The Economist (UK) – Janet Yellen sollecita una tassa minima globale per le aziende. Potrebbe accadere?

Joe Stiglitz non smise mai d’ammonire che “la corsa al ribasso”, oltre che essere moralmente deprecabile, risulterebbe alla fine dannosa per l’intera economia mondiale nel suo complesso, in quanto fomenterebbe un’insana polarizzazione dei redditi associata a un vorticoso aumento del debito privato a parità di propensione al consumo. Paul Krugman, in un suo noto editoriale sul NYT[1], scrisse che “la dottrina secondo cui le basse tasse per i ricchi sia il segreto per la prosperità è stata più volte testata e ri-testata [senza successo]. Ma qual è la sua vera ragione? E’ comune a tutti che una sostanziale parte dei profitti societari rappresenti la ricompensa al potere monopolista non certo un guadagno per gli investimenti, per cui tagliare le tasse ai profitti monopolistici è null’altro che un omaggio per coloro che non intendono né investire né assumere”.

Due premi Nobel che hanno lottato ininterrottamente per due decenni con il solo ausilio delle loro penne contro tutto e tutti, così come avvenne per quell’ultima coppia di giapponesi ancora combattenti scoperti nella jungla. Ora, si comincia ad ascoltarli. Un avvio incerto e confuso ma pur sempre una rottura con il passato.

Forse, non ha tutti i torti chi sostiene che la fase storica dominata in questi ultimi quattro decenni dal capitalismo finanziario, e con esso l’idolatria del mercato, è definitamente tramontata. Seguirà un nuovo paradigma che alcuni economisti anglosassoni già chiamano “New Managed Market Paradigm” (Disegno strutturale strategico di sviluppo economico direzionato dai singoli governi – o Unione di governi – verso cui il settore privato presterà gran parte della sua capacità realizzativa).

Janet Yellen calls for a global minimum tax on companies. Could it happen?

Setting a floor

A version of this article was published online on April 6th 2021

LA TASSAZIONE DELLE IMPRESE è una delle questioni più spinose della politica economica internazionale. Janet Yellen, il segretario al tesoro del presidente Joe Biden, ed ex capo della Federal Reserve, sta preparando il confronto. Il 5 aprile scorso attirò l’attenzione dell’élite economica-finanziaria e politica internazionale con un discorso al Chicago Council on Global Affairs.

Il titolo era un invito ai paesi a concordare un’aliquota fiscale minima globale per le grandi aziende.

Un tale prelievo, affermò Ms Yellen, aiuterebbe “a garantire che l’economia globale prosperi sulla base di condizioni di parità” e contribuirebbe a porre fine a una trentennale “corsa al ribasso. Sebbene l’idea di una tassa minima ponga sulla difensiva i paradisi fiscali nei Caraibi, in parti dell’Europa e oltre, molte altre grandi economie accoglieranno con favore il rinnovato impegno dell’America per il multilateralismo fiscale dopo l’urticante unilateralismo degli anni Trumpiani.

Negli ultimi dieci anni, la crescente elusione dell’imposta da parte delle società ha generato un crescente contraccolpo. La globalizzazione condotta a rotta di collo ha permesso alle multinazionali di sostituire i timori della doppia imposizione con le gioie della doppia non imposizione, utilizzando i paradisi fiscali per ingannare il sistema. Sfruttando le discrepanze tra le leggi fiscali dei singoli paesi, i profitti imponibili potevano essere tagliati o addirittura fatti scomparire. Il gioco diventò più facile con l’aumento dei beni immateriali, allocati più agevolmente tra le giurisdizioni fiscali a confronto di edifici o macchinari. La grande tecnologia ne ha molto beneficiato: i cinque maggiori giganti della Silicon Valley hanno pagato $ 220 miliardi di tasse in contanti negli ultimi dieci anni, solo il 16% dei loro profitti cumulati ante imposte.

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Mariana Mazzucato – Ricostruire lo Stato

Dal nuovo libro della Mariana Mazzucato: Mission Economy: A Moonshot Guide to Changing Capitalism

Build Back the State

Apr 15, 2021 MARIANA MAZZUCATO

In promising to “build back better” from the pandemic, US President Joe Biden has certainly struck the right note. But to succeed, he will need to forge a new social contract, drawing on the lessons of a previous era when the US state led a program that is still paying economic dividends.

LONDRA – Lo sviluppo dei vaccini COVID-19 in meno di un anno è stato chiaramente un risultato importante. Ma il lancio si è dimostrato tutt’altro che perfetto. Negli Stati Uniti, l’operazione Warp Speed ​​ha raggiunto i suoi obiettivi di produzione, ma sin dall’inizio il coordinamento logistico si è inceppato. Il piano non ha dato la priorità ai destinatari dei vaccini in base alle loro necessità, né la distribuzione è stata all’altezza d’affrontare la disuguaglianza razziale.

Risulta chiaro che creare vaccini sicuri ed efficaci e stendere programmi di vaccinazione equi siano due cose diverse. Le agenzie d’innovazione del paese (mission oriented), in particolare la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) e la Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA), si sono dimostrate fondamentali nel porre le basi per lo sviluppo dei vaccini mRNA innovativi. Ma esiste un legame tra l’obiettivo tecnologico di Warp Speed e quello sanitario, ovvero quello di fornire un “vaccino per tutti”?

L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden dovrà far conto di questa distinzione nel momento in cui cerca di “ricostruire meglio” e rinvigorire i finanziamenti scientifici e tecnologici dopo quattro anni di allontanamento dalla scienza e disprezzo per gli scienziati da parte di Donald Trump. Il lancio del vaccino negli Stati Uniti – e ancor di più in Europa – mostra che è tanto importante nei partenariati pubblico-privato mettere a punto i dettagli quanto avviare un obiettivo generale ambizioso.

Nel mio nuovo libro, Mission Economy: A Moonshot Guide to Changing Capitalism, sostengo che il programma della NASA che portò un uomo sulla luna è ancora d’insegnamento per catalizzare e governare le relazioni pubblico-private che producono risultati. Con l’equivalente di $ 283 miliardi, che attualmente costerebbe ai contribuenti, il programma Apollo stimolò l’innovazione in più settori, dall’aeronautica, dai materiali nutrizionali all’elettronica fino al software, rafforzando anche le capacità del settore pubblico.

La NASA pagò centinaia di milioni di dollari a società come General Motors, Pratt & Whitney (nota allora come United Aircraft) e Honeywell per inventare i nuovi sistemi di carburante, propulsione e stabilizzazione all’interno dei suoi leggendari razzi Saturn V. Queste tecnologie finanziate dal settore pubblico diedero poi vita a numerosi spin-off che utilizziamo ancora oggi, tra cui il latte artificiale (dal cibo essiccato degli astronauti) e l’aspirapolvere senza fili (dalle macchine che hanno setacciato la superficie della luna). I circuiti integrati utilizzati per la navigazione costituirono una pietra miliare dell’informatica moderna.

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Project Financing: meglio evitare

Da un po’ di tempo corre voce che la nostra città entrerà nel presente digitale con tutte le sue mirabolanti opportunità. Sarà finalmente una “smart city” Il tutto sarà “smart”: nuovi edifici “smart” che ridurranno la dispersione energetica e l’emissione della CO2, il traffico e parcheggi saranno “smart”, regolati da uno “smart system”, pure l’illuminazione sarà “smart”, l’istallazione di centinaia di telecamere “smart” controlleranno gli anfratti più nascosti e così godremo tutti noi di una “smart” sicurezza, cassonetti “smart”, magari anche dialoganti con l’utenza, fibre ottiche, cloud computing a iosa. Ci rimarrà solo l’asfalto a dir vero poco “smart” con le sue montagne russe, nonché i marciapiedi rotti e pullulanti di ogni specie di botanica selvatica. Tuttavia, sarebbe eccessivo pretendere che l’amministrazione sia obbligata a “smartizzare” ogni cosa, sarà d’uopo che il cittadino collabori con le sue tasche affinché nasca in lui/lei la vera “autocoscienza “smart”. Vorrà dire che ci doteremo di “smart” bici che percepiranno la sottile striscia percorribile tra le centinaia di buche e di “smart” scarpe che ci pre-avvertiranno di eventuali residui legnosi che incontreremo sul nostro cammino.

Parrebbe che l’Amministrazione leghista si sia dotata di una bacchetta magica che improvvisamente “smartizzi” ogni qual cosa, e ci porti in poco tempo dal mediocre abitué al “futuribile” pétillant.  Un incanto che può avverarsi solo ed esclusivamente evocando quell’anglicismo che manda in sollucchero lo “smart people”: il Project financing.

Brett Christophers  è un bravo emergente economista britannico. Nel 2020 pubblicò un’opera che venne inclusa dal Digital Magazine, dal nome di Project Syndicate[1], nella sua lista dei dieci libri economici dell’anno a cui si consigliava la lettura. Non stiamo parlando di PS come fosse una sorta bollettino parrocchiale o di una conventicola aspiranti al ruolo del Dr Stranamore, ma di una pubblicazione in digitale a pagamento di grande spessore alla quale partecipano premi Nobel dell’economia, ex Primi Ministri, ex Chairman di Banche Centrali, studiosi, accademici e personaggi autorevoli nel campo delle scienze politologiche, finanziare ed economiche. I libri scelti sono sottoposti alla revisione di un comitato scientifico.

Il masterpiece di Brett Christophers racconta nelle sue corpose e analitiche 421 pagine la trasformazione dell’economia britannica dalla fine del pensiero economico collettivizzante labourista al “doloroso” passaggio verso il neoliberismo thatcheriano dei primi anni ‘80, ancora vigente, e con tutte le sue drammatiche conseguenze. Il pregio di quest’opera, ma anche il suo difetto, per altro condiviso dallo stesso autore, è quello che alla lucida e meticolosa critica del sistema di governance pubblica inglese non segue una visione alternativa, una seria proposta al suo superamento. In soldoni, il pur analitico metodo critico nei confronti del rinato fenomeno della rendita non si aggancia a una teoria del cambiamento, così come fece Mariana Mazzucato nel suo “The Value of Everything”.

Tuttavia, “Rentier Capitalism, Who Owns the Economy and Who Pays for it[2], questo è il suo titolo, è un saggio di valore dal quale si possono trarre le linee guida del conservatorismo economico di stampo neoliberista inglese camuffato sotto il paradigma del pensiero liberale.

Nei vari settori economici in cui è articolato il contenuto è possibile trovare riferimenti alla presunta bacchetta magica in possesso dell’amministrazione municipale leghista attualmente in carica, secondo cui le basterebbe invocare la parola fatata Project Financing per  trasformare la nostra “analogica” e dormiente città in una vibrante oasi della digitalizzazione. Si sappia che ogni territorio è geloso del propria formula “abracadabra”, in UK viene chiamata PFI (Private Finance Initiative). Ma, al di là dell’ironia, è giunto il momento di leggere Brett Christophers.

Se la prezzatura monopolistica è stata endemica in ogni luogo dell’UK in materia di “outsourching”, questa la si trova in quel coacervo di contratti con il settore pubblico riuniti insieme sotto l’appellativo di PFI. Introdotto dal governo conservatore nel 1992 il PFI in realtà a partire dal 1997 prese il volo sotto il New Labour. Nei fatti, si tratta di un appalto a cui viene applicato una modifica. Invece d’affidare la costruzione di un bene fisico, per esempio una prigione, un ospedale, a un appaltatore privato e farsi carico dei costi relativi al lavoro e ai materiali che necessitano – di solito presi a prestito – il PFI consente al settore pubblico di differirne il pagamento. I costi capitali sono regolati nel corso della durata del contratto PFI (solitamente di 25 0 30 anni) in base a un periodico pagamento che includa tutti i costi del privato (ammortamento capitali, costi finanziari, di mantenimento e tasse) unitary payments. Benché, quest’ultimo sia da considerarsi un debito per il settore pubblico, ciò viene stralciato dal bilancio, quindi escluso dal calcolo del debito. Questo spiega la ragione del particolare apprezzamento da parte del Treasury (Governo) nei confronti del PFI. L’appaltatore si pone come un Special Purpose Vehicle (SPV) e i pagamenti unitary li riceve dal periodo di validità del contratto che non copre solo i costi capitali ma anche qualsiasi servizio – generalmente in sub-appalto – tra cui la manutenzione, le operazioni di pulizia, l’approvvigionamento, tutte clausole che sono annesse nelle disposizioni contrattuali una volta che l’impianto diventi operativo.

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La cittadinanza italiana a Patrick Zaki

La vicenda di Patrick Zaki è ormai nota a livello non solo nazionale ma anche ben oltre il confine italiano. Il giovane studente egiziano dell’Università di Bologna viene detenuto in carcere dal regime egiziano in condizioni al limite della civiltà, con l’assurda accusa di atti sovversivi.

L’Italia si è mobilitata a livello sia nazionale sia internazionale per cercare di risolvere questa assurda vicenda. Già 200 Comuni si sono offerti di offrire la cittadinanza italiana a Patrick Zaki.

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The Economist (UK) – Come l’Europa ha mal gestito la pandemia

E’ assai probabile che al termine di questa pandemia la Commissione UE ne uscirà malconcia sia per faciloneria con la quale contrattò la fornitura dei vaccini, sia per l’inadeguatezza delle risorse finanziare messe a disposizione per la ripartenza dell’economia continentale. Per quanto concerne il secondo argomento più volte alcuni degli attuali interpreti del pensiero keynesiano (Tooze, Varoufakis, Mazzucato, Rodrik) ne hanno sottolineato la poca limpidezza, una applicazione farraginosa, sebbene l’emissione obbligazionaria per la prima volta sarà comunitaria. Sennonché, anche la “bibbia” liberale, il The Economist, nel suo editoriale di copertina del 3 di Aprile, pare non divergere dalle considerazioni fatte dai precedenti autori, anzi rimarca la sventatezza con la quale si è proceduti per definire il piano vaccinale comunitario e lo scarso ammontare delle risorse messe in campo (NGEU Ricovery Plan).

How Europe has mishandled the pandemic

What happened and what does it mean for the union?

Look around the world at the devastation wrought by the covid-19 pandemic and something odd stands out. The European Union is rich, scientifically advanced and endowed with excellent health-care and welfare systems and a political consensus tilted strongly towards looking after its citizens. Yet during the pandemic it has stumbled.

Nella brutale e cruda classifica delle vittime, la UE nel suo insieme ha fatto meno male della Gran Bretagna o dell’America, con 138 morti registrate ogni 100.000, in confronto alle 187 e 166 rispettivamente, sebbene Ungheria, Repubblica Ceca e Belgio se la siano cavata peggio. Tuttavia, la UE è in preda a una feroce ondata alimentata da una variante mortale.

Ciò sottolinea il rischio del basso tasso di vaccinazione dell’Europa.

Secondo la nostra rilevazione, al 58% degli adulti britannici è stato inoculato il vaccino, al 38% degli americani e solo al 14% dei cittadini della UE. I paesi europei sono anche indietro sull’altro criterio valutativo anti-covid-19: l’economia.

Nell’ultimo trimestre del 2020 l’America stava crescendo a un tasso annualizzato del 4,1%. In Cina, che ha soppresso il virus con rigore totalitario, la crescita è stata del 6,5%. Nell’area dell’euro l’economia era ancora in contrazione.

Un anno fa Pedro Sánchez, il primo ministro spagnolo, definì il covid-19 la peggiore crisi che affligge l’UE dalla seconda guerra mondiale. Come mai la risposta alla sua affermazione è andata così male?

Parte del problema dell’Europa è la demografia. Le popolazioni della UE sono anziane rispetto agli standard globali, il che le rende più suscettibili alla malattia. Anche altri fattori meno conosciuti, come le città affollate, possono rendere vulnerabili gli europei. La mobilità transfrontaliera, che è uno dei grandi risultati della UE, probabilmente ha incrementato il diffondersi del virus, e nessuno è intenzionato frenarla quando la pandemia si attenuerà.

Ma parte del problema dell’Europa dipende dalla politica. Jean Monnet, un diplomatico francese che contribuì a fondare il progetto europeo, scrisse notoriamente che “l’Europa sarà forgiata nel corso delle crisi“. Quando le cose vanno verso il peggio, quelle parole vengono colte come un indicatore che la UE strapperà la vittoria dalle fauci della sconfitta. Certamente, durante la crisi dell’euro la Bce alla fine salvò la situazione mediante l’introduzione di nuove politiche; allo stesso modo, la crisi migratoria del 2015 rafforzò notevolmente il progetto Frontex, la forza di sicurezza delle frontiere della UE.

Tuttavia, il motto di Monnet è anche fonte di compiacimento. La guerra civile in Jugoslavia negli anni ’90 portò a dichiarare che “questa è l’ora dell’Europa“. Seguirono anni di carneficina. Allo stesso modo, la decisione dello scorso anno di affidare alla Commissione europea la responsabilità esclusiva per l’acquisto e la condivisione dei vaccini covid-19 per 450 milioni di persone è stata un disastro.

Aveva un certo senso unire gli sforzi di 27 paesi per la ricerca e i loro fondi per il pre-acquisto di vaccini, proprio come ha fatto l’operazione Warp Speed ​​in America per i  50 stati. Tuttavia, la burocrazia della UE ha gestito male i negoziati sui contratti, forse perché i governi nazionali in genere sovrintendono alla salute pubblica. Il progetto è stato condotto principalmente dalla presidente della commissione, Ursula von der Leyen, che ha definito allegramente la decisione di espandere il suo impero come una “storia di successo europea“.

Non proprio. Il suo team si è concentrato troppo sul prezzo e troppo poco sulla sicurezza dell’approvvigionamento.

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Yanis Varoufakis – Il Covid 19 e la UE: un’ipotesi contraria a un fatto realmente accaduto

Apprezzabile esercizio stilistico retorico di Yanis Varoufakis, un gesto di sfida nei confronti di una Unione Europea che dalla lotta alla pandemia esce disorientata e a pezzi. La “controfattualità” dell’economista greco è pari alla “fattualità” dell’Amministrazione di Joe Biden.

A COVID Counterfactual for Europe

Apr 5, 2021 YANIS VAROUFAKIS

Understanding why the European Union will emerge from the pandemic weaker rather than stronger may prove to be a source of gloom. But recognizing what might have been could also serve as a springboard for change.

ATENE – Immaginate che la pandemia di coronavirus, anziché minare la fiducia nell’Unione Europea, l’abbia rafforzata. Immaginate che il COVID-19 abbia convinto i leader della UE a superare anni di acrimonia e frammentazione. Immaginate che oggi [la drammatica esperienza] sia servita da catalizzatore per l’emersione di un blocco più forte e più integrato in un mondo che auspica una leadership globale.

Immaginate. Non è difficile da fare.

Alla fine di febbraio 2020, due settimane prima che l’OMS dichiarasse la pandemia, il Consiglio della UE aveva già incaricato la Commissione europea di coordinare la propria guerra contro il coronavirus. In pochi giorni, la Commissione compila un elenco di attrezzature essenziali che scarseggiano in tutta Europa, dai dispositivi di protezione alle unità di terapia intensiva, ordinando forniture ai produttori. Infine, convoca il Cov-Comm, un comitato formato dai migliori epidemiologi e rappresentanti dei sistemi sanitari pubblici della UE per comunicare linee guida quotidiane. Liberati dalla necessità di procurarsi forniture essenziali, di elaborare adeguate regole di viaggio e di distanziamento, i governi nazionali si concentrano sull’attuazione del piano d’emergenza europeo.

Nel momento in cui, un mese dopo, la pandemia aveva mostrato i suoi denti nel nord Italia, camion carichi di equipaggiamento protettivo, bombole d’ossigeno, macchinari per terapie intensive e persino medici e infermieri cominciano ad arrivare da tutta Europa, tutti coordinati da Bruxelles. Mentre il Parlamento europeo discute i punti più delicati riguardanti l’equilibrio tra le libertà civili e la salute pubblica, la Commissione continua a mappare, in collaborazione con i governi nazionali, le esigenze dei sistemi sanitari in tutta la UE.

A marzo, Cov-Comm suggerisce i confinamenti, con regole che variano da regione a regione. Il Consiglio europeo appoggia il piano della Commissione per l’adozione e il monitoraggio quotidiano della quarantena. Nel momento in cui gli europei vi entrano, una rete di centri di test di massa in tutta la UE viene istituita. Test regolari in ogni quartiere, vicino a ogni scuola e presso ogni luogo di lavoro, il che consente un’uscita coordinata e sicura dal confinamento orizzontale.

In Aprile, essendo il mese più crudele, il numero di vittime aumenta, ma almeno gli ospedali reggono bene, grazie alla messa in comune d’attrezzature e di risorse umane in tutta Europa. Alla domanda da parte dei giornalisti in che modo i medici e gli infermieri stranieri presenti comunicano con i loro colleghi italiani e spagnoli all’interno dei reparti di terapia intensiva, un anestesista tedesco risponde: “Di fronte alla morte, i professionisti medici comunicano per osmosi“.

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Mark Leonard – Il nuovo shock cinese

L’ingordigia del capitalismo finanziario occidentale libero da vincoli politici, nel corso di questi ultimi due decenni, ha trasformato la Cina in un potente e aggressivo competitore, svendendo contemporaneamente la stabilità economica e i diritti che garantivano alla propria classe media – il vero pilastro dei valori democratici – una dignitosa qualità della vita. Il covid 19 ha aggravato l’attuale stato di debolezza dei paesi occidentali. E’ presumibile che a pandemia conclusa Stati Uniti ed Europa reagiranno in modo vigoroso al tentativo del Dragone d’imporre un nuovo ordine politico economico mondiale. Tuttavia, ciò equivarrebbe a non escludere un “doloroso” trade off (costi-benefici) tra politica geo-strategica e globalizzazione finanziaria. Gli USA, in particolar modo, posseggono una “chiave” che chiuderebbe l’uscio a qualsiasi pretesa egemonica della Cina verso l’Occidente, almeno nel breve: la cessazione della convertibilità del dollaro di Hong Kong con il dollaro americano. Ottima l’analisi del politologo britannico Mark Leonard, sebbene le sue conclusioni appaiano di un ottimismo un po’ scontato.

18 Marzo, Anchorage (Alaska) 1° Vertice USA – Cina, Amministrazione Biden (US Secretary of State Antony Blinken e National Security Adviser Jake Sullivan), finisce in una clamorosa e poco diplomatica rissa.

The New China Shock

Mar 31, 2021 MARK LEONARD

Like China’s accession to the World Trade Organization in 2001, the country’s new strategy for achieving economic self-reliance and geopolitical dominance poses an unprecedented challenge to the West. The difference this time is that Western leaders are no longer committed to a fanciful vision of “reciprocal engagement.”

BERLINO – Alcuni mesi fa, le autorità cinesi si sono rivolte a qualche delle più grandi compagnie straniere del Paese e hanno chiesto loro di scegliere un rappresentante per partecipare a un piccolo raduno a porte chiuse sulla nuova strategia economica cinese. L’incontro doveva svolgersi con un alto funzionario in un momento e in un luogo che non potevano essere oggetto di pubblica divulgazione. In base alle informazioni ottenute da due persone con conoscenza diretta della questione, i quali hanno insistito sull’anonimato per discuterne, si chiedeva alle aziende d’inviare solo rappresentanti di etnia cinese. Sia nel contenuto sia nella forma, l’episodio pone in evidenza l’entusiasmo del Dragone di rendere la sua economia più riconoscibilmente autoctona, sviluppando le proprie tecnologie e fonti energetiche, facendo così affidamento sul consumo interno piuttosto che sulla domanda estera.

La nuova strategia del presidente cinese Xi Jinping è incentrata sul concetto di “doppia circolazione”. Al di là del tecnicismo verbale c’è un’idea che potrebbe cambiare l’ordine economico globale. Invece di operare come un’unica economia collegata al mondo attraverso il commercio e gli investimenti, la Cina si sta trasformando in un’economia biforcuta. Il campo definito come la (“circolazione esterna”) rimarrà in contatto con il resto del mondo, ma questo sarà gradualmente oscurato da un altro la (“circolazione interna”) che coltiverà la domanda domestica, il capitale e le idee.

Lo scopo di questa doppia circolazione è rendere la Cina più autosufficiente. Dopo aver precedentemente basato il proprio sviluppo sulla crescita trainata dalle esportazioni, i responsabili politici stanno cercando di diversificare le catene di approvvigionamento del paese in modo che si possa accedere alla tecnologia e al know-how senza essere vittima del bullismo da parte degli Stati Uniti. In tal modo, la Cina cercherà anche di rendere altri paesi più dipendenti da essa, convertendo così i suoi legami economici esterni in potere politico globale.

Il passaggio a una strategia a doppia circolazione solleva lo spettro di un nuovo “shock cinese” che potrebbe sminuire l’impatto del primo, il quale colpì le economie occidentali dopo l’adesione della Cina al WTO nel 2001. Sebbene la sua inclusione abbia generato una enorme quantità di ricchezza e sollevato milioni di cinesi dalla povertà, ha anche creato disoccupazione in luoghi come l’American Rust Belt e i distretti del “red wall” inglese, ponendo le basi per il referendum sulla Brexit nel Regno Unito e l’elezione dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2016.

La classe politica occidentale ha impiegato molto tempo per svegliarsi dallo shock cinese, perché si era vincolata a una strategia di “impegno reciproco”, in base alla quale i consumatori occidentali avrebbero beneficiato delle importazioni cinesi a basso costo e le aziende occidentali avrebbero tratto profitto dalla crescita economica della Cina, grazie al suo enorme mercato. Si presumeva che queste dinamiche avrebbero spinto il gigante asiatico ad aprire ancora di più il mercato e la sua società politica. Ma questa ipotesi non si è avverata.

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Bernie tra i lavoratori in lotta contro Amazon.

Bernie Sanders, il 26 marzo scorso, incontrò i lavoratori di Amazon a Bessemer in Alabama, i quali in accordo con i loro sindacati, stanno conducendo per la prima volta negli USA uno sciopero serrato nei confronti del gigante della logistica americana. Sanders non fa mancare la sua voce di rimprovero verso l’ingordigia dei potenti, ma contemporaneamente pregia il valore del sindacato e sollecita tutti i lavoratori non iscritti ad aderirvi quanto prima. Sanders si comporta come un vero leader della sinistra democratica. Coerentemente al suo impegno politico, in prima persona, al cospetto degli scioperanti, difende il loro salario, i loro diritti e la loro pretesa di essere trattati con umana dignità.

Vi risulta che sia accaduto anche qui da noi per sostenere le maestranze impiegate in Amazon?

“Sono molto orgoglioso di aver avuto la possibilità di sostenere i lavoratori oggi in Alabama nella loro lotta per garantirsi migliori salari, migliori condizioni di lavoro e la dignità sul posto di lavoro. Sia chiaro, i lavoratori di Amazon in Alabama difendono i loro figli e le loro famiglie. Si battono per la giustizia economica e razziale. Stanno difendendo non solo se stessi e le loro famiglie, ma lo fanno anche per i lavoratori sfruttati in tutto il paese. Lavoratori che sono sofferenti e stanchi dell’avidità da parte delle grandi aziende, molti dei quali hanno perso la speranza, e che guardano a Bessemer, in Alabama, per vedere se loro possono affrontare la persona più ricca del mondo e garantirsi giustizia.”

Bernie Sanders

Roberta Cazzulo – “Essere connessi ci basterà?!”

Da inizio pandemia abbiamo assistito ad una improvvisa, veloce, inaspettata “full immersion” nella tecnologia.

Il Covid passerà e ci lascerà un’Italia trasformata, complessivamente più moderna e consapevole, in cui l’utilizzo delle nuove tecnologie sarà più usuale per tutti.

La pandemia ci ha spaventati, indeboliti e cambiati, abbiamo riscoperto la nostra emotività.

Le modalità di aggregazioni a cui ciascuno di noi era abituato sono state bloccate.

Senza relazioni, senza contatti il virus non esiste … Ma riusciamo a vivere senza intrecciare rapporti interpersonali?!

Aristotele affermava che “l’uomo per sua natura è un animale sociale” … Quindi “aggregarsi” con i suoi simili è un istinto primario ed essenziale?!

Più gli individui sono chiusi all’interno delle proprie abitazioni, tanto più si “assembrano” all’interno del mondo digitale: le lezioni on line, i social network, le chat, le video chiamate.

La tecnologia ci ha aiutato e permesso di mantenere relazioni sociali, affettive e lavorative.

Ognuno di noi ha dovuto aggiornarsi sull’uso delle tecnologie e per molte fasce d’età questo ha rappresentato una nuova sfida: insomma il lockdown ha dato impulso all’alfabetizzazione digitale: in poche settimane, smartworking, didattica a distanza, servizi su internet hanno “abituato” le famiglie italiane al mondo digitale.

Se l’emergenza sanitaria provocata dal Covid e il conseguente lockdown fossero accaduti anni fa, ciascuno di noi come sarebbe riuscito a svolgere le proprie attività lavorative? A mantenere i propri rapporti interpersonali? Come avrebbero contrastato pandemia e crisi la sanità, le aziende e la scuola?

Abbiamo scoperto e cercato di sviluppare velocemente nuove possibilità di comunicazione: lo smart working per i lavoratori, la didattica a distanza per gli studenti.

Gli ultimi dati sul consumo digitale del Global Statshot Report, realizzato in partnership con We are Social evidenziano come l’utilizzo dei social nel mondo cresce di oltre il 12% nell’ultimo anno , con 14 nuovi utenti al secondo, inoltre “Zoom” e “Meet” hanno registrato in tutto il mondo un aumento tra i termini più cercati dagli utenti di rete.

La nostra vita offline e online sono molto più attorcigliate di prima.

Abbiamo “trasferito” online gran parte della nostra vita relazionale, formativa e lavorativa.

Digital 2020 , il report annuale che esamina lo scenario social e digital a livello locale e globale, realizzato da We Are social con la collaborazione di Hootsuite ci mostra la popolazione italiana sempre più connessa: quasi 50 milioni di persone si collegano ad internet ogni giorno, trascorrendo 6 ore online ogni giorno e 1 ora e 57 minuti sui social.

Le persone che accedono a Internet da mobile sono 45 milioni, 35 milioni quelle attive sui canali social, utilizzati in modo differente: per svago, informazione e desiderio di crescita professionale, condivisione e conversazione.

La piattaforma social più attiva resta YouTube, seguita da Facebook,. mentre Instagram cresce maggiormente, di anno in anno, con una percentuale che passa dal 55% al 64%.

Per quando riguarda TikTok, la piattaforma social più popolare al mondo che permette agli utenti di creare brevi video altamente virali utilizzando musica, filtri e altre funzionalità, emerge che il 41% dei suoi utenti principali ha un’età compresa fra i 16 e i 24 anni.

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Amazon e il “vuoto pneumatico” a sinistra

Il voto ai sedicenni, lo ius soli, la parità di genere, sono encomiabili proposte che promuovono l’impegno da parte delle forze progressiste per ampliare la platea dei diritti civili, collettivi e politici. Sennonché, spesse volte queste sbandierate “aperture” connotano esclusivamente principi etici-morali, per i quali persino un demiurgo illuminato non opporrebbe nessuna resistenza. Si tratterebbe di un nobile ampliamento della cosiddetta democrazia “formale”, la quale non farebbe certo da riparo a quel prossimo diciottenne, a una donna o a un “nuovo italiano”, contro ogni forma di sfruttamento nella loro attuale o futura veste di lavoratori.

Sorprende il fatto che i partiti o gli stessi esponenti così celebrati, locali e nazionali della sinistra democratica – con qualche eccezione – non abbiano mai fatto cenno della lotta che i lavoratori italiani, impiegati nel gigante monopolistico Amazon, stanno ingaggiando nei confronti della proprietà. Che quest’ultima sia controllata direttamente dalla major americana o da un suo appaltatore, come spesso accade in questi casi, non fa nessuna differenza. Stupisce, ma non troppo, la spiccata preferenza della sinistra democratica verso tematiche di tipo “sovrastrutturale”, piuttosto che tentare di sondare quel campo d’indagine in cui avviene la fondamentale contraddizione che produce il divenire storico, cioè il conflitto tra forze produttive e i rapporti di produzione.

Certo, evocare un aumento della base elettorale includendo i sedicenni – è perché no, anche gli undicenni accompagnati dai genitori – in questo modo ci si sottrae da un’analisi attenta del modello neoliberista, dall’ammettere che esista un conclamato monopolio come risultato scaturente dalla progressiva concentrazione dei capitali, in cui l’intera società occidentale – e non solo – è ormai preda. D’altro canto, è “comprensibile” che non si voglia allungare troppo le corna alle lumache per non allarmare il consenso derivato dal moderatismo perbenista. Tuttavia, sarebbe lecito chiedersi se questo lento e costante allontanamento dal materialismo storico, inteso come una metodologia con il compito di smascherare la rappresentazione del mondo, non abbia contribuito a far sì che l’intero schieramento socialdemocratico mostri il suo attuale increscioso “vuoto pneumatico” e di conseguenza un distacco sempre più marcato dai propri ceti di riferimento.

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