Branko Milanovic – E’ il tempo di celebrare o di…preoccuparsi?

Si è discusso molto sull’ambiguità di Sleepy Joe, alias Joe Biden, il 46° Presidente degli USA. Si disse che la sua elezione non avrebbe spostato gli equilibri dei democrats a sinistra e che Bernie Sanders e Lizzy Warren sarebbero rimasti con un palmo di naso. Ma “Giuseppe l’addormentato” ha dimostrato ai soliti tronfi benpensanti di essere molto più sveglio di quanto lo si creda. Si “veste” da moderato di giorno per poi mettersi la cotta da radicale “populista” quando il sole tramonta.

Ha proposto al Congresso di accelerare un ulteriore stimolo fiscale per una cifra di 1,9 trilioni di dollari, che aggiunti ai precedenti 4 sommano a quasi 6 trilioni pari a oltre 1l 25% del PIL USA del 2019. Si tratta principalmente di “liquido” (cash) che andrà direttamente nelle tasche dei contribuenti americani (piccoli imprenditori, famiglie, disoccupati, danneggiati dalla pandemia). Sappiate bene che nel caso specifico non si parla di politica fiscale (tipo il nostro Recovery Plan) – per quella ci sarà tempo – ma di pura, chiamatela come volete, “monetizzazione”. Questo per dirvi quanto la nuova amministrazione ritenga importante pensare alla “funzione della domanda” per il domani e non per quella del “dopodomani” europea, eccessivamente celebrata, con i suoi miseri 750 miliardi (0,75 trilioni) https://ilponte.home.blog/2021/02/06/adam-tooze-la-duratura-fragilita-economica-europea-a-causa-del-covid-19/.

Non ci credete?  https://www.economist.com/leaders/2021/02/06/why-joe-bidens-proposed-stimulus-is-too-big

Sennonché, “Sleepy Joe” ne ha fatte altre sue: ha nominato Presidente della Commissione Bilancio del Senato (di fatto il “regolatore” di questi aiuti) Bernie Sanders. Travolto da questa euforia partigiana il Joe Biden sonnambulo tra i vari “executive orders,” firmati il giorno successivo al suo insediamento, ne ha disposto uno che sollecita i due rami del parlamento (maggioranza democrats) a elevare il salario minimo orario (minimun wage) per le maestranze pubbliche (ciò di fatto vuole dire che in futuro verrà applicato per quasi tutti i lavoratori) nell’arco di 4 anni da $ 7,5 a $ 15. Si direbbe una sciocchezza: semplicemente il doppio. Non ci credete? https://www.economist.com/finance-and-economics/2021/01/30/what-would-a-15-minimum-wage-mean-for-americas-economy

Non è mica finita qui. In uno degli executive order ha ridotto i margini discrezionali per tutto ciò che il Governo Federale acquista sul libero mercato inducendolo a “preferire” (un eufemismo che si legge come obbligo) le forniture di produzione nazionale (un Trump al quadrato). Sapete cosa vuol dire? Che cinesi ed Europei non venderanno più, a pari condizioni, uno spillo al Governo USA.

Avete dei dubbi a riguardo? https://www.economist.com/leaders/2021/01/30/buy-american-is-an-economic-policy-mistake Questo per darvi un’idea del clima che sta maturando tra Cina e Usa, qui descritto in modo impeccabile nel post di Branko Milanovic.

Ovviamente, i nostri media tacciono in merito a queste decisioni, meglio soffermarsi sui temi “multilaterali e razziali” fanno fine e non impegnano. In fondo, non hanno tutti i torti. Ora, quello che sta facendo l’ubiquo moderato-radicale “Sleepy Joe” non c’interessa, con Super Mario – i ben informati dicono che chatti giornalmente con Obama – siamo ormai in una botte di ferro, forse!

A time to celebrate … or worry?

by Branko Milanovic on 1st February 2021 @BrankoMilan

Branko Milanovic worries that in the new global constellation a second cold war—with China—could be in the offing.

Quella maggior parte del mondo dotato con qualche influenza politica sembrava aver tirato un sospiro di sollievo: Donald Trump aveva finalmente lasciato la Casa Bianca. Quattro anni di politiche caotiche, intervallate da invettive razziste, erano giunte alla fine.

I liberali americani avevano respinto un’altra sfida esistenziale, questa volta dall’interno della propria nazione. L’attuale stato d’animo potrebbe essere soffocato dalle devastazioni della pandemia ma, una volta finita, non tornerebbero al trionfalismo celebrativo dei primi anni ’90? Ci sono davvero forti somiglianze tra quello che fu allora e corre adesso.

Vittoria democratica

La fine del comunismo è stata una vittoria per il capitalismo democratico e, negli Stati Uniti, per la coalizione dei conservatori e liberali che si formò nel dopoguerra con la presidenza di Harry Truman e che è durata passando per quella di Ronald Reagan negli anni ’80. Intorno alla fine degli anni ’60, il comunismo aveva cessato di essere una minaccia interna, poiché i partiti comunisti nei paesi occidentali divennero politicamente meno importanti e passo dopo passo si trasformarono in socialdemocratici. Alla fine si sono quasi estinti.

Ma esternamente il potere dell’Unione Sovietica era formidabile. Avrebbe potuto distruggere gli Stati Uniti (ed essere a sua volta distrutta) in meno di mezz’ora, come dimostrano i documenti recentemente pubblicati inerenti a un’esercitazione statunitense del 1983 che accelerò la preparazione sovietica per un attacco nucleare. La coalizione di stati democratici prevalse quando i sovietici decisero d’abbandonare il comunismo e unirsi alla più ricca coalizione occidentale.

La coalizione vincente di conservatori e liberali USA si è quindi sentita libera di impegnarsi nella costruzione di un “nuovo ordine mondiale” e in rapida successione lanciò una serie di guerre: a Panama, Iraq (due volte), Serbia, Afghanistan e Libia. La NATO si espanse nella sfera dell’ex Unione Sovietica nell’Europa orientale e furono istituiti in tutto il mondo circa 800 avamposti militari statunitensi.

Credenza ideologica

Ciò che era alla base di questa straordinaria manifestazione di potere si basava sulla convinzione ideologica che tutte le sfide al liberalismo si fossero dimostrate politicamente ed economicamente deboli. Coloro che non erano ancora riusciti ad abbracciare la panacea  di Washington, si raccontava, non lo fecero solo perché non ebbero il permesso di esprimere i loro desideri più profondi o si dimostrarono incurabili ‘islamofascisti’, un termine coniato appositamente per il secondo conflitto in Iraq. Nel marzo 2003, i neoconservatori che dominavano nell’amministrazione di George W. Bush e la maggioranza dei liberali – entrambi sostenitori della guerra – affermarono che le strade di Baghdad sarebbero state cosparse di “ghirlande e fiori” per gli eserciti della “coalizione” conquistatrice e che una nuova democrazia irachena si sarebbe unita a un Israele democratico per garantire la pace e la prosperità in Medio Oriente.

La realtà irachena, in aggiunta alla crisi finanziaria globale, seguita dalle insurrezioni interne nei centri internazionali del liberalismo, misero fine a queste opinioni. Poiché la coalizione liberale-conservatrice dovette affrontare i “nemici interni” nei paesi più importanti – dai gilet gialli in Francia ai Brexiters nel Regno Unito, a Trump in casa propria – negli ultimi anni, in politica estera, adottò un comportamento quiescente.

Ora, con questa ultima minaccia repressa con successo, il pericolo sta nel fatto che quel trionfalismo, il quale accompagnò la fine della guerra fredda, possa tornare. E questo potrebbe scatenarne un’altra, questa volta con la Cina.

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Adam Tooze – La duratura fragilità economica europea a causa del Covid 19

Nell’immediatezza della crisi dei debiti sovrani europei (2011) Varoufakis e Galbraith stimarono che l’esborso “comunitario” per salvare le esauste finanze pubbliche di alcuni paesi dell’Eurozona (Spagna, Irlanda, Grecia, in misura minore Italia e Portogallo) impegnati a risanare le attività interne private sull’orlo della bancarotta (banche), a causa del subitaneo ritiro dei capitali del Nord, sarebbe ammontato intorno a una cifra non inferiore al trilione di €.

La risposta della dottrina di Berlino fu l’austerity, il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact. Le conseguenze di queste sciagurate decisioni furono devastanti: le aree mediterranee caddero immediatamente in deflazione. Nell’impossibilità di svalutare il cambio nominale questi paesi furono costretti a svalutare quello reale (salari prezzi), ridurre drasticamente le politiche pubbliche di bilancio nazionali – secondo l’orientamento del pensiero economico del tempo, il Nuovo Consenso – e caldamente invitati ad attivare misure energiche strutturali affinché appianassero il deficit del consumo interno con l’incremento dell’export.

Il dis-allineamento dei cambi reali sarebbe stato assorbito eliminando ogni frizione (diritti sociali) che precludesse al meccanismo “compensativo” del mercato dei capitali di ripristinare l’equilibrio del ciclo. Il risultato di tali imposizioni si tradusse in una frammentazione sociale, un incremento della disuguaglianza e una pericolosa polarizzazione politica, da cui si avvantaggiarono le formazioni populiste anti-europee.

Il riaffacciarsi della “bestia” eversiva e il prevedibile declino del surplus commerciale tedesco, il cui quindicennale punto di forza poggiava sul differenziale risultante dall’acquisto di materie prime con valuta forte e la loro trasformazioni in manufatti venduti con valuta “debole” – calcolato in base al valore del cambio reale tedesco – venne percepito a Berlino, ancora prima che esplodesse la pandemia, come una condizione di vantaggio che non sarebbe stata più tollerata in un mondo ormai avviato verso una lenta de-globalizzazione. Il Covid 19 e le prime fessure sociali domestiche fecero da detonatore per il nuovo corso. Necessitava abbandonare il rigoroso ordoliberismo, allentare i cordoni della borsa, facendo in modo che parte dell’eccesso di produzione nazionale venisse assorbita dal mercato interno europeo.

Da qui nacque l’idea di trasferire ricchezza da Nord a Sud (Yanis Varoufakis 10 anni dopo) mediante la creazione per la prima volta di un debito comune (€ 750 miliardi), sebbene condizionato, da rimborsare nell’arco di 30 anni, sempre nel quadro del bilancio comunitario, da cui l’Italia beneficerà di una cifra sproporzionata (210 miliardi) essendo – guarda caso – il paese meridionale maggiormente integrato con l’economia tedesca e con un elevato tasso di risparmio individuale (disponibilità al consumo di beni tedeschi) tra il più alto in eurozona. Coprire con il “mantello” della solidarietà la pura convenienza economica tedesca non ci volle molto per ammaliare i cantori del liberalismo nostrano (si veda come in quattro e quattr’otto Berlino tappò la bocca agli impertinenti “frugali”).

E’ vero che l’Italia ne trae vantaggio, ma è altrettanto vero – come sostengono, non proprio due sconosciuti, Paul Krugman[1] e Joe Stiglitz[2] che il nostro paese è il punto “nodale” di questa imperfetta unione monetaria (OCA di Robert Mundell), il cui eventuale crollo al pianto di Atene non seguirebbe la risata di Sparta, meglio dire, fuori di metafora: sarebbe la fine del mercantilismo tedesco.

Ma c’è dell’altro.

In primo luogo, secondo Adam Tooze – non proprio l’ultimo dei Mohicani in fatto di analisi sulle crisi economiche internazionali, ricordiamoci della sua opera Crashed (Lo Schianto) investigativa sul “big downfall” del 2008 – la cifra di € 750 miliardi è del tutto insufficiente per ripristinare in parte le condizioni ante Covid 19. AT non lo dice, ma prendendo a paragone la situazione americana, necessiterebbe almeno l’incremento di 1 trilione. In secondo luogo, AT fa giustamente capire, interpretando la logica keynesiana, che gli investimenti sono null’altro che “consumo nel futuro”, cioè, più prosaicamente il “consumo per il dopodomani”.  Ma per il “domani” che cosa si fa? Spetterà a Super Mario spiegarcelo, forse.   


[1] https://ilponte.home.blog/2019/08/24/nyt-usa-paul-krugman-il-mondo-ha-un-problema-la-germania/

[2] The Euro and its Threat to the Future of Europe, Joseph E. Stiglitz; Alley Lane, Penguin UK, 2016

Adam Tooze – Europe’s ‘long-Covid’ economic frailty

by Adam Tooze on 25th January 2021 @adam_tooze

Last year’s agreement on an EU recovery package was widely celebrated. This year its inadequacy will sink in.

L’attenzione del pubblico europeo è giustamente concentrata sulla pandemia e sulla necessità di accelerare il lancio dei vaccini. Ma altri rischi sono in agguato.

Dalla scorsa estate una bolla di autocompiacimento ha circondato il pacchetto di ripresa dell’Unione Europea e la visione che offre per un futuro più verde. La risposta costruttiva dell’Europa alla crisi contrasta piacevolmente con l’oscuro dramma politico che si svolge dall’altra parte dell’Atlantico. Ma il 2021 potrebbe portare a una disillusione, poiché l’Europa è ancora una volta esposta alla fragilità della sua posizione economica.

Il Pacchetto innovativo

I risultati conseguiti dalla UE nel rispondere alle ricadute sociali ed economiche della crisi sono reali. Nel 2020, grazie all’intervento della BCE, si è evitato un ritorno alla crisi del debito sovrano. Nel mese di Luglio è stato concluso l’accordo preliminare sull’innovativo fondo distributivo di risorse denominato Next Generation EU. Tale accordo, preceduto da un clima di suspense diplomatica, è stato confermato alla riunione di dicembre dal Consiglio europeo. È notevole che, nel mezzo della crisi, la UE sia riuscita a stabilire una nuova capacità fiscale e rimanere concentrata sul suo Green Deal.

L’Europa è riuscita anche a contenere i peggiori effetti sociali della crisi del coronavirus, attraverso la drammatica estensione del modello di lavoro a orario ridotto. Nonostante un enorme calo delle ore lavorate, l’Europa ha evitato quel disastro subito dagli Stati Uniti, nel suo mercato del lavoro. Ma, al di là di tutti questi buoni risultati, non dovremmo ignorare le conclusioni gridate a gran voce nelle valutazioni di fine anno da parte dell’OCSE, il FMI e la Banca Europea per gli investimenti.

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Paul R. Krugman – Un paese non è un’azienda

Paul R. Krugman, classe 1953, newyorkese. “The grumpy guy”, scontroso, aspro, tagliente, ritroso, anticonformista, diretto, fino al “politicamente  scorretto”: “the Swabian housewife” (la casalinga sveva) citando Angela Merkel; “we should be using to shoot those particular zombies in the head” (dovremmo abituarci a sparare nella testa a quei ben distinti zombi). Nel caso specifico un “amorevole” complimento rivolto ai due candidati iper-moderati (Buttigieg e Bloomberg) presenti nelle recenti primarie democratiche. Benché appollaiati sullo stesso ramo del pensiero economico, la “rotonda paciosa” prosa di Joe Stiglitz non si concilia molto con l’ermetismo sprezzante del “back to school” (tornate a scuola) di Paul Krugman.

Non fu sufficiente quel ricorrente stile mordace con cui firma settimanalmente gli articoli della sua nota rubrica sul NYT per farsi non amare dai potenti. Un giorno di qualche anno fa coniò il neologismo “macromedia” con l’intenzione di ridicolizzare la ricorrente pletora di esperti – o presunti tali – invitati in quel che fu per qualche anno il perenne talk-show televisivo del dopo Lehman B. nella veste di divulgatori di pareri e notizie economiche. Fu una sorta di licenza etimologica “krugmiana” che fece infuriare la comunità dei giornalisti economici americani, amministratori di grandi aziende, politici e politicanti, anchorman, nonché editori, quasi tutto il gotha economico benpensante statunitense, e che però spiega sarcasticamente la colpevole e interessata banalità con la quale attraverso i media costoro si fanno interpreti nell’illustrare alcuni scenari macroeconomici, soprattutto quelli d’ampiezza internazionale, di cui lo stesso Paul Krugman vanta un’autorevolezza indiscussa. 

Con la “disciplina” della macro-media, secondo il laureato Nobel, l’intervistato, in un clima da Truman show, gratificato dall’occhio della telecamera, può dire tutto e il suo contrario, ma in particolare si sente autorizzato nel sostenere con vigore una tesi che acclari il suo orientamento politico o il suo interesse privato ma, parimenti, si considera assolto nel non dire su ciò di cui, a parer suo, non sarebbe appropriato che gli ascoltatori o i lettori possano venire a conoscenza in merito allo stesso argomento.

Ultimamente, Krugman continua indomito la sua sfida da “grumpy guy” appuntando questa volta i suoi strali verso coloro che definisce gli “economisti da social”, (anche qui da noi assai numerosi) ma in particolare all’indirizzo di quei candidi buontemponi da tastiera che pensano che tutto stia nel mercato, niente stia al di fuori del mercato e nulla ci debba essere contro il mercato. Come dire: ieri il potere si autolegittimava con la finzione del diritto divino; oggi lo si fa con il “diritto di mercato”. Forse, questa è la vera ragione che lo ha indotto recentemente a ripubblicare un breve saggio scritto nel 2008, che intitolò “ A Country is not a Company”[1] (Un paese non è un’azienda).

E’ vero, concordiamo, Paul Krugman è “deliziosamente insopportabile”, ma è anche uno dei più brillanti economisti viventi a cavallo del millennio. Egli porta con sé la sua geniale intuizione e quel dono che lo incorona come il migliore divulgatore e didatta della grigia scienza tra i suoi colleghi economisti, grazie alla sua “colorata”, versatile e graffiante penna.

A Country is not a Company”

Un paese non è una grande azienda. Le abitudini mentali che caratterizzano un grande leader aziendale non sono, in linea generale, quelle che caratterizzano un grande analista economico; un dirigente che ha guadagnato un miliardo di dollari non è quasi mai la persona giusta a cui chiedere consigli su un’economia da sei trilioni di dollari.[2]

Il breve saggio è suddiviso in sei capitoletti vergati con la solita prosa dell’economista newyorkese: brillante, velata dalla sua immancabile beffarda ironia.

Il primo colpo Krugman lo affonda nei confronti del “semplicismo” manageriale in tema di libero scambio a cui si attribuisce un aumento complessivo mondiale di posti di lavoro “…ma c’è un problema in questa argomentazione. Poiché le esportazioni di un paese sono le importazioni di un altro paese, per ragioni puramente matematiche: ogni dollaro di vendite all’export corrisponde a un dollaro di spesa trasferito dai prodotti nazionali di un paese ai prodotti di importazione…la domanda complessiva mondiale non si modifica”. Inoltre, l’incremento o meno della domanda di lavoro dipende anche dalla politica monetaria della Banca Centrale.

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Roberta Cazzulo – Social network, sarà davvero cambiamento?

Fa molto discutere la censura delle big company dei social network contro le affermazioni pericolose ed imprudenti di Donald Trump.

Facebook ha sospeso per due settimane l’account del presidente degli Stati Uniti d’America, Twitter ha interrotto il suo account in via definitiva e Google ha rimosso dal suo Play Store (il negozio virtuale in cui si possono scaricare e acquistare le app) Parler, il social network che hanno utilizzato i sostenitori di Trump, protagonisti dell’assalto a Capitol Hill

La polemica attorno al fatto che una serie di piattaforme social abbiano deciso di bloccare il profilo del presidente Usa uscente dopo l’assalto da parte dei suoi sostenitori a Capitol Hill, sta dividendo il mondo tra chi si scandalizza e grida alla censura e chi invece considera il “bandire” come un gesto di responsabilità necessario.

Ne deriva l’evidenza del peso, anche politico, e del ruolo centrale dei social network ai giorni nostri … Sono riusciti nell’intento di “zittire” il Presidente degli Stati Uniti, proprio lui … quello che fino al secolo scorso ricopriva il ruolo più autorevole del pianeta.

Ebbene sì: sulle piattaforme un presidente di Stato, al pari di un comune cittadino, ha il dovere di rispettare le regole.

La censura compiuta da Facebook e Twitter evidenzia la necessità di porsi domande sul ruolo dei social network, sulla loro rilevanza politica e sui possibili rischi.

Quando trattiamo di censura, nel senso più ampio del termine, ciascuno di noi si sente in parte condizionato dal fatto se abbia colpito un’ individuo che stimiamo o un’idea che ci sta a cuore oppure un individuo che disprezziamo  e/o un’idea che non condividiamo …

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Giorgio Abonante – L’urbanistica della casualità

Bene la prospettiva Campus universitario ma…

Su Il Piccolo, edizione del 26 gennaio, è uscita un’intervista al Magnifico Rettore dell’Università del Piemonte Orientale, prof. Avanzi, che invito a leggere prima di addentrarsi in questa mia modesta nota critica. Avanzi dà notizia del bando per l’acquisto di un’area in zona Orti per realizzare il Campus universitario di Alessandria con scadenza molto vicina, 15 febbraio, e fa una serie di considerazioni, la più condivisibile delle quali secondo me è quella relativa alla necessità di offrire più corsi, specializzazioni, master che determinino più unicità alessandrine sulla dimensione dell’offerta formativa accademica. Il resto, a parte la novità in sé positiva del Campus, è molto discutibile e vediamo perché.

Gli aspetti preoccupanti: a) quando dice che il Sindaco di Alessandria è entusiasta; b) il bilancio dell’UPO non presenta nessuna certezza per la prospettiva di sviluppo del rapporto città/università; 3) la totale assenza di metodo nel confronto con i portatori d’interesse locali.

I fatti dicono che sul bilancio UPO non c’è un euro per il Campus e chiunque può controllare leggendo il bilancio pubblicato sul sito dell’Università. E nemmeno è previsto un mutuo, almeno fino al 2022. Ma facciamo finta di credere che in una prossima variazione di bilancio mettano una previsione adeguata. Intanto Alessandria deve difendere e sviluppare i dipartimenti già presenti (Disit e Digspes) più i corsi di infermieristica e dell’area medica, senza fare preferenze che al momento sarebbero prive di ogni logica e giustificazione plausibile. Alessandria deve stare molto attenta a dichiararsi entusiasta riguardo allo spostamento di Scienze Politiche e Giurisprudenza agli Orti perché il rischio di desertificare il centro è concreto e la destinazione alternativa di Palazzo Borsalino, in ipotesi senza università, al momento non esiste.

Il settore immobiliare e quello del commercio dovrebbero far sentire la propria voce di fronte ad un’ipotesi di svuotamento del Centro che contrasta clamorosamente con lo slogan elettorale del Sindaco Cuttica e delle destre mandrogne, “Alessandria torna al Centro”, visto che qui si andrebbe piuttosto verso la Alessandria che scappa dal Centro. 

L’investimento politico che il Sindaco ha fatto sull’ex Ospedale Militare come sede del Campus sembrerebbe quindi tramontare mantenendo in quella struttura solo il nuovo Museo civico, ma sulla base di cosa? Si può leggere l’esito dello studio redatto dalla società Sinloc di Padova, commissionato e pagato da Fondazione Cral nel 2018, proprio per studiare le condizioni della fattibilità di una residenza universitaria all’ex Ospedale Militare? 

 

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Leonello Tronti – La questione salariale

Leonello Tronti

Con il permesso dell’autore

È dal primo gennaio 1991, quando entrò in vigore la seconda e definitiva disdetta della scala mobile da parte di Confindustria (presidente Sergio Pininfarina), che il potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori italiani è entrato in un tunnel di stagnazione di cui ancora oggi, ventotto anni dopo, non si intravede la fine. Quando nel luglio 1993 venne varato l’impianto di contrattazione delle retribuzioni a due livelli tuttora in vigore, la scala mobile fu definitivamente sostituita dal contratto nazionale di categoria (primo livello), che prevedeva una politica salariale d’anticipo basata sull’aggancio dei minimi contrattuali per qualifica a obiettivi di inflazione condivisi tra governo e parti sociali (dal 2009 su livelli di inflazione previsti, prima dall’Isae e ora dall’Istat). La possibilità che il potere d’acquisto dei salari crescesse veniva affidata alla contrattazione decentrata (secondo livello), che non è mai stata disponibile a più del 20-25% dei lavoratori delle imprese.

Quell’impianto si basa su fondamenti teorici rigidamente microeconomici, fondati su un’idea errata dell’equilibrio dell’impresa. Se per la singola impresa il lavoro rappresenta infatti un costo (a meno che i lavoratori non siano al tempo stesso acquirenti del loro stesso prodotto), il suo equilibrio economico dipende però ancor più dalle retribuzioni di tutti i lavoratori che acquistano i suoi prodotti, ovunque essi lavorino.

Si crea così un gioco di difficile soluzione, che spinge l’impresa da un lato a comprimere i salari dei propri dipendenti, ma dall’altro a sperare che le altre imprese facciano esattamente l’opposto. È chiaro che la miglior soluzione, anche per la gran maggioranza delle imprese, non è affatto la compressione di tutti i salari.

Nel modello contrattuale italiano le retribuzioni reali sono invece condizionate a miglioramenti contrattati dal lato dell’offerta, in termini di produttività, profittabilità o qualità delle produzioni dell’impresa o del territorio, come se la capacità di consumo dell’insieme dei lavoratori non avesse alcun peso per l’azienda.

Viene pertanto escluso qualunque effetto keynesiano di domanda autonoma proveniente dalle retribuzioni, che pure ancora oggi comandano il 40% del PIL, il 50% dei consumi nazionali e il 66% di quelli delle famiglie.

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Joseph Stiglitz – Dove va l’America?

Tra i più lucidi economisti viventi, Joseph Stiglitz, nulla d’aggiungere.

Whither America?

Jan 12, 2021 JOSEPH E. STIGLITZ

Fortunately, Joe Biden will assume the US presidency on January 20. But, as the shocking events of January 6 showed, it will take more than one person – and more than one presidential term – to overcome America’s longstanding challenges.

NEW YORK – L’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti da parte dei sostenitori del presidente Donald Trump, incitati dallo stesso Trump, è stato il prevedibile risultato del suo attacco durato quattro anni alle istituzioni democratiche, aiutato e incoraggiato da tanti membri del Partito Repubblicano. E nessuno può dire che Trump non ci avesse avvertito: non era disponibile per una transizione pacifica del potere. Molti di coloro che ne hanno beneficiato grazie al taglio delle tasse per le società e per i ricchi, l’annullamento delle normative ambientali e la nomina di giudici favorevoli alle imprese, sapevano che stavano stringendo un patto con il diavolo. Forse, credevano di poter controllare le forze estremiste che lui stesso ha scatenato, o semplicemente a costoro non importava di farlo.

Quale direzione prenderà l’America a partire da qui? Trump è un’aberrazione o un sintomo di una malattia nazionale più profonda? Ci si può fidare degli Stati Uniti? Tra quattro anni, le forze che hanno dato origine a Trump, e il partito che lo ha sostenuto in modo schiacciante, trionferanno di nuovo? Cosa si può fare per impedire quanto accaduto?

Trump è il prodotto di molteplici forze. Per almeno un quarto di secolo, il Partito Repubblicano ha capito che poteva rappresentare gli interessi delle élite imprenditoriali solo abbracciando misure antidemocratiche – inclusa la soppressione del diritto di voto e il gerrymandering [la modifica dei confini delle circoscrizioni elettorali a vantaggio di chi governa] – procurandosi alleati, tra cui i fondamentalisti religiosi, i suprematisti bianchi e i populisti nazionalisti.

Ovviamente, il populismo implicava politiche antitetiche alle élite imprenditoriali. Ma molti leader aziendali hanno trascorso decenni a padroneggiare la capacità d’ingannare il pubblico. La Big Tobacco ha speso generosamente in avvocati, oltre a promuovere una scienza fasulla per negare gli effetti negativi sulla salute dei loro prodotti. La Big Oil ha fatto altrettanto per confutare il contributo dei combustibili fossili al cambiamento climatico. Entrambi i gruppi d’interesse hanno ritenuto che Trump fosse uno di loro.

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Lord Robert Skidelsky – La fine dell’efficienza

Sarà stata una nostra fortunata intuizione l’aver sottolineato nel corso del 2020 la sensazione che la teorica economica si avvii a salutare il mezzo secolo neoliberista Un fermo immagine che definisce un certo sbigottimento da parte dei suoi adepti, i quali sperano ancora di non affrontare l’impervio percorso che li condurrebbe a piedi scalzi sulla strada per Canossa. Cosi come sono stati troppi i segnali che facevano presagire la svolta paradigmatica (la Slowglobalisation, The Economist), allo stesso modo non possiamo altro che annoverare entro la pattuglia  dei devoti “ex mercatisti globalizzanti”,  se non proprio dei veri “pentimenti”, orgogliose sfumature sofiste volte solo a celare i loro impietosi ravvedimenti (Olivier Blanchard, Kenneth Rogoff, lo stesso Mario Monti, con la sua sequela di Bocconiani stile anni ’80).

La teorica liberista alla sua radice poggia su un assunto epistemologico in netto contrasto con l’idea di J.M Keynes, secondo il quale le credenze o le aspettative sul futuro possono essere razionali ma altrettanto soggette a delusione, poiché l’avvenire è inconoscibile. La conoscenza delle frequenze passate è un elemento importante nel fornire un giudizio di probabilità, ma non può dare origine a una previsione matematica. Ecco, perché gli investimenti possono crollare: il prezzo corrente dei titoli finanziari o dei beni non contiene tutte le informazioni necessarie per prevedere il loro corso futuro (Stiglitz, asimmetria informativa; Mazzucato, “estrazione”).

Qui, esuliamo dalla banalizzazione Keynesiana sul debito pubblico o sulla sua presunta funzione storica di “mediatore” tra bolscevismo e liberismo (Brancaccio) per addentrarci nella disputa che segnò la contrapposizione tra Keynes e Ramsey negli anni ’20 del secolo scorso, a partire dalla quale si origina la divaricazione concettuale all’interno di una scienza sociale, tale è l’economia, il cui epilogo cristallizza ancora oggi i contrapposti schieramenti.

Al contrario di Keynes, Frank Ramsey, genio matematico e logico inglese, quasi suo coevo a Cambridge – purtroppo scomparso a soli 26 anni per una banale operazione chirurgica – suggerì che man mano che il sapere si accumula – via via  che le persone imparano dai propri errori – le probabilità soggettive che si attribuiscono ai possibili risultati diventano uguali alle probabilità oggettive che tali risultati si verifichino. Questa tesi rifugge dall’economia keynesiana per una versione forte della moderna teoria delle aspettative razionali, in cui si afferma che le persone con l’andare del tempo maturino credenze vere sugli eventi futuri. Ciò equivale a dire che non ci potrà mai essere disoccupazione indesiderata. Negli anni ’70, la teoria delle aspettative razionali emerse come un bastone per battere l’economia keynesiana, riportando il pensiero classico alla posizione da cui Keynes l’aveva detronizzato.

Se fosse veramente così bisognerebbe chiederci che cosa imparammo dalla crisi finanziaria del ‘2000, la cosiddetta bolla delle “dot com”, considerato che appena 7 anni dopo il sistema era sul punto di crollare nuovamente. Al tempo, celeberrimi matematici finanziari scongiurarono ogni ipotesi “catastrofica”, asserendo che il collegato indice di probabilità era dato pari a una deviazione standard di 25[1]. Sapete a che cosa equivale questa sottile “coda”? Alla probabilità che si possa trovare un “cigno nero” in un insieme di 10135 di cigni bianchi.  Proprio così 10135: un numero immenso, da cui un solo cigno nero, nonostante le assicurazioni dei detentori di quella presunta “verità”, spiccò il volo. Se fosse veramente così quale “aspettativa razionale” avremmo consapevolizzato dopo la Sars 1 in funzione preventiva al covid 19?

A risolcare “l’inconoscibilità” di Keynes e contemporaneamente a confinare il formalismo matematicizzante ci pensarono all’alba del 2020 le due attuali figure britanniche più autorevoli della scienza economica, John Kay (Direttore della prestigiosa LSE) e Mervyn King (ex Chairman della Bank of England), scrivendo a quattro mani un tomo di oltre 500 pagine, Radical Uncertainty. Una sorta di controrivoluzione teorica Keynesiana; un falò “econometrico” che non passò inosservato tra i massimi esponenti internazionali della “grigia scienza”, soprattutto per il prestigio conseguito da quei due quasi ottuagenari attizzatori di roghi matematici; vampe liberatrici intorno alle quali si aggiunsero subitaneamente, in una formazione da “Fabulous Four”, altri due loro coevi non del tutto sconosciuti: il ruvido e schietto scozzese laureato Nobel Angus Deaton e Lord Robert Skidelsky con il suo saggio “The End of Efficiency” (di cui proponiamo un breve sunto).

Il prezzo che abbiamo pagato in Occidente dopo 50 anni di “follia” neoliberista è stato devastante: disuguaglianza, bassi salari, precarizzazione del lavoro, taglio dell’offerta pubblica, riduzione della speranza di vita; l’astiosa moltitudine dei pauperes contrapposta alla lussuosa vanagloria dei potentes, il cui esito si è tradotto nell’evaporazione della classe media. Quel corposo ceto sociale moderno garante del delicato equilibrio sincretico tra liberalismo e socialismo sul quale poggia la più illuminata forma di governo: la democrazia.

The End of Efficiency

Dec 17, 2020 ROBERT SKIDELSKY

Economists have been strangely blind to the need to trade off efficiency for longer-term sustainability, largely because their equilibrium models regard the future as simply an extension of the present. But there is no reason to believe that what is efficient today will be efficient tomorrow and always.

LONDRA – L’economia è lo studio dell’ “economizing”, ovvero l’utilizzo del minor tempo e impegno per produrre la massima soddisfazione. Si è detto che quanto più riusciamo risparmiare sull’uso di risorse scarse, tanto più “efficienti” lo saremo per ottenere ciò che vogliamo. L’efficienza è un obiettivo prezioso perché abbassa letteralmente il costo della vita. La convenienza nell’ottenere i beni e i servizi che desideriamo è quindi la chiave per una vita migliore.

L’efficienza è al centro della teoria del commercio. All’inizio del diciannovesimo secolo, l’economista David Ricardo sosteneva che ogni paese dovrebbe concentrarsi sulla realizzazione di ciò che potrebbe produrre al minor costo relativo. Il defunto economista premio Nobel Paul Samuelson descrisse la teoria di Ricardo del “vantaggio comparato” come la più bella in economia, ugualmente applicabile alla divisione del lavoro tra le persone, imprese e paesi. Essa rimane come la logica teorica alla base della globalizzazione.

L’efficienza è anche il motivo per cui gli economisti si sono preoccupati della produttività del lavoro nelle economie avanzate. Nel Regno Unito, ad esempio, i lavoratori non producono in media oggi una quantità oraria di prodotto superiore a quella del 2007, quindi non c’è stato alcun aumento in termini di efficienza. Ciò significa che il tenore di vita nel Regno Unito è rimasto invariato per 13 anni, il periodo di stagnazione più lungo dall’inizio della rivoluzione industriale. Gli economisti hanno pubblicato centinaia di articoli su riviste scientifiche cercando di spiegare il “rompicapo della produttività”.

Ma la musica si è fatta più ariosa ed è cambiata. Ngram Viewer di Google, uno strumento che utilizza un database di milioni di libri e riviste per tracciare graficamente la frequenza con cui appaiono le parole, indica che l’uso di “efficienza” e “produttività” è precipitato dal 1982, mentre quello di “resilienza” e “sostenibilità ” è aumentato. Ora, parliamo in misura maggiore di sostenibilità della vita economica, intesa come resilienza agli shock. Gli economisti focalizzati sull’efficienza sono ben al di là della curva culturale.

Tre fattori sembrano spiegare questo cambiamento. Il primo riguarda la crescente preoccupazione che concentrarsi solo sul costo attuale dell’utilizzo delle risorse esaurirà quelle planetarie disponibili affinché continui la specie umana. Poiché, ciò che è economico oggi potrebbe diventare incredibilmente costoso domani, quindi dobbiamo investire in tecnologie sostenibili che possano produrre un ritorno a lungo termine per l’umanità, piuttosto che solo perseverare nell’ottenimento di guadagni a breve termine per imprese e consumatori.

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Roberta Cazzulo – “Sosteniamo una parità doverosa.”

In Europa si chiama #HalfOfIt, in Italia è il Giusto mezzo: entrambi sono movimenti che cercano di consigliare e far ragionare i Governi su quanto sia fondamentale il ruolo delle donne per uscire dalla crisi causata dal Covid.

Due nomi diversi un solo obiettivo.

Il Giusto mezzo, rappresenta la “costola” italiana della campagna #HalfOfIt, lanciata dall’europarlamentare verde Alexandra Geese ed è composto da un gruppo di donne della società civile, attive nel mondo del lavoro in diversi settori e con competenze diversificate che durante la pandemia hanno portato avanti battaglie importanti per il futuro del nostro Paese, tra le quali: una maggiore presenza delle donne nei gruppi decisionali, un’attenzione reale verso i bambini e le bambine, la necessità di riportare le competenze femminili nel mercato del lavoro sia attraverso politiche fiscale, sia di servizi alla persona da zero anni alla terza età e soprattutto attraverso il rafforzamento e la realizzazione delle necessarie infrastrutture sociali.

E’ una mezza mela il logo scelto per la lettera aperta che una rappresentanza di associazioni e alcune donne della società civile hanno indirizzato al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al suo governo il due ottobre scorso.

L’invitante mela in questione sono i 209 miliardi di euro del piano per la ripresa Next Generation EU destinati all’Italia – in altre parole, il cosiddetto Recovery Found.

Il movimento è fortunatamente “poco teorico e molto pratico” chiede, infatti, che i fondi straordinari previsti dalla Commissione europea per contrastare gli effetti negativi della pandemia vengano destinati per il 50%, a progetti a sostegno delle donne: per promuoverne l’occupazione, visto che nel nostro paese, secondo gli ultimi dati Istat, l’occupazione femminile è del 52,5% contro il 71,7% di quella maschile, per rilanciare le imprese in nome della parità di genere ed ottenere la trasparenza retributiva in tutti i settori; per allargare e migliorare i servizi sulla cura della prima infanzia, visto che oggi, a farsi carico della cura dei figli, sono per il 70% le donne (in un paese in cui 75 bambini su 100, sempre in base agli ultimi dati Istat, non hanno un posto al nido).

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Andrea Biancato – Luce su Alegas, chiarezza su Amag

Ho appreso dalle colonne de “La Stampa“ che il Vicesindaco ha definito “allegrotta” la gestione dei crediti durante la passata amministrazione, di conseguenza ne ho ascoltato l’intervento durante il Consiglio comunale del 17 dicembre. Sento di dover rispondere precisando alcuni punti.

Sono stato amministratore di Alegas fino all’approvazione del bilancio 2017 e posso assicurare che il termine è decisamente poco appropriato, soprattutto considerando l’attenzione e gli sforzi che amministratori e dipendenti hanno dedicato all’argomento.

All’approvazione del bilancio 2017 mi sono dimesso in modo spontaneo, rinunciando all’ultima parte del mio contratto (anche in termini economici) e lasciando spazio ad un nuovo amministratore.

Qualche mese fa, in un articolo che richiamo di seguito, https://ilponte.home.blog/2019/12/05/andrea-biancato-crediti-gruppo-amag/ avevo esposto quanto fatto, soprattutto contribuendo a dare un’identità precisa al recupero crediti aziendale.

La difficoltà oggettiva di parlare di dati senza avere un codice univoco (in sostanza confrontando dati realmente confrontabili per periodo di estrazione e cicli di fatturazione) mi indusse allora a non trattare la parte analitica. Fornire dati di crediti scaduti e recupero degli stessi senza accordo sui parametri di estrazione e confronto è un modo di manipolare i numeri brandendoli a caso, forse utile per chi è sempre in campagna elettorale, ma dannoso per la causa aziendale.

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