Giorgio Abonante – Amazon e i diritti dei cittadini – lavoratori

Oggi, 22 marzo 2021, scioperano in tutta Italia per la prima volta i lavoratori di Amazon. E’ un fatto che dovrebbe coinvolgerci tutti per le ragioni che provo a riassumere nelle brevi considerazioni che seguono.

La pandemia sta cambiando le nostre città accelerando processi che, per la verità, erano già in corso, almeno se consideriamo il boom dell’economia digitale nel consumo a domicilio. In quest’ultimo settore, in particolare nella ristorazione, la pandemia ha fatto emergere tutte le contraddizioni e i problemi di uno sviluppo che, accelerato e imposto da un evento non previsto, avrebbe bisogno di un intervento pubblico sotto diversi profili, anche a livello di amministrazione locale.

Gli spazi pubblici e abitabili di cui la vita sociale e lavorativa necessita devono essere maggiori, più integrati e adattati alla quotidianità e, in parte, inevitabilmente sottratti all’invadenza delle automobili. Questo è chiaro e pacifico laddove le norme e le abitudini impongono e suggeriranno più vita all’aperto e meno vicinanza al chiuso; o, guardando alla vita professionale, alla necessità di far coesistere meglio le ore in ufficio, in azienda, a casa e nelle normali attività quotidiane; bisogna prepararsi oggi e non aspettare di arrivare tardi a pandemia archiviata, si spera presto e sapendo che potrebbe tornare sotto altre forme.

Ma le città, se non si interviene, rischiano di diventare ancor di più non luoghi, attraversati da mezzi per la consegna di beni da consumare a casa.

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Fabio Camillo – “Siamo senza vaccini: ma è davvero colpa di Big Pharma?

La moderna evoluzione industriale è stata segnata da ristrutturazioni sempre più profonde e ravvicinate. Secondo la teoria economica classica, e quindi secondo i principi liberisti che informano i Trattati istitutivi dell’Unione Europea, i mercati non sono soltanto in grado, ma sono gli unici a poter gestire fasi di ristrutturazione e trasformazione, e quindi anche a poter guidare un’economia manifatturiera tradizionale verso la moderna economia della conoscenza.

In realtà, nella culla del liberismo, l’erario americano, attraverso il sostegno ai migliori centri di ricerca nazionali, politiche volte a favorire l’importazione dei migliori tecnici stranieri e forti investimenti diretti nella ricerca militare (con conseguenti brevetti a disposizione dell’industria nazionale) ha creato attivamente, nel corso di decenni, le basi della Silicon Valley prima e di una moderna economia della conoscenza dopo, con le prevedibili implicazioni nei più diversi rami del sapere e della produzione (che viaggiano a braccetto).

Una pragmatica presa d’atto del fatto che i mercati investono tendenzialmente poco nella ricerca di base, ma che senza questa non si brevetta e si subisce un divario tecnologico (per natura crescente) nella competizione internazionale. In Europa no. Mentre nel trentennio ’70-’90 tutto cambiava, la CEE era impegnata a porre le premesse della costituenda Unione Europea a partire dai principi fondamentali tra i quali riveste rango primario, come naturale nel quadro ideologico dato, il divieto degli aiuti di Stato.

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NYT (USA) – La McKinsey proponeva alle industrie farmaceutiche rimborsi affinché si consumasse un sovradosaggio dell’oppioide OxyContin.

Il cosiddetto “Riformismo” corre il rischio di risultare una parola vuota, salvo che una forza di governo “riformatrice” s’impegni a modificare gli attuali meccanismi che regolano il rapporto tra economia e società. “Riformismo”, quindi, significa dismettere le precedenti “politiche” fallimentari e sostituirle con nuove, alternative, i cui attori siano all’altezza dell’incarico affidato. Detto ciò, ci chiediamo: è veramente un “riformista” colui che non si indigna per la rinnovata consulenza inerente alla stesura del NGEU (Recovery Plan) da parte del Governo italiano alla McKinsey, nonostante il suo palese e documentato disprezzo per le comuni regole di ecologia sociale? Pensate che sia stata una scelta opportuna delegare parte di questo compito a una società privata che fu ritenuta complice – secondo l’indagine del New York Times – nel prematuro decesso di 450.000 americani?

McKinsey Proposed Paying Pharmacy Companies Rebates for OxyContin Overdoses

By Walt Bogdanich and Michael Forsythe

Published Nov. 27, 2020Updated Dec. 17, 2020

Court filings reveal consultants’ talk of a records purge during the opioid crisis, and shed new light on sales advice given to members of the billionaire Sackler family and their drug company, Purdue Pharma.

Quando la Purdue Pharma accettò il mese scorso di dichiararsi colpevole per le accuse penali inerenti al caso dell’OxyContin, il Dipartimento di Giustizia venne a conoscenza il ruolo che una società di consulenza non identificata ebbe svolto nel spingere le vendite di quel antidolorifico. Un farmaco che genera dipendenza, proprio mentre il suo consumo crebbe diffusamente in quantità eccessive suscitando indignazione nella pubblica opinione.

I documenti depositati la scorsa settimana in un tribunale fallimentare federale di New York mostrano che l’adviser era la McKinsey & Company, la società di consulenza più prestigiosa al mondo. Le 160 pagine includono e-mail e diapositive che rivelano nuovi dettagli sui consigli della McKinsey suggeriti ai membri della famiglia Sackler, i proprietari miliardari della Purdue Pharma, e il famigerato piano dell’azienda per il “turbo-incremento” delle vendite dell’OxyContin in un momento in cui l’abuso di oppioidi aveva già ucciso centinaia di migliaia di americani.

In una presentazione del 2017, dai documenti, che sono stati depositati in tribunale per conto di più procuratori generali dello stato, la McKinsey espose diverse opzioni per sostenere le vendite. Una di queste consisteva nel concedere ai distributori della Purdue un rimborso per ogni sovradosaggio di OxyContin corrispondente alle pillole che vendevano.

La presentazione [del progetto] stimò quanti clienti di aziende tra cui la CVS (catena di farmacie al dettaglio) e Anthem (assicuratore) potrebbero [aver incentivato] il sovradosaggio. Si fece una previsione che nel 2019, ad esempio, 2.484 clienti di CVS sarebbero stati esposti a un sovradosaggio o avrebbero sviluppato un disturbo da uso di oppioidi. Uno rimborso di $ 14.810 per “incidente” significava che Purdue avrebbe pagato alla CVS $ 36,8 milioni per quell’anno. CVS e Anthem sono stati recentemente tra i maggiori clienti della McKinsey. Gli addetti stampa delle due società in questione hanno affermato di non aver mai ricevuto rimborsi dalla Purdue per i clienti che avevano subito un sovradosaggio da OxyContin.

Sebbene la McKinsey non sia stata accusata dal governo federale o citata in giudizio, dalle prove documentali, nel 2018 iniziò a preoccuparsi per le ripercussioni legali. Dopo che il Massachusetts intentò una causa contro la Purdue, Martin Elling, uno dei responsabili per la consulenza farmaceutica nordamericana della McKinsey, scrisse a un altro partner senior, Arnab Ghatak: “Probabilmente ha senso avere una immediata conversazione con il comitato dei rischi per vedere, se nel caso, dovessimo fare qualcosa” di diverso da quella di “eliminare tutti i nostri documenti e le e-mail. Probabilmente no, ma man mano che le cose si fanno più serie, qualcuno potrebbe rivolgersi a noi.

Il signor Ghatak, che anche lui consigliò la Purdue, gli rispose: “Grazie per l’avvertimento. Andrà tutto bene.” Non è noto se i consulenti dell’azienda abbiano continuato a distruggere i record. Le due persone in oggetto erano tra i consulenti di alto rango della McKinsey. Come mostrano i documenti di cinque anni fa. Costoro inviarono un’e-mail ai colleghi nella quale si accennava a un incontro in cui la McKinsey riuscì a convincere i Sacklers di commercializzare in modo aggressivo l’OxyContin.

L’incontro “è andato molto bene: la stanza era affollata dai i soli rappresentanti della famiglia, incluso l’anziano statista Dr. Raymond“, scrisse Ghatak, riferendosi al co-fondatore della Purdue, il medico Raymond Sackler, che sarebbe morto nel 2017. Mr Elling era d’accordo. “Alla fine della riunione“, scrisse, “i risultati sono stati chiarissimi per tutti e hanno dato un forte sostegno per procedere velocemente“.

Il piano della McKinsey fu accettato, anche se Russell Gasdia, allora vicepresidente vendite e marketing della Purdue, mise in dubbio la strategia aziendale. Scrisse a Ghatak la sera prima dell’incontro dichiarando che nutriva serie preoccupazioni “sulla necessità di aumentare le vendite” dell’OxyContin. Tuttavia, un altro dirigente della Purdue, David Lundie, era d’accordo nel procedere. Egli asserì che la proposta, anch’essa documentata, avrebbe catturato l’attenzione dei Sacklers, e ciò avvenne.

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Joseph Stiglitz – Lettera aperta a Joe Biden sulla tassazione internazionale delle grandi multinazionali (con J. Ocampo e J. Ghosh)

Porre fine all’elusione dell’imposta sulle società è anche uno dei modi migliori per affrontare la dilagante disuguaglianza di ricchezza e di reddito.

An Open Letter to Joe Biden on International Corporate Taxation

Feb. 26, 2021 JOSÉ ANTONIO OCAMPOJOSEPH E. STIGLITZJAYATI GHOSH

For too long, international institutions have failed to address one of the most toxic aspects of globalization: tax avoidance and evasion by multinational corporations. Fair taxation of multinationals must be a central part of any tax system aimed at driving economic growth and creating high living standards for all.

Gentile Signor Presidente,

Il mondo ha accolto con favore la vostra elezione e il vostro impegno per riportare al centro della politica estera degli Stati Uniti quel requisito che la coinvolge diplomaticamente con la comunità internazionale. Nel trovare una comune intesa tra i governi per creare le condizioni volte a una ripresa economica globale equa e sostenibile dal punto di vista ambientale, la vostra leadership può incoraggiare il cambiamento in modo da trasformare l’esistente.

Per troppo tempo le istituzioni internazionali non hanno affrontato uno degli aspetti più dannosi della globalizzazione: l’elusione e l’evasione fiscale da parte delle multinazionali. Una loro tassazione equa è necessaria per creare il tipo di società a cui aspiriamo e deve essere una parte centrale di qualsiasi sistema fiscale progressivo volto a guidare la crescita economica e generare standard di vita elevati per tutti.

Porre fine all’elusione dell’imposta sulle società è anche uno dei modi migliori per affrontare la dilagante disuguaglianza di ricchezza e di reddito.

Dirottando i loro profitti verso i paradisi fiscali, le grandi aziende privano i governi di tutto il mondo di almeno 240 miliardi di dollari all’anno di entrate fiscali. Questo deficit colpisce non solo gli Stati Uniti, dove ogni anno circa il 50% dei profitti realizzati all’estero dalle multinazionali statunitensi viene trasferito nei paradisi fiscali, ma anche il Sud del mondo, dove le fonti di reddito sono più limitate e quindi si fa maggior affidamento sulle entrate fiscali delle società per finanziare i servizi.

In qualità di membri della Commissione indipendente per la riforma della tassazione internazionale delle società (ICRICT), la esortiamo a mantenere la vostra promessa di “dirigere gli sforzi a livello internazionale affinché si apporti trasparenza al sistema finanziario globale, si perseguano i paradisi fiscali illeciti, si sequestrino i beni sottratti e si renda più difficile per i leader che rubano alla loro gente nascondersi dietro anonime società di facciata“.

A tale scopo, la vostra amministrazione dovrebbe impegnarsi attivamente negli sforzi in corso per rivedere il sistema fiscale internazionale per garantire una tassazione equa delle multinazionali, che è attualmente in discussione nell’ambito del processo OCSE su mandato del G20.

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Gruppo La Cascina – Artana, il patto della mensa e le colpe del Comune. (G.C. Pd e Lista Rossa – Comune di Alessandria)

Il Comune di Valenza, quale centrale unica di committenza che raccoglie più Comuni del valenzano, a metà agosto 2018 aggiudicò l’affidamento del servizio di “refezione scolastica e di ristorazione per gli ospiti della casa di riposo “L’Uspidalì”, e utenti esterni, per un periodo di tre anni a Vivenda s.p.a. Vivenda presentò nella propria offerta un contratto di avvalimento, con il l’impresa ausiliaria Artana s.p.a. che metteva a disposizione, in via non esclusiva e per tutta la durata del contratto, il centro di cottura di cui la stessa Artana era titolare, il personale qualificato, le tecniche operative ed i mezzi organizzativi correlati alla propria attività.

Ricordiamo che l’avvalimento è una procedura, usata nell’ambito degli appalti pubblici, secondo la quale chi partecipa ad una gara per svolgere un servizio può, se non li possiede, avvalersi dei requisiti o degli strumenti di un soggetto terzo. Nella nostra città, Alessandria, la gara si svolse pressoché in contemporanea, con uno sfasamento di qualche settimana, in anticipo rispetto a Valenza, con aggiudicazione definitiva il 3 agosto 2018. Vinse la Cooperativa Solidarietà e Lavoro, che fa parte dello stesso gruppo di Vivenda, “La Cascina”, che, con contratto di avvalimento, scelse il centro cottura di Artana spa.

Ad Asti sempre nell’estate 2018 fu Vivenda ad aggiudicarsi la gara su cui poi intervenne il TAR, a seguito del ricorso della seconda. L’appalto fu affidato alla CAMST che era la seconda classificata. Ma a fine dicembre 2020 il colpo di scena: il Consiglio di Stato ha stabilito che il servizio nelle mense delle scuole del Comune di Asti deve essere svolto da Vivenda SpA.

Di fatto, nel Piemonte sud orientale, nella primavera estate del 2018, è andata in scena una piccola guerra di posizionamento fra Vivenda e Camst/Dussman per accaparrarsi il mercato della ristorazione collettiva. Ne è uscita vincitrice Vivenda, che fa parte del potente Gruppo La Cascina che è attivo in diversi settori (per esempio nelle pulizie, nell’ambito sanitario piemontese e in tutta Italia). La carta che ha potuto giocare in questo piccolo risiko nostrano è stata senza ombra di dubbio la costruzione del nuovo centro cottura di Asti, non a caso inaugurato nel settembre del 2018.

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Luca Beccaria – Il turismo sul nostro territorio e l’importanza di aderire ad Alexala

Ritenendo che la sorte di Alexala meriterebbe qualche riflessione in più, e ritrovandomi nelle parole di alcuni commentatori del territorio circa la vuota retorica di alcuni amministratori, quando si parla di promozione del territorio, vorrei condividere alcuni pensieri in tema di turismo.

Abbiamo appreso da un consigliere regionale, qualche settimana fa, dell’esistenza di un progetto, ribattezzato “spezzatino”, in cui una parte del casalese-valenzano sarebbe stata ricompresa in un’azienda turistica locale (ATL) “dei laghi”, insieme con la provincia del VCO. La cosa ha suscitato, come immaginabile, un biasimo generale, tanto che l’Assessore Poggio ha tenuto a ribadire la non sussistenza di una simile proposta, prediligendo una più ambiziosa ATL che andrebbe dalle Langhe-Astigiano a tutta la provincia di Alessandria.

Diventata seria, a quel punto, la proposta, sono cominciate le lamentele, questa volta alle latitudini albesi-astigiane, perché, come sottolineato da un altro consigliere regionale, s’erano forse fatti i conti senza l’oste. In quel caso, l’elemento della contesa sarebbe stato il territorio del sud alessandrino, l’Appennino, in breve tutto ciò che non è Monferrato, ma a ben vedere, questa logica non è dissimile da quella che ha portato a concepire lo spezzatino dei laghi…

Ciò che non si è chiesto nessuno, e che trovo grave, è riassumibile in una domanda: ha senso strutturare un intero ambito amministrativo, sia pure per la sola promozione turistico-ricettiva, sulla base di un solo sito UNESCO?

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La Dottrina di Paul R. Krugman

Con l’aggiunta di $1,9 trilioni, questi uniti ai precedenti $ 4 che fa un totale di quasi $ 6 trilioni per la maggior parte print money (denaro stampato, moneta bancaria da distribuire direttamente a imprese, famiglie, disoccupati, locatari), si completa il gigantesco profluvio di sussidi, benefit, promulgato dai due rami del parlamento americano per sostenere i redditi dei propri cittadini dalla “rasoiata” del Covid 19. Sembrerebbe già un’enormità se non fosse che altre misure stanno per essere varate: la proposta di un raddoppio del minum wage a $15 l’ora da raggiungere entro i prossimi quattro anni, più la promessa di un intervento straordinario di $ 2,3 trilioni per investimenti nel Green Deal.

A corona di ciò non stupiscono le nomine politiche come quella  di Janet Yellen nel ruolo di Treasury Secretary e Bernie Sanders in quello cruciale di Chairman of the Senate Budget Committee (Presidente della Commissione bilancio del Senato). Appare ormai scontato che dietro questa immensa manovra espansiva ci sia un genio ispiratore non tanto nascosto e nemmeno irrilevante: ed è proprio lui, come pensano molti commentatori americani, lo scorbutico Paul Krugman. La definitiva vittoria dell’economista laureato Nobel newyorkese nei confronti dell’antagonista Larry Summer.

La Biden-economy è chiarissima: tirare dritto, risolvere l’intoppo vaccinale entro l’autunno di quest’anno per far ripartire a tempo record la funzione di domanda (consumo interno) affinché i democrats ne ottengano beneficio prima delle elezione di mid-term del 23. Commentava qualche giorno fa la senatrice Lizzy WarrenHead on for an equitable distribution…we need helping people from the grassroot up” (Si proceda per una distribuzione equanime… noi abbiamo la necessità d’aiutare il popolo a partire dai ceti meno privilegiati verso l’alto). Le faceva eco il giorno dopo lo scontroso Paul Krugman – rare le sue apparizioni – il quale interpellato da Owen Jones del The Guardian (UK) affermava, con uno stile insolitamente diplomatico, che era sollevato per la vittoria di Biden, ma al tempo stesso felice per l’importante incarico affidato a Bernie.

Paul Krugman si distinse nel corso dei due mandati Obama criticando con asprezza il presidente per non aver capito la grave crisi finanziaria del 2008 e aver agito di conseguenza con pavidità “fiscale”, delegando il compito della ripresa alla politica monetaria della Fed di Ben Bernanke, tanto insufficiente quanto controproducente. Ebbe ragione: il risultato si manifestò con la vittoria shock di Donald Trump. Keynesiano fino al midollo, come il “suo gemello” Joe Stiglitz, non perse mai l’occasione di ridicolizzare con il suo tagliente sarcasmo gli esponenti dell’allora pensiero economico dominante europeo (il nuovo consenso), di cui Draghi non fu proprio un attore di seconda fila; non si fece nemmeno scrupolo di canzonare quella che lui chiamò: la stupida dottrina di Berlino[1].

Qualcuno può pensare che la sfida all’ “OK Corral” con la presenza di Krugman sia solo regolamento di conti tra pistoleri nemici. Non è proprio così, riguarda tutti noi, perché il volume di fuoco sparato dagli americani è talmente imponente (il 25% del PIL) e il potere del $ è ancora indiscutibilmente forte da far cambiare l’attuale panorama economico internazionale. Ciò farebbe presupporre il ritorno di una inflazione “controllata” negli USA – stimata del 3/4 % nell’arco dei prossimi due anni – poiché la massa monetaria (M1) e la sua velocità di circolo nel mercato interno (circa il 75 %) aumenterà in modo considerevole.

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Abonante/Marinoni – Teniamoci Alexala, ma con più risorse e fiducia

Da tempo parte della classe dirigente cavalca i campanilismi mentre la restante parte ne invoca il superamento accusando questa dedizione italiana e della provincia alessandrina in particolare di essere il più grosso freno ad un sano sviluppo economico.

La verità sta nel mezzo, come sempre, e, probabilmente, non è tanto il momento di far tramontare i campanilismi, quanto di far convergere gli aspetti emozionali e entusiastici dei campanilismi di territori omologhi, in modo che giochino nella stessa squadra e vincano.

 Il riferimento va, in particolare, a Alessandria, Casale Monferrato e Tortona che la recente vicenda della ATL ha confermato essere terra di frontiera per i decisori regionali; non solo, questa vicenda ha dimostrato ancora una volta come la tendenza sia quella di eliminare quelli che si ritiene essere competitori interni invece che partner di competizione.

 L’inserimento di Tortona nell’ATL Terre d’acqua e la fusione fredda di Alexala (già rientrata) con Alba-Bra dimostrano come sia opportuno non sposarsi con chi ti accetta con sufficienza perché fai massa. Ora è chiaro che il territorio della Provincia di Alessandria non sia la massa di nessuno, come è chiaro che questo territorio non debba invidiare qualcosa ad altri o ambire di essere accettato.

Andare in una ATL con Alba, Bra e Asti portando una dote finanziaria marginale e con una scarsa rappresentanza in un consiglio di amministrazione significa non poter giocare un ruolo diverso da quello di rimorchio, privandosi invece di uno strumento che agisce già nella valorizzazione di porzioni di territorio in collaborazione con le ATL confinanti. Non si capisce davvero cosa ne guadagneremmo.

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Der Spiegel (DE) – Il fallimento della Cancelliera Merkel nella lotta contro la pandemia

Molto interessante ciò che ci descrive il Der Spiegel – uno tra i settimanali tedeschi più letti – sulla gestione della pandemia in Germania. Ebbene, fate il confronto con la nostra presunta “approssimazione sistemica” e traetene le conclusioni. Altresì curioso è il ritratto che la pubblicazione amburghese fa della Cancelliera Merkel, così venerata dai nostri centristi benpensanti.

Chancellor Merkel’s Failure in the Coronavirus Pandemic

An Essay by Markus Feldenkirchen

08.02.2021

Il compassato stile da leadership della Cancelliera Angela Merkel è stato elogiato per anni. Ma nella pandemia, si è rivelato problematico. La sua mancanza d’ambizione e di creatività ha avuto conseguenze disastrose per il paese.

Prima dell’arrivo della pandemia, il copione per la fase finale del mandato di Angela Merkel come cancelliere era stato essenzialmente scritto. Il suo contenuto sarebbe stato un misto d’ammirazione e di prematura nostalgia. Ogni confronto con un possibile successore avrebbe messo la Merkel in una luce ancora migliore.

Il culto della Merkel è poi diventato ancora più adorante nella prima fase della pandemia di coronavirus, con la Germania che è emersa con molti meno danni rispetto ad altri paesi in Europa. In parte è stata fortuna, ma in parte no. La Merkel aveva riconosciuto subito i pericoli presentati dal virus e aveva introdotto le misure corrette. In uno dei suoi rari discorsi alla nazione, riuscì a trasmettere la gravità della situazione con il giusto tono di preoccupazione e di solidarietà, motivando così milioni di tedeschi a rimanere a casa. Se si fosse dimessa l’estate scorsa – cosa che ovviamente non avrebbe mai potuto fare nel mezzo di una simile crisi – sarebbe stata quasi certamente santificata.

La scorsa primavera, in un momento in cui ancora sapevamo poco del virus, i confinamenti erano l’unico strumento efficace che i politici avevano a loro disposizione. Non c’era alcuna reale necessità di creatività o slancio per fare la cosa giusta. Tutto ciò che i politici dovevano fare era chiudere il paese. E la Merkel lo fece con la necessaria convinzione.

Chiudere il paese rimane la sua migliore trovata fino ad oggi. È più brava di chiunque altro in Germania, in particolare se la si paragona a molti dei governatori dei 16 stati tedeschi. A metà ottobre, quando la maggioranza dei governatori dei Lander non credeva che fosse necessario introdurre misure più severe, nonostante i numeri crescenti, la Merkel rispose in modo aspro: “Allora saremo di nuovo qui tra due settimane“. La risposta è già diventata leggendaria in Germania, e aveva ragione. Anche se altri decisori sono caduti vittima nell’arroganza di credere di poter ignorare le conclusioni tratte dagli esperti, la Merkel è rimasta ostinatamente fedele ai fatti.

Sfortunatamente, però, l’insistenza sulle chiusure tempestive ed estese con proroghe è rimasta la sua unica vera risposta alla crisi. Non è stato aggiunto nulla alla cassetta degli strumenti. Ciò che era buono per la prima ondata, tuttavia, si è dimostrato drasticamente insufficiente per la seconda o per la terza. I più impegnativi sforzi per contrastare la pandemia non si sono rivelati altrettanto buoni.

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Gianluca Veronesi – Matthew d’Arabia

Matteo Renzi è uscito indiscutibilmente vincitore nel match con Conte. Qualcuno potrebbe obiettare che controllando egli i voti determinanti a sorreggere il governo, la vittoria era facile. Bastava staccare la spina. Invece ci sono voluti un paio di mesi di finte e controfinte. Durante questo tempo il segretario di Italiaviva ha fatto di tutto e di più. Per motivi esclusivamente suoi, che non conosceremo mai, ha scientificamente umiliato il Presidente del Consiglio e ha stoppato e fatto rifare il piano di adesione al Ricovery Plan.

Quest’ultimo atto ha avuto il consenso di tanti, di diversa provenienza. Il fiorentino ha tenuto a lungo sulla graticola l’intero arco parlamentare per ragioni di visibilità e protagonismo. Qui però comincia l’inspiegabile comportamento dell’ex premier. Che Renzi cercasse rogne era evidente da tempo. Perché non affrontarlo in campo aperto? Perché lasciargli tutta la scena?

Conte pensava che Renzi fosse un giocatore di poker, esperto nel bluff. E il suo ego (che è notevole) lo sconsigliava dall’inseguirlo nei quotidiani rilanci e di snobbarlo per non sporcare il suo prestigio e gradimento. Invece di tacere indignato e offeso avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di condurre un check-up  sulla salute del Governo. Quel tavolo allargato su programma e composizione dell’esecutivo, che abbiamo visto solo al momento dell’incarico esplorativo del Presidente della Camera, poteva essere gestito molto tempo prima da Conte in persona per chiudere rapidamente la “verifica”.

Temo che l’ex Presidente pensi che il temporeggiare, non rispondere, rinviare risolva ogni conflitto, naturalmente a danno dei suoi avversari. Questo funziona con il PD che -sull’altare di una alleanza organica di centrosinistra che si confronti finalmente con quella già esistente e florida di centrodestra- è pronto ad ingoiare qualunque rospo e a sopportare qualunque sgarbo. Non certo con lo scalpitante e provocatorio Renzi. Il quale in piena crisi e nei giorni stessi delle consultazioni si è recato a Riyad per offrire una “consulenza” retribuita al Principe ereditario della Arabia Saudita.

Il principe è un personaggio in forte ascesa, con fama di modernizzatore e abile comunicatore. Come usa da quelle parti, egli non è un tipino scontato e banale. È accusato di aver ordinato il massacro di un giornalista dissidente, avvenuto nell’ambasciata araba a Istanbul, e dopo aver fatto arrestare per corruzione numerosi membri della Corte, tutti suoi zii o cugini. Molti hanno trovato discutibile il ruolo di Renzi che è ancora un componente attivo (direi attivissimo) della scena politica italiana.

A differenza di altri ex leader stranieri – ormai ritiratisi dalla vita politica – che tengono conferenze in giro per il mondo. Insomma paventano una lobby a favore di un paese non certo democratico, che potrebbe mettere il capo di Italiaviva nelle condizioni di non essere indipendente nelle sue decisioni di senatore, per di più membro della commissione Esteri. In parole povere un possibile conflitto di interessi.

Io invece non mi preoccuperei troppo se il contenuto della consulenza è del tenore di quanto abbiamo  visto. La televisione saudita ha messo in onda un faccia faccia tra Renzi e il principe in occasione della visita. Il politico italiano ha sottolineato di essere molto invidioso del costo del lavoro vigente nel paese arabo.

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