PD, ora un Congresso straordinario!

di Giorgio Abonante, Giorgio Laguzzi, Giordano Otello Marilli

Il pregresso è noto ma è giusto riassumerlo. L’estate ha portato la crisi di governo e l’immediata maturazione delle condizioni per un accordo PD-5stelle confluite nella formazione del Conte bis. Con tutti i se i ma del caso –  e noi ne avremmo da elencare parecchi –  così è andata.

La perplessità maggiore nasceva proprio dalla confusa finalità della nuova maggioranza a sostegno del Conte Bis. Le recenti posizioni espresse da Zingaretti e Grillo fugano ogni dubbio a vantaggio della volontà di costruire un progetto neo-progressista per il XXI – o come preferite chiamarlo –  che sia in grado di dare una prospettiva culturale ad una compagine di governo che sembra non averla ancora maturata.

Del resto stiamo parlando di una svolta epocale che non poteva e non può maturare in poco tempo. Le incognite sono tante, a partire dallo start di questo asse, non bisogna dimenticarlo, che ha tagliato il nastro con l’accordo per l’elezione della Von der Leyen alla guida della Commissione europea.

Chi come noi spera in un radicale cambio di marcia nel rapporto UE-Stati membri con la necessità di costruire un asse euro-mediterraneo solido vuole capire di cosa si sta parlando. Ma al momento questo aspetto può essere un dettaglio.

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Mariana Mazzucato – Impedire che si realizzi un feudalismo digitale (Facebook, Google, ecc.)

Se l’economia non è una scienza, bensì un semplice “attrezzo” per persuadere, nel caso specifico Mariana Mazzucato risulta essere molto convincente.

Preventing Digital Feudalism

Oct 2, 2019 MARIANA MAZZUCATO

By exploiting technologies that were originally developed by the public sector, digital platform companies have acquired a market position that allows them to extract massive rents from consumers and workers alike. Reforming the digital economy so that it serves collective ends is thus the defining economic challenge of our time.

LONDRA – L’uso e l’abuso dei dati da parte di Facebook e di altre società tecnologiche sta finalmente raccogliendo l’attenzione ufficiale che esso merita. Con i dati personali che diventano la merce più preziosa del mondo, gli utenti saranno i padroni dell’economia della piattaforma o i suoi schiavi?

Le prospettive di democratizzazione dell’economia della piattaforma (platform economy)  rimangono scarse. Gli algoritmi si stanno sviluppando in modi che consentono alle aziende di trarre profitto dal nostro comportamento passato, presente e futuro, o quello che Shoshana Zuboff della Harvard Business School descrive come il nostro “surplus comportamentale[1]. In molti casi, le piattaforme digitali conoscono già le nostre preferenze meglio di noi e possono spingerci a comportarci in modo da produrre ancora più valore.

Vogliamo davvero vivere in una società in cui i nostri desideri e le manifestazioni più intime della nostra attività personale siano in vendita?

Il capitalismo ha sempre eccelso nel creare nuovi desideri e voglie. Ma con i big data e gli algoritmi, le aziende tecnologiche hanno accelerato e invertito questo processo. Piuttosto che creare semplicemente nuovi beni e servizi in previsione di ciò che le persone potrebbero desiderare, essi conoscono già cosa vorremmo e vendono i nostri sé futuri. Peggio ancora, i processi algoritmici si utilizzano spesso per perpetuare pregiudizi di genere e razziali e possono essere manipolati a scopo di lucro o di vantaggio politico. Anche se beneficiamo immensamente dei servizi digitali come Google search, ma non ci siamo registrati per catalogare, modellare e vendere il nostro comportamento.

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Giorgio Abonante – Regione, Comune, Teatro si riparte, ma come?

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Oggi 11 ottobre, commissione congiunta Regione – Comune presso il nostro fu Teatro. Speriamo serva a qualcosa. Intanto è un peccato che non sia stata invitata la 3iEngineering che avrebbe saputo ribaltare su una dimensione regionale sia il lavoro di bonifica realizzato (interessante per processo e tecnologia usata) sia per il progetto che ha in mano da tempo con tanto di investitori interessati. Ripeto: un vero peccato.

Al di là di questo, è chiaro a tutti che rispetto al 2009 è cambiato il mondo e che, pertanto, per evitare perdite di tempo e voli di fantasia, sia necessario sapere in che contesto ci si muove. La recente presentazione della relazione annuale 2018 sullo stato della cultura in Piemonte (OCP – Fondazione Fitzcarraldo) dice tante cose interessanti. Ne riprendo solo due per brevità.

La prima: dal 2011 ad oggi in tutto il Piemonte l’ammontare delle risorse investite sul sistema cultura è drasticamente diminuito, 100 milioni tondi, tondi, in meno.

La dimensione economica dei contributi pubblici e privati a sostegno della cultura in Piemonte nel 2017 è di circa 238 milioni di euro: diminuiscono del 13% le risorse pubbliche mentre quelle private si riducono di poco (del 2% quelle erogate dalle Fondazioni Bancarie, compensate da un aumento delle erogazioni liberali). Come è evidente dalla serie storica siamo sempre lontani dai valori registrati negli anni pre-crisi: dal 2011 nel corso di 7 anni si è avuta una perdita di circa 100 milioni di € (a valori attuali) dovuta principalmente alla contrazione dei bilanci comunali. I Comuni piemontesi infatti sono passati da 160 milioni di € erogati nel 2011 a favore dei vari comparti culturali a circa 93 del 2017.

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The Guardian (UK) – La Nuova Economia di Sinistra, il laboratorio nella città di Preston nel Lancashire

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City of Preston, Lancashire (UK)

In un lungo e corposo articolo pubblicato alla fine di giugno di quest’anno il quotidiano britannico The Guardian riassumeva per sommi capi i principi che sottendono “La nuova proposta economica di Sinistra” (The New Left Economics), intesa come alternativa “democratica” al corrente pensiero economico neoclassico. Noi, per ragioni di spazio e di specifico interesse ci soffermeremo solo sulla parte in cui vengono descritte le varie ipotesi di sviluppo che attengono all’economia di territorio, da cui emerge con successo il laboratorio Labour sperimentato nella città di Preston nel Lancashire (UK).

Riteniamo che in questo breve post sia impossibile formulare un sommario giudizio sui capisaldi che sorreggono l’intera formulazione della New Left Economics (NLE), poiché ciò presupporrebbe addentrarci nel come essa procederebbe a smantellare le attuali architravi che reggono l’economia marginalistica, fino a mettere in dubbio la sua presunta fondante neutralità “microeconomica”. C’è molto della critica neokeynesiana nella NLE, in particolare per quanto riguarda il dibattuto “equilibrio di massima occupazione”, la cui alta intensità è ragguagliata esclusivamente dalla condizione di sfruttamento (cessione di diritti) a cui, da ormai quattro decenni, è sottoposta la forza lavoro. Da questa subalternità, secondo la NLE, si esce con una maggior partecipazione dei lavoratori nella gestione dei processi produttivi. C’è anche molto del municipalismo socialista italiano del primo decennio del secolo scorso, mutuato successivamente dagli economisti labouristi inglesi Tawney e Cole. Ma fermiamoci sul laboratorio di Preston, chissà che non sia foriero di qualche iniziativa similare anche a casa nostra.

The New Left Economics: how a network of tinkers is transforming capitalism

…durante gli anni difficili per la sinistra britannica, si iniziò al di là  dell’Atlantico un altro esperimento di democratizzazione dell’economia, in un paese meno associato alle rivolte contro il capitalismo. Era un tentativo più locale, ma anche più approfondito di quanto fu il precedente inglese (Tony Benn) costituito da una dispersione di cooperative vulnerabili, una iniziativa che cercava di mobilitare il potere dei consumatori piuttosto che quello dei produttori.

Gar Alperovitz è un economista e attivista americano di 83 anni. Dagli anni 60 ha promosso ostinatamente innovazioni economiche che mettono gli obiettivi sociali davanti agli obiettivi commerciali. Spesso è stato una figura marginale, ma a intermittenza ha attirato molta attenzione. Nel 1983, apparve sulla copertina della rivista Time sul futuro dell’economia. Nel 2000, presso l’Università del Maryland, co-fondò il Democracy Collaborative, un centro di ricerca su come rilanciare la vita politica ed economica nelle aree in declino degli Stati Uniti, che si è gradualmente espansa formando anche un gruppo di attivisti.

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Roberta Cazzulo – “Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto”. Oscar Wilde

 

Noi donne siamo la metà della popolazione mondiale.

Recentemente è stato pubblicato dalla Banca Mondiale il Rapporto dal titolo “Women, Business and the Law 2019: A Decade of Reform” (Le donne, il Business e le leggi, 2019: un decennio di riforme).

Lo studio ha la finalità di comprendere meglio come, nel mondo, occupazione, imprenditorialità e decisioni economiche delle donne siano influenzate dalle discriminazioni legislative che limitano la parità di accesso alle opportunità, analizzando l’evoluzione dell’uguaglianza di genere in ambito lavorativo negli ultimi 10 anni.

L’indice introdotto nello studio è il risultato di una raccolta di dati che coprono un periodo di dieci anni (dal 2008 al 2017) in cui sono analizzati 187 Paesi in base a otto indicatori; ad ogni paese è assegnato un punteggio da 0 a 100 dove 100 significa parità di diritti tra uomo e donna.

Analizzando gli otto indicatori, è possibile valutare i progressi raggiunti e comprendere come la differenza di genere sia in grado di incidere sugli aspetti economici legati alla vita lavorativa delle donne.

Il Rapporto spiega che garantire pari opportunità consente alle donne di fare scelte migliori per loro, per le loro famiglie e per le comunità in cui vivono.

A livello mondiale le donne possano vantare solo tre quarti dei diritti che sono invece riservati agli uomini.

Gli otto indicatori sono articolati sulla base delle interazioni delle donne con la legge dal momento in cui iniziano, progrediscono e concludono le loro carriere lavorative e sono:

  1. “Going places” (Libertà di movimento): misura i vincoli alla libertà di movimento di uomini e donne (come per esempio la possibilità per le donne di viaggiare autonomamente, decidere dove vivere e lavorare). Questo indicatore in Paesi come Iran, Iraq, Arabia Saudita, Brunei, Cameron, Repubblica del Congo, Qatar non raggiunge o equivale a 50 punti;
  2. “Starting a Job” (Avvio di un’attività lavorativa): analizza le leggi che influenzano le decisioni delle donne nell’avviare un’attività lavorativa. Questo indicatore è influenzato dalla presenza o meno di norme contro le molestie sessuali;
  3. Getting paid” (Parità di remunerazione per lavori di pari valore): il divario salariale e la segregazione sul posto di lavoro sono due degli argomenti più discussi in questi ultimi anni;
  4. “Getting Married” (Vincoli legali relativi al matrimonio): parametro influenzato dalle norme che regolano il matrimonio nonché dalle leggi che puniscono le violenze domestiche. In 10 anni in alcuni Paesi (Bolivia, Equador, Malta e Nicaragua) sono state varate norme che danno gli stessi diritti a donne e uomini in caso di divorzio; mentre la Repubblica del Congo ha finalmente tolto l’obbligo di obbedienza della moglie nei confronti del marito;
  5. “Having Children” (Maternità): esamina come le leggi influenzano e tutelano il lavoro delle donne dopo la gravidanza;
  6. “Running Business” (Dirigere un’impresa): esamina i vincoli e gli impedimenti che incontrano le donne quando avviano e gestiscono attività (come per esempio registrare attività commerciali, aprire conti bancari, firmare contratti e accedere ai finanziamenti);
  7. “Managing Assets” (Gestione di beni e proprietà): esamina le discriminazioni di genere nell’accesso ai diritti di proprietà e di ereditarietà, in questo indicatore si registra la quantità minore di riforme sono state solamente 4, il numero più basso fra tutti gli indicatori, con una frequenza di cambiamento molto lenta;
  8. “Getting a Pension” (Uguaglianza di genere nell’accesso ai diritti alla pensione): ultimo indicatore confronta le condizioni pensionistiche di donne e uomini.

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William Lazonick – L’acquisto di azioni proprie (buy back) mette in pericolo la crescita economica

Lazonick

William Lazonick

Paul Krugman, lo stizzoso ma geniale economista newyorkese, Nobel nel 2008, qualche anno fa sulla sua rubrica ospitata da NYT coniò la parola “macro-media”. Il significato di questo neologismo “krugmiano” – che fece infuriare la comunità dei giornalisti, nonché amministratori di grandi aziende, esperti o presunti tali, in qualità di divulgatori di pareri e notizie economiche – spiega sarcasticamente la colpevole e interessata banalità con la quale costoro si compiacciano nell’enumerare dati, scenari, del tutto marginali rispetto alle grandi questioni che sottendono l’attuale dibattito economico, sottacendo volontariamente su ciò di cui, a parer loro, non sarebbe appropriato che gli ascoltatori, i lettori, nonché i risparmiatori possano venire a conoscenza.

Un esempio calzante di “macromedia” sono le ossessive ammonizioni sul rischio di pericolosità sistemica in materia di eccesso di deficit pubblico. Per converso, avvenimenti, ben più gravi, come quello che accadde nella notte del 17 Settembre scorso tra Washington (FED) e New York (Wall Street) quando i tassi dell’interbancario americano schizzarono nel giro di un’ora dal 2 al 9%, il tam tam mediatico fu silenziato – con qualche rara eccezione[1] – sin da subito.

In quel drammatico passaggio notturno, la FED subitaneamente dovette intervenire iniettando di botto nel sistema liquidità per $ 53,2 miliardi al fine di prevenire il probabile fallimento di qualche istituto finanziario “sistemico” che avrebbe causato, stando ai livelli di leverage odierni, un “Lehman al cubo”. Il costo totale per la Banca Centrale americana, per tappare un buco in procinto di diventare in un battibaleno una voragine senza fondo ingoiante l’intera costruzione finanziaria privata, si dovrebbe aggirare, secondo i calcoli di alcuni validi esperti, intorno ai $ 300 miliardi con chiusura aste entro il 10 ottobre. Circa 1/7 del PIL italiano, 10 volte la nostra “misera” richiesta di deficit.[2]

Sennonché, il punto non è tanto il fatto in sé, poiché una delle funzioni delle Banche Centrali è quella di fungere come prestatore di ultima istanza, quanto come si è sviluppata la dinamica degli avvenimenti. Questa volta è andata bene, poiché qualche anima tormentata da un indicibile scrupolo la portò a sollevare la cornetta svegliando il Chairman della FED in piena notte parafrasando la mitica frase dell’Apollo 13: “Jerome, we’ve got a problem”. Nel caso specifico, l’onesta confessione dell’insolvente è prevalsa sulla sua ferrata natura dissimulatrice, ma se dovesse succedere l’inverso in futuro – condizione relazionale assai del tutto normale in questo casinò finanziario – il giorno successivo ci troveremmo tutti, proprio tutti, in brache di tela.

La somma di ciò ci porta a considerare dove individuare la reale fonte del pericolo “sistemico”, non tanto nel presunto eccesso di deficit pubblico di una periferica località dell’impero quanto nel magmatico e per certi versi inconoscibile debito privato internazionale. Dacché, ci si chiede: qual è la ragione di tanta fragilità? Ve ne sono molteplici, una tra le più rilevanti, riguarda l’uso indiscriminato nel tempo del buy back (l’acquisto di azioni proprie). Questa pratica, dannosa per i molti ma lucrosa per i pochissimi, è spiegata molto bene dall’intervista concessa dall’economista canadese William Lazonick, tra i massimi esperti di “teoria dell’impresa”, alla piattaforma editoriale finanziaria americana Worth, recentemente pubblicata.

Stock Buybacks Threaten Economic Growth

D: La Business Roundtable [Ass. Industriale USA] ha recentemente pubblicato una dichiarazione in cui afferma che le aziende dovrebbero prendere in considerazione gli altri portatori d’interesse, non solo gli azionisti, nel modo in cui gestiscono la propria attività. Cosa ne pensa?

A: Ne sono rimasto un po’ sorpreso. Lo considero a questo punto come solo un esercizio di parole. Abbiamo raccolto dati sulla politica retributiva e distributiva, sui riacquisti e sui dividendi delle società firmatarie. La Boeing è una dei firmatari e la sua ossessione di mantenere alto il prezzo delle azioni ha contribuito alla caduta dei suoi aerei.

Come mai?

Hanno fatto $ 43 miliardi di riacquisti nel 2013, proprio fino al momento del secondo incidente aereo. Dopo aver acquisito la McDonnell Douglas nel 97, sono diventati una società altamente finanziarizzata e si sono concentrati totalmente sull’utilizzo di qualsiasi profitto che potevano ottenere, o potenziali profitti nel caso specifico, per sostenere il loro prezzo delle azioni.

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Medicina ad Alessandria, bene, ma…

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di Giorgio Abonante

Il biennio 2018-19 segna una svolta nella storia della presenza universitaria nella nostra città: l’inizio del corso di Medicina e Chirurgia, gemmato dalla sede UPO di Novara. Si aggiunge all’importante Corso per Infermieri presente ormai da circa 20 anni (oggi con oltre 300 iscritti in gran parte provenienti da fuori Regione), vicenda che merita un capitolo a parte per capire se, oggi, gli spazi sono ancora adeguati in relazione alle esigenze degli studenti e dell’Ospedale Infantile.

Una novità accolta da tutti con favore per le ricadute immediate ma, soprattutto, per la speranza di veder crescere attorno ad essa lo sviluppo di un nuovo modello socio-sanitario locale di valenza nazionale e di attività legate alla ricerca e all’impresa in campo medico e biomedico (IRCCS e non solo).

Le lezioni dovrebbero tenersi nella sede del Politecnico, vicino alla sede del Disit UPO. Doveva essere tutto pronto per novembre ma al momento le aule sono ben lontane dall’essere pronte. Del resto il Politecnico ha iniziato i lavori per ristrutturare una sua proprietà che comunque dovrebbe utilizzare in futuro per altre attività; al momento non esisterebbero atti ufficiali di rapporto contrattuale o convenzionale fra UPO e Poli. Se tutto andasse bene, le prime lezioni al Poli inizierebbero a gennaio 2020. Fin qui, poco male, in qualche modo tutto si risolverà.

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Salvatore Biasco – Sull’uscita di Renzi dal PD

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Tralascio il piano dei commenti e interpretazioni – prevalentemente sul versante politico-personale – circa le motivazioni che hanno indotto Renzi e i suoi ad abbandonare il Pd. Prescindo dalla personalità peculiare di questo leader e dal suo stile. Mi interessa piuttosto assumere un altro punto di vista: guardare, cioè, la scissione osservandola dal lato dell’esistenza nella sinistra di due visioni del mondo e altrettante opzioni di politica economica, letture della società, concezioni della prassi politica. E’ un bene o un male che seguano percorsi separati?

Quelle visioni sono l’una liberale (e democratica), che ritiene che i perseguimenti e le culture della sinistra siano state resi obsoleti dall’evoluzione non modificabile della società; evoluzione che oggi richiede più pragmatismo e soluzioni con essa compatibili. L’altra, si fonda su una cultura critica dell’esistente e non ha abbandonato l’idea di una organizzazione socialista della società, sia pure perseguita nei termini parziali in cui il conflitto sociale, i rapporti di forza e le nuove soggettività consentono di farla avanzare. Parziale sì, ma dominata dalla forza della politica più che dell’economia.

Lo schema è sintetico, ma rende conto di una divaricazione importante che oggi passa attraverso il campo che si oppone alla destra. Se oggi questi due fronti decidono di marciare ognuno per conto proprio non bisogna farne un dramma. E’ avvenuto anche in altri paesi. Ciascuna visione deve avere il diritto e l’opportunità di perseguire la sua proposta politica e sperimentare le proprie ipotesi in un raggruppamento politico autonomo. Una separazione dei destini è perfino salutare. Certo, è preferibile alla paralisi, alla schermaglia, ai partiti nei partiti, che sorgono nella convivenza forzata. Il pluralismo delle anime e delle sensibilità nello stesso contenitore, se troppo ampio, finisce per essere un alibi per non mettersi in gioco, perché “un conto è il pluralismo inteso come attenzione e rispetto di altre anime e visioni, un altro è per ognuna di esse entrare in competizione con quelle concorrenti, sfidandole e valutandole sulle loro direttrici e realizzazioni. Il pluralismo è competitivo”. (come afferma Pasquino ( https://www.ripensarelasinistra.it/…/Nelle-grandi-fratture-… ).

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Eric Posner – Il confuso dibattito sulla meritocrazia

Meritocrazia

Per coloro che sono dotati di sensibilità politica non sfugge l’attuale fase transitoria nella quale la quasi totalità delle società occidentali è coinvolta. Si direbbe “un passaggio di paradigma” dalla ultra quarantennale temperie neoliberista verso un nuovo sistema di relazioni economiche-sociali, di cui non ci appare ancora con nettezza il fondamento ideologico che lo incarnerà. Il recente ripudio della shareholder economy – almeno formalmente – il rallentamento ormai strutturale del “mantice” cinese, l’apparente svolta “pentitista” della UE dovuta al decrescere del mercantilismo ossessivo tedesco, la finanza di carta sostenuta solo dalla espansione monetarie delle Banche centrali (una sorta di latente sovietizzazione) e da tassi fortemente negativi, sono complessivamente testimonianze che suffragano la tesi del cambiamento paradigmatico delle relazioni economiche-finanziarie internazionali. In parallelo a questo, si fa sempre più effervescente il dibattito sociologico focalizzato a mettere in discussione il quadro valoriale su cui il fondamentalismo di mercato si poggiò per quattro decenni, i suoi dogmi, le sue strutture portanti. Una fra le tante attuali dispute riguarda il concetto di meritocrazia.

Nel solo arco di 24 mesi nel vasto panorama intellettuale anglosassone ben quattro saggi sono stati pubblicati sull’argomento da autori di primissimo calibro: tesi diverse, alcune contrastanti, ma i cui fili finiscono per intrecciare una trama comune: la messa in quarantena dell’idolo meritocratico dal pantheon degli attuali valori sociali.

In questo post cerchiamo di condensare la recensione prodotta da Eric Posner[1] – uno dei più brillanti giuristi americani – su queste quattro dissertazioni sociologiche (di cui troverete i titoli in appendice) recentemente pubblicate, limitando la nostra esposizione sulle due che stanno ottenendo un maggior successo editoriale.

La premessa di Posner è molto chiara: l’attuale fervore critico nei confronti della meritocrazia non può essere altrimenti spiegato se non attraverso la chiave dell’insorgente populismo politico, di cui è preda gran parte della sfera occidentale. Tuttavia, l’autore non si unisce alle sciame polemico nei confronti del fermento populista, anzi lo inquadra nel tormentato sviluppo storico americano, entro il quale il ribollire della protesta dal basso marca una frattura non solo politica ma anche culturale tra governanti e governati e dal quale solo un processo di feed-back generato dai secondi verso i primi può riportare il sistema in equilibrio.

Se risulta vero, postilla Posner, che le società post-moderne essendo così complesse non possono marginalizzare la funzione e il ruolo degli “esperti”, è altrettanto vero che le cosiddette élite

“…hanno diffuso propaganda negando i cambiamenti climatici e presieduto a catastrofi ambientali (Big Oil); hanno commercializzato consapevolmente prodotti letali (Big Tobacco); hanno infranto la legge tanto in modo vistoso quanto impercettibile (Volkswagen, Enron, Walmart);  hanno distrutto la nostra privacy e diffuso il sentimento dell’odio (Facebook, Google, Twitter); hanno prodotto merci scadenti che uccidono i loro utenti (Boeing); e infine hanno creato una generazione di tossicodipendenti (Purdue Pharma e molti altri). Mentre affascinano il loro pubblico con le possibilità utopistiche della più recente innovazione, i leader aziendali hanno concentrato il proprio sguardo sui profitti.

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G. Abonante – D. Ravetti – Le False Verità di Barbato e il prossimo cda UPO

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Recentemente il Pro Rettore dell’Università del Piemonte Orientale ha bacchettato Alessandria parlando dello stato dell’arte delle residenze e dei servizi in generale dedicati agli studenti; la solita frase sentita mille volte, Alessandria non fa nulla per l’Università. Una formula trita e ritrita che contiene qualche parte di verità ma è ingenerosa nei confronti della storia di Alessandria e dell’impegno profuso dalle istituzioni alessandrine dagli anni 80 al primo decennio del nuovo secolo.

Ma, soprattutto, è una formula che appare comodamente autoassolutoria per il mondo universitario di fronte, per esempio, all’evidenza degli scarsi investimenti previsti da Upo su Alessandria. Allora, partendo dalle conclusioni, il 23 settembre scadono i termini per il cda di UPO e qualcosa deve cambiare. Ci vogliono persone che sappiano fare gli interessi di Alessandria dimostrando presenza e competenza, che abbiano il coraggio di rispondere alle solite banalità offerte da una parte del corpo docente che, tra l’altro, non ha mai dimostrato di credere nella nostra città (quasi nessuno l’ha scelta come luogo di residenza).

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