Mariana Mazzucato – Il Covid-19, la crisi e un capitalismo diverso

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Mariana Mazzucato

Nell’atto di pubblicare questo post tra i banchi del Congresso americano è in corso una battaglia campale tra i due schieramenti contrapposti. I Democrats, in particolare la sinistra del partito, appoggiata da una gran parte dell’ala moderata, si oppone strenuamente al tentativo di Trump e dei Repubblicani di salvare ancora una volta – come avvenne colpevolmente nel 2008 – la finanza e gli interessi delle grandi corporation, anziché quelli delle famiglie americane, delle centinaia di migliaia di piccoli imprenditori, dei milioni di lavoratori, i quali, probabilmente, se non adeguatamente sostenuti dal governo, saranno gli unici gruppi sociali che pagheranno il lungo lock down imposto per contenere gli effetti devastanti del Covid-19.

Gran parte dei Democrats sostengono che devono essere salvati i cittadini e non i magnati di Wall Street. Le grandi corporation e le istituzioni finanziarie possono utilizzare l’opportuna generosa liquidità fornita dalla Fed (Banca Centrale) mettendo a garanzia nei confronti delle banche commerciali i propri asset patrimoniali e non pretendere munifiche operazioni di salvataggio, essendo esse ritenute colpevoli d’aver per anni artificiosamente gonfiato i rispettivi valori azionari, con lo scopo precipuo di distribuire profitti solo all’esigua minoranza affluente del paese (shareholder economy).

Su questo delicato argomento converge anche Mariana Mazzucato nel suo recente articolo sul The Guardian, inserendolo tra i quattro punti principali in ragione dei quali la drammatica esperienza del Covid-19 può tramutarsi in una opportunità per la riscrittura del capitalismo.

The Covid-19 crisis is a chance to do capitalism differently

Mariana Mazzucato

Wed. 18 Mar 2020

Government has the upper hand for the first time in a generation. It must seize the moment

Il mondo è in una situazione seria. La pandemia di Covid-19 si sta rapidamente diffondendo in tutti i paesi, con una scala e una gravità non vista sin dalla devastante influenza spagnola del 1918. A meno che non venga intrapresa un’azione coordinata globale per contenerla, il contagio diventerà presto anche economico e finanziario.

L’entità della crisi richiede ai governi d’intervenire. E lo stanno facendo. Gli Stati stanno iniettando stimoli nell’economia mentre cercano disperatamente di rallentare la diffusione della malattia, proteggere le popolazioni vulnerabili e contribuire a creare nuove terapie e vaccini. Le dimensioni e l’intensità di questi interventi ricordano quelle di un conflitto militare: questa è una guerra contro la diffusione del virus e il collasso economico.

Eppure c’è un problema. L’intervento necessario richiede una struttura molto diversa da quella scelta dai governi. A partire dagli anni 80, ai governi venne detto di prendere un posto in secondo piano lasciando che le imprese guidassero e creassero ricchezza, intervenendo solo allo scopo di risolvere i problemi qualora si fossero presentati. Sicché, oggi, i governi non sono sempre preparati e attrezzati adeguatamente per affrontare una crisi come quella del Covid-19 o di [un’eventuale] emergenza climatica. Partendo dal presupposto che i governi devono attendere fino al verificarsi di un enorme shock sistemico prima di decidere di agire, nel corso degli eventi i preparativi risultano essere stati insufficienti.

Durante lo svolgersi dei fatti, le istituzioni essenziali che forniscono servizi pubblici e beni pubblici in modo più ampio, come il Servizio Sanitario Nazionale nel Regno Unito, laddove dal 2015 sono state applicate decurtazioni alla salute pubblica per un totale di 1 miliardo di sterline, le ritroviamo indebolite.

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Giorgio Laguzzi – Germania: potenza ingombrante o egemone benevolo?

Italia-Germania

Italia e Germania (olio su tela) 1828, Friedrich Overbeck

Rotta di collisione

Ricordo quando nell’estate del 2018 lessi il saggio “Rotta di collisione” di Maurizio Ferrera; rimasi molto colpito allora dalla sua analisi, con anche ampia critica, seppur costruttiva da un punto di vista liberale, alla Unione Europea e alla sua assenza di una adeguata dimensione sociale, pilastro fondamentale che andava costruito se non si fosse voluto un pesante arresto del processo di integrazione alla successiva crisi.

Oggi stiamo probabilmente vivendo una fase che segnerà un passaggio ancora più importante della crisi del 2008-2011. Innescata da questa “crisi coronavirus”, l’evoluzione degli eventi sta portando, e porterà ancor più, ad una crisi economica e di instabilità paragonabile probabilmente al Nixon shock degli anni ’70, in cui gli USA decretarono la fine del regime di Bretton Woods, oppure se volete la più recente caduta del Muro di Berlino con annessa implosione del sistema sovietico.

Ovviamente non è mia intenzione, in primis per limitate capacità personali, tracciare precisi paralleli ed intuire precise traiettorie degli sviluppi che verranno, ma risulta interessante da un lato considerare alcuni sviluppi storici che permettano di inquadrare quella che si ritiene la portata della questione, dall’altro provare a descrivere e comprendere quelli che potrebbero essere i temi dirimenti per il futuro. In particolare, l’Eurozona, e se volete più in generale l’Unione Europea, è chiamata in questa fase ad un compito gravoso. E nel parlare di UE non si possono non accendere i riflettori sulla Germania, da anni ormai considerata la locomotiva d’Europa, paese che più degli altri potrà giocare un ruolo chiave nella gestione di questa fase.

Chi esercita un’influenza e ha assunto un ruolo così dominante all’interno di un certo contesto politico ha non solo il diritto, ma ancor più il dovere politico, anzi si potrebbe dire storico, di assumersi la responsabilità di prendere in mano il timone della nave. Quello che auspico, è che la Germania possa aver appreso la lezione della crisi del 2008-2011, e decida oggi di agire da “egemone benevolo”, ritrovando quel sentimento comunitario e solidale ben presente in figure come Willy Brandt, o anche Helmut Kohl, e ricacciando quel ruolo di “potenza ingombrante” sopito ma forse mai estinto in alcuni meandri del popolo tedesco, o semplicemente a volte un po’ fastidiosamente paternalista. Prima però di arrivare a ciò vorrei percorrere alcune tappe per comprendere i limiti insiti nel modello tedesco all’interno dell’Eurozona.

Il modello-Germania

Molti nodi stanno venendo al pettine. In primis, sembra sempre più chiaro che il “modello tedesco” caratterizzato da una crescita economica export-led, non può essere trasferito come modello comune a tutta l’Eurozona. Va tuttavia ricordato che risulta troppo semplicistico, ed ingeneroso, attribuire alla Germania tutte le colpe possibili di questa instabilità. Il “modello tedesco” ha molti limiti, ma bisogna ricordare la vocazione comunitaria che ebbero in particolare leader come Kohl, il quale gestì un complesso periodo di unificazione e il successivo Trattato di Maastricht.

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Paul Mason – La crisi del coronavirus ci fa capire che necessita un sistema economico del tutto differente

Mason

Paul Mason

La Gran Bretagna non è solo Boris Johnson, il FT o il liberal The Economist, vi sono anche editorialisti “di frontiera” apprezzati e seguiti, tra i quali emergono figure come George Monbiot, Owen Jones e Paul Mason: tutti e tre cresciuti sotto il “tetto” del The Guardian. Difficile trovare qui da noi degli emuli “eterodossi” che abbiano un bacino di lettori così ampio. Ed è proprio Paul Mason a cui oggi riserviamo attenzione, con la sua abilità di ridurre il “complesso” in schemi semplici e facilmente intuibili. Leggendo il suo post si può notare come annichilisca la presunta teoria che il Covid 19 sia null’altro che un effetto “esogeno”, tanto cara ai ben pensanti liberal in babbucce di casa nostra. Ovviamente, i riferimenti sono calibrati in relazione agli avvenimenti inglesi. Ma non sarà difficile trarne per chiunque di voi non solo un parallelismo, bensì anche una generalizzazione interessante.

The coronavirus crisis shows we need an entirely new economic system

It will be impossible for capitalism to return to normal: we need an economy that has people’s wellbeing and public health as its priority.

18 MARCH 2020 By PAUL MASON

CORONAVIRUS

“Faremo tutto il necessario”, afferma il Cancelliere. Sfortunatamente, Rishi Sunak [Ministro finanze UK] non dispone di ciò che ci vorrà: o almeno, non ancora. Perché la crisi del Covid-19 sta per far crollare la crescita – sia qui che in tutto il mondo – in un modo completamente diverso da qualsiasi cosa rispetto alla quale finora abbiamo vissuto. E ciò di cui Sunak avrà bisogno è quello di pensare in modo anticapitalista. In risposta a questa crisi, il governo non deve fare altro che assumere il comando dell’economia. Ma non sa come farlo. Non è solo una questione di mancanza d’istruzione ed esperienza nella gestione delle crisi; è una questione di ideologia.

Riassumiamo le misure adottate finora dal Ministero del Tesoro e dalla Banca d’Inghilterra. Nel bilancio (11 marzo), Sunak si è impegnato [nel fornire] 12 miliardi di sterline per far fronte alla “perturbazione temporanea” del virus, utilizzando principalmente tagli ai tassi aziendali, contributi in denaro alle piccole imprese e un programma da 2 miliardi di sterline per fornire un migliore accesso alla retribuzione per malattia. Allo stesso tempo, la Banca ha ridotto i tassi d’interesse allo 0,25 % (dallo 0,75 %) e ha autorizzato le banche commerciali a utilizzare £ 190 miliardi di denaro che erano stati costrette a detenere come riserve per i prestiti alle imprese.

Il 17 marzo, dopo due settimane di tentennamenti e ritardi, il Tesoro è andato molto oltre. Sottoscriverà £ 330 miliardi di prestiti agevolati a grandi società, una mossa progettata per allentare il sistema bancario, che a sua volta offrirà miliardi di prestiti agevolati alle piccole imprese. Ma non è stato possibile aumentare la retribuzione per malattia, niente per aiutare le persone che non possono pagare l’affitto e nulla di significativo per le decine di migliaia di lavoratori che sfacchinano nei pub, nei ristoranti e nell’industria dell’intrattenimento, i quali vengono licenziati. Sunak ha accennato alle più importanti “azioni fiscali” per mantenere le persone al lavoro, aggiungendo che non voleva provare a inventare qualcosa di nuovo, perché dobbiamo usare i meccanismi esistenti per agire rapidamente.

E questo è il problema. I meccanismi esistenti non funzioneranno perché questa non è una crisi normale. Sunak, come fece il cancelliere Alistair Darling nel 2008, continua a dire “l’economia rimbalzerà” perché è fondamentalmente sana. Ed è così che la maggior parte delle persone pensa agli shock che abbiamo vissuto durante la nostra vita. Alla persona comune sembra che ci sia una “economia reale” di supermercati, bar, ospedali e università su cui si staglia un’economia finanziaria a mala pena tangibile dedicata alla gestione dei rischi e alla generazione di grandi benefici per i ricchi, che a volte imbocca il verso sbagliato.

Durante la crisi del 2008 parve che questo “tetto” finanziario fosse crollato sull’edificio che lo resse, ma l’edificio – sebbene avesse subito danni – rimase stabile e il tetto venne ricostruito. Il problema è, per la stessa analogia, che questa volta non è avvenuto lo sbriciolamento del tetto, bensì delle fondazioni.

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Gianluca Veronesi – Oggetto: Made in China

Veronesi

Mi sembra di vivere in una bolla, spero asettica. Sono più stupito che spaventato, più incredulo che spazientito (per ora).

Lo spiazzamento deriva anche dal fatto che non sai con chi prendertela. Ma ciò impedisce di scaricare nella rabbia la tensione. A meno di colpevolizzare i Cinesi ma mi sembra veramente un alibi infantile e ingeneroso, pensando al prezzo che hanno pagato. Invece molti Europei, grazie anche alle gravi carenze dell’Unione, pensano di indirizzare a noi la loro comoda, inattiva e improduttiva indignazione.

I Cinesi sono talmente provati e pieni di sensi di colpa che un minuto dopo il cessato allarme sono partiti per l’Italia per portarci aiuti e consigli; intuiscono che solo noi possiamo capirli. Tutti dicono: nulla sarà come prima, da questa esperienza usciremo più forti e migliori. È una vecchia teoria: già che accadono disastri, cerchiamo di ricavarne almeno un insegnamento, una utilità. Funziona da consolazione ma risponde anche ad una precisa esigenza di noi esseri raziocinanti (più o meno): trovare un senso in ciò che capita.

Passo le giornate girando su me stesso. Ho sempre apprezzato la routine perché permette di non accendere il cervello o di concentrarlo su un pensiero meritevole. Ma di fronte alla prospettiva di un vuoto di 18 ore al giorno ho deciso di applicarmi ad organizzare nel mio piccolo habitat (ora ben poco naturale) un nuovo ordine. Sposto tutto e riorganizzo gli spazi, le funzioni, le abitudine. Ma per non cadere nella paranoia fine a se stessa, provvedo a che ci sia una finalità, un obiettivo, un risultato documentabili in quello che faccio. Ogni nuovo allestimento deve produrre un guadagno o di spazio o di visibilità o di utizzabilità.

Ho sempre vissuto la mia casa come una camera d’albergo, diciamo per correttezza una mini suite (la suite è fuori portata perché manca la vasca di idromassaggio). È adeguata solo a fronte di un continuo andare e venire, partire e tornare. Non è questione di metratura perché io riempio comunque il doppio dello spazio, qualunque sia la capacità messami a disposizione.
È che mi sento un apolide. Mi trovo bene dappertutto ma in nessun luogo sento il romantico e afrodisiaco genius loci.

Fingo di credere che la noia si combatta spostandosi, cambiando aria, quando so benissimo che essa è come l’infezione: la porti sempre con te. La prospettiva di avere centinaia di canali televisivi o di libri intonsi a tua disposizione è meravigliosa, a condizione di non aver tempo per goderli. Se invece hai l’intera giornata libera, ti coglie il panico e il successivo appisolamento. Che prime impressioni possiamo trarre da un evento in pieno svolgimento, che può riservarci ancora sorprese e smentite?
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Lucrezia Reichlin – Il COVID-19 rappresenta una opportunità per l’Europa

reichlin

Lucrezia Reichlin

Si direbbe, secondo un noto detto italiano, “che tutti i mali non vengono per nuocere”. Tuttavia, se tale opportunità viene persa, il rischio per una fragile UE può essere “che si cada dalla padella alla brace”. Sinceramente, non ci convince del tutto il “fondo assicurativo” proposto dalla Lucrezia Reichlin, anche se lo giudichiamo una prima mossa di pedone su di una scacchiera intonsa. Sia per quanto concerne la condivisione del rischio, così come per qualsiasi progetto d’investimento in funzione di una crescita collettiva europea (19) servono cospicue risorse in conto capitale. Queste garantite con emissioni di titoli in (joint-financing), chiamati in modo più prosaico “eurobond”. Ci permettiamo di far rilevare che la supposta “salubrità delle banche”, argomentata nel post, cozza contro l’overnight in una spaventevole notte nella seconda settimana del settembre scorso quando negli USA i tassi schizzarono a quasi al 10% e la FED dovette intervenire sollecitamente con un piano d’iniezione di liquidità abbondante per i tre mesi successivi (REPO) al fine di soffocare il divampare delle fiamme.

COVID-19 Is an Opportunity for Europe

Mar 10, 2020 LUCREZIA REICHLIN

The European Union has always advanced on the back of crises. In this sense, the COVID-19 outbreak could represent a chance for the EU to create a powerful crisis-management mechanism, which pools members’ resources and channels them toward a coordinated fiscal policy.

LONDRA – Per anni si è diffusa la paura che un “cigno nero” mettesse alla prova le capacità di gestione delle crisi dell’Unione europea. Con lo scoppio del coronavirus COVID-19, queste paure sono sorte: e non è affatto chiaro se la UE sarà in grado di sopportarle.

L’epidemia COVID-19 non è solo uno stress test. Innanzitutto, è probabile che colpisca il mondo intero, portando a un rallentamento sincronizzato della crescita o addirittura alla recessione. Queste recessioni contemporanee sono di fatto sempre più pesanti e durano più a lungo relativamente a quelle che colpiscono le singole economie e nello specifico si accaniscono in modo devastante nei confronti delle economie “aperte” come quella della UE.

A complicare il problema, poiché tutti gli Stati membri della UE stanno affrontando un grave shock, saranno molto meno in grado di aiutarsi a vicenda di quanto lo fossero durante la crisi dell’eurozona iniziata nel 2010. L’Italia ha sofferto di più finora. Ma i precedenti modelli di trasmissione dell’infezione altrove, suggeriscono che COVID-19 continuerà a diffondersi in tutta Europa, mettendo a dura prova tutti i paesi.

Certo, è impossibile dire con precisione come si propagherà l’epidemia. Ma quell’incertezza non farà che aggravare la ricaduta economica, perché minerà gli investimenti e il consumo delle famiglie.

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Marco Castaldo – Quanto ci sta rivelando il coronavirus?

Castaldo Marco

Marco Castaldo

Il Covid-19 è molto più che un virus estremamente contagioso, anche se con una bassa letalità. Esso, infatti, a saperlo interpretare, ci sta suggerendo molti temi di riflessione e di approfondimento.

  • Il Covid-19 innanzitutto ci sta ricordando che siamo tutti uguali; è un virus molto democratico. Colpisce indifferentemente ricchi e poveri, intellettuali e persone comuni, dirigenti e operai. Questo dovrebbe ricordarci che non sempre la condizione economica ci mette al sicuro dagli eventi naturali e dalle nostre paure.
  • Il Covid-19 ci fa comprendere quanto sia importante il sistema sanitario pubblico e universale che permette l’accesso ai servizi per la tutela della salute in maniera incondizionata a tutte le classi sociali evitando le speculazioni delle grandi case farmaceutiche e delle compagnie di assicurazione private. Credo che se il contagio colpirà anche gli Stati Uniti d’America, avremo modo di vedere situazioni decisamente più difficili da gestire con umanità, rispetto al nostro sistema sanitario.
  • Il Covid-19 ci dimostra, al contempo, che la Comunità Europea continua ad essere un semplice raggruppamento di Paesi che si scambiano merci e che intrattengono rapporti economici tra di loro, ma che è ancora totalmente inadatta a strutturare ed organizzare una politica sanitaria condivisa, che non dispone di un esercito e di una Protezione Civile comunitaria per affrontare le emergenze europee, che non è in grado di imporre regole precise e stringenti per evitare nazionalismi e sovranismo che inficiano la gestione delle problematiche comuni. Si veda, a questo proposito, quanto sta succedendo in Francia e in Germania relativamente alla decisione di non permettere oltremodo l’esportazione di prodotti sanitari di prima emergenza (mascherine, occhiali, caschi ed ossigeno, etc.) per poter gestire eventuali emergenze in totale autonomia nazionalistica.

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Roberta Cazzulo – Dov’è finito il nostro senso civico?!

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Roberta Cazzulo

Il coronavirus, visto al microscopio, ha l’aspetto inoffensivo di una pallina da golf punteggiata sulla superficie da un certo numero di segnalini rossi, a fargli corona.

Non è una bella sensazione ritrovarsi nel tempo del coronavirus, anzi del “ceppo italiano del Covid-19”.

Purtroppo è successo.

La paura è legittima.

Chiudono scuole, teatri, cinema e molte aziende invitano i dipendenti a lavorare da remoto.

Sono due i sentimenti che aleggiano all’interno del nostro paese: la paura e la rabbia.

La rabbia di chi vuole sempre trovare un colpevole, che si tratti del Capo del Governo, del Ministro della Salute o di un sospetto contagiato.

E la paura di essere considerati responsabili.

Noi italiani nelle ultime settimane ci siamo resi conto che ogni “muro” ha il suo rovescio della medaglia.

Abbiamo iniziato a comprendere che la logica del “muro”, e dell’ognun per sé, è quanto di peggio si possa far passare in un mondo in cui nessuno si ammala e si salva da solo, dove nessuno all’interno del proprio orticello – che si chiami Codogno, Vo’ Euganeo o Wuhan – si può chiamare fuori.

Fino ad oggi, infatti, quelli da guardare con sospetto,  erano sempre altri, evidentemente diversi da noi.

Solitamente scuri di pelle e poveri di tutto.

Ora, quasi per una sorta di “legge del contrappasso” scopriamo che “gli altri”, “i diversi”, siamo noi.

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The New Yorker (USA) – Sulla elezione del Super Tuesday aleggiò principalmente la figura Donald Trump, non quella di Joe Biden

Biden

Nei fatti che hanno dato origine all’improvvisa resurrezione di Joe Biden nel Super Tuesday delle primarie democratiche USA c’è da chiedersi come mai Donald Trump da sempre continui a manifestare una certa “empatia strumentale” nei confronti di Bernie Sanders. Qui, forse sta la chiave della vittoria del “consumato” Biden. Successo che vanifica la scalata di Sanders, nonché la contemporanea eliminazione della quotata Warren e del miliardario Bloomberg dalla corsa verso la nomination.

John Cassidy, uno dei più brillanti commentatori politici statunitensi, ci illustra quale scenario politico si è auto-prodotto nell’arco di pochi giorni.

Super Tuesday Was Mainly About Donald Trump, Not Joe Biden

By John Cassidy

5th March

Come l’Irlanda di cui William Butler Yeats scrisse nel suo poema “Pasqua, 1916”, le primarie democratiche sono “cambiate, completamente cambiate“. La scorsa settimana, Joe Biden sembrava un morto che camminava. Il giorno dopo il Super Tuesday, ora capeggia Bernie Sanders, l’ex front-runner, nel conteggio dei delegati, e i siti online di previsione gli danno circa il 75% di possibilità di ottenere la nomination.

Come nacque questa improvvisa trasformazione? Una teoria che possiamo respingere immediatamente è che lo stesso Biden ne fosse il responsabile. Sabato, dopo la sua grande vittoria tenne un discorso potente ed emotivo nella Carolina del Sud. Ma quando apparve a Los Angeles, martedì sera, era lo stesso interprete incerto che in passato abbiamo visto decine di volte. Gridò piuttosto che parlare; momentaneamente confuse sua moglie con sua sorella. Il suo discorso era senza né capo né coda.

Un’altra spiegazione, che ha più sostanza, è che la tradizionale struttura del potere democratico, terrorizzata dalla prospettiva di una candidatura di Sanders, abbia cospirato per negargli la vittoria a eliminazione diretta, la quale pareva che si stesse materializzando martedì. Questa teoria è popolare tra i sostenitori di Sanders, ovviamente, e ha anche un paladino alla Casa Bianca. Donald Trump. Mercoledì mattina twittò: “L’establishment democratico si è riunito e ha schiacciato Bernie Sanders, ANCORA“.

Molti politici democratici affermati si schierarono dietro Biden. Mercoledì scorso James Clyburn, il capogruppo della maggioranza nella Camera dei rappresentanti, avviò questo processo con la sua sponsorizzazione annunciata a Charleston, nella Carolina del Sud. (Clyburn “ha letteralmente salvato il Partito Democratico“, commentò martedì sera James Carville, il veterano consulente elettorale Democrats). Nei giorni precedenti al Super Tuesday, quando Pete Buttigieg e Amy Klobuchar abbandonarono entrambi la gara e appoggiarono Biden, il loro gesto sembrava essere programmato per dargli ulteriore slancio nel momento in cui gli elettori si stavano recando alle urne attenuando la rincorsa di Sanders. Sembra che le dichiarazioni e gli appoggi abbiano avuto un grande impatto. Prendiamo per esempio la vittoria di Biden nello stato nativo della Klobuchar, il Minnesota. Fino alla fine della settimana scorsa, Biden, laggiù, conteggiava nei sondaggi singole cifre.

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NYT (USA) Paul Krugman – Primarie Democratiche Americane “Hanno gli Zombie già mangiato il cervello di Bloomberg e di Buttigieg?”

krugman 5

Rieccolo!

Noi tememmo che avesse perso il suo sentimento verso la sinistra liberale, poiché non disse una sola parola in suo favore dall’inizio delle primarie democratiche. Ma, non appena, Bloomberg si fece vivo nella corsa, la sua apparente indifferenza mutò nel suo solito modo di canzonare chiunque si esponga nel sostenere ridicole teorie. “…dovremmo prendere l’abitudine di sparare nella testa a questi particolari zombi. Paul Krugman è così: lapidario e feroce.

Lo ripetiamo anche in inglese per quelle persone di casa nostra a cui piace essere “smart and cool”, i “centristi”, i moderati benpensanti, quelli che Krugman battezza come “morti viventi”, che spesso si piccano di essere anche “riformisti”.

We were afraid that he had lost his leaning towards to the left-wing liberals, as he didn’t say a word in their support from the beginning of democrat primaries. But, as soon as Bloomberg came on the spot, his apparent indifference turned into his usual way of mocking whoever is expounding foolish theories. “…we should be using to shoot those particular zombies in the head”. He said.

Have Zombies Eaten Bloomberg’s and Buttigieg’s Brains?

Beware the Democrats of the living dead.

By Paul Krugman

Opinion Columnist

Feb. 17, 2020

MADRID – Sono in Spagna in questo momento, e sto discutendo in merito a certe idee da zombi. Idee che avrebbero dovuto essere soppresse da prove, ma continuano a camminare barcollando. Negli Stati Uniti di oggi, le idee zombi più importanti vivono nella destra, e sono mantenute, non [ancora] morte, dai “grandi soldi” (big money) di quei miliardari che hanno un interesse finanziario nel far credere alle persone cose che non sono vere.

Ma a volte le idee degli zombi riescono anche a mangiare il cervello dei centristi. Com’era prevedibile, alcuni degli zombi più distruttivi degli ultimi dodici anni strascicando si sono fatti strada nella lotta per le primarie democratiche, dove un paio di centristi stanno ripetendo idee che sono state completamente smentite anni fa.

E come accade, l’esperienza dell’Europa, e in particolare quella della Spagna, ci fornisce alcuni dei proiettili che dovremmo usare per sparare in testa a questi particolari zombi.

Cominciamo quindi dalle origini della crisi finanziaria del 2008, un argomento che rimane rilevante se vogliamo evitare di ripetere gli errori del passato.

Benché pochi furono in grado di prevedere il 2008, a posteriori fu un classico panico bancario, il tipo di cosa che accadde frequentemente prima degli anni 30. In primo luogo, i finanziatori vennero coinvolti in una gigantesca bolla immobiliare; poi, quando questa scoppiò, gran parte del sistema finanziario si bloccò.

Cosa rese possibile questo panico, dopo due generazioni di relativa calma finanziaria? La risposta, chiaramente, andava ricercata nell’erosione di un’efficace regolamentazione finanziaria [che caratterizzò] gli ultimi decenni.

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Giorgio Abonante – Ratatouille 03, Fondazioni a confronto

Ratatouille 02

Come gruppo consiliare Pd abbiamo chiesto di sentire in audizione nelle Commissioni competenti il rappresentante del Comune di Alessandria nella Fondazione Cral. Siamo in attesa di una risposta. Nel frattempo, qualche numero in aggiunta a quelli già diffusi in altri due articoli pubblicati tra il 2018 e il 2019.

Stanziamenti delle fondazioni bancarie in regione Piemonte per il 2020
Ecco i dati contenuti nei Documenti di Programmazione 2020 (DPP) approvati dai cda delle Fondazioni bancarie piemontesi e pubblicati dall’associazione che le riunisce (fonte https://www.fondazionibancariepiemonte.it/fondazioni-di-origine-bancaria-del-piemonte-oltre-242-milioni-di-euro-per-il-2020/  e, solo per la Fondazione CRAL, https://www.fondazionecralessandria.it/Portals/0/Documenti/DOC%20PROGRAMMATICI/2020/DPP%202020.pdf.)

         Compagnia di San Paolo 151 milioni
·         Fondazione CRT 52 milioni
·         Fondazione CRC (Cuneo) 22 milioni
·         Fondazione Biella (4.161.000 euro)
·         Fondazione Asti (3.678.797)
·         Fondazione Alessandria (2.760.649)
·         Fondazione Tortona (2.000.000)
·         Fondazione Fossano (1.724.600)
·         Fondazione Vercelli (1.696.238)
·         Fondazione Saluzzo (800.000)
·         Fondazione Savigliano (446.000)

La capacità di erogazione della Fondazione Cral nel 2020 beneficerà della cedola extra staccata nel 2019 da Cassa Depositi e Prestiti (dividendo per la partecipazione, 0,37% circa). Pertanto, per confermare questa performance di aiuto al territorio, nel 2021 occorrerà sperare in una buona nuova simile (vale per tutte le Fondazioni che detengono quote di partecipazione in CDP).

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