaccini. Per le persone vaccinate nel mondo sviluppato, il virus non sarà più pericoloso per la loro vita. Ma rappresenterà ancora un rischio mortale nei paesi in via di sviluppo. A meno che non s’intensifichino le vaccinazioni, il covid-19 diventerà solo una delle tante malattie endemiche che affliggono i poveri ma non i ricchi.

3 Le preoccupazioni per l’inflazione (3 Inflation worries). Le interruzioni della catena di approvvigionamento e un picco nella domanda d’energia hanno fatto salire i prezzi. I banchieri centrali dicono che è temporaneo, ma non tutti ci credono. La Gran Bretagna è particolarmente a rischio di stagflazione, a causa della carenza di manodopera post-Brexit e della sua dipendenza dal costoso gas naturale.

4 Il futuro del lavoro (4 The future of work). C’è un ampio consenso sul fatto che il suo futuro sarà “ibrido” e che più persone trascorreranno più giorni a lavorare da casa. Ma se si entra nei dettagli c’è ampia divergenza. Quanti giorni e quali? E sarà giusto? I sondaggi mostrano che le donne sono meno pronte a tornare in ufficio, quindi potrebbero rischiare di essere scartate per le promozioni. I dibattiti incombono anche sulle norme fiscali e sul monitoraggio dei lavoratori a distanza.

5 Il conflitto tra big tech e governi (5 The new techlash). I regolatori in America e in Europa hanno cercato di tenere a freno i giganti della tecnologia per anni, ma devono ancora intaccare la loro crescita o i loro profitti. Ora la Cina ha preso il comando, sferzando le sue aziende tecnologiche a mezzo di una brutale repressione. Il presidente Xi Jinping vuole che esse si concentrino sulla “tecnologia profonda”, il cui sviluppo fornisce vantaggi geostrategici, non sulle frivolezze come i giochi e sulle opportunità per incrementare il consumo. Ma questo stimolerà l’innovazione cinese o soffocherà il dinamismo del settore?

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Una nuova sensibilità politica e governance cittadina, qui da noi, sono necessarie per avviare la transizione ecologica

Se è vero, come afferma il PdC, Mario Draghi, “che i soldi non sono un problema”, è altrettanto vero che queste potenziali risorse nelle mani di amministratori locali dormienti e del tutto insensibili alla transizione ecologica possono costituire il “reale problema”.

Era assai prevedibile che il ventilato cambiamento di paradigma dal “fossile” al “verde” programmato entro un tempo relativamente breve (2030) alimentasse la dinamica dei costi (potenziale inflazione). Quanto più il ritmo della “trasformazione” è battente, tanto più alto è il prezzo da pagare, da cui il rischio da parte dei governanti di trovarsi ad affrontare una perdita di consenso popolare.

Tuttavia, vi sono operazioni che non incidono sull’offerta di materie prime, che non necessitano di gigantesche ristrutturazioni industriali, ma che si possono realizzare incentivando le cittadinanze a cambiare modelli di consumo o di mobilità. Sono le cosiddette “applicazioni a costo quasi zero” che dipendono direttamente dalla capacità delle élite politiche del territorio di persuadere le proprie comunità che dalla riduzione di CO2 o dal calo di polveri sottili tutti traggano vantaggio.

Attualmente, la nostra città non ne è certo un esempio virtuoso. Ma come fare per renderlo? Per prima cosa bisogna osservare e successivamente contestualizzare le esperienze altrui. Carlo Ratti e Richard Florida[1], due massimi esperti internazionali della mobilità urbana sostenibile, ci tratteggiano su Project Syndicate  la svolta che vede impegnata la comunità parigina al fine di raggiungere la quanto più elevata possibile riduzione del danno ambientale.

Con il traffico parigino soffocato da un blocco COVID-19, il sindaco Anne Hidalgo ha deciso il 30 aprile di chiudere la strada lunga quasi tre miglia alle auto [Rue Rivoli], al fine di creare più spazio per pedoni e ciclisti. Gli operai hanno ridipinto la strada e trasformato un’arteria importante nel centro di Parigi, sede del famoso museo del Louvre, praticamente da un giorno all’altro.

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Stop al Ddl ZAN. Prima prova di convergenza

di Pier Luigi Cavalchini 27/10/2021

Pierluigi Cavalchini

Da sempre perplesso sulla formulazione originale del decreto legge Zan, passato con difficoltà alla Camera e ora stoppato al Senato, mi chiedo quale sia il significato vero della bocciatura di oggi (27 ottobre) nell’aula del Senato.

Un vero sbarramento, come è noto potrà essere ripresentata una formulazione simile, ma non identica, solo dopo sei mesi, che va ben oltre il dato specifico, quello della tutela di alcune fasce deboli ben definite, ma che fa intravvedere qualcosa di ben più importante e corposo.

Gli appelli a silenziare le, peraltro deboli, proteste di operatori dei trasporti e di lavoratori del commercio in qualche modo penalizzati dall’obbligo di utilizzo del “green pass”, ne erano un’altra avvisaglia. L’immagine dell’Italia deve essere fulgida e incrollabile, quasi un modello per le nazioni europee e extraeuropee, proprio a partire da campi difficili come quelli della Sanità pubblica o, in questo caso, dell’integrazione sociale e del superamento di forme sclerotizzate di famiglia e rapporti sociali.

Sicuramente un passo indietro che dovrà essere sanato al più presto con una nuova proposta che, per la verità, sarebbe stata possibile già in quest’ultimo mese se una serie di arroccamenti non avessero reso più difficile il dialogo. Parti di  Forza Italia, della Lega e, anche e in minima parte, di Fratelli d’Italia, non vedrebbero in modo negativo una revisione delle tutele per chi non si riconosce nella famiglia tradizionale e propone modalità di vita libera, indipendente e tutelata al di là di ogni razzismo, sessismo e discriminazione.

Il fatto è che, al momento, lo scontro è al massimo livello e solo con un miracolo si potrà avere una proposta collettiva dell’attuale area di governo, in modo da silenziare il problema e riportarlo in ambiti più consoni all’attuale profilo istituzionale. Perché, per chi non l’avesse ancora capito, il problema non è il “decreto Zan” ma la governabilità del Paese con, sullo sfondo, un periodo lunghissimo di gestione da “Partito della Nazione” con quasi tutti dentro.

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The Economist (UK) – Il primo grande shock energetico nell’era della transizione verde

“No vax”, “pro vax”, no green pass”, “si green pass”, “mai con i 5 stelle”, mai con Calenda e Renzi”. Di questo passo si fa sempre più seria l’impressione che la nostra prossima agenda mediatico-politica sarà dettata da Vladimir Putin e da Xi Jinping.

The first big energy shock of the green era

There are grave problems with the transition to clean energy power

Oct 16th 2021 edition

Il mese prossimo i leader mondiali si riuniranno al vertice del Cop26, affermando che intendono stabilire una rotta affinché le emissioni globali nette di carbonio raggiungano lo zero entro il 2050. Mentre si preparano a impegnarsi in questo sforzo trentennale, il primo grande allarme energetico dell’era verde si sta aprendo davanti ai loro occhi.

Da maggio il prezzo di un paniere di petrolio, carbone e gas è aumentato del 95%.

La Gran Bretagna, l’ospite del vertice, ha riacceso le sue centrali elettriche a carbone, i prezzi della benzina negli USA hanno raggiunto i 3 dollari al gallone, i blackout hanno travolto Cina e India e Vladimir Putin ha appena ricordato all’Europa che la sua fornitura di carburante dipende dalla buona volontà russa.

Il panico ci ricorda che la vita moderna necessita di abbondante energia: senza di essa, le bollette diventano insostenibili, le case si raffreddano e le imprese si bloccano. Il panico ha anche messo in luce problemi più profondi mentre il mondo si direziona verso un sistema energetico più pulito, compresi investimenti inadeguati nelle energie rinnovabili e in alcuni combustibili fossili di transizione, sorgono crescenti rischi geopolitici e si constata che ci sono scarse riserve di sicurezza nei mercati dell’energia.

Senza riforme rapide ci saranno più crisi energetiche e, forse, una rivolta popolare contro le politiche climatiche.

L’idea di una tale carenza sembrava ridicola nel 2020, quando la domanda globale scese del 5%, il massimo dalla seconda guerra mondiale, innescando il taglio dei costi nel settore energetico. Ma con la ripresa dell’economia mondiale, la domanda è aumentata anche se le scorte si sono pericolosamente ridotte.

Le scorte di petrolio sono solo il 94% del loro livello abituale, lo stoccaggio di gas europeo l’86% e il carbone indiano e cinese al di sotto del 50%.

Un mercato risicato diventa vulnerabili agli shock e alla natura intermittente di alcune energie rinnovabili. L’elenco delle interruzioni d’energia include la manutenzione ordinaria, gli incidenti, la mancanza di vento in Europa, la siccità che ha ridotto la produzione idroelettrica dell’America Latina e le inondazioni asiatiche che hanno impedito le consegne di carbone. Il mondo potrebbe ancora evitare una grave recessione energetica: i problemi potrebbero essere risolti a condizione che la Russia e l’Opec, sebbene  con riluttanza, aumentassero la produzione di petrolio e gas.

Come minimo, tuttavia, il costo genererà un’inflazione più elevata e una crescita più lenta. E altre pressioni simili potrebbero essere in arrivo.

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Il Turismo nell’Ovadese

Dati Statistici 2002-2020

di Giancarlo Subbrero

Giancarlo Subbrero
  1. Premessa

Il turismo è un settore in rapida crescita a livello internazionale: nel lungo periodo, tra il 1950 e il 2006, gli arrivi di turisti internazionali nel mondo sono passati da circa 30 milioni a 855 milioni, facendo registrare tassi di crescita media annuale del 6,3%; negli anni successivi  – nonostante la crisi economica in atto e la fisiologica flessione del 2009 – gli arrivi di turisti internazionali hanno registrato una continua crescita, sino a toccare i 1.322 nel 2017.

Per l’Italia il turismo rappresenta per il sistema economico nazionale un settore strategico, sia a livello economico sia nella capacità di generare occupazione e reddito. Secondo l’ENIT – l’Agenzia Nazionale per il Turismo –  l’Italia nel 2019 è stato il terzo più visitato al mondo con 56 milioni di visitatori, con un numero pari a 217,7 milioni di presenze straniere e con 432,6 milioni di presenze totali. Secondo stime della Banca d’Italia del 2018, il settore turistico genera direttamente più del 5% del Prodotto Interno Lordo nazionale (il 13% considerando anche il PIL generato indirettamente) e rappresenta oltre il 6% degli occupati.

L’epidemia di Covid 19 ha comportato un brusco arresto di questa crescita. Il World Tourism Organization ha stimato 1 miliardo di arrivi di turisti internazionali in meno, una perdita economica di 1,3 trilioni di dollari di entrate totali delle esportazioni dal turismo internazionale e da 100 a 120 milioni di posti di lavoro diretti nel turismo a rischio. A livello internazionale nel 2020 si è registrato un calo del 74% degli arrivi; sempre nel 2020, in Italia il numero di visitatori nazionali ed internazionali è diminuito del 60% rispetto al 2019. Più in particolare, tra il 2019 e il 2020 le presenze turistiche in Piemonte sono calte da 14,9 milioni a poco meno di 7 milioni e in provincia di Alessandria da 667.000 a circa 324.000.   

  1. L’Ovadese: una sintetica carta di identità

L’Ovadese, così come è inteso correntemente, è un’area relativamente piccola, 257 chilometri quadrati, pari al 7,2% della provincia di Alessandria, composto da 16 Comuni, 9 dei quali sotto i mille abitanti.

La collocazione geografica dovrebbe essere (il condizionale è più che mai d’obbligo !) privilegiata: al confine tra due province (Alessandria e Genova) e tra due regioni (Piemonte e Liguria). E’ attraversato da una autostrada, la A 26, aperta al traffico nel 1978, da due linee ferroviarie, la Genova-Ovada-Acqui Terme-Nizza Monferrato (aperta al traffico nel lontano 1894) e la Ovada-Alessandria (attivata nel 1907), peraltro dal 2012 utilizzata solo per il traffico merci. E’ presente da un fitto reticolo di strade provinciali, tra le quali assumono particolare importanza l’ex strada statale 456 (da poco passata all’ANAS), la SP 155 e la SP 185. In altri termini, la Valle Orba-Stura, assieme alla Valle Scrivia e alla Valle Bormida, rappresenta una delle “porte d’accesso” della provincia di Alessandria verso la riviera ligure, ma anche, reciprocamente, gran parte del traffico d’entrata a lungo raggio dalla riviera ligure lungo la A 10 verso il Nord Italia.  

Area piccola, dicevamo. Alla fine del 2019 la popolazione residente dell’Ovadese ammonta a 26.932 abitanti residenti, pari al 6,4% della provincia di Alessandria e allo 0,6% del Piemonte. L’economia della zona, un tempo caratterizzata dall’industria manifatturiera e in particolare meccanica, a partire dagli anni Novanta del Novecento si è progressivamente orientata verso il terziario, sia privato che pubblico (con una percentuale complessava di attivi che sfiora il 65%), ma con ancora una presenza diffusa di piccola impresa ed artigianato (30% di attivi) ed un settore primario orientato in parte alla vitivinicoltura di qualità.

  1. Turismo nell’Ovadese. Dati statistici

In un contesto di lungo periodo di trasformazione e di profonda terziarizzazione dell’economia ovadese assume particolare importanza economica (ma non solo) il comparto turismo, sia per il presente come, soprattutto, per il futuro.

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Cenni di democrazia deliberativa

La preoccupante astensione dalle urne, lo sfibrato rapporto fiduciario tra Stato e società civile, la recente drammatica pandemia, nonché la possibile ipotesi stag-flazionaria (stagnazione con inflazione) che taluni preannunciano, complessivamente ci inducono a pensare che nel prossimo futuro il “vascello” della democrazia rappresentativa navigherà in acque molto increspate.

Il nostro allarmismo non è fuori luogo, anche se venti di bonaccia come il PNRR potranno stabilizzarne la rotta. Tuttavia, queste risorse, seppur importanti, potranno essere utilizzate con piena efficienza a condizione che il potenziale sviluppo delle realtà locali spiegasse le proprie vele al vento.

Il problema che ci assilla è come farlo, quali soluzioni teoriche ideare e quali principi procedurali applicare in vista dei prossimi appuntamenti elettorali amministrativi. Con ciò non vogliamo disconoscere il valore della democrazia rappresentativa ma nel contempo nemmeno ometterne i suoi limiti. Il cittadino, nel caso specifico, viene chiamato a esprimere tramite il voto solo a scadenze fisse e distanziate, delega politici di professione a occuparsi del bene pubblico e non ha la possibilità di formare le proprie preferenze attraverso una valutazione approfondita nel confronto con altri cittadini.

Pur rimanendo dell’avviso che una perfetta interconnessione tra centro e periferia sia il motore perfetto per la crescita complessiva nazionale non ci affascinano particolarmente le sventagliate cifre “nominali”, bensì quanto queste possano essere trasferite e messe a frutto in sede di sviluppo locale.

Sarebbe interessante assecondare alla rappresentanza procedure decisionali ispirate a principi di democrazia deliberativa, secondo cui soggetti liberi ed eguali partecipano – in base a modalità predefinite – all’interno di una arena pubblica all’esame di un problema attraverso il dialogo e il confronto e sostengano le proprie tesi mediante argomentazioni per assumere scelte che attengano al bene collettivo, sempre che tale processo deliberativo assicuri condizioni di piena uguaglianza e libertà tra i partecipanti.

Storicamente i poteri di spesa centrali e regionali non vedono di buon occhio l’emergenza dal “basso”. Essi sono più inclini a esercitare, se non del tutto in modo ortodosso, un modello “top-down”, gerarchicamente ordinato. La ricerca di un equilibrio tra omogeneità amministrativa, normativa, oggettività razionale e adeguamento alle particolarità localiste non è sempre facile. Sennonché, l’evidente citata rarefazione elettorale, attualmente visibile in molti comuni periferici un po’ discosti dal “sistema mondo”, dovrebbe far pensare che il distacco e il disincanto si recuperano solo attraverso la spinta a una maggiore partecipazione di quelle cittadinanze alle strategie di sviluppo.

Quali vantaggi introdurrebbe l’adozione di alcuni principi di democrazia deliberativa?

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David Card – Nobel per il contributo all’economia del lavoro (Salario minimo)

David Card speaks to the press during his Nobel Prize press conference at UC Berkeley’s campus in Berkeley, Calif. on Monday, Oct. 11, 2021. Card was awarded the Nobel Prize in Economics by the Nobel Committee for his work in labor economics.

Si sapeva già da tempo che Card e Krueger con i loro studi avevano demolito lo strumentale pregiudizio da parte dei conservatori secondo cui l’aumento graduale, nel tempo, del minimum wage (salario minimo) non avrebbe avuto nessun effetto sostanziale sull’occupazione. L’attribuzione del premio Nobel per l’economia a David Card ha spazzato via tutta quella vischiosità trumpiana fatta di fake news, false ideologie pretestuose, insulti e accuse di socialismo. Ora, però la sinistra europea e il collegato mondo sindacale da questa importante ufficializzazione deve trarre profitto. Non sono più accettabili salari orari al di sotto della soglia di sopravvivenza. Qualcuno adduce il fatto che una soluzione per decreto non contribuisce a rendere consapevole il lavoratore della sua condizione di sfruttato e quindi mina la sua capacità di autodeterminarsi e lottare per un contratto migliore. C’è un gratuito “velo” di marxismo in tutto ciò. Tuttavia, si sappia che dopo 40 anni di trickle down, [sgocciolamento della ricchezza dall’alto verso il basso] nonostante la crescita della produttività oraria in pari tempo, si rende necessario che le forze di sinistra s’intestino un “trickle up”. Diversamente, saranno guai seri.

Sveriges Riksbank – Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel has been awarded with one half to David Card “for his empirical contributions to labour economics”

All’inizio degli anni ’90, la saggezza convenzionale tra gli economisti si basava sul fatto che salari minimi più elevati portassero a una riduzione dell’occupazione perché avrebbero aumentato i costi salariali per le imprese.

Per indagare su come l’aumento dei salari minimi influisca sull’occupazione, David Card – insignito del premio 2021 in scienze economiche – e Alan Krueger (ora deceduto) condussero un esperimento empirico. All’inizio degli anni ’90, la paga oraria minima nel New Jersey fu aumentata da 4,25 dollari a 5,05 dollari. La sola ricerca relativa a ciò che accadde nel New Jersey dopo questo aumento non forniva una risposta affidabile alla domanda, poiché numerosi altri fattori avrebbero potuto influenzare il modo in cui i livelli di occupazione cambiano nel tempo. Come per gli esperimenti randomizzati, era necessario un costituire “gruppo di controllo”, cioè un gruppo [di comparazione] in cui i salari non cambiassero ma tutti gli altri fattori fossero gli stessi.

Card e Krueger notarono che non ci fu alcun aumento nella vicina Pennsylvania. Certo, c’erano differenze tra i due stati, ma è probabile che i mercati del lavoro si evolvessero in modo simile vicino al confine. Quindi, studiarono gli effetti sull’occupazione in due aree vicine – New Jersey e Pennsylvania orientale – che hanno un mercato del lavoro simile, ma dove il salario minimo venne aumentato da un lato del confine ma non dall’altro.

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ZTL alessandrina e piccoli problemi

di Nicola Parodi

Fare gli amministratori di un comune e quindi fare politica è anche occuparsi di piccoli problemi? Penso di si e non solo perché è, o potrebbe essere, un dovere derivante dal ruolo, ma anche per ragioni “politiche”. Ascoltare i cittadini, esaminare non solo i grandi ma anche i piccoli problemi che espongono, fare le necessarie valutazioni e rispondere positivamente o negativamente alle istanze ricevute, è un modo per dare un contributo alla crescita fra i cittadini della fiducia nelle istituzioni rafforzando la partecipazione e  la democrazia.

A titolo di esempio espongo un caso, a mio parere quasi paradigmatico, che mi vede interessato.

In questi ultimi giorni ho ricevuto comunicazione telefonica da parte del Nucleo ZTL relativa alla necessità di rinnovo annuale del permesso di transito nella ZTL  “via e piazza Santa Maria di Castello”. Permesso da ritirare previo pagamento del diritto di segreteria di 20 euro.

Devo transitare nella ZTL per raggiungere il garage ubicato nel cortile del condominio, e quindi usufruisco del permesso solo per potervi accedere. Se la richiesta di rinnovo del permesso riguardasse anche la sosta su area pubblica il rinnovo annuale sarebbe più che giustificato, ma nel caso specifico, come succede ad altri abitanti della zona o di altre ZTL in analoghe situazioni, il permesso serve soltanto per poter usufruire del diritto di passaggio, garantito anche dal codice civile nel caso in cui, per l’accesso, sia necessario transitare sulla proprietà di altri.

Ho provveduto a pagare i 20 euro malvolentieri perché subisco la norma regolamentare, che prevede la richiesta di rinnovo annuale previo pagamento dei diritti di segreteria, quasi come una “angheria” con l’unico scopo di aumentare le entrate del Comune. La somma non è enorme, e posso supporre che neppure sia elevato il totale del gettito per le casse comunali derivante da contribuenti che si trovano in analoga situazione.

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Un nuovo ponte per un altro modello di mobilità

Bus Rapid Transit da Alessandria a Spinetta M.go

di Giorgio Abonante e Angelo Marinoni

Giorgio Abonante
Angelo Marinoni

Nel febbraio 2020 avanzammo in Consiglio comunale (sul Piano urbano della mobilità sostenibile, PUMS) la proposta che segue, realizzata dall’ing. Angelo Marinoni, tecnico della commissione trasporti di Fondazione Slala.

Si tratta di una linea veloce tipo Bus Rapid Transit da Alessandria a Spinetta Marengo, in buona parte immediatamente attuabile e con la prospettiva di completare e ottimizzare gli investimenti che si faranno per il nuove ponte sul Bormida e sulla relativa nuova viabilità.

L’obiettivo, oltre alla messa in sicurezza della città e della Fraschetta, deve essere favorire la mobilità sostenibile, ridurre l’impatto dell’inquinamento su Spinetta, promuovere un progetto complessivo di mobilità finalizzato al miglioramento della salute e delle condizioni di vita dei cittadini.

Non possiamo perdere l’occasione di promuovere un progetto omogeneo finanziabile con risorse PNRR e/o con fondi dello Stato e della Regione anche, in ipotesi, a valere sui FESR. Il nuovo collegamento dovrebbe imporre una svolta nella relazione centro città, tangenziali, direttrice est, caselli autostradali e rapporto con Novi – Tortona e la possibilità di valorizzare il Marengo Museum con il suo parco.

Il nuovo Ponte Bormida va oltre il necessario raddoppio del transito sul fiume e richiama un modello di mobilità contemporanea che necessita di un intervento e di finanziamenti europei, nazionali e regionali con il forte coinvolgimento della Provincia già nella fase progettuale.

Invece che fare campagna elettorale sulle spoglie del vecchio ponte sarebbe bene discutere e condividere un bel progetto immaginando il nuovo.

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