Giorgio Abonante – Aral: la terra promessa di Genova

La notizia positiva è che sta reggendo il piano di pagamenti dei creditori di Aral, il resto al momento nessuno è in grado di valutarlo, almeno restando alle uniche informazioni di cui disponiamo. Certo è che l’ultima assemblea soci di Aral è stata molto importante per il futuro del ciclo dei rifiuti della nostra città e ancor più importante sarà leggere il piano industriale annunciato in uscita a breve.

La notizia ufficiale, che sarebbe successo si sapeva da tempo, è che Amiu Genova è entrata in Aral acquisendo il 2% delle sue quote per un valore di poco meno di 8mila euro; in questo modo si è garantita la possibilità di conferire i rifiuti negli impianti di trattamento di Aral (Castelceriolo) ad un prezzo intorno ai 106 euro a tonnellata.

Le alternative per Amiu Genova potevano essere La Spezia o Savona ma nel primo caso Amiu Genova avrebbe speso 3 euro in più a tonnellata più l’extra costo del trasporto perché La Spezia è più lontana rispetto ad Alessandria, un risparmio annuo complessivo ipotizzabile intorno ai 200mila euro. Se avessero scelto Savona nei cui impianti per conferire bisogna pagare 160 euro a tonnellata il delta negativo rispetto ad Alessandria sarebbe stato per Amiu Genova di 2,5mln di euro annui. Un risparmio per Amiu Genova che si somma anno per anno, ottenuto con 7700 euro di investimento.

L’aspetto curioso è che questa notizia arriva strettissimo giro dopo la presentazione del piano industriale di Amiu Genova che dichiara di voler costruire un impianto di trattamento dei rifiuti con operatività già dal 2022 per interrompere o ridurre il conferimento dei rifiuti fuori provincia. Se fosse vero gli incassi garantiti ad Aral da Amiu Genova finirebbero o si ridurrebbero nel 2022. Andrebbe chiarito il futuro di Aral da quella data, come prima cosa. Anche se il nuovo impianto di Scarpino non risolverà tutti i problemi di trattamento dei rifiuti del genovese.

La seconda è che Amiu Genova lavora con Iren Ambiente tanto che l’impianto di Scarpino lo costruirà proprio Iren Ambiente, la stessa società che gestisce gli impianti di La Spezia in cui il conferimento dei rifiuti costa di più. Iren Ambiente doveva entrare in Amiu Genova nel 2017 ma pochi mesi dalle elezioni genovesi il Consiglio comunale bocciò l’operazione; eppure, sembrava l’ultima spiaggia per salvare una società in stato comatoso. In ogni caso, l’attualità dice che Iren Ambiente costruirà in project financing l’impianto di trattamento rifiuti di Genova.

Nelle notizie diffuse dagli organi di stampa genovesi non si trova traccia di accordi strategici e di lungo periodo con Alessandria. Ma il punto fondamentale è proprio questo. Al momento Amiu Genova incassa solo vantaggi dalla collaborazione con Alessandria; quando si impegni precisi per migliorare le strutture alessandrine? Altra questione. Il Presidente di Amag, Arrobbio, ha dichiarato in Commissione consiliare di voler entrare nel 2021 nel capitale sociale di Aral. Ieri in Consiglio comunale la Giunta ha detto di non essere al momento interessata a tale opzione. Qualcosa non torna. 

https://www.ilsecoloxix.it/genova/2020/12/02/news/rifiuti-amiu-punta-al-65-di-raccolta-differenziata-a-genova-nei-prossimi-4-anni-1.39610793?awc=16823_1607349270_df37e51943d092076a7fca741459f404

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The Economist (UK) – Come il Partito Comunista Cinese addestra la classe politica straniera

Cina

In occidente il Covid 19 sta assorbendo tutte le nostre energie e attenzioni a tal punto che il lento scivolamento tettonico, cui da qualche anno si sta verificando tra le due attuali forme di capitalismo, l’autocratico cinese in palese competizione con quello liberale occidentale, non coinvolge ancora come dovrebbe il dibattito politico internazionale. La pandemia ha accelerato ciò che era già in fieri all’indomani della nomina di Mr Xi alla guida del Partito Comunista Cinese.

Queste scosse sismiche, ancora con bassa magnitudo, le si possono registrare scorrendo il mutamento di tono nei confronti del Dragone da parte di una delle più importanti e celebrate pubblicazioni internazionali: il The Economist. Il settimanale di St James Street (ma non solo) da sempre comprensivo e strumentalmente tollerante nei confronti della Cina, a partire dall’esplosione della pandemia in poi, carica con maggior polvere pirica le “sparate” nei confronti dell’autoritarismo cinese – la sfacciata manipolazione del tasso di cambio, ecc. – paventando l’ipotesi di futuri guai.

La Cina è accusata, pur con una certa delicatezza terminologica, di adottare una politica aggressiva – il serio diverbio con l’Australia – tendente a infangare i principi democratici occidentali, presentandosi come il campione dell’efficienza “autocratica”, i cui segnali allusivi vengono lanciati per attivare l’interesse delle classi dirigenti africane e sudamericane.  Insomma: una Cina imperialista, che mira a creare una struttura di relazioni politico-militari-economiche, come quella che fu il COMINTERN sovietico.

“Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”, verrebbe dire all’autorevole stampa liberale internazionale.

How China’s Communist Party trains foreign politicians

Across the world it is seeking to sway tomorrow’s leaders

All’inizio di dicembre Xi Jinping, il leader cinese, ha dichiarato che il Partito comunista aveva rispettato una sua autoimposta scadenza. La povertà estrema (definita come il guadagno o poco più di 1 dollaro al giorno) è stata sradicata dalla Cina. Naturalmente, il partito desidera raccontare agli altri il suo successo nella lotta alla povertà. In ottobre ospitò un seminario virtuale di due giorni sull’argomento per quasi 400 persone provenienti da più di 100 paesi. I partecipanti citati dai media ufficiali elogiarono i progressi della Cina.  

Ma il raduno non riguardava solo la crescita del reddito dei bisognosi. Aveva anche lo scopo di mettere in mostra il modello politico cinese.

In Occidente, recentemente, l’immagine della diplomazia cinese viene definita sempre più  aggressiva. Alcuni dei suoi diplomatici sono stati soprannominati “i guerrieri lupo” a causa della loro abitudine di ringhiare contro i critici stranieri (l’etichetta si riferisce al titolo di un film cinese sciovinista). Al pubblico non occidentale, al contrario, i funzionari cinesi parlano con toni bassi. Predicano le virtù di una forma di governo che credono stia arricchendo la Cina e possa aiutare anche altri paesi. Alcuni, anche nelle democrazie multipartitiche, accolgono con favore questo messaggio. Al forum sull’alleviamento della povertà, il segretario generale del Jubilee Party al potere in Kenya, Raphael Tuju, affermò che il Partito comunista cinese dovrebbe essere un esempio per il suo.

Nel 2017 il signor Xi suscitò scalpore in Occidente suggerendo che il modello di sviluppo cinese offrisse “una nuova opzione” per altri paesi e che un “approccio cinese” potrebbe aiutare a risolvere i problemi dell’umanità. Anche se egli in seguito insistette sul fatto che il suo paese non aveva intenzione di esportare un “modello cinese“, anche se la classe dirigente del paese, in sostanza, lo hanno fatto proprio. Alcuni di coloro che sono impegnati in questo sforzo appartengono alla Ministero degli Esteri. Ma molti, come quelli che hanno organizzato il recente seminario sulla povertà, lavorano per un ramo del Partito Comunista chiamato Dipartimento Internazionale.

Il suo compito è ottenere il sostegno per la Cina tra i partiti politici stranieri.

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Dis MES so in quanto inutile

di Franco Gavio

Caro Giorgio Laguzzi, ti rispondo con un post, poiché “lo scrivi commento” dei social ci trascina verso una dialettica minimalista, o al semplice “like”, che non farebbe onore al tuo spiccato ingegno.

Condivido, non solo il tuo “europeismo”, ma anche il tuo desiderio che si ponga fine a questa “eccezione monetaria” di cui l’€ è la sua marcata esemplificazione. Credo che sia la prima volta nella storia moderna che a fronte dell’esercizio del signoraggio (ovvero di chi batte moneta) vi siano plurimi emettitori di titoli pubblici (debito) in quella moneta, “pesati” secondo un differenziale che ne valuta la loro solvibilità. Sembra di essere tornati al caos tipico della circolazione monetaria medioevale. Quindi, tu giustamente sostieni che non ha senso “frammentare” ulteriormente ciò che è già – conformemente ai trattati – “suddiviso”, sebbene tale ordine si applichi in barba alla logica economica e tenda a essere riprodotto a discapito del principio di “conversione” più volte richiamato dalla stessa UE, ma, almeno per quanto riguarda il passato, sempre solertemente disatteso.

Secondo il tuo punto d’osservazione il pingue Next Generation Plan (NGEU) renderebbe vano l’utilizzo di una scialuppa di salvataggio come il MES, poiché il primo supplisce alle finalità del secondo. Logica formale e sostanziale, ineccepibile. Sennonché, qualsiasi politica fiscale, pur abilmente maneggiata ed esente da tentativi di premiare la spesa corrente, mostra i suoi risultati positivi sul reddito medio aggregato in un periodo che va da i 5 ai 10 anni. L’ERP (Marshall) fu varato nel 48 e i suoi effetti si concretizzarono alla fine degli anni 50.

Il meccanismo che tu proponi è il neoclassico Keynesiano, ove sono gli investimenti a determinare il risparmio e il reddito (lavoro), quindi la spesa in consumi, e non viceversa, disponendo con esso di un moltiplicatore ben collaudato. Secondo questo schema nel medio termine la ratio tra PIL e lo Stock del debito ridurrebbe proporzionalmente il secondo in termini quantitativi a condizione che i tassi rimangano “neutri”.

Però, ci sono due particolarità che non dobbiamo tralasciare: al tempo (anni 30) gli stock dei debiti pubblici e privati erano di gran lunga minori e il leverage finanziario quasi assente; oggidì la BCE dopo i vari QE, LITRO e altre “invenzioni” esoteriche anticonvenzionali stipa nel suo forziere, tra titoli pubblici e privati, un ammontare abnorme, stimato oltre il 60% del PIL eurozona.

Per giunta, è assai acclarato che le principali BBCC, a partire dalla crisi del 2008, abbiano acquistato obbligazioni statali e di primarie corporation internazionali per un valore stratosferico di 15 trilioni di $ al fine d’evitare fallimenti a catena (altro che investment grade, ma junk bond con il badile). Uno scenario che ci sta trascinando verso una “sovietizzazione” dell’economia globale. Sfidando il paradosso si può addirittura supporre che Lenin con la riforma della NEP ambisse a un obiettivo più “moderato”.

Però, una domanda dobbiamo pur farcela: esiste ancora un’economia di mercato?

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MES in scena

(di Giorgio Laguzzi)

La scorsa settimana mi ero espresso con una certa soddisfazione nel vedere due esponenti di primo piano legati al riformismo italiano, Letta e Sassoli, aprire uno spazio politico sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) che permettesse chi si ritiene gravitante intorno a questo campo la legittimità di portare tutto un bagaglio di critiche su tale organismo e sulla sua riforma senza essere tacciato da una solita stucchevole litania di essere pericolosi anti-europeisti, qualsiasi cosa questo significhi.

Personalmente, da tempi in cui pronunciare ciò equivaleva ad eresia, sono un sostenitore del dialogo e rapporto di collaborazione tra centro-sinistra e movimento 5 stelle, e dunque auspico che le tensioni in seno alla maggioranza, dovute in particolare al coinvolgimento della riforma del MES discussa in questi mesi in sede europea, possa infine trovare un punto di caduta ed evolvere in un voto che non incrini la maggioranza di governo. Detto ciò, tuttavia, continuo a non sentirmi molto in linea con chi nel PD e dintorni insista nel costruire intorno alla questione una sorta di referendum “europeisti vs anti-europeisti” o similari.

La riforma sul MES è frutto di un compromesso, probabilmente molto indigesto a diversi paesi e probabilmente neanche troppo apprezzato da coloro i quali preferirebbero rafforzare la dimensione comunitaria dell’Unione, rispetto a quella intergovernativa. Accettare tale riforma può avere un senso solo se inserita nel disegno più ampio e complessivo che comprenda il ruolo della BCE e del Recovery Plan/Next Generation EU; si comprende bene cosa significherebbe un veto dell’Italia in questo momento e le ripercussioni che esso potrebbe generare anche sugli altri strumenti in gioco; tuttavia, proprio per quanto detto sopra, onestamente reputo sbagliato caricare troppa enfasi su tale questione.

Al contrario, mi piacerebbe che diverse questioni che si potrebbero forse un po’ brutalmente riassumere nella formula “spingere per una visione europea più Keynesiana”, come il rafforzamento delle BCE per agire come una vera e propria Banca Centrale (de facto come sta facendo proprio in questo frangente di crisi pandemica), potessero essere prese come “battaglie politiche” da non lasciare solo a movimenti fuori dal campo del centro-sinistra. Ricordiamo ancora tutti, credo, l’errore commesso anni fa, quando chiunque osasse levare critiche verso un approccio eccessivamente spread-dipendente, venisse spesso o ignorato o tacciato anche il quel caso di essere un sovranista, populista, e altre amenità varie, quando invece proprio quella narrative spread-maniacale contribuì fortemente a generare una reazione che provocò la ascesa di un forte sentimento giacobino, poi riversatosi in un forse ancor più pericoloso nazionalismo dai tratti xenofobi.

Allora per quanto riguarda il voto ormai prossimo su tale questione, auspichiamo che vada a buon fine e non provochi strascichi sulla tenuta della maggioranza. Però evitiamo di esultare come una vittoria dell’europeismo contro gli anti-europeisti.

La lezione degli anni passati ci dovrebbe aver insegnato che per costruire una Europa più sociale, sentita come più vicino alle persone, non serve agitare lo spauracchio del Babau. Serve invece lottare affinché la crisi possa incentivare processi più profondi che portino l’Europa verso una nuova fase. Come è sempre accaduto nei grandi momenti della storia, dopo la fine delle Seconda Guerra Mondiale e dopo la caduta del Muro di Berlino, anche questi anni necessiteranno di ben altro cambio di rotta rispetto ad un tiepida e forse poco utile riforma di un meccanismo che peraltro non pare abbia mostrato tutta questa utilità, oltre a poca popolarità.

Giorgio Laguzzi

Patrimoniale: idee e spunti

(di G. Abonante e G. Laguzzi)

Come l’araba fenice, ogni tanto risorge dalle proprie ceneri la parola impronunciabile: patrimoniale.  Il mistero che l’avvolge è dovuto in primis a cosa si intenda con essa.

In generale, va ricordato che se intendiamo un prelievo che colpisca asset immobiliari e finanziari questo è già operativo da tempo (IMU, imposta di bollo) e va a colpire quella frazione di media-alta borghesia, ma non solo, pure una quota rilevante di ceto medio, che dispone della proprietà e della fruizioni di tali patrimoni. Laddove invece con tale termine si intendesse un prelievo maggiormente progressivo che colpisca asset e patrimoni molto elevati (a partire dalle decine di milioni di euro), e dunque solo (o quantomeno principalmente) su una fascia molto ristretta della popolazione di “super-ricchi”, allora saremmo nel novero di quelle politiche redistributive da analizzare con interesse.

Laddove ve ne fosse bisogno, premettiamo che dal punto di vista socio-economico, ci siamo spesso esposti da tempo nel sottolineare come uno dei maggiori problemi, forse il maggiore, delle società moderne siano proprio le diverse forme di diseguaglianza economiche ormai andate ben oltre il limite massimo della sostenibilità. Inoltre, diversamente da altre rispettabilissime posizioni, abbiamo sempre sostenuto che l’idea di contrastare le forme più acute di povertà e di assottigliamento del ceto medio dovessero essere ottenute con metodologie ben diverse rispetto al mantra in voga ancora prima del 2008 “siamo per contrastare la povertà, ma senza contrastare la ricchezza”.

Ritenevamo già allora, come anche adesso, che la sempre maggior concentrazione di potere economico in una fascia sempre più ristretta della popolazione sia essa stessa fenomeno che impedisce una serie di policy atte ad affrontare seriamente tale questione; i tempi che viviamo hanno infatti ormai ampiamente dimostrato che per contrastare le diseguaglianze economiche bisogna anche essere “contro” quella parte della ricchezza generata da distorsioni del valore degli asset rispetto al loro effettivo valore economico. 

Sottolineiamo inoltre che non possiamo non considerare il più generale tema della mobilità del capitale e della sua capacità elusiva per sfuggire a regimi di tassazione considerati meno “convenienti” rispetto ad altri. E qui la domanda delle domande: è possibile oggi sostenere forme di tassazione delle super-ricchezze senza considerare al contempo una revisione profonda delle regole sulla libera circolazione del capitale?

Non comprendere a fondo l’importanza della risposta e la consapevolezza di come le due questioni siano profondamente ed intimamente interconnesse, sarebbe come illudersi di fermare un fiume in piena alzando il palmo delle mani. E questo non nell’ottica di una pericolosa degenerazione in versione “il meglio è nemico del buono” (che impedirebbe di agire), ma proprio perché si ritiene che i tempi siano forse maturi per affrontare in maniera organica questa materia, non svincolando le due cose.

Lanciamo dunque alcuni punti schematici viste le discussioni di questi giorni.

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The Guardian (UK), Robert Reich – Prima di ritornare alla “normalità”, sappiate che quella “normalità” ci diede Trump

Trumpism

Essere guariti dalla “aberrazione” trumpiana non vuol dire che non ci potremo ancora ri-infettare, afferma Robert Reich: il tutto dipende dalle politiche che adotteremo in futuro. Qualora tornassimo a ciò che in passato definimmo come “normalità”, allora il pericolo di ritrovarci con un qualche Trump all’ennesima potenza è quasi certo. Joe Stiglitz, meno enfatico ma più puntuale afferma[1]Tornare alla cosiddetta “normalità” non significa tornare al neoliberismo…per quanto riguarda il commercio internazionale e molti altri aspetti (finanza), quella che fu l’impalcatura delle politiche economiche del 21° secolo, nonché la sua finalità, necessita di essere rivista e riformulata. Non è chiaro quanto a lungo Joe Biden percorrerà questa strada”. Ciò è perfettamente coerente con il suggerimento di Mariana Mazzucatonon si deve ricadere nella precedente situazione come se nulla fosse accaduto (business as usual)”.

Se qualcuno pensa che questo sia solo un problema “americano”, ebbene sbaglia di grosso. Reich non ha fatto altro che riproporre, forse inconsapevolmente, una annotazione critica[2] di Antonio Gramsci – estratta da Passato e Presente – nei confronti dei fautori del “meno peggio”, secondo cui ‘Il concetto di “male minore” o di “meno peggio” è uno dei più relativi. Un male è sempre minore di uno susseguente maggiore e un pericolo è sempre minore di uno altro susseguente possibile maggiore”. Come dire che il “meno peggio” può essere la causa del peggio.

Beware going ‘back to normal’ thoughts – normal gave us Trump

Fatigued by the coronavirus and Trump, the idea of going back to normal is seductive – we must guard against it

Robert Reich

Sun 29 Nov 2020 06.00 GMT

La vita tornerà alla normalità”, ha promesso Joe Biden giovedì in un discorso del Ringraziamento alla nazione. Stava parlando della vita dopo il Covid-19, ma si potrebbe perdonarlo se pensasse che stesse facendo anche una promessa sulla vita del dopo Trump. È quasi impossibile separare le due cose. Nella misura in cui gli elettori hanno consegnato un mandato a Biden, è stato quello di porre fine a entrambi i flagelli e rendere di nuovo normale l’America.

Nonostante la triste ripresa del Covid, il dottor Anthony Fauci – il funzionario della sanità pubblica che Trump ha ignorato e poi messo la museruola, con il quale lo staff di Biden sta ora conferendo – è sembrato prudentemente ottimista la scorsa settimana. I vaccini consentiranno “un graduale accumulo di maggior normalità con il passare delle settimane e dei mesi mentre ci avviciniamo al 2021“.

Normale. Si poteva quasi sentire il gigantesco sospiro di sollievo dell’America, simile a quello udito quando Trump ha implicitamente ammesso la legittimità del risultato elettorale consentendo l’inizio della transizione. È confortante pensare che entrambe le situazioni, quella del Covid e di Trump, siano state intese come intrusioni nella normalità: una sorta di aberrante devianza rispetto alla prevalente routine del passato.

Quando Biden si candidò per la corsa presidenziale lo scorso anno, disse che la storia nel voltarsi indietro avrebbe [giudicato] Trump come a un “momento aberrante nel tempo“. La fine di entrambe le anomalie evoca un’ex America che, al contrario, potrebbe apparire tranquilla e sicura, persino noiosa. Trump ha definito Biden “l’essere umano più noioso che abbia mai visto“, e agli americani sembra che stia bene così.

Le prime scelte di Biden per il suo gabinetto e il personale senior si adattano allo stesso stampo – “scelte noiose“, ha twittato Graeme Wood dell’Atlantico (riferendosi al team di politica estera di Biden), “personaggi, che se li scuotessi e li nominassi nel cuore della notte in qualsiasi momento dell’ultimo decennio, si presenterebbero ai loro nuovi incarichi e inizierebbero a lavorare con competenza entro l’alba ”. Hallelujah.

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Roberta Cazzulo – La sovversione della democrazia da parte di Donald Trump e il significato della vicepresidenza di Kamala Harris.

Trump ha perso.

A gennaio il nuovo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden.

Ma Donald continua a far parlare di sé, non ha alcuna intenzione di uscire di scena, non vuole concedere la vittoria, comportandosi in maniera irresponsabile e sacrificando la lealtà.

Non pronunciare il discorso di concessione della vittoria ha un significato indiscutibile: deformare il rispetto delle regole della democrazia.

Infatti la sua tattica è stata definita: “Una notevole intrusione nella politica locale” dal New York Times e il Washington Post ha parlato di una “Sovversione della democrazia senza precedenti”.

La vittoria di Biden è stata larga: ha ottenuto 306 grandi elettori contro i 232 di Trump: ha vinto con la stessa proporzione con cui The Donald sconfisse Hillary nel 2016.

Insieme a Trump perde, soprattutto, il sovranismo populista … che in questi ultimi anni ha attraversato il mondo.

Perde quel modo di fare politica che mette al centro l’idea dell’“uomo forte”, che rifiuta la mediazione, l’ascolto e la sintesi tra diverse posizioni, dimenticandosi del valore delle persone.

La campagna elettorale, per Trump, non è ancora finita … ha iniziato a parlare di brogli soltanto due giorni dopo l’inizio dello scrutinio, quando la sua sconfitta è diventata lampante e i suoi tentativi di capovolgere il risultato tramite diverse cause legali sono stati barcollanti e infondati già dall’inizio.

Donald, secondo il New York Times,  vorrebbe che gli stati governati dai Repubblicani, ma vinti da Biden non attestassero il voto, ma nominassero, invece, dei grandi elettori disposti a votarlo: questa sua “tattica” non sembra avere alcun fondamento legale, non essendoci alcuna prova di irregolarità nel voto, inoltre precedenti sentenze della Corte Suprema hanno teorizzato l’incostituzionalità del voto dei grandi elettori di uno stato che non corrisponda al voto popolare.

Joe Biden ha vinto le elezioni presidenziali.

I democratici, però, non sono riusciti a prendere il controllo del Senato: lo scrutinio non è ancora finito.

A gennaio in Georgia, da molti anni in mano ai repubblicani ora diventata democratica,  ci saranno i ballottaggi per assegnare gli ultimi due seggi al Senato e, soltanto, con questi due seggi il neopresidente potrà governare tranquillamente, mettendo in atto le sue riforme  – dalle tasse all’immigrazione – e ridonando lo spazio dovuto, all’interno del dibattito pubblico, ai diritti e alla dignità delle persone, oppure dovrà scendere a compromessi con i repubblicani e assisteremo alla cosiddetta “lame duck”, espressione che mi riporta ai banchi universitari, e soprattutto alla preparazione del tanto temuto esame di Diritto Costituzionale …. avremo  l’“anatra zoppa” appunto: un presidente senza maggioranza al Congresso e costretto a dover mediare con i repubblicani … per questo motivo Donald non concede la vittoria … e sembra gridarci: “Non vi sbarazzerete tanto facilmente di me!” ….

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Pier Luigi Cavalchini – Quando le biciclette cambiano una città

Pier Luigi Cavalchini

Ci sono dei momenti in cui si avverte che qualcosa di storico sta per succedere, quando tutti – ma proprio tutti – , decidono che è arrivato il momento giusto. Lo si capisce da come vengono destinati i fondi delle Fondazioni bancarie, da come si comportano i “portatori di interessi” giù giù  fino a ciò che si può sentire in un bar o in un negozio di prodotti etnici.

La città di Alessandria non sarà più la stessa e, finalmente, avrà una rete ciclabile degna di questo nome. Non saliscendi tra marciapiedi sconnessi, discutibili passaggi su zebre stradali  colorate, più o meno segnalate, non più interruzioni e passaggi pericolosi. Solo e semplicemente una grande ragnatela, meglio (per dare più positività alla cosa) un sistema linfatico ben distribuito, senza restringimenti, salti e punti ciechi. I  300.000 euro,  finalmente a disposizione dell’Amministrazione, possono fare la differenza e avviare quel nuovo modello di città (e zone circonvicine) che tutti si attendono (1). Sì, tutti, perché non si tratta solo di fisime di pochi amanti della bicicletta “ovunque e sempre” e di ancor meno cazzuti ecologisti che pensano di avere sempre ragione.

Semplicemente la realizzazione di ciò che il buon senso avrebbe dovuto suggerire da tempo.   Far vivere il centro storico con negozi aperti ed in salute, far circolare più persone nello stesso centro storico senza l’ingombro (avete letto bene … l’ingombro) dell’auto. Permettendo a chi vive nel centro storico, in quella ZTL (zona a traffico limitato) che inesorabilmente – prima o poi – verrà allargata, di avere le stesse comodità, le stesse libertà, le medesime possibilità di chi vive vicino ad un supermercato in periferia. Col vantaggio di essere in pieno centro a pochi metri da Piazzetta della Lega e Piazza della Libertà. E continuando sul fronte dei “vantaggi”, con una percentuale di auto private in area centrale e semicentrale assolutamente minore di quella attuale.

Il numero “62” di cui tratteremo più avanti, sarà tranquillamente portato sotto le “50”, forse addirittura le 40 auto su cento abitanti.

Un parametro riscontrabile in Scozia e in Norvegia che riporterebbe, anche in questa parte di Italia, un minore impatto complessivo sull’aria che respiriamo. Aggiungiamo che i provvedimenti in discussione sono diventati veramente occasione di confronto fra assessorati competenti e associazione di rappresentanza degli interessi dei cittadini, portando a realizzazione ciò che, da almeno trent’anni, si continua a scrivere, a progettare (e a pagare con soldi pubblici). Aveva iniziato “Systematica Italia” nel secolo scorso facendo proposte sensate tese ad un alleggerimento del peso della viabilità privata da e per il centro, ora – al terzo tentativo – sembra che le proposte di “TRT engineering” trovino un po’ di spazio.

Le proposte di “TRT engineering “ validate dal Comune di Alessandria

Praticamente da un ventennio l’amministrazione comunale, pur cambiando colore politico diverse volte, ha mantenuto stretti legami con questa società di consulenza “specializzata in economia, pianificazione e modellistica dei trasporti “(2) che ha fornito più spunti interessanti. Ne riportiamo alcuni.

A mo’ di esempio,  sulla particolare condizione urbanistica del centro storico alessandrino, è molto esplicita:  “l’area urbana centrale racchiusa all’interno dell’anello degli Spalti (centro storico) presenta un reticolo viario di ridotte dimensioni con limiti di capacità e storico/ambientali che mal si concilia con un esteso e capillare accesso veicolare motorizzato. “  Che, in italiano corrente, dovrebbe significare….trovate altre modalità….alla fine…. l’intasamento del centro è un danno per tutti

Ma continuiamo… “Gli attraversamenti delle frazioni comunali (es. Villa del Foro, Casalbagliano, Cantalupo, San Michele, San Giuliano Vecchio) avvengono su una viabilità storica spesso non adeguata ai flussi di traffico attuali, presentando in questo modo anche problemi sulla sicurezza dei modi ciclopedonali. “ Questione trattata dai rappresentanti della FIAB che, con dovizia di particolari, schede colorate e diagrammi, ci hanno presentato un quadro desolante della viabilità periurbana, fino alle più lontane e isolate frazioni. Già nel 2019 (data dell’ultimo documento depositato in Assessorato), riguardo le carenze nella manutenzione stradale (intera piattaforma: carreggiata, marciapiedi, piste ciclabili, segnaletica ecc.) si segnalavano inadempienze e carenze di ogni tipo, a cui – evidentemente – non si può ovviare con badile, carriola e asfalto fumante. Sempre la  TRT ci ricorda che in ambito urbano sono riscontrabili alcune criticità puntuali, che vengono specificate in modo chiaro in vista di provvedimenti “seri”.

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Giorgio Laguzzi – Punto e MES

Giorgio Laguzzi

Giusto un paio di giorni fa abbiamo udito, trasportate dai venti continentali in seno all’Europa, ennesime parole critiche nei confronti di una certa ortodossia riguardo agli strumenti e organismi adottati in questi anni per fronteggiare le varie crisi ed in particolare l’attuale; incuriositi, abbiamo ricercato tra le varie news del momento chi fosse questa volta il becero populista, o il militante dell’ala trokzista del partito leninista, il quale avesse osato pronunciare tale ennesimo inno demagogico. Tuttavia il messaggero degli dei questa volta si faceva latore di un qualcosa di inaspettato.

Dal tempio della divinità pagana post-moderna #MES, ormai degno erede della divinità apollinea #Spread, si devono essere levate urla di dolore e di strazio, anatemi di scomunica e accusa di alto tradimento nello scoprire che tali annunci giungessero questa volta dal campo riformista, per bocca nientemeno che dal presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, e dal rispettabilissimo ex Presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta. A meno di voler inserire anche costoro nella pletora nauseante dei populisti e sovranisti che attentano alla democrazia liberale, forse andrebbe iniziare ad interrogarsi maggiormente sulla questione.

Ad un attento osservatore, d’altro canto, tale posizionamento non dovrebbe risultare nulla di strano, ma semplicemente come un ennesimo lento riallineamento della barra del riformismo verso una reimpostazione della visione della politica economica a partire dalla crisi del 2007-2008 in poi. D’altro canto, abbiamo già molte volte ricordato gli scostamenti di rotta riconosciuti da economisti come Paul De Grauwe, figure politiche di rilievo come Barack Obama, e super-addetti ai lavori delle istituzioni internazionali come Olivier Blanchard, per non parlare inoltre di altri segnali sopraggiunti anche in questi anni dallo stesso Parlamento Europeo.

Uscendo dallo stile provocatorio e rientrando nei ranghi di una discussione più seria, pare comunque chiaro che coloro i quali per molti anni, all’interno del pensiero riformista e progressista, si siano distinti per aver tentato di evitare che tale campo si “schiacciasse” su posizioni troppo acritiche nei confronti di una certa ortodossia politico-economica possano osservare ulteriori soddisfazioni riguardo ai cambi di rotta che la “crisi coronavirus” sta semplicemente accelerando, ma che erano appunto già in atto da almeno un decennio.

Le parole della presidente Lagarde, la quale pur correggendo il tiro rispetto alle parole di Sassoli  sulla cancellazione/riduzione del debito pubblico, parla nettamente di una BCE pronta a fornire tutta la copertura necessaria ai debiti pubblici degli stati membri senza altre condizionalità, sono anch’esse il sintomo di una consapevolezza maturata in questi anni, impensabili prima del 2007 e comunque poco probabili fino a pochi mesi fa. Se ad esse ci accompagniamo la linea “neo-keynesiana” (molto “Keynesiana” e poco “neo”, tra l’altro) della nuova direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, la quale ha richiamato il 15 Ottobre scorso alla necessità di un nuovo “ Bretton Woods moment”, il quadro lascia spazio a qualche buona speranza: (https://www.imf.org/en/News/Articles/2020/10/15/sp101520-a-new-bretton-woods-moment): “Il compito non sarà di ricostruire un mondo simile a quello pre-Covid, ma di creare una economia più sostenibile e inclusiva”, sono le parole chiave della direttrice del FMI, le quali lasciano chiaramente intendere che coloro i quali sperano e pensano in un incidente di percorso sul tragitto del cosiddetto neo-liberismo, correggibile con pochi giri di cacciavite, stia dalla parte sbagliata della storia. 

Il mondo post-Covid necessiterà di un cambio di rotta paragonabile a quello che segnò la nascita del sistema Bretton Woods della golden age occidentale degli anni 50′ e 60′,  per niente simile ad un ritorno alla rotta pre-2007.

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The Guardian (UK), Owen Jones – Il vaccino del covid sarà un beneficio per l’umanità: facciamo in modo che il brevetto appartenga a chiunque

Owen Jones

L’antimodernismo, l’avversione alla cultura, al positivismo dogmatico sono epifenomeni sociali che da tempo ben conosciamo, la cui traccia va cercata all’indomani del primo grande conflitto bellico mondiale. Nel corso di crisi economiche-sociali queste tendenze eversive – che nell’ideologia fascista si manifestarono con il rifiuto al dottrinarismo socialista e all’intellettualismo moralista borghese, entrambe  considerate astratte e prive di un presunto “realismo pragmatico” – incoraggiano spesse volte la divulgazione di tesi complottistiche. Il cui nesso è da ricercarsi in alcune non ben identificate “culture” straniere, aventi come obiettivo quello di avvelenare i pozzi della propria coscienza domestica, rendendoci tutti schiavi di un supposto leviatano internazionale.

Sì, è vero sono delle stupidaggini; delle pure e semplici semplificazioni. Infatti, per alcune fazioni, consapevoli o meno della loro idiozia, certe logiche di potere eticamente censurabili ed economicamente dannose – il tipico caso delle relazioni di mutuo vantaggio che cementano i top manager di grandi aziende con i detentori dei corrispondenti pacchetti azionari – non sono ritenute oggetto come parte di una seria critica sistemica, bensì null’altro che meccaniche traduzioni in qualche forma di congiura ordita dall’alto con lo scopo di lucrare sulle sofferenze e le libertà civili di noi comuni mortali.

Tuttavia, pur non giustificando i “cospiratori”, è assai noto che la Big Pharma evidenzia gli aspetti più scandalosi per quanto concerne l’incestuoso rapporto tra potere industriale e potere deliberativo politico (tra cui le famose porte girevoli) che, nonostante le molteplici, autorevoli e argomentate rimostranze, non è mai stato minimamente scalfito. Basti pensare con quale spudoratezza i CEO di Pzifer e Moderna abbiano incassato, sebbene nel pieno rispetto della norma, le plusvalenze delle loro “stock options” successivamente a un annuncio relativo alla formulazione di un vaccino covid 19, ma ancora privo della certificazione degli organi ufficiali competenti (FDA). Chi ci fornirà la garanzia che sarà in grado di proteggerci? L’annuncio?

Owen Jones, editorialista del The Guardian, a cui gli va riconosciuta la dote di cogliere anche quello che sfugge ai più, deposita la sua sentenza: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti.

The Covid vaccine will benefit humanity – we should all own the patent

Owen Jones

The pharmaceutical industry has long made exorbitant profits by free-riding on research carried out by the public sector

Evviva Pfizer! Poiché la notizia di un vaccino che potenzialmente offre una protezione del 90% contro Covid-19 offre una zattera di salvataggio per una umanità stanca di lockdown, forse quei manifesti disegnati a casa sulle finestre delle persone che ringraziano il NHS [SSN] presto applaudiranno invece le grandi aziende farmaceutiche.

La speranza di un vaccino di successo per liberarci da una prolungata miseria economica dovrebbe essere abbracciata, ma non dovremmo per questo celebrare l’industria farmaceutica. Se proprio volete questo non è altro che un caso di studio particolarmente eclatante di “socialismo per i ricchi”, o di imprese private che dipendono dalla ricerca e dall’innovazione del settore pubblico per realizzare profitti colossali, basta fermarsi alla grande industria farmaceutica.

La Pfizer e il suo partner biotech tedesco, BioNTech, guadagneranno l’incredibile cifra di 9,8 miliardi di sterline l’anno prossimo da un vaccino contro il coronavirus. Gli inviti secondo cui le aziende farmaceutiche non dovrebbero trarre profitto dalla crisi più grave del mondo dalla seconda guerra mondiale sono stati liquidati a luglio come “radicali” dal CEO della Pfizer; e, forse, molti trascureranno tali profitti in mezzo all’ondata di gratitudine. Ma l’affermazione della Pfizer di “non aver mai preso soldi dal governo degli Stati Uniti, o da nessuno” non regge alla verifica dei fatti: la grande industria farmaceutica dipende dalla munificenza del settore pubblico.

Lo stesso vaccino sperimentale Pfizer/BioNTech utilizza una tecnologia di proteine ​​spike sviluppata dal governo degli Stati Uniti: senza lo Stato, questo vaccino probabilmente non sarebbe stato sviluppato così rapidamente. Mentre quasi 10.000 vite umane vengono perse in tutto il mondo ogni giorno a causa della pandemia, il CEO di Pfizer incassa questa notizia sul vaccino vendendo $ 5,6 milioni in azioni. Una decisione che crea più che un semplice imbarazzo. (Un portavoce ha detto ad Axios che “la vendita faceva parte di un piano predeterminato creato ad agosto“.)

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