Joseph Stiglitz – Quando noi riusciremo a vincerlo?

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Sono passati circa trenta mesi da quando Joseph Stiglitz scrisse questo post per Project Syndicate. A quel tempo i Democrats stavano ancora leccandosi le ferite dopo la cocente e inattesa batosta subita due anni prima dalla Clinton da parte di Trump. A circa duecento giorni dalle prossime elezioni presidenziali e senatoriali i Democrats, per loro indiscusso merito, si presentano uniti e combattivi al seguito del loro candidato presidenziale, Joe Biden. Il partito, nel complesso, annuncia una piattaforma politica progressista, distanziandosi dal precedente morbido centrismo della Clinton. I sondaggi sono molto confortanti, tuttavia le incognite rimangono tali, poiché il sistema elettorale americano premia lo “spazio” e non il “numero” e per giunta conserva la caratteristica della “volontarietà”. Ciò significa che qualsiasi cittadino americano libero di poter esercitare il proprio diritto politico (right-holder citizenship) deve manifestare fisicamente e consapevolmente (pre-registrandosi) tale diritto nella veste di elettore attivo al servizio della sua comunità d’appartenenza.

Qui, sta il punto politico. Riuscirà il Partito Democratico, e in particolare Joe Biden, a portare al voto quella fascia di elettorato di colore, attualmente sfiduciata, quella stessa che garantì a Barack Obama di annichilire per ben due volte l’insorgenza suprematista conservatrice?

When Shall We Overcome?

Mar 12, 2018 JOSEPH E. STIGLITZ

In 1968, the year after riots erupted in cities throughout the US, the Kerner Commission, established by President Lyndon B. Johnson, famously concluded that the country was “moving toward two societies, one black, one white – separate and unequal.” Sadly, it is a conclusion that still rings true.

NEW YORK – Nel 1967, scoppiarono rivolte in tutte le città degli Stati Uniti, da Newark, New Jersey, a Detroit e Minneapolis nel Midwest – addirittura due anni dopo che il quartiere di Watts, Los Angeles, esplose violentemente. In risposta, il presidente Lyndon B. Johnson nominò una commissione, guidata dal governatore dell’Illinois Otto Kerner, per indagare sulle cause e proporre misure per affrontarle. Cinquant’anni fa, la Commissione consultiva nazionale per i disordini civili (più ampiamente conosciuta come la Commissione Kerner), pubblicò il suo rapporto, fornendo un chiaro resoconto delle condizioni che sussistevano in America e da cui emersero i  disordini.

La Commissione Kerner descrisse un paese entro il quale gli afro-americani hanno subito discriminazioni sistematiche, hanno sofferto di una inadeguata mancanza d’istruzione e d’alloggio e non hanno avuto accesso alle opportunità economiche. Per loro, non ci fu nessun sogno americano. La causa principale dipese “dall’atteggiamento e dal comportamento razziale degli americani bianchi nei confronti degli americani neri. Il pregiudizio razziale ha plasmato in modo decisivo la nostra storia; ora minaccia di influenzare il nostro futuro.

Facevo parte di un gruppo convocato dalla Fondazione Eisenhower per valutare quali progressi fossero stati compiuti nel corso del successivo mezzo secolo. Purtroppo, il paragrafo del rapporto della Commissione Kerner che acquisì maggior notorietà recitava: “La nostra nazione si sta muovendo verso due società, una nera, una bianca – separate e disuguali” – corrisponde ancora al vero.

Il libro appena pubblicato basato sui nostri sforzi, Healing Our Divided Society: Investing in America Fifty Years After the Kerner Report, a cura di Fred Harris e Alan Curtis, fornisce un quadro desolante. Come ho scritto nel mio capitolo, “Alcune aree problematiche identificate nel Rapporto Kerner sono migliorate (partecipazione alla politica e al governo da parte dei neri americani – simboleggiata dall’elezione di un presidente nero) – alcune sono rimaste le stesse (disparità d’istruzione e occupazione), infine altre sono peggiorate (disuguaglianza di ricchezza e reddito) “. Altri capitoli del report trattano uno degli aspetti più inquietanti della disuguaglianza razziale americana: la disuguaglianza nel garantire l’accesso alla giustizia, rafforzata da un sistema d’incarcerazione di massa in gran parte mirato [a colpire] agli afro-americani.

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Giorgio Laguzzi – I Pilastri delle Repubbliche

Bandiera

Una riflessione per il giorno della Festa della Repubblica. Vi sono due sentimenti importanti sui quali voglio condividere con voi un pensiero per il 2 giugno. Due sentimenti peraltro messi ancor più in evidenza nel periodo di crisi che abbiamo visto iniziare un paio di mesi fa.

La nostra Repubblica fu fondata su un valore importante, quello di un sentimento nazionale condiviso, attraverso il quale nel periodo post-bellico fu possibile porre le basi della nostra società su due pilastri fondamentali: la democrazia rappresentativa e lo stato sociale. Questi due pilastri, assieme ad un sentimento di unità nazionale permisero il dispiegarsi di uno dei momenti più prosperi anche sul versante della crescita economica. Un sano patriottismo inclusivo, sentimento utile e funzionale alla costruzione della nostra Repubblica.

Il secondo sentimento sul quale voglio riflettere è quello dell’umanitarismo universale: quel sentimento che spinge ogni individuo a sentirsi in un certo senso connesso con gli altri individui. A ben pensarci il sano sentimento universale è molto simile, e si fonda anch’esso su un istinto sociale dell’individuo che lo accomuna molto con il patriottismo che sopra descrivevo: il sentimento inclusivo di sentirsi parte di una stessa società, di sentirsi parte di un collettivo con il quale affrontare le sfide più ardue. E questa interconnessione la si individua anche ad altri livelli, nei quali rientrano le forme di municipalismo.

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Lucrezia Reichlin – Un salto da gigante per l’Europa?

reichlin

Lucrezia Reichlin

Corretta, come sempre, l’analisi della Reichlin: non è la mutualizzazione del debito, però potrebbe esserne il primo passo, ma non è detto che lo sia. Forse, è altrettanto illusorio supporre che la Germania abbia rotto il ghiaccio mostrandosi finalmente “solidale”. La sua presunta “solidarietà” porta con sé un lato oscuro, ove si allineano stati d’animo e modi d’agire coerenti. Diremmo, in particolar modo, funzionali all’attuale situazione dell’Eurozona post covid-19: pragmatismo e timore. Proprio cosi, la preoccupazione da parte dell’élite politica ed economica tedesca che il doppio shock domanda-offerta che ha colpito i paesi mediterranei (Francia inclusa) a causa della pandemia “contagi” il loro inossidabile surplus commerciale. Più prosaicamente: sarà pur vero che questi “sudisti” sono un po’ indolenti e spendaccioni, tuttavia sono bravi fornitori di componenti per la nostra industria manifatturiera, nonché ottimi consumatori di nostri prodotti.

Il tutto – si bisbiglia a Berlino – è aggravato dal fatto che la “carta assorbente” cinese sembra non più funzionare e dal quel narciso imprevedibile di Trump non ci si può aspettare altro che “noie” commerciali.

Vero, ciò che afferma l’autrice del post, siamo ancora ben lontani dal cosiddetto “Hamiltonian moment”, il cui nesso riguarda la lunga battaglia che sostenne l’allora ministro del tesoro americano Alexander Hamilton volta a consolidare e far convergere tutto il debito interno ed estero contratto dagli iniziali tredici stati in un unico debito federale. Non fu un passaggio senza invettive, rimostranze e perfino dichiarate minacce di secessione da parte alcuni stati del sud per nulla indebitati come la South Carolina in confronto ai loro confratelli del nord, Massachusetts e Maine, che al tempo apparivano come se avessero pescato per anni denaro da un pozzo senza fondo. Ciononostante, nel 1790 la proposta di Hamilton fu adottata.

One Giant Leap for Europe?

May 26, 2020 LUCREZIA REICHLIN

The Franco-German proposal for a COVID-19 recovery fund is not quite the “Hamiltonian moment” that some have claimed. But, by reshaping the debate on risk mutualization and the benefits of transfers, it could set the stage for one.

LONDRA – Il Recovery Fund COVID-19 da € 500 miliardi ($ 547 miliardi) proposto dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dal presidente francese Emmanuel Macron è stato salutato – per i suoi buoni motivi – come una svolta per l’Unione europea. Al di là delle sue implicazioni economiche concrete, la proposta ribadisce un impegno di solidarietà da parte delle due maggiori economie UE, gettando così le basi per un autentico passo verso l’unione fiscale.

La proposta di base è lineare. La UE prenderebbe a prestito sul mercato a scadenze lunghe con una garanzia implicita fornita dal bilancio comune. Quindi incanalerebbe i fondi presi in prestito verso le regioni e i settori più colpiti dalla crisi COVID-19.

C’è ancora molto da negoziare, ad esempio dove mettere a disposizione i prestiti (loan) rispetto alle sovvenzioni (grant), che tipo di condizionalità applicare ai progetti e in che misura aumentare la capacità di bilancio aggregata. L’opposizione dei cosiddetti Frugal Four – Austria, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia – richiederà senza dubbio alcuni compromessi.

Tuttavia, lasciando da parte queste considerazioni e, mentre aspettiamo entro questa settimana la proposta della Commissione Europea, è importante considerare le potenziali implicazioni a lungo termine per la UE qualora venisse implementata una versione della proposta franco-tedesca.

Nello specifico, come la mettiamo per quanto riguarda la capacità fiscale europea e sul coordinamento delle politiche monetarie e fiscali nella zona euro? È un passo decisivo in quella direzione: un passo che consegue la dichiarazione del 2012 del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, secondo cui la BCE è disponibile a fare “qualunque cosa serva” pur di salvare l’euro? O è una risposta pragmatica alla crisi odierna, la quale definisce i limiti della condivisione del rischio che nelle condizioni attuali è possibile ottenere?

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Der Spiegel (DE) – Che cosa fa il Coronavirus nel corpo umano

Notte della movida milanese

La “Movida” (Il Fatto Quotidiano)

Articolo divulgativo e interessante.

What the Coronavirus Does Inside the Body

Anatomy of a Killer

By Philip Bethge 15.05.2020, 11.01 Uhr

L’agente patogeno ha già fatto un bel po’ di danno. Sono passati solo cinque giorni da quando il paziente ha iniziato a mostrare i sintomi tipici del COVID-19, ma già nelle scansioni TC [Tomografia Compiuterizzata] dei polmoni si possono vedere ombre minacciose.

È come il vetro smerigliato“, così Christian Strassburg, professore di medicina interna dell’ospedale universitario di Bonn, descrive i cambiamenti resi visibili dalla scansione. “Il tessuto polmonare è saturo di liquido. Le secrezioni e le cellule morte stanno impiastricciando le pareti degli alveoli polmonari “come la Jell-O” [gelatina marchio Kraft].

È estremamente difficile per l’ossigeno passare attraverso uno strato come quello per andare dal polmone al flusso sanguigno“, spiega il professore. È un fenomeno che egli stesso ha potuto constatare frequentemente nelle ultime settimane, ed è causato dal nuovo coronavirus, SARS-CoV-2. Il numero dei pazienti con COVID-19 [la malattia] confermato in tutto il mondo è ora ben oltre i 4,2 milioni e il numero di decessi si avvicina a 300.000. Nel frattempo, dottori e biologi stanno facendo tutto il possibile per comprendere meglio l’agente patogeno alla base della pandemia.

SARS-CoV-2 si comporta in modo diverso rispetto a quasi tutti gli altri virus che il genere umano ha dovuto affrontare, e persino ora, a diversi mesi dall’inizio della pandemia, non si è d’accordo su quale percentuale di pazienti COVID-19 manifesti sintomi gravi. Le stime tendono considerare questo tasso intorno al 5 % sul totale delle infezioni contratte. E in quei casi, il virus sviluppa un potere distruttivo insondabile.

L’epicentro di tali infezioni sono quasi sempre i polmoni. Ma come ora i medici specialisti hanno potuto constatare il virus può colpire anche altri organi e tessuti, inclusi cuore, cervello, reni ed intestino. Nel peggiore dei casi, il corpo inizia ad attaccare sé stesso. Quando il sistema immunitario va fuori controllo in quel modo, i medici lo chiamano “tempesta citochinica” e quando i pazienti muoiono in conseguenza di ciò, il cedimento multiplo degli organi tende a esserne la causa.

In tutto il mondo oltre 100 candidati stanno attualmente sviluppando il vaccino per combattere la SARS-CoV-2, ma nel peggiore dei casi, potrebbero essere necessari anni prima che un vaccino si renda disponibile. Fino ad allora, il virus sarà ancora tra noi. Anche se la pandemia s’indebolisce un po’, gli esperti ritengono che una seconda ondata sia proprio dietro l’angolo.

I primi discorsi sul COVID-19, per lo più ritenuta come una malattia lieve, si sono dimostrati “pericolosamente falsi“, ha scritto Richard Horton, caporedattore della rivista medica The Lancet. Al letto del malato, afferma, è “una storia di terribili sofferenze, angoscia e totale smarrimento“. Il cardiologo statunitense Harlan Krumholz ha descritto la ferocia del COVID-19 nella rivista Science come “mozzafiato e umiliante“. La malattia, ha aggiunto, “può attaccare quasi tutto il corpo con conseguenze devastanti“.

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Dani Rodrik – Ottenere il migliore risultato possibile dopo la pandemia mondiale

Dani Rodrik

Dani Rodrik

Anthony Fauci, il noto virologo americano, in audizione al cospetto dei due rami del parlamento statunitense, martedì scorso affermò in modo chiaro e inequivocabile di non essere in grado prevedere come e quando una seconda ondata pandemica infetterà il mondo. Detto ciò, a suo parere, è assai probabile che un deprecato ritorno avvenga, in quanto il virus, essendo altamente contagioso, può ri-esplodere in qualsiasi area del globo. Quindi, sottolineava con enfasi lo scienziato americano, è necessario che ogni comunità politica adotti le giuste misure affinché nel più breve tempo possibile limiti e confini il sorgere dell’infezione. Dal punto di vista scientifico tali sensate raccomandazioni non fanno una grinza. Il problema nasce quando gli inviti alla prudenza e alla lungimirante programmazione si scontrano con un onnivoro sistema economico-finanziario, la cui propensione al rischio sconsiderato e al guadagno immediato ne innervano la sua sostanza.

Dani Rodrik, il noto politologo di Harvard, sostiene che ci stiamo avviando verso un concreto cambiamento paradigmatico.

Making the Best of a Post-Pandemic World

May 12, 2020 DANI RODRIK

Insofar as the world economy was already on a fragile, unsustainable path, COVID-19 clarifies the challenges we face and the decisions we must make. The fate of the world economy hinges not on what the virus does, but on how we choose to respond.

CAMBRIDGE – L’economia globale sarà plasmata negli anni a venire da tre tendenze. Le relazioni tra i mercati e lo Stato saranno sottoposte a un ribilanciamento, a favore di quest’ultimo. Ciò sarà accompagnato da un riequilibrio tra iper-globalizzazione e autonomia nazionale, sempre a favore di quest’ultima. E le nostre ambizioni per la crescita economica dovranno essere ridimensionate.

Non c’è niente come una pandemia per evidenziare l’inadeguatezza dei mercati di fronte ai problemi dell’azione collettiva e l’importanza della capacità dello Stato di rispondere alle crisi e proteggere le persone. La crisi COVID-19 ha aumentato il volume delle richieste di una assicurazione sanitaria universale, di protezioni più forti del mercato del lavoro (compresi i lavoratori saltuari) e di una protezione delle catene di approvvigionamento domestiche per le apparecchiature mediche essenziali. Ha portato i paesi a privilegiare la resilienza e l’affidabilità della produzione rispetto ai risparmi sui costi e all’efficienza attraverso l’outsourcing globale.

E i costi economici dei lockdown cresceranno nel tempo, poiché il forte shock dell’offerta causato dall’interruzione della produzione interna e delle catene del valore globali produce anche una riduzione della domanda aggregata.

Ma mentre COVID-19 rafforza e radica queste tendenze, non è la forza primaria che le guida. Tutti e tre – maggiore azione del governo, ritirata dall’iper-globalismo e tassi di crescita più bassi – precedono la pandemia. E mentre potrebbero essere visti come pericolosi per la prosperità umana, è anche possibile che siano portatori di un’economia globale più sostenibile e inclusiva.

Consideriamo il ruolo dello Stato. Il consenso fondamentalista del mercato neoliberista è in ritirata da qualche tempo. La progettazione di un ruolo più ampio per il governo nel rispondere alla disuguaglianza e all’insicurezza economica è diventata una priorità fondamentale per economisti e politici. Benché l’ala progressista del Partito Democratico negli Stati Uniti non è riuscita a ottenere la nomina presidenziale del partito, ha in gran parte dettato i termini del dibattito.

Joe Biden può essere un considerato un “centrista”, ma su ogni tema politico – salute, istruzione, energia, ambiente, commercio, criminalità – le sue idee sono posizionate a sinistra rispetto al precedente candidato presidenziale Democrats, Hillary Clinton. Come ha affermato un giornalista, “l’attuale serie di ricette politiche di Biden sarebbe … considerata radicale se fosse stata proposta in una precedente primaria presidenziale democratica“. Biden potrebbe non vincere a novembre. E nel caso in cui vincesse, potrebbe non essere in grado o disposto ad attuare un’agenda politica più progressista. Tuttavia, è chiaro che la direzione, sia negli Stati Uniti sia nell’Europa, vada verso un maggiore intervento statale.

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Roberta Cazzulo – Welfare State e sanità pubblica: sono i fattori chiave per raggiungere l’uguaglianza economica e sociale?

 

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Roberta Cazzulo

L’articolo di Robert Reich https://ilponte.home.blog/2020/05/11/the-guardian-uk-robert-reich-la-tragedia-covid-19-negli-usa/ci presenta una lucida disamina delle cause della maggior incidenza di Covid-19 negli Stati Uniti, ragioni che essenzialmente sono legate sia a fattori contingenti (la Presidenza Trump) sia a fattori di tipo strutturale (le caratteristiche della società americana e del suo welfare pressoché inesistente).

Reich ci permette di pensare, effettuare confronti e soprattutto scongiurare un modello, come quello americano,  privo di welfare (ad esempio per i dipendenti del settore privato non è prevista malattia retribuita) e fondato su di un sistema sanitario di tipo assicurativo – privatistico:  per gli americani più fortunati, pochi, i costi sono coperti da assicurazioni sanitarie complete, per gli altri milioni, questi costi sono un potenziale peso insostenibile.

Il Covid-19 rende quindi ancora più trasparente, e drammatica, una situazione che è strutturale nella società americana.

La pandemia del Covid-19 costituisce un chiaro esempio di quello che nell’analisi delle politiche pubbliche è chiamato “focusing event”, un evento che – per la sua natura dannosa e repentina  – forza opinione pubblica e parte politica ad inserire nell’agenda istituzionale temi che non necessariamente vi sarebbero entrati o che almeno non lo avrebbero fatto con la stessa forza e la stessa rapidità.

E in Italia?

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The Guardian (UK) Robert Reich – La tragedia Covid-19 negli USA

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Robert Reich

Con il più alto tasso di contaminazione al mondo e la prospettiva di contare 100.000 vittime tra qualche settimana, il tutto ha indotto Barack Obama nella sua prima apparizione pubblica come ex Presidente definire la situazione “un caos drammatico”. Robert Reich, tra i più influenti intellettuali Democrats, mediante il britannico The Guardian ci fornisce qualche dettaglio ulteriore su cui riflettere, e parallelamente, perché no, fare un sorta di paragone con la presunta “confusa” conduzione italiana.

Under Trump, American exceptionalism means poverty, misery and death

Robert Reich

Sun 10 May 2020

Nessun’altra nazione ha subito così tante perdite a causa del Covid-19, né un tasso di mortalità altrettanto elevato così come negli Stati Uniti. Con il 4,25% della popolazione mondiale, l’America ha finora la tragica singolarità di rappresentare circa il 30% delle morti per pandemia.

Nessun’altra nazione ha allentato i blocchi e altre misure di distanziamento sociale mentre i decessi aumentano, come si sta facendo ora negli Stati Uniti.

Nessun altra nazione avanzata era impreparata alla pandemia cosi come lo furono gli Stati Uniti.

Ora sappiamo che Donald Trump e la sua amministrazione furono informati da esperti di sanità pubblica a metà gennaio. A partire da quella data sarebbe stata necessaria un’azione immediata per fermare la diffusione di Covid-19. Ma secondo il dottor Anthony Fauci, “sorsero molte contrarietà a farlo“. Trump non agì fino al 16 marzo. Nessuna nazione diversa dagli Stati Uniti lasciò alle unità di governo subordinate – stati e città – l’acquisto di ventilatori e dispositivi di protezione individuale.

In nessun’altra nazione esperti di sanità pubblica e di preparazione alle emergenze vennero messi da parte e sostituiti da amici politici come il genero di Trump, Jared Kushner, che a sua volta fu consigliato dai finanziatori di Trump e dalle celebrità della Fox News.

In nessun’altra nazione avanzata il Covid-19 sta costringendo così tanti cittadini appartenenti alla classe media scivolare nella povertà così rapidamente. The Urban Institute riferisce che oltre il 30% degli adulti americani ha dovuto ridurre le proprie spese alimentari.

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The Economist (UK) – Dopo il Morbo, il Debito

Debito

Faranno molto discutere le conclusioni del The Economist su come sanare la pesante situazione debitoria pubblica che si verrà a creare nei principali paesi occidentali a causa dell’emergenza pandemica. Meglio un bella patrimoniale – afferma l’illustre pubblicazione britannica – anziché sperare che il PIL nominale corra più veloce di una ipotetica inflazione, la quale è pur sempre regressiva. Il problema però sta nel fatto che se si vuole “energizzare” il PIL nominale, essendo posto a denominatore rispetto allo stock di debito, forse converrebbe “de-finanziarlo”.  Ossia, fare in modo che la maggior parte dei profitti dei grandi gruppi quotati non venga assegnata in modo arbitrario e “truccato” (riacquisto di azioni e simili artefatti), come è accaduto finora “all’impazzata”, bensì sia allocata negli investimenti (innovazione) e magari distribuita tra le maestranze (aumento dei salari).

Eh, sì, caro The Economist, bisognerebbe cambiare le regole, quelle stesse che finora hanno impedito che la crescita sia concepita come un risultato collettivo – nel rispetto dei vari gradi di partecipazione – anziché una cornucopia per azionisti e avidi top managers (shareholder economy). Forse, se si mettesse in pratica una minor estrazione di valore e una adeguata Tobin tax, che limiti l’alta frequenza (HFR) con cui vengono “girati” i portafogli nelle transazioni finanziarie a discapito d’investimenti a medio-lungo termine (Patient Capitals), non occorrerebbe alcuna patrimoniale.

After the disease, the debt

Apr 23rd 2020 edition

Leaders

To cope with the expensive legacy of the pandemic, governments will have to find the right path between stimulus and restraint

Ai leader nazionali piace parlare della lotta contro il covid-19 come si trattasse di una guerra. Per lo più questa è una figura retorica, ma per un certo aspetto hanno ragione. L’indebitamento pubblico nel mondo ricco è destinato a salire come ai livelli visti l’ultima volta tra le macerie e il fumo del 1945. Mentre l’economia cade in rovina, i governi stanno firmando milioni di assegni alle famiglie e alle imprese per aiutarle a sopravvivere al lockdown. Parallelamente, con fabbriche, negozi e uffici chiusi, le entrate fiscali stanno crollando. Tali conseguenze nei paesi colpiti si faranno sentire molto tempo dopo che i reparti covidi-19 si saranno svuotati.

Si sta verificando un sorprendente deterioramento delle finanze pubbliche. Quest’anno il governo americano dovrebbe affrontare un deficit del 15% del PIL, una cifra che aumenterà se sarà necessario uno stimolo maggiore. In tutto il mondo ricco, il FMI afferma che il debito pubblico lordo aumenterà da $ 6 trilioni, a $ 66 trn alla fine di quest’anno, in % dal 105 del PIL al 122. Un aumento maggiore di quanto si sia visto in qualsiasi anno durante la crisi finanziaria globale. Se i lockdown persisteranno, il carico sarà maggiore. La gestione di tali debiti così colossali graverà sulle società occidentali per i decenni a venire.

Eppure, mentre ora spendere a piene mani per evitare un crollo più profondo è l’unica cosa sensata da fare, tali prestiti all’impazzata per anni potrebbero alla fine essere la fonte di guai. L’America ha forti difese contro una vera e propria crisi del debito, perché il dollaro è la valuta mondiale di riserva e gli stranieri ambiscono a possedere le sue obbligazioni. Ma altri paesi ricchi non dispongono di quel lusso. Il debito imponente dell’Italia e la sua appartenenza alla zona euro la condanna a vivere con la perenne minaccia da panico finanziario qualora la BCE smettesse di acquistare le sue obbligazioni.

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Mario Mantelli

smart

Capita di sentire di non avere il diritto di esprimere in modo personale il dispiacere per la scomparsa di una persona che abbiamo incrociato per esperienze profonde ma troppo brevi, sufficienti per averne colto le qualità ed esserne rimasti segnati. Rimane la possibilità, forse il dovere, di un ricordo da consumare inevitabilmente a lato, fuori dal contesto delle amicizie più strette di cui non si fa parte. E forse proprio in questa distanza, ampliata da questi giorni di solitudine forzata, si invera più sincero qualcosa di intimo, di lontano nel tempo da richiamare al presente. Così ci sembra, nel riferirci alla scomparsa di Mario Mantelli. Lo abbiamo trovato confortante da adulto, coinvolti a vario titolo nelle vicende culturali della città – al di là dei ruoli che abbiamo avuto – lo abbiamo ricordato insegnante di Disegno tecnico al Volta, adesso è amaro e difficile accettare che la morte cancelli ogni varco temporale e ogni confine, se si trattava di stabilire dove finiva l’uomo silenzioso, intenso, buono e dove cominciava l’intellettuale fine, onesto, autentico.

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Gruppi Cons. PD e 5 Stelle – Aiuti per le locazioni, cosa possiamo fare qui e ora

negozi chiusi

Il testo che segue compone la seconda proposta concreta presentata per sostenere il commercio (non solo, anche il mercato immobiliare, i conduttori incolpevolmente morosi e il no profit che utilizza immobili comunali). La prima, quella sull’ampliamento delle aree esterne a fianco ai dehors punta a sfruttare la bella stagione e favorire l’attività del settore ristorazione, duramente provato dalle chiusure imposte dal Covid. In più abbiamo presentato una serie di emendamenti al Piano Urbano della Mobilità Sostenibile per facilitare la nascita di nuove aree pedonali e spazi dehors utilizzabili tutto l’anno.
Questa mozione, invece, prevede benefici diretti e veloci per chi incolpevolmente ha dovuto interrompere l’attività commerciale, per chi ha subito una riduzione di reddito e fatica a pagare l’affitto dell’abitazione in cui vive, ai proprietari di immobili (non tutti pluriproprietari), alle associazioni o cooperative che conducono spazi comunali per offrire servizi anche commerciali ma di rilevanza sociale.
Sono tutte idee facilmente realizzabili e che non graverebbero sul bilancio del Comune. Una parte delle risorse necessarie gode già di stanziamenti regionali, un’altra si deve chiedere alla Fondazione Cral che al Comune di Alessandria per il 2020 non verserà i contributi normalmente erogati per attività di animazione culturale.

Sono proposte per cittadini, commercianti, centri comunali e privato sociale, una porzione rilevante della società e dell’economia della nostra città.

Giorgio Abonante

Al Presidente del Consiglio Comunale

dott. Emanuele Locci

Alessandria, 30 aprile 2020

Mozione: agevolazioni per locazioni residenziali, commerciali e su immobili comunali per attività no profit

Locazioni commerciali e per immobili comunali destinati a no profit

Gli esercenti vivono un’emergenza nell’emergenza da quando è iniziata la diffusione del Covid. Il commercio al minuto che è un settore storicamente di riferimento per l’economia alessandrina ha dovuto abbassare le serrande mettendo in grave difficoltà centinaia di operatori di diversi settori merceologici. Il decreto Cura Italia prevede un credito d’imposta pari al 60% del canone di locazione di negozi e botteghe (categoria catastale C/1) pagato al mese di marzo 2020, un risarcimento parziale della spesa sostenuta dal commerciante al dettaglio per la locazione di un locale rimasto inutilizzato a causa dell’emergenza epidemiologica. E’ probabile che venga riconosciuto anche per aprile.

Hanno avuto accesso a questo credito d’imposta i titolari di un’attività economica di vendita di beni e servizi al pubblico sospesa a seguito delle misure restrittive anti-coronavirus, intestatari del contratto di locazione del negozio (categoria catastale C/1) per il quale si chiede l’agevolazione.

Il credito è riservato alle attività ritenute non essenziali e, quindi, sottoposte alla chiusura forzata, mentre sono escluse le attività che, in quanto essenziali, non hanno sospeso il servizio, come le farmacie, parafarmacie e i negozi di generi alimentari di prima necessità. In particolare, rimangono fuori le attività indicate negli allegati 1 e 2 del Dpcm 11 marzo 2020.

Diversa ma non meno importante la fattispecie degli affitti commerciali a disposizione di cooperative, enti no profit e libere forme associative per immobili comunali per servizi di valore pubblico

Cosa può fare il Comune:

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