Giorgio Abonante – Un sabato qualunque, un sabato italiano. Il non caso Fteita.

Giorgio Abonante

Stop. Un attimo. Avevo appena scritto all’assessore Paolo e alla sua compagna due righe di felicitazioni per i loro miglioramenti dopo aver contratto e, si spera sconfitto, il Covid. Dopo pochi minuti una sua collega, seduta tra gli scranni della sala Consiglio a un metro da lui, esce annunciando urbi et orbi che quel che sta succedendo è in sostanza un complotto per arricchire i poteri finanziari. Quindi, secondo la collega di Paolo, Cherima, sarebbe più o meno tutto una montatura. Qualcosa non torna.

Si parlano o non si parlano? C’è un generale? Qualcuno che si occupi di far uscire un messaggio coerente dall’organo esecutivo di Palazzo Rosso? 

Perché alla fine siamo alle solite. Un principe c’è ma, come quasi sempre accade, è concentrato sul potere per il potere e null’altro. Gongola infatti, la Lega, baricentro di una coalizione in cui gli alleati portano solo grane (prima gli insulti all’Hospice, adesso le tesi complottiste, ecc.), mentre, quando il problema è domestico, gli assessori responsabili si cacciano via all’istante (salvo poi infilarli in qualche ufficio torinese) oppure, quando un capo di gabinetto è a fine corsa e ha fatto incazzare mezzo Comune, se ne va per diventare addirittura capo della partecipata regionale più importante.

Allora, un grande pantano, in cui la Lega sguazza con maestria e da cui esce con cinismo e professionalità (chiamiamola così), mentre Forza Italia e Fratelli d’Italia appaiono sì come fratelli, ma quelli sfigati che ancora per sopravvivere devono ringraziare Re Riccardo.

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Dani Rodrik – I Quattro Anni di Sospensione della Sentenza per i Democratici Americani

Dani Rodrik

Ottima quest’analisi di Dani Rodrik sul voto Democrats americano. Forse, non così crudele come quella di Owen Jones – brillante editorialista del The Guardian – che lo ha dipinto come un “mezzo fallimento”, ma ben argomentata, dal cui tratteggio si evidenziano le fratture e gli inceppi ove la presunta “blue wave” si è imballata. Una delle argomentazioni più salienti dell’eterodossia intellettuale di sinistra, poco considerata dalla sua élite al vertice – sia essa moderata o radicale – riguarda la mancata comprensione della fenditura culturale e politica d’ordine geografico-spaziale che nel corso del processo di globalizzazione si è venuta a creare in occidente all’interno di quei tradizionali ceti di riferimento dai quali la stessa sinistra riscuoteva consenso.

Assistiamo a una progressiva regressione conservatrice e tradizionalista del ceto medio sia nelle aree meno densamente popolate, una sorta di “vendetta della territorialità (heartland)”, sia nelle grandi concentrazioni periferiche operaie sub-urbane, tra le più flagellate dalla crisi economica e sociale. Rodrik, pare dirci che una concezione prevalentemente “estetico-umanitaria” di una certa sinistra che persegua come primo obiettivo l’ampliamento delle libertà civili e personali, (lotta al razzismo, parità di genere, ecc.) pur essendo encomiabile, non trova ascolto in quei territori ove i problemi prioritari sono di altro tipo.

Qui, il politologo di Harvard tocca un nervo scoperto: il cronico smottamento e la relativa pauperizzazione di una gran parte della low middle-class occidentale. Proprio quella in cui i suoi appartenenti, sfortunatamente, non sono nati né cresciuti in zone ad alta intensità tecnologica e innovativa. In effetti, il “suicidio” utopistico del Corbyn 2, al quale abbiamo dolorosamente assistito nel 19, è da attribuirsi, parzialmente, a questo fenomeno, il cui esito si è materializzato in un disancoramento dalla rappresentanza. L’aver supposto che un pensiero progressivo urbano incontrasse l’apprezzamento dei figli o nipoti (maschio o femmina) dei minatori di Workington nel Red Wall (labourista da un secolo), oggi disoccupati o precarizzati, fu come giocare a mosca cieca. Vinse Boris Johnson.

Interpretando Rodrik, questa frattura per essere ricomposta necessita che all’interno dello schieramento progressista alcune derive astratte come un eccesso di  solidarismo umanitario, nonché la pretesa di ergersi come campione  di una moralità terrena, debbano cedere il passo a un disegno  di tipo “pragmatico-materialista”, il cui scopo verta principalmente nel modificare l’attuale modello economico vigente. Maggiori investimenti pubblici, ove necessari; strumenti istituzionali che offrano ai privati la possibilità di competere liberamente; tutela dei consumatori; smembramento dei monopoli; e possibilmente un riallineamento del sistema monetario internazionale, dal quale lo Yuan cinese ha tratto enorme beneficio.

Il tutto attraverso un mercato “regolato” e non alterato o addirittura di fatto “soppresso” dalla costante produzione di danaro da parte delle BBCC, in modo non dissimile dai dettami della MMT (Modern Money Theory), il cui fascino attrae non pochi esponenti della sinistra più suggestiva, ma che nel contempo finisce per arricchire gli speculatori di WS. Rodrik corre sul filo di un rasoio su cui si è già incamminato Stiglitz da tempo e che fu lo stesso che percorse il Keynes (20/30) ricavandone quella geniale ispirazione che inchiodò il lasseiz-faire alle sue responsabilità.

The Democrats’ Four-Year Reprieve

Nov 9, 2020 DANI RODRIK

He may not know it yet, but the most important question US President-elect Joe Biden faces is how Donald Trump managed to win an even larger number of votes than he did four years ago, despite his lies, corruption, and disastrous handling of the pandemic. Unless he addresses it, a rude awakening awaits the Democratic Party in 2024.

CAMBRIDGE – Mentre Joe Biden ha ottenuto una vittoria sofferta alle elezioni presidenziali americane dopo alcuni giorni d’incertezza, gli osservatori della democrazia americana rimangono perplessi. Sostenuti dai sondaggi, molti si aspettavano una valanga di voti per i Democratici, con il partito che avrebbe conquistato non solo la Casa Bianca ma anche il Senato. Come ha fatto Donald Trump a mantenere il sostegno di così tanti americani – ricevendo un numero di voti ancora maggiore rispetto a quattro anni fa, nonostante le sue palesi bugie, l’evidente corruzione e la disastrosa gestione della pandemia?

L’importanza di questa domanda va oltre la politica americana. Ovunque i partiti di centro-sinistra stanno cercando di rilanciare le loro fortune elettorali contro i populisti di destra. Anche se l’indole Biden è notoriamente centrista, la piattaforma del partito democratico si è spostata notevolmente a sinistra, almeno per quanto concerne gli standard americani. Una netta vittoria democratica sarebbe stata una spinta significativa per gli spiriti della sinistra moderata: forse tutto ciò che serve per vincere è combinare politiche economiche progressiste con l’attaccamento alla causa democratica e un fondamentale rispetto per i valori umani.

Il dibattito è già su come i Democratici avrebbero potuto fare meglio. Sfortunatamente, dalla loro vittoria di misura non si raccolgono facili soluzioni. La politica americana ruota attorno a due assi: cultura ed economia. Su entrambe le questioni poste, possiamo trovare coloro che incolpano i Democratici per essersi spinti troppo oltre e quelli che li biasimano per non essere andati abbastanza lontano.

Le guerre culturali contrappongono zone socialmente conservatrici, prevalentemente bianche, alle aree metropolitane dove i cosiddetti atteggiamenti di “risveglio informato e cosciente” hanno assunto il predominio. Da un lato abbiamo i valori della famiglia, l’opposizione all’aborto e il diritto alle armi. Dall’altro, abbiamo i diritti LGBT, la giustizia sociale e il rifiuto al “razzismo sistemico”.

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Gianluca Veronesi – Fifty-fifty

Gianluca Veronesi

Preferiamo proporre articoli o post estratti direttamente dal dibattito critico politico americano, poiché gli USA sono una realtà composita, nonché specifica, e certe generalizzazioni domestiche non aiutano a capirne la sua complessità. Ma nel caso dell’articolo che segue, le osservazioni sono acute e intelligenti. Complimenti a Gianluca Veronesi.

Gianluca Veronesi – Fifty-fifty

I risultati americani confermano due tendenze più generali: la polarizzazione e la radicalizzazione dell’elettorato. Avviene in Europa, avviene in Italia. Negli Stati Uniti la polarizzazione è una consuetudine, avendo loro praticato da sempre il bipartitismo perfetto.

Ma un testa testa così, nell’anno del record dei voti, è superiore alla norma (anche se a conteggio definitivo, la distanza potrebbe risultare più evidente). La radicalizzazione è invece una novità giacché la tradizione prevede che si vinca al centro. In America l’elettorato si esprime già prima di votare, tramite le primarie, e questa volta qualcosa è cambiato.

Nelle primarie democratiche, per evitare un eccessivo spostamento a sinistra, hanno dovuto scomodare Biden, un anziano signore, sulla via del ritiro. Grande professionista ma non proprio un candidato esaltante e sexy. Che però, in quest’epoca di rivolgimenti, è riuscito a fare della sua normalità un dato sorprendente.

Inutile parlare dei repubblicani, dove ad estremizzare il clima ci ha pensato direttamente Trump, ogni sacrosanto giorno dei suoi quattro anni di presidenza. All’inizio dello scrutinio il vincitore Biden è apparso uno sconfitto, non tanto nei confronti del suo avversario quanto verso i sondaggi.  Così come il perdente Trump ha subito mietuto consensi superiori al previsto, anche in territori ostili.

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The Guardian (UK) Robert Reich – Discutendo di guerra civile, l’America è già divisa: la Trump Nation si è separata

Robert Reich

Ancor prima che la Presidenza Biden venisse ratificata, il potente mondo economico e affaristico finanziario di WS, – dal quale, grazie a Trump, ottenne enormi favori e lauti guadagni – attraverso un preordinato tam tam mediatico, incoronava il nuovo arrivato come l’uomo della provvidenza, il saggio pacificatore di un’America divisa e avvelenata dal turbine del becero populismo, la cui futura destinazione non potrà essere altra che l’ampia “soffitta” della storia. Parole come “appeasement” “reconciliation”, ultimamente quasi scomparse nella dialettica politica americana, risalivano la china nel dibattito scritto e parlato tra i vari commentatori.

The situation smacks of”, è una espressione idiomatica anglosassone che significa: “il caso puzza di”. Infatti, “the situation smacks of centrism”, come se si ritenesse che la gran parte della base operaia bianca del Wisconsin, Illinois e Michigan, la “rust belt” per intenderci – quella che votò nel 2016 contro il centrismo di Hillary, optando per Trump – si fosse riconvertita d’incanto al moderatismo; quasi come se questa fosse rimasta completamente indifferente e insensibile al proselitismo politico della sinistra progressista americana, condotto con alacrità in questi ultimi quattro anni.

Ciò che costoro si aspettano da Biden non è il “business as usual” di WS, bensì il ripristino dell’Obamacare, il salario minimo a 15 $/ora, maggiori tutele e diritti sociali e sindacali, la cancellazione del debito studentesco, un’economia che tenga conto dei diversi portatori d’interesse e non solo degli azionisti, regole che limitino il potere dei grandi monopoli, migliori standard di vita, e infine un ambiente più sano che permetta loro di recuperare quel tasso di speranza di vita che con l’avvento della teorica liberista si è notevolmente ridotto.  

Bernie Sanders, Robert Reich, Elizabeth Herring Warren, Michael Moore, Joseph Stiglitz, sono state tra le più rappresentative figure che hanno condotto queste battaglie, incessantemente, il cui esito in parte è confluito nella vittoria di Biden, e non certo gli gnomi di WS o i gattopardeschi centristi del “giorno dopo” che stanno per accamparsene il merito.

Per capire quanto il populismo anti-establishment trumpiano non sia stato per nulla arginato, nonostante la vittoria Democrat, basterebbe rileggere l’editoriale, pubblicato sul Guardian, scritto da Robert Reich, qualche mese fa, nel corso di questa velenosa campagna presidenziale.

The Guardian (UK) – Amid talk of civil war, America is already split – Trump Nation has seceded

Robert Reich

The president thrives on division, speaks of ‘we’ and ‘them’ and encourages violence. No wonder we fear he won’t accept defeat

Su che cosa realmente verte lo scontro in America in attesa delle prossime elezioni? Non su di una particolare questione. Non lo è nemmeno riguardo a Democratici contro Repubblicani. La disputa di fondo è su Donald J. Trump.

Prima di Trump, la maggior parte degli americani non era particolarmente appassionata di politica. Ma il “Modus Operandi” di Trump è stato quello di costringere le persone ad appassionarsi a lui, a schierarsi in modo aggressivo a favore o contro, considerando sé stesso il presidente solo dei primi, che lui chiama “il mio popolo”. Trump è entrato in carica senza alcun programma se non per nutrire il suo mostruoso ego. Non ha mai fomentato la sua base. E’ la sua base che lo ha ingigantito, la cui adorazione nei suoi confronti lo sostiene.

Allo stesso modo funziona l’antipatia da parte dei suoi detrattori. I presidenti di solito cercano di placare i loro critici. Trump ha fatto di tutto per offenderli. “Faccio scoppiare la rabbia“, disse senza scusarsi a Bob Woodward nel 2016. In questo modo, ha trasformato l’America in una gigantesca proiezione del proprio narcisismo patologico. La sua intera piattaforma di rielezione la si trova nel suo uso dei pronomi “noi” e “loro“. “Noi” sono le persone che lo amano, la Trump Nation. “Loro” lo odiano.

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The Economist (UK) – Come trattare la libertà di parola sui social media

Se il The Economist ne fa un editoriale da copertina (October 30th), ciò significa che il processo sta avanzando come argomento di discussione globale, verso cui il sottrarsi da una cosiddetta “impossibile soluzione” sarà sempre più difficile. Per completezza si veda anche https://ilponte.home.blog/2020/01/31/shoshana-zuboff-il-capitalismo-della-sorveglianza/

How to deal with free speech on social media

It is too important to be determined by a handful of tech executives

È la più grande causa antitrust degli ultimi due decenni. Il 20 ottobre il Dipartimento di Giustizia Americano (doj) ha affermato che Google stipula accordi inossidabili con i produttori di apparecchi telefonici, reti e browser, che ne fanno diventare il motore di ricerca predefinito. Il dipartimento afferma che ciò danneggia i consumatori, essendone così privi di alternative. L’accordo è sostenuto dal predominio di Google nella ricerca sul web, che possedendo una quota di mercato globale di circa il 90%, genera profitti pubblicitari i quali pagano gli stessi accordi.

Il doj non ha ancora detto quale rimedio intende esigere, ma potrebbe costringere Google e la sua casa madre, Alphabet, a cambiare il modo in cui strutturano le loro attività. Però, non si trattenga il respiro: Google respinge la causa come una sciocchezza, quindi il caso in questione potrebbe protrarsi per anni.

L’azione contro Google può sembrare lontana dalla tempesta che si sta agitando nei confronti di Facebook, Twitter e i social media. L’una, come un laser si focalizza su un tipo di contratto aziendale, l’altra, si tratta d’un uragano di categoria 5 d’indignazione popolare che colpisce aziende tecnologiche irresponsabili, con l’apparente scopo di distruggere la società. La sinistra afferma che, dalle teorie cospirative di QAnon all’incitamento dei suprematisti bianchi, i social media stanno annegando gli utenti nell’odio e nelle menzogne. La destra accusa le aziende tecnologiche di censura, compresa quella della scorsa settimana per un discutibile articolo in cui si accusava la famiglia di Joe Biden, il candidato alla presidenza democratica, di corruzione.

Eppure, la domanda su cosa fare con i social media può essere vista meglio attraverso le stesse quattro fasi della causa legale intentata contro Google: danno, dominio, rimedi e ritardo. La posta in gioco è quella di stabilire chi controlla le regole della pubblica libertà d’espressione.

Un decimo degli americani pensa che i social media siano utili; quasi due terzi di loro sostengono che causano danni. Da febbraio YouTube ha identificato oltre 200.000 video “pericolosi o fuorvianti” sul covid-19. Prima del voto nel 2016, 110-130 milioni di americani adulti hanno letto notizie false. In Myanmar Facebook è stato utilizzato per istigare attacchi genocidi contro i Rohingya, una minoranza musulmana. La scorsa settimana Samuel Paty, un insegnante francese, che ha utilizzato vignette sul Profeta Muhammad per parlare sulla libertà di parola, è stato assassinato dopo una campagna sui social media contro di lui. L’assassino ha twittato un’immagine della testa mozzata del signor Paty, che giaceva in strada.

I mutevoli tentativi delle aziende tecnologiche di drenare questo pozzo nero equivale al fatto che una manciata di dirigenti non eletti sta fissando i confini della libertà di parola. È vero, la radio e la tv condividono la responsabilità della disinformazione e le affermazioni repubblicane di pregiudizi non sono dimostrate: le fonti di destra spesso sono in cima alle liste dei post più popolari su Facebook e Twitter. Ma cresce la pressione sulle aziende tecnologiche per limitare sempre di più la loro diffusione. In America la destra teme che, sollecitati dalla Casa Bianca democratica, dal Congresso e dai propri dipendenti, i responsabili delle aziende seguano l’etica di sinistra su ciò che sia o meno accettabile. Si paragoni questo con l’ampia licenza del Primo Emendamento di offendere.

Altrove, i governi hanno anche utilizzato le società di social media per aggirare la legge, spesso senza dibattito pubblico. A Londra la polizia metropolitana chiede di rimuovere i post legali, ma inquietanti. A giugno il Consiglio costituzionale francese ha concluso un accordo tra il governo e le società tecnologiche, poiché il primo limitò la libertà di parola. Un’iniziativa che sarà sicuramente rivista dopo l’omicidio di Paty. Nel citare i precedenti fatti in occidente, i governi più autoritari in paesi come Singapore si aspettano che le aziende tecnologiche limitino le “notizie false”, includendo potenzialmente le fastidiose critiche degli oppositori.

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Giorgio Abonante – Tracciamento irrintracciabile

Ricevo e diffondo la vicenda di un cittadino, della sua famiglia e delle persone direttamente e indirettamente coinvolte per ragionare pubblicamente su un sistema di prevenzione che lascia molto a desiderare, prima ancora dei noti ritardi con i quali vengono effettuati e processati i tamponi.  (G.A.)

“Breve (vera) traccia assurda:

  • Sabato notte mi sveglio con febbre, prendo una tachipirina e la febbre scende;

  • Domenica mattina la febbre risale e chiamo l’Usca e il Pronto soccorso: entrambi mi dicono che se proprio non sto morendo (nel senso che ho respiro corto) devo contattare il medico di famiglia;

  • Lunedì mattina chiamo il medico di famiglia e racconto tutto. La dottoressa dice che sarebbe meglio aspettare un giorno in quanto per gli adulti è consigliabile iniziare il protocollo dopo tre giorni di sintomi. Faccio presente che voglio entrare subito nel programma perché anche mia moglie ha sintomi e che alcuni professori di mia figlia sono stati messi in isolamento in quanto insegnano in un’altra classe in cui ci sarebbero dei ragazzi positivi. Così veniamo tutti messi in isolamento fiduciario per 10 gg in attesa di tampone. Faccio presente che nel weekend ho incontrato gente  e che sarebbe il caso di comunicare anche a loro la mia situazione.  Niente, il sistema si attiva solo in caso di positività. Io da bravo cittadino avviso le perone;

  • Martedì mattina ci viene comunicato che saremmo stati tamponati giovedì mattina e che la risposta sarebbe arrivata nei due /tre giorni successivi. La domanda sorge spontanea: ma a che serve? Nel frattempo è facile desumere che se, malauguratamente, avessimo infettato qualcuno il virus si starebbe espandendo in progressione geometrica;

  • Mercoledì mattina non sentiamo più i gusti. Facciamo arrivare l’informazione al SISP ma non ci viene richiesto alcun nominato delle persone con cui siamo entrati in contatto.”
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Roberta Cazzulo – Ridiamo Valore all’Università

Cazzulo Roberta

In un periodo colmo di incertezze come questo che stiamo vivendo, l’università in primis è il luogo dove studente e docente si incontrano, ovvero è il punto di contatto tra chi desidera apprendere una disciplina e chi gli mette a disposizione il suo sapere.

Il compito principale di una buona università è la trasmissione del sapere.

Viviamo in un’epoca in cui ci basta “cliccare”, ma la capacità di leggere, comprendere ed interpretare la grande quantità di informazioni e di dati a cui siamo sottoposti quotidianamente ci può essere insegnata e trasmessa solo da un buon insegnante.

Il reale, vero apprendimento, spetta poi successivamente a ciascuno studente.

L’ultimo rapporto Istat purtroppo fa emergere che il distanziamento tra noi e l’Europa è ancora troppo elevato, in Italia i laureati sono il 19,5% contro il 33,2 % europeo.

Prendendo in considerazione i giovani tra il 25 e i 30 anni, secondo Eurostat nel 2018, la media europea era del 40,7% quella italiana del 27,8%, siamo in fondo alla classifica.

La Strategia Europa 2020, ovvero l’insieme di obiettivi che si era prefissata l’UE per fare in modo che la ripresa economica in seguito alla crisi economica e finanziaria andasse di pari passo con una serie di riforme che portassero alla creazione di occupazione, aveva messo tra i suoi punti chiave anche quello di ridurre il tasso di abbandono scolastico a meno del 10% e portare almeno al 40% il tasso dei giovani laureati.

Per citare i migliori: l’Irlanda (56,3%), l’Olanda (49,4%), il Regno unito (48,8%), la Francia (46,2%) e la Spagna (42,4%) …. noi ci piazziamo in coda alla classifica con la Romania…Peccato!

Anche perché secondo il Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei Laureati che si basa su un’indagine che riguarda 650mila laureati di 76 Atenei e analizza i risultati raggiunti nei mercati del lavoro dai laureati ci dice che nel corso del 2019 si sono registrati: maggiore regolarità degli studi, abbassamento dell’età alla laurea, più tirocini curriculari.

Si evidenzia, inoltre, un incremento anche per il tasso di occupazione rispetto al 2014: a un anno dal titolo + 8,4 punti percentuali per laureati di primo livello e + 6,5 punti percentuali per quelli di secondo livello.

Laurearsi conviene: chi possiede una laurea, rispetto a un diplomato, ha più possibilità occupazionali (+13%) e una maggior retribuzione (+39%).

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Giorgio Abonante, Michelangelo Serra – Trasporto Pubblico locale (Tpl): gli errori e cosa, invece, si dovrebbe fare

Sul trasporto pubblico locale si gioca gran parte del futuro dei nostri territori e dell’accesso a servizi fondamentali come la scuola. Valeva prima, vale a maggior ragione oggi in epoca Covid. Si leggono critiche al Governo in gran parte forzate dalla solita propaganda mentre a fine agosto proprio il Governo aveva chiarito e finanziato contesto e prassi nelle quali Regioni e amministrazioni locali avrebbero dovuto muoversi

http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/trasporti-tpl-scuola/trasporto-pubblico-approvate-conferenza-unificata-le-linee

Nella nostra Regione la strada intrapresa non è stata quella corretta. Cosa è stato fatto per riorganizzare i trasporti in vista della riapertura delle scuole? Noi abbiamo visto solo soppressioni del sistema ferroviario regionale afferente Alessandria che hanno spostato una parte dell’utenza su un sistema bus già fortemente sottodimensionato in condizioni ordinarie.

Un esempio: -40% delle corse Alessandria – Voghera (che limita anche i collegamenti con Milano dopo che Trenord ha arretrato a Voghera il primo e ultimo treno per Milano Centrale) oltre alle riduzioni lungo la linea per Casale che hanno costretto gli utenti a usare bus sostitutivi.

Viene annunciato in pompa magna dalla Regione l’introduzione di nuovi 90 bus con un finanziamento regionale di 10 milioni, ma, attenzione, specifica l’assessore, che non saranno 90 bus in più ma 90 bus in sostituzione. Pertanto non cambia nulla.

90 bus a livello regionale significa che alla provincia di Alessandria potrebbero arrivarne tre o quattro, senza aumentare i km coperti. Un risultato a dir poco inutile in un contesto in cui si lamenta la carenza di posti e di km.

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Roberta Cazzulo – Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!

Roberta Cazzulo

Michele Apicella – Nanni Moretti (Palombella Rossa)

La morte di Willy Monteiro pestato a sangue e giunto praticamente senza vita al pronto soccorso ci mostra  l’ennesimo episodio di gioventù allo sbando e di celebrazione della violenza fine a se stessa.

Che cosa collega l’atroce omicidio di Willy alle cronache, alle sempre più frequenti violenze?

Sociologi, psichiatri e intellettuali cercano la ragione di tutta questa violenza.

Esiste una comune origine fra lo studente omicida di Casarano, i killer di Colleferro, il fratello di Maria Paola Gaglione? O tra i carabinieri drogati e violenti di Piacenza e gli stupratori di Matera?

L’odio sociale è diventato un pensiero legittimo, rappresenta il motore di questi fatti di cronaca violenti, è costantemente presente all’interno dei dibattiti televisivi e politici e ha origine dalla diseguaglianza sociale e dalla insicurezza nel futuro, è frutto della crisi economica e porta a identificare nell’altro il problema, il pericolo per la propria tranquillità.

E «l’altro», “l’intruso”, il “nemico”, è chi viene “descritto” come colui che ti sta sottraendo il lavoro, la ricchezza, la stabilità.

Del “diverso” hanno la necessità le idee autoritarie che si fondano sul disconoscimento delle differenze.

Ci troviamo di fronte ad un’idea  naturale di sopraffazione del debole e del diverso e al contempo tutto quest’odio puro scaturisce dal disagio di una provincia non troppo povera, non troppo degradata …. Piatta …. abbandonata dagli investimenti pubblici, all’interno della quale  i teatri, le librerie, i cinema, le aree comuni trovano purtroppo poco spazio.

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Mariana Mazzucato – Come evitare il lockdown climatico

Mariana Mazzucato

Scorrendo le pagine o ascoltando le notizie dai media nazionali, nonché le dichiarazioni dei politici, si rileva una certa euforia, ma anche un po’ di preoccupazione, per quanto concerne la traduzione in politiche reali dell’enorme trasferimento di risorse – oltre 200 miliardi € – che la Commissione UE destina all’Italia, la cui finalità è quella di avviare il paese verso un processo di adeguamento tecnologico e di una complessiva trasformazione economico-sociale-ambientale capace di contribuire alla sfida che la stessa UE deve affrontare in un mondo assai più competitivo e bistrattato di quanto lo fosse in passato.

Mariana Mazzucato, in questo breve post, inquadra a grandi linee le metodologie da adottare, facendoci però riflettere che, nel caso specifico, al cosiddetto “fare” debba precedere una elaborazione intellettuale (philosophy), la quale non potrà essere disgiunta dalle eventuali future realizzazioni pratiche. Più prosaicamente, l’economista anglo-italiana ci avverte che qualora la nostra classe dirigente nazionale – in particolar modo quella territoriale – si limitasse a “innestare” presunta innovazione sugli ancora vigenti modelli economici monetaristi (dogma dell’autosufficienza del mercato, assenza di partecipazione pubblica, finanza non regolata, tolleranza verso il monopolio, estrazione di valore) il fallimento sarebbe epocale.

Ora, lasciamo agli “euforici” la propaganda, concentriamo sulla “preoccupazione”. Facciamo sì che coloro i quali saranno deputati in ogni ordine e grado ad assumersi l’onere di questa transizione siano indotti ad abbandonare lo stile retorico evocativo con cui comunemente descrivono la “inevitabile innovazione”, affinché riprendano gli antichi testi, rivedano le loro posizioni maturate in 40 anni di neoliberismo e soprattutto cessino l’abuso di quel comportamento oracolistico che raramente compendia un “fare collettivo”.

Avoiding a Climate Lockdown

Sep 22, 2020 MARIANA MAZZUCATO

The world is approaching a tipping point on climate change, when protecting the future of civilization will require dramatic interventions. Avoiding this scenario will require a green economic transformation – and thus a radical overhaul of corporate governance, finance, policy, and energy systems.

LONDRA – Con la diffusione del COVID-19 all’inizio di quest’anno, i governi hanno introdotto i cosiddetti  “lockdown” per evitare che la sanità pubblica sottoposta a pressione andasse fuori controllo. Nel prossimo futuro, il mondo potrebbe dover ricorrere nuovamente ai “lockdown”, questa volta per affrontare un’emergenza climatica.

L’instabilità dei ghiacci artici, gli incendi violenti negli stati degli Stati Uniti occidentali e altrove, nonché le fuoriuscite di metano nel Mare del Nord sono tutti segnali di allarme per colpa delle quali ci stiamo avvicinando a un punto di svolta riguardo ai cambiamenti climatici, nel momento in cui saranno necessari interventi drammatici per proteggere il futuro della nostra civiltà.

Nel caso di un “lockdown climatico“, i governi limiterebbero l’uso dei veicoli privati, vieterebbero il consumo di carne rossa e imporrebbero misure estreme in materia di risparmio energetico, mentre le aziende di combustibili fossili dovrebbero smettere di perforare.

Per evitare un tale scenario, dobbiamo rivedere le nostre strutture economiche e organizzare il sistema capitalistico in modo diverso.

Molti pensano che la crisi climatica sia distinta da quelle di natura sanitaria ed economiche causate dalla pandemia. Ma le tre crisi – e le loro soluzioni – sono interconnesse.

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