La notizia che un’amica di Alessandria e nostra cittadina onoraria ci abbia lasciato è arrivata improvvisa. Edita Gojak è stata per anni ambasciatrice attenta e profonda conoscitrice dell’intera Italia e soprattutto della nostra città. Gentile, profonda, donna di cultura, amante della musica e di ogni arte, parlava e scriveva in Italiano fluentemente. Fu dal primo giorno che le città di Alessandria e Karlovac firmarono il patto di gemellaggio negli anni Sessanta che mai mancò ad un appuntamento. Ebbe modo di conoscere in 50 anni tutti i più illustri personaggi alessandrini, da Eco a tutti i Sindaci.
Non mi risulta difficile non credere a questo racconto-intervista, almeno per la parte che descrive i fatti milanesi, avendo passato gran parte della tarda adolescenza e prima gioventù nella capitale lombarda. Il clima politico di allora era tanto pessimo quanto eccitante; un brivido mi attraversava la schiena quando da San Babila tornavo di sera in Corso Vercelli. Ci guardavano alle spalle ogni volta che entravamo di soppiatto in quei “covi” alternativi dove l’odore acre dell’inchiostro si maritava con il fracasso rotante della Gestetner che interrottamente sfornava centinaia di volantini su cartaccia di scarto. Ci si riuniva in bugigattoli bui, freddi e umidi, cesso sul balcone, come quello in via Tortona (Porta Genova) al secondo piano, casa a ringhiera; o quando in delegazione ci toccava nella fitta nebbia “scalare” su una vecchia 500 il ponte della Ghisolfa – Milano Nord – per accordarci con quei lunatici del FAI (Federazione Anarchica Italiana).
Il racconto può suscitare un moto di melanconico oblio per coloro che hanno vissuto l’ubriacatura ideologica fine anni ’70, densa di quella trepidante attesa che tutto il mondo di lì a poco avrebbe conosciuto la “giustizia proletaria” secondo la dottrina Trotzkista della “rivoluzione permanente”; ma parimenti potrebbe risultare storicamente interessante anche per chi, ora, in questa presunta temperie dell’efficientismo capitalistico in salsa edonistica, nel suo atomismo individuale non riuscirebbe minimamente concepire quel senso d’appartenenza classista e di consapevolezza delle proprie rivendicazioni che furono l’anima collettiva e interiore di quella generazione “romantica”. Senonché, come accade nel decorso della storia, a una fatua rivoluzione segue una reale controrivoluzione che con la “leggerezza” degli anni ’80 si è insinuata in modo carsico dando corso a quel pervasivo neoliberismo economico, spacciato come “naturale”, da cui l’obbligo di essere necessariamente competitivi ci porta ad annaspare nel grande oceano delle criptovalute e della finanza complessa, sebbene ognuno di noi veleggi sdraiato in profonda rancorosa solitudine su piccole zattere battute dai marosi, da cui il riscatto e ambizione dell’eroe di turno si concreta solo nel riuscire a capovolgere il fasciame del suo vicino.
Nonostante la corposità del testo vale la pena aprire il proprio laptop e dedicarsi qualche minuto alla lettura.
fg
Marina Levo intervista Manuela Tomisich, Psicologa Psicoterapeuta, Docente di Psicologia, Università Cattolica e Bicocca, Milano
La mia testimonianza parte dall’essermi fatta tutto il Sessantotto in quel di Milano, nell’occhio del ciclone. Sono arrivata a Milano, dai monti del Tirolo: io venivo dalla montagna dell’Alto Adige, sono Altoatesina. Finito il liceo potevo scegliere dove frequentare l’Università, io ho fatto il doppio liceo: a Bolzano quello italiano e a Merano quello tedesco. Ho potuto scegliere tra l’Italia e l’Austria ed ho scelto l’Italia, un po’ anche perché avevo già conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito.
Come hai conosciuto Michele?
Quando frequentavo l’ultimo anno del liceo tedesco, insegnavo italiano ai Tedeschi e tedesco agli Italiani , adulti.
Come era strutturato il liceo, era bilingue?
No, in realtà io facevo un pezzo di uno e un pezzo dell’altro. Avevo diciotto, diciannove anni, io sono nata nel 1948. Mi potrei definire “ pura razza bastarda” perché nasco a Merano da padre Jugoslavo, più avanti si è specificato che era un Croato. Mia madre era una ebrea del ghetto di Ferrara. Mio nonno materno era cresciuto in casa Matteotti, nato a Fratta Polesine e cresciuto nella grande casa dei Matteotti, che erano latifondisti.
Matteotti proprio quello del delitto Matteotti?
Sì il Matteotti che fu ucciso dai fascisti. Mio nonno credo fosse nato nel 1896, nella prima guerra mondiale era nello stesso battaglione di Sandro Pertini: erano i soldati mandati avanti a morire, perché non erano allineati. Quando morì mio nonno, Pertini inviò personalmente un riconoscimento al funerale, perché erano stati molto vicini.
Io nacqui a Merano, che all’epoca era un’area particolare. La famiglia di mia madre fini a Merano, era una delle prime famiglie italiane, arrivate nel 1938, una grande famiglia come lo erano le famiglie ebree, con zii, cugini… suo padre, mio nonno, fu praticamente mandato al confino con la sua famiglia, in un Alto Adige che era terra di confino. In questa famiglia allargata era presente il fratello di mia nonna materna, che si chiamava Rosa, lui era stato uno dei primi “fascistoni”. A Ferrara questa condizione non era inusuale: anche un podestà, molto importante per la storia della città, era un ebreo, podestà ebreo molto amato che dovette poi scappare all’avvento delle leggi razziali. Mio nonno materno era socialista, lo zio fascista. La famiglia gestiva la Privativa, la posta dei cavalli, vicino a Ferrara, in un luogo che ancora oggi ha il loro nome, Rumiatti. Questo zio fascista vendette questa proprietà per andare in Spagna a combattere col generale Franco. Mia nonna, sua sorella, sposata con un socialista, fu costretta a spostarsi in un posto dove non si dovesse prendere la tessera del fascio. L’unica volta che, si racconta, mio nonno si arrabbiò tantissimo con mia nonna, fu quando lei, per paura che i fascisti portassero via il figlio, diede la sua fede d’oro alla patria. Mio nonno non ci vide più. Negli anni Cinquanta, ero bambina, su sollecitazione delle figlie, il nonno regalò una altra fede d’oro alla nonna.
Essere in Alto Adige ha cambiato qualcosa per questa famiglia ebrea?
In parte si, perché mio nonno, anch’egli ebreo, pur di una famiglia più povera, cominciò a lavorare nel settore delle costruzioni, faceva il capomastro, con un capo altoatesino che lo apprezzava molto.
Uno dei nomi che si tramandavano in famiglia da generazioni era Amos, il mio defunto fratello si chiamava Amos. Mio nonno ebbe la protezione di questo imprenditore, mia nonna invece era costretta spesso a nascondersi, insieme a mia mamma e alle figlie. Probabilmente lo zio “fascistone”, importante in Alto Adige, riuscì a salvaguardarli, una camicia nera particolare in luoghi particolari, di confine, in cui poteva capitare di tutto.
Mio padre era stato un atleta, era andato anche a Roma per delle gare, ma fu arrestato e deportato in Germania, prima a Dachau e poi a Buchenwald e qui rimase a lungo. Lui parlava perfettamente italiano, tedesco, sloveno, croato, russo e inglese e fu utilizzato come interprete. Ti racconto questo episodio, documentato negli archivi della Shoah: mentre mio nonno era in coda per il rancio, nel campo di concentramento, l’uomo che era davanti a lui si chinò a raccogliere qualcosa per terra e il capo del campo lo colpì al capo col calcio del fucile e lo uccise. Mio padre non ci vide più e lo picchiò, spaccandogli gli occhiali. Essendo utile come interprete, non fu ammazzato, ma subì un processo per direttissima e lui si difese, questo è interessante, dicendo che un uomo così importante del popolo tedesco, trattasse in quel modo un essere inferiore come quel calabrese, a lui sembrava una cosa insopportabile. Questa tesi lo salvò dall’impiccagione, ma gli costò cinque anni di lager punitivo e venne portato a Buchenwald, sottoposto a terribili prove ed angherie. Sopravvisse al lager.
Arrivarono i Canadesi ed evacuarono il campo. Mio padre cercò di tornare a casa sua, in Jugoslavia, dove c’era una situazione pazzesca in quel 1945. Non trovò più nessuno a casa sua, erano quattro fratelli e una sorella. Venne a sapere che sua madre era nel campo profughi russo a Trieste. All’epoca la città era metà sotto il controllo russo e metà sotto il controllo americano. Riuscì ad ottenere dal maresciallo Tito l’autorizzazione per visitare la madre per 24 ore in quella parte della città, sperando di trovare anche la sorella, che però stava in zona americana. Nella notte mio padre prese mia nonna in braccio ed entrò in zona americana, cambiò immediatamente il cognome da Tomisich a Tomasi e fu spedito a Merano, dove arrivavano i treni carichi di fuoriusciti dai campi dì concentramento e la città era diventata un grande ospedale. In un hotel adibito ad ospedale, mio nonno lavorò con la Croce Rossa sempre come interprete e venne a sapere che in un hotel vicino c’era un altro Tomasi, ed era suo fratello. Nel frattempo a Merano erano giunte anche sua madre e sua sorella e più avanti si riunì tutta la famiglia, che sostanzialmente era di quelli che sarebbero stati chiamati esuli giuliano dalmati. Anche io sono una esule giuliano dalmata, perché quando nacqui non avevo la cittadinanza italiana, che all’epoca si prendeva dal padre e lui non l’aveva.
La famiglia di mio padre si ricompose a Merano, ma tra il 1950 ed il 1953 emigrarono tutti in Australia.
Merano è la tappa di un percorso o rappresenta le tue radici?
È il luogo in cui mio padre e mia madre si incontrarono e si sposarono. Il matrimonio fu celebrato a seguito anche della dichiarazione giurata di mia nonna paterna che lui era battezzato e cresimato a Parenzo, cosa che ho potuto verificare come realmente accaduta. Mio padre non era più ebreo, ma mia madre si, pur provenendo da una famiglia laica , ma legata alle tradizioni yiddish…( pura razza bastarda ci siamo sempre definiti) e rimasero all’interno di questa comunità cattolica altoatesina piuttosto indipendente. Dopo la mia nascita era prevista la partenza per l’Australia, ma non avvenne mai, non era destino che lasciassimo l’Italia. In casa si parlava italiano, croato, tedesco, yiddish ed eravamo un po’ confusi, mio fratello ed io frequentavamo un anno la scuola italiana ed un anno la scuola tedesca. Eravamo di fronte a due modelli di scuola completamente diversi: nelle scuole tedesche gli insegnanti erano perlopiù ex soldati. Ho il ricordo di un insegnante che, per fare stare zitti gli alunni, usava la sua mano di legno sulla testa dei ragazzini, avendo perso la sua mano per una bomba durante la guerra.
La scuola italiana era diversa: gli insegnanti italiani che andavano a lavorare in Alto Adige avevano una rivalutazione di un terzo rispetto al loro lavoro, ogni tre anni di servizio ne ricevevano conteggiato uno in più. Erano in genere molto bravi, molte insegnanti erano mogli di militari in servizio in zona. C’erano due modi di concepire la scuola completamente diversi e noi per i primi tre mesi non capivamo nulla, NIENTE. In quel contesto a Merano c’era una rimanenza di antiche famiglie nobili, molti ricchi tedeschi, un miscuglio tipico di questa città. Il fratello di mia madre stava a Bolzano, in un ambiente totalmente differente. Crescemmo in un contesto “strano” : a Merano c’è una zona con uno splendido giardino in cui maturavano i fichidindia, in un microclima assai particolare per la latitudine e sotto crescevano i mirtilli…
A Merano incontrasti Michele…da Castelletto d’Erro
Io insegnavo…lui aveva undici anni più di me e stava facendo il servizio militare a Merano ed era un ufficiale. C’erano corsi serali di Italiano per Tedeschi e Tedesco per Italiani, a cui partecipavano molti funzionari. Per i Tedeschi era un grosso problema la pronuncia della C ed era il periodo in cui era famosa GigliolaCinguetti e per un Tedesco era impronunciabile… Molti Italiani avevano necessità di imparare il Tedesco e conseguire un patentino e ho conosciuto lì, per questo motivo, il mio futuro marito. Lui era stato in Inghilterra per parecchio tempo, conosceva l’Inglese ed aveva voglia di imparare anche il tedesco. Io decisi di frequentare l’Università in Italia a Milano mentre mio fratello Amos in Austria a Innsbruck. In realtà tutti i miei amici andavano a studiare a Padova, quindi dai monti del Tirolo mi trovai improvvisamente a Milano nel dicembre del 1967, perché se città doveva essere, che fosse la più grande. Ero alloggiata nel collegio universitario in Cattolica, il Marianum, avendo vinto il posto, perché mio padre faceva l’operaio e quella collocazione era il non plus ultra. Per poter rimanere al Marianum bisognava dare tutti gli esami e con una altissima media e si aveva diritto al pre-salario con cui si pagava la retta. Appena arrivata alla Cattolica, scoppiò subito un problema che agitò gli studenti: l’Università Cattolica aveva aperto la facoltà di medicina a Roma e quindi a Milano ci fu un conseguente aumento delle tasse annuali e nacque una forte protesta, che si innestava su problemi sociali esistenti. Trascorsi tutto il Sessantotto in collegio a Milano, mentre si formava il movimento studentesco e si riunivano quasi ogni giorno assemblee di studenti. Contiguo al Marianum c’era l’Agostinianum, altro collegio convitto dove erano alloggiati i ragazzi, anche mio cognato Natale credo sia stato lì in un certo periodo. Qui erano alloggiati Mario Capanna,Spada… quelli che venivano riconosciuti come leader del movimento studentesco. Capanna era più grande di me. Nelle assemblee, che spesso erano costituite da molti giovani che provenivano da strati sociali modesti, si discuteva molto di diritto allo studio e di come poteva essere un ascensore sociale. Nel gruppo delle mie amiche del Marianum, solo poche provenivano da famiglie facoltose, molte da famiglie che oggi diremmo povere, operaie.
Tutto sommato il sistema permetteva l’accesso a tutti…
Il criterio era quello delle borse di studio , del merito. Molte delle studentesse provenivano da famiglie di livello piccolo borghese e quindi i concetti di diritto allo studio, di cultura come ascensore sociale ,cultura che apre le porte, erano per noi molto importanti, come la cosiddetta “ teologia della liberazione “. Erano gli anni del regime dei colonnelli in Grecia, anni in cui si passava molto tempo nei luoghi sociali, nelle assemblee, pur molto impegnati nello studio altrimenti non avremmo potuto andare avanti. Il Sessantotto fu l’anno della nascita del nuovo, avevo come professore Alberoni che parlava di “ Stato nascente” ,il professor Severino, insegnante di filosofia fu cacciato dalla Cattolica perché non era tomistico. Ricordo quando Capanna fu mandato via dall’Università Cattolica, perché non coerente con i principi in vigore. All’epoca c’erano regole rigide, per cui i capi del Movimento studentesco non erano compatibili con l’Università Cattolica stessa. Capanna ed altri si iscrissero alla Statale, Spada, iscritto al Magistero non presente come facoltà alla Statale, andò a Genova ….
Un approccio innovativo per affrontare il problema della chiusura sempre più diffusa dei negozi nelle città e nei piccoli comuni è di adottare un modello simile a quello degli accordi territoriali utilizzati per gli affitti residenziali, ma applicato al commercio al dettaglio. Questi accordi incentiverebbero i proprietari ad abbassare i canoni di affitto, offrendo loro vantaggi fiscali come la cedolare secca e sconti sull’Imu. Molte città stanno affrontando il problema della chiusura di negozi a causa della concorrenza dei grandi centri commerciali e dell’e-commerce ma preservare il commercio di vicinato è importante per molti motivi, non ultimo perché la desertificazione aumenta anche la percezione dell’insicurezza. Tra i temi, l’aumento dei canoni di affitto e l’inflazione che colpiscono gli operatori commerciali che non sono proprietari dei locali in cui operano è quello certamente prioritario. L’ipotesi di applicare una misura simile alla cedolare secca agli affitti commerciali potrebbe essere una soluzione efficace. Questo approccio potrebbe favorire la riduzione dei canoni di affitto, stimolando così la sopravvivenza del commercio locale. Inoltre, questa misura potrebbe avere un impatto positivo sia sulle proprietà immobiliari che sugli operatori commerciali, contribuendo a mantenere vivo il tessuto commerciale delle città. La proposta è convincente e potrebbe essere un’opportunità strutturale per affrontare questa sfida economica.
Poche idee hanno avvelenato le menti di più persone in modo così profondo della nozione di un “libero mercato” esistente da qualche parte nell’universo. Una concezione dogmatica dottrinaria, un bene assoluto, entro cui ogni intromissione del governo è da considerarsi un peccato, un male, “un’assenza di bene”.
In quest’ottica, la retribuzione del singolo riflette semplicemente ciò che egli/ella vale sul mercato. Se essi non sono pagati abbastanza per vivere, il mercato ha deciso che non valgono abbastanza. Se altri guadagnano miliardi, il mercato ritiene che sia giusto così. Se milioni di persone sono disoccupate o non hanno idea di cosa guadagneranno la prossima settimana, anche questo è il risultato delle forze di mercato. Se le aziende decidono di licenziare i propri dipendenti e spostare i posti di lavoro all’estero, o di utilizzare computer e software per fare ciò che facevano i loro lavoratori, è solo il mercato che ne sigilla l’autorità.
Secondo questo assunto, qualunque cosa potremmo fare per ridurre la disuguaglianza o l’insicurezza economica corre il rischio di distorcere il mercato e renderlo meno efficiente.
Sebbene il governo possa aver bisogno d’intervenire occasionalmente nel mercato – per prevenire, ad esempio, l’inquinamento, o luoghi di lavoro non sicuri, o fornire beni pubblici come autostrade o ricerca di base – si ritiene che queste siano eccezioni alla regola generale, operazione per le quali, secondo taluni, il mercato farebbe senz’altro meglio.
L’opinione prevalente è così dominante che ormai è quasi data per scontata. Viene insegnato in quasi tutti i corsi introduttivi di economia. Ha trovato la sua strada nel discorso pubblico quotidiano. Lo si sente esprimere dai politici, purtroppo, di entrambi gli schieramenti.
L’unica questione rimasta da discutere è quanto e in che modo il governo dovrebbe intervenire. I conservatori vogliono un governo più piccolo e meno interventista. I liberali sono più propensi per un governo più attivista che apporti un maggior contributo nel libero mercato.
Ma il punto di vista prevalente, così come il dibattito che ha generato, è completamente falso.
Non può esserci “libero mercato” senza governo. Il cosiddetto “libero mercato” rappresenterebbe tutto ciò che negherebbe il concetto di civiltà: la competizione nella natura selvaggia è una gara per la sopravvivenza in cui solitamente vince il più grande e il più forte. Come ha affermato il filosofo politico del XVII° secolo Thomas Hobbes nel suo libro Leviatano (capitolo 13),
“[in natura] c’è una paura continua e il pericolo di morte violenta; e la vita dell’uomo, solitaria, povera, cattiva, brutale e breve”.
La civiltà, al contrario, è definita da regole. Le regole creano i mercati e i governi generano le regole.
Un mercato – qualsiasi mercato – richiede che il governo stabilisca e applichi le regole del gioco. Nella maggior parte delle democrazie moderne, tali norme emanano da organi legislativi, agenzie amministrative e tribunali.
Il governo non “s’intromette” nel “libero mercato”. Crea il mercato.
Le regole non sono neutre né universali e non sono permanenti. Società diverse in tempi diversi hanno adottato precetti difformi. Le regole rispecchiano in parte l’evoluzione delle norme e dei valori di una società, ma riflettono anche chi nella società ha il maggior potere di crearli o influenzarli.
Tuttavia, l’interminabile dibattito sulla questione se il “libero mercato” sia migliore del “governo” ci rende impossibile esaminare chi esercita questo potere, come trae vantaggio da ciò e se tali regole debbano essere modificate in modo che più persone possano trarne vantaggio.
La dimensione del Governo non è irrilevante, ma le regole su come funziona il mercato hanno un impatto molto maggiore sull’economia e sulla società. Sebbene sia utile discutere su quanto il governo dovrebbe tassare e spendere, regolamentare e sovvenzionare, queste questioni stanno ai margini dell’economia.
Troviamo interessante pubblicare questo articolo, poiché negli ultimi tempi notiamo veleggiare una sorta di “controrivoluzione” ambientale, in cui si accampa la convinzione che un investimento specificamente industriale a salvaguardia dell’ambiente è da considerarsi controproducente rispetto al costo che necessiterebbe a svantaggio del beneficio conseguito. Si fa balenare che una eventuale “trasformazione sostenibile” metterebbe in pericolo gli attuali posti di lavoro, ciò messaggera di una presumibile apocalisse populista. Qui non si tratta di contrapporre il “realismo” all’ “avventurismo”, bensì di far emergere il senso di responsabilità che ognuno di noi, in quanto natura, deve assumersi verso la natura stessa che ci circonda. L’intelletto umano è senz’altro in grado di fornire quegli elementi teorici e applicativi, in un quadro efficiente, per far sì che in futuro sia garantita la sopravvivenza.
fg
Jennifer Holmgren on the circular carbon economy
Nov 13th 2023
The head of Lanzatech says this is the year to get serious about it
Il carbonio è un componente principale nella composizione di tutti gli esseri viventi. È l’ingrediente principale dei fili dei nostri vestiti, dei materiali delle nostre case e del carburante che utilizziamo per alimentare i veicoli. È anche la fonte delle nostre più grandi sfide ambientali.
È meglio conosciuto nella sua forma gassosa, l’anidride carbonica, un potente gas serra che sta surriscaldando il nostro pianeta. La maggior parte del carbonio nell’atmosfera terrestre è un sottoprodotto di processi industriali come la produzione di combustibili fossili, la raffinazione di prodotti petrolchimici e la produzione di metalli che alimentano le nostre catene di approvvigionamento globali dipendenti dal carbonio. Questa economia lineare del carbonio è sbilanciata: dipende dalle industrie ad alta intensità energetica per estrarre risorse non rinnovabili nel sottosuolo per produrre cose necessarie, ma è di tipo “usa e getta”. Il nostro sistema “prendere, produrre, sprecare” è profondamente radicato nella nostra società, ma è insostenibile.
Per proteggere la vita sulla Terra, dobbiamo immaginare questa economia estrattiva e lineare del carbonio come un modello circolare. Dobbiamo rinominare le numerose forme di rifiuti ricchi di carbonio come risorse preziose e abbondanti anziché come passività inevitabili e dannose. Invece di estrarre il carbonio fossile vergine dal suolo per creare cose che scartiamo, possiamo ridurre le emissioni e realizzare prodotti più sostenibili catturando e riutilizzando le gigatonnellate di carbonio già in superficie.
Aziende come la mia (https://lanzatech.com/) forniscono tecnologie di riciclaggio del carbonio per rendere questa economia circolare del carbonio una realtà.
Lodovico Como – Consigliere Comunale – Capogruppo della Lista Abonante – La nostra Community
Recentemente il Consiglio Comunale ha deliberato in merito al dimensionamento della rete scolastica – come richiesto dalla Provincia di Alessandria e dalla Regione Piemonte – per quanto attiene alla scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado, che rientrano nelle competenze municipali.
Si tratta di un processo politico amministrativo in cui gli enti locali (comuni, province e città metropolitane) e le parti sociali potrebbero dire di più, e trovare un terreno su cui definire al meglio la programmazione dell’offerta formativa territoriale nel medio periodo. Invece da tempo i principi economico-funzionali di riduzione della spesa la fanno da padrone, e non si è sottratto neanche l’ultimo decreto ministeriale, al di là delle dichiarazioni del ministro Valditara.
Prima di tutto difendersi
Sbrigativamente possiamo dire che ogni attore partecipa prima di tutto “difendendo” il proprio ambito di azione o di consenso. I piccoli comuni difendono la propria scuola come baluardo contro la capacità di attrazione dei centri-zona. Le parti sindacali restringono la rappresentanza al mantenimento dell’equilibrio tra istituti, cattedre, orari. Gli istituti scolastici operano utilizzando i propri margini di autonomia, cercando di preservare la propria integrità. L’ente provinciale limita il proprio ruolo di programmazione e pianificazione a un continuo equilibrismo tra le parti.
Ognuno intuisce i limiti insiti nelle proprie posizioni, ma nessuno ha da solo il coraggio di denunciarli e la forza di superarli.
Processi di orientamento scolastico e professionale “azzoppati”
L’orientamento scolastico per la scuola secondaria di II grado ne risulta azzoppato: ogni istituto scolastico o agenzia formativa si propone, nella propria piena e legittima autonomia, agli allievi e alle famiglie in assenza di un confronto e di una lettura condivisa dei fabbisogni del territorio[1]. La esigerebbe, banalmente, l’inverno demografico – che nel caso alessandrino si avvicina a una glaciazione – fenomeno non reversibile o modificabile nel breve periodo.
Investiamo fior di energie in una competizione sulla “quantità” degli iscritti e non sulla qualità della didattica pur di sfuggire alle tagliole ministeriali. Trasformiamo le attività orientative in attività di marketing in cui i giovani e le famiglie rimangono soggetti passivi, potenziali clienti da catturare e non attori privilegiati del futuro del territorio.
Ci sono i dati Istat. Ci sono le fratture multiple, le coltellate, le grida dentro gli appartamenti e le telefonate della polizia. I ricoveri in ospedale e le bare piene di fiori.
Quando si dice violenza contro le donne, si pensa questo.
La violenza anche solo come mezzo di difesa è quasi incoraggiata nei maschi, le ragazze invece vengono cresciute a suon di emozioni e pianti
Al funerale di Michelle Causo, 17 anni, nessuno ha pronunciato la parola femminicidio come se quella morte non lo fosse, o lo fosse meno di altre.
Sconvolgente è dare sempre una spiegazione a questi crimini.
Michelle è stata uccisa per 1500 euro, Giuseppina Caliandro perché avevano litigato, ha ucciso Giulia Tramontano perché era stressato, ha ucciso Melania Rea in un impeto d’ira, “lacerato” tra la moglie e l’amante, ha ucciso Ilenia Bonanno perché era depresso.
C’è sempre la ricerca affannosa di un movente, quando un uomo sopprime una donna. C’è sempre la ricerca affannosa di un movente quando, quando un uomo sopprime una donna.
C’è sempre un’indagine che presuppone che i fatti non siano chiari, che probabilmente ci siano dei complici, che il killer nasconda qualcosa ….Ma il killer non nasconde mai niente.
E’ molto rassicurante indagare, considerare quel delitto una follia, sostenere che chi lo compie è un pazzo, perché così il problema si circoscrive.
With Israel embarked on a military campaign to eliminate Hamas from Gaza, it remains to be seen whether the conflict will escalate into a broader regional war. If it does, the global economic fallout could include a 1970s-style oil shock, crashing stock markets, and deep stagflationary recessions.
NEW YORK – Il barbaro massacro di almeno 1.400 israeliani da parte di Hamas il 7 ottobre, e la successiva campagna militare israeliana a Gaza per sradicare il gruppo, hanno introdotto quattro scenari geopolitici che influiscono sull’economia e sui mercati globali. Come spesso accade con shock di questo tipo, l’ottimismo potrebbe rivelarsi fuorviante.
Nel primo scenario, la guerra rimane per lo più confinata a Gaza, senza alcuna escalation regionale al di là delle scaramucce su piccola scala con gli alleati iraniani nei paesi confinanti con Israele; infatti, la maggior parte degli attori ora preferisce evitare un’escalation regionale. La campagna a Gaza delle Forze di Difesa Israeliane erodendo in modo significativo Hamas, procurerà un alto numero di vittime civili, da cui non si palesa una modifica di uno status quo geopolitico instabile. Avendo perso ogni sostegno, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu lascerà l’incarico, ma il sentimento pubblico israeliano resterà indurito contro l’accettazione di una soluzione a due Stati. Di conseguenza, la questione palestinese peggiorerà; la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita sarà congelata; L’Iran rimarrà una forza destabilizzante nella regione; e gli Stati Uniti continueranno a preoccuparsi per una sua prossima riacutizzazione.
Le implicazioni economiche e di mercato di questo scenario sono lievi. L’attuale modesto aumento dei prezzi del petrolio verrebbe meno, perché non ci sarebbe stato alcuno shock per la produzione regionale e le esportazioni dal Golfo. Anche se gli Stati Uniti potrebbero tentare di interdire le esportazioni di petrolio iraniano per punirlo per il suo ruolo destabilizzante nella regione, è improbabile che perseguano una simile misura di escalation. L’economia iraniana continuerebbe a ristagnare a causa delle sanzioni esistenti, approfondendo la sua dipendenza dagli stretti legami con Cina e Russia.
Nel frattempo, Israele subirebbe una recessione grave ma gestibile, e l’Europa sperimenterebbe alcuni effetti negativi poiché i prezzi del petrolio leggermente più alti e le incertezze guidate dalla guerra taglierebbero la fiducia delle imprese e delle famiglie.
Riducendo la produzione, la spesa e l’occupazione, questo scenario potrebbe far precipitare le economie europee attualmente stagnanti in una lieve recessione.
Nel secondo scenario, la guerra a Gaza sarà seguita dalla normalizzazione regionale e dalla pace. La campagna israeliana contro Hamas riuscirà senza produrre troppe vittime civili, e forze più moderate – come l’Autorità Palestinese o una coalizione multinazionale araba – si addosseranno il compito di rilevare l’amministrazione dell’enclave. Netanyahu si dimetterà (avendo perso il sostegno di quasi tutti) e un nuovo governo moderato di centrodestra o di centrosinistra si concentrerà sulla risoluzione della questione palestinese e sul perseguimento della normalizzazione con l’Arabia Saudita.
A differenza di Netanyahu, questo nuovo governo israeliano non sarebbe apertamente impegnato nel cambiamento di regime in Iran. Potrebbe garantire la tacita accettazione da parte della Repubblica islamica della normalizzazione israelo-saudita in cambio di nuovi colloqui verso un accordo nucleare che includa la riduzione delle sanzioni. Ciò consentirebbe all’Iran di concentrarsi sulle riforme economiche interne urgentemente necessarie.
Ovviamente, questo scenario avrebbe implicazioni economiche molto positive, sia nella regione che a livello globale.
In queste settimane c’è stato il passaggio ufficiale anche del Comune di Valenza, insieme ad altri comuni del Valenzano, per l’adesione al Consorzio servizi sociali (Cissaca).
Nelle modalità di composizione e di nomina del Consiglio di Amministrazione in vista di questo importante cambiamento, il Comune di Alessandria ha deciso di cedere una propria nomina nel Cda a Valenza; sulla base di questa decisione dunque Alessandria nominerà due membri (di cui uno sarà il Presidente), non più tre, Valenza uno, infine due membri i Comuni più piccoli. Ovviamente vi sarebbero state anche altre possibili soluzioni, ma al di là di alcune varianti del tutto legittime, il paradigma da seguire sarebbe comunque stato quello di trovare una sintesi avanzata per dare il giusto equilibrio di rappresentanza.
La linea che proponiamo da quando ci siamo insediati e che, prima ancora, abbiamo esposto in campagna elettorale è di dialogo con i Comuni, soprattutto della piana alessandrina, per superare, anche attraverso i Consorzi e le Aziende partecipate, eccessi di campanilismo e proporre modelli di integrazione territoriale. Nulla di cui stupirsi quindi se Alessandria fa un gesto di apertura a Valenza. Meglio iniziare a ragionare insieme per quello che siamo, non sulla base di confini amministrativi. Nel caso specifico dei servizi sociali, la scelta dei Comuni del Valenzano consente di avere d’ora in avanti la dimensione socio-assistenziale del Distretto Asl corrispondente a quella dei Comuni del Cissaca: uno strumento in più per coordinare meglio i servizi da offrire.
Con il termine Volontariato si intende lo svolgimento volontario di un’attività non retribuita.
Nella maggior parte dei casi si tratta di attività socialmente utili, come l’aiuto a persone in condizioni di indigenza, o che necessitano di assistenza, oppure il fronteggiare emergenze occasionali o il prestare opera e mezzi nell’interesse collettivo.
Il volontariato può essere svolto in maniera individuale o collettivamente, in associazioni costituite per specifici scopi benefici.
Fare volontariato produce “ricchezza”, per gli altri e per sé.
Le parole sono importanti e anche le azioni di ciascun individuo lo sono, e diventano fondamentali quando vengono indirizzate con dedizione al prossimo.
Luciano Cartolano, lo sa bene; 63 anni, autista di mezzi pesanti in pensione, è il nuovo presidente Anteas, associazione nata 26 anni fa, conosciuta principalmente per il “Trasporto Amico”.
E’ un entusiasta Luciano.
Mi racconta e si racconta con grande semplicità e onestà.
Ha iniziato ad avvicinarsi al volontariato per caso: per due anni Luciano si è reso disponibile durante la pandemia, trasportando i farmaci a domicilio, sabato e domenica, per dare supporto all’Asl e alla Protezione Civile.
L’ANTEAS, l’associazione che presiede è un’associazione di Volontariato e di Promozione sociale articolata su tutto il territorio nazionale con 593 associazioni, nasce nell’aprile del 1996 sotto la spinta di esperienze locali promosse e sostenute dalla (Federazione Pensionati).