Si è discusso molto sull’ambiguità di Sleepy Joe, alias Joe Biden, il 46° Presidente degli USA. Si disse che la sua elezione non avrebbe spostato gli equilibri dei democrats a sinistra e che Bernie Sanders e Lizzy Warren sarebbero rimasti con un palmo di naso. Ma “Giuseppe l’addormentato” ha dimostrato ai soliti tronfi benpensanti di essere molto più sveglio di quanto lo si creda. Si “veste” da moderato di giorno per poi mettersi la cotta da radicale “populista” quando il sole tramonta.
Ha proposto al Congresso di accelerare un ulteriore stimolo fiscale per una cifra di 1,9 trilioni di dollari, che aggiunti ai precedenti 4 sommano a quasi 6 trilioni pari a oltre 1l 25% del PIL USA del 2019. Si tratta principalmente di “liquido” (cash) che andrà direttamente nelle tasche dei contribuenti americani (piccoli imprenditori, famiglie, disoccupati, danneggiati dalla pandemia). Sappiate bene che nel caso specifico non si parla di politica fiscale (tipo il nostro Recovery Plan) – per quella ci sarà tempo – ma di pura, chiamatela come volete, “monetizzazione”. Questo per dirvi quanto la nuova amministrazione ritenga importante pensare alla “funzione della domanda” per il domani e non per quella del “dopodomani” europea, eccessivamente celebrata, con i suoi miseri 750 miliardi (0,75 trilioni) https://ilponte.home.blog/2021/02/06/adam-tooze-la-duratura-fragilita-economica-europea-a-causa-del-covid-19/.
Non ci credete? https://www.economist.com/leaders/2021/02/06/why-joe-bidens-proposed-stimulus-is-too-big
Sennonché, “Sleepy Joe” ne ha fatte altre sue: ha nominato Presidente della Commissione Bilancio del Senato (di fatto il “regolatore” di questi aiuti) Bernie Sanders. Travolto da questa euforia partigiana il Joe Biden sonnambulo tra i vari “executive orders,” firmati il giorno successivo al suo insediamento, ne ha disposto uno che sollecita i due rami del parlamento (maggioranza democrats) a elevare il salario minimo orario (minimun wage) per le maestranze pubbliche (ciò di fatto vuole dire che in futuro verrà applicato per quasi tutti i lavoratori) nell’arco di 4 anni da $ 7,5 a $ 15. Si direbbe una sciocchezza: semplicemente il doppio. Non ci credete? https://www.economist.com/finance-and-economics/2021/01/30/what-would-a-15-minimum-wage-mean-for-americas-economy
Non è mica finita qui. In uno degli executive order ha ridotto i margini discrezionali per tutto ciò che il Governo Federale acquista sul libero mercato inducendolo a “preferire” (un eufemismo che si legge come obbligo) le forniture di produzione nazionale (un Trump al quadrato). Sapete cosa vuol dire? Che cinesi ed Europei non venderanno più, a pari condizioni, uno spillo al Governo USA.
Avete dei dubbi a riguardo? https://www.economist.com/leaders/2021/01/30/buy-american-is-an-economic-policy-mistake Questo per darvi un’idea del clima che sta maturando tra Cina e Usa, qui descritto in modo impeccabile nel post di Branko Milanovic.
Ovviamente, i nostri media tacciono in merito a queste decisioni, meglio soffermarsi sui temi “multilaterali e razziali” fanno fine e non impegnano. In fondo, non hanno tutti i torti. Ora, quello che sta facendo l’ubiquo moderato-radicale “Sleepy Joe” non c’interessa, con Super Mario – i ben informati dicono che chatti giornalmente con Obama – siamo ormai in una botte di ferro, forse!
A time to celebrate … or worry?
by Branko Milanovic on 1st February 2021 @BrankoMilan
Branko Milanovic worries that in the new global constellation a second cold war—with China—could be in the offing.
Quella maggior parte del mondo dotato con qualche influenza politica sembrava aver tirato un sospiro di sollievo: Donald Trump aveva finalmente lasciato la Casa Bianca. Quattro anni di politiche caotiche, intervallate da invettive razziste, erano giunte alla fine.
I liberali americani avevano respinto un’altra sfida esistenziale, questa volta dall’interno della propria nazione. L’attuale stato d’animo potrebbe essere soffocato dalle devastazioni della pandemia ma, una volta finita, non tornerebbero al trionfalismo celebrativo dei primi anni ’90? Ci sono davvero forti somiglianze tra quello che fu allora e corre adesso.
Vittoria democratica
La fine del comunismo è stata una vittoria per il capitalismo democratico e, negli Stati Uniti, per la coalizione dei conservatori e liberali che si formò nel dopoguerra con la presidenza di Harry Truman e che è durata passando per quella di Ronald Reagan negli anni ’80. Intorno alla fine degli anni ’60, il comunismo aveva cessato di essere una minaccia interna, poiché i partiti comunisti nei paesi occidentali divennero politicamente meno importanti e passo dopo passo si trasformarono in socialdemocratici. Alla fine si sono quasi estinti.
Ma esternamente il potere dell’Unione Sovietica era formidabile. Avrebbe potuto distruggere gli Stati Uniti (ed essere a sua volta distrutta) in meno di mezz’ora, come dimostrano i documenti recentemente pubblicati inerenti a un’esercitazione statunitense del 1983 che accelerò la preparazione sovietica per un attacco nucleare. La coalizione di stati democratici prevalse quando i sovietici decisero d’abbandonare il comunismo e unirsi alla più ricca coalizione occidentale.
La coalizione vincente di conservatori e liberali USA si è quindi sentita libera di impegnarsi nella costruzione di un “nuovo ordine mondiale” e in rapida successione lanciò una serie di guerre: a Panama, Iraq (due volte), Serbia, Afghanistan e Libia. La NATO si espanse nella sfera dell’ex Unione Sovietica nell’Europa orientale e furono istituiti in tutto il mondo circa 800 avamposti militari statunitensi.
Credenza ideologica
Ciò che era alla base di questa straordinaria manifestazione di potere si basava sulla convinzione ideologica che tutte le sfide al liberalismo si fossero dimostrate politicamente ed economicamente deboli. Coloro che non erano ancora riusciti ad abbracciare la panacea di Washington, si raccontava, non lo fecero solo perché non ebbero il permesso di esprimere i loro desideri più profondi o si dimostrarono incurabili ‘islamofascisti’, un termine coniato appositamente per il secondo conflitto in Iraq. Nel marzo 2003, i neoconservatori che dominavano nell’amministrazione di George W. Bush e la maggioranza dei liberali – entrambi sostenitori della guerra – affermarono che le strade di Baghdad sarebbero state cosparse di “ghirlande e fiori” per gli eserciti della “coalizione” conquistatrice e che una nuova democrazia irachena si sarebbe unita a un Israele democratico per garantire la pace e la prosperità in Medio Oriente.
La realtà irachena, in aggiunta alla crisi finanziaria globale, seguita dalle insurrezioni interne nei centri internazionali del liberalismo, misero fine a queste opinioni. Poiché la coalizione liberale-conservatrice dovette affrontare i “nemici interni” nei paesi più importanti – dai gilet gialli in Francia ai Brexiters nel Regno Unito, a Trump in casa propria – negli ultimi anni, in politica estera, adottò un comportamento quiescente.
Ora, con questa ultima minaccia repressa con successo, il pericolo sta nel fatto che quel trionfalismo, il quale accompagnò la fine della guerra fredda, possa tornare. E questo potrebbe scatenarne un’altra, questa volta con la Cina.
Continua a leggere “Branko Milanovic – E’ il tempo di celebrare o di…preoccuparsi?”









