The Guardian (UK) – Gli oppioidi e l’economia del benessere

Oppiodi

Arthur Cecil Pigou ai molti dice poco. Però, ai quei “pochi” che dovettero sudare sette camicie per risolvere il compito sulle imposte pigouviane con l’obiettivo di superare l’esame di Economia politica, utilizzando strumenti di matematica analitica, dice molto…”maledettamente” molto.

Britannico – protagonista della cosiddetta Cambridge Trinity insieme ai coevi, non meno noti, John Maynard Keynes e il nostro, scandalosamente dimenticato, Pietro Sfraffafu il teorico dell’economia del benessere, anche se principalmente a tutt’oggi è ricordato come il primo economista che definì il concetto di esternalità. Detto in breve, le esternalità sono la conseguenza diretta derivante da un “negozio” economico, la cui ricaduta si disperde sulla società – quindi all’esterno – nel suo complesso. Le esternalità possono essere positive o negative a seconda se migliorano o meno il sistema entro il quale possono incidere. Il secondo caso è assai più frequente, oltre a essere oggetto di maggior rilevanza. Il classico esempio di scuola consta nella determinazione di un “valore di compensazione”, tradotto in prezzo e successivamente in tassa, a carico di un’industria chimica ritenuta inquinante localizzata in un dato territorio, il cui presunto danno modifica l’equilibrio ambientale della stessa area ove è insediata una comunità.

Sennonché, ci sono delle esternalità negative ben più subdole, il cui nocumento economico non può essere stimato con l’ausilio di derivate o limiti, poiché esse agiscono direttamente su di un bene incalcolabile: la vita degli individui, sebbene coloro che le generano ne siano consapevoli. Non c’è altra soluzione da parte di chi le subisce che adire giudizialmente.

Così è accaduto recentemente negli USA con la condanna della Johnson & Johnson, uno tra i più importanti colossi della Big Pharma statunitensi, al rimborso della cifra stratosferica di $ 572 ml. per non aver informato adeguatamente, e quindi ingannato i propri consumatori, sulla pericolosità relativa all’assunzione medicinali antidolorifici derivati da sostanze (oppioidi) che inducono i soggetti a essere catturati da una forte dipendenza alla pari di qualsiasi altra droga pesante. Secondo il The Economist si tratta di una vera calamità nazionale 47.600 morti (per overdose) nel 2017, 500.000 stimati nel prossimo decennio[1].

Sintetizzati originariamente per lenire i dolori di cui erano affetti i malati terminali, gli oppioidi, da 25 anni – fino alle recenti, ma tardive restrizioni – vennero immessi sciaguratamente sul mercato americano dei farmaci per colpa di una lunga catena di collusioni e corruttele, i cui anelli sono costituiti da operatori sanitari, distributori, Enti di sorveglianza (F&DA), politici di ogni ordine e grado, ma soprattutto dalla Big Pharma, con un unico scopo: fare denaro, aumentare il PIL, ricevere contributi per le campagne elettorali, nonché mantenere appetibile il price/earning azionario delle aziende produttrici.

Altro che “economia del benessere” o calcolo delle “esternalità”, pura primazia azionaria (shareholder economy), in cui sono stati coinvolti e trascinati nel gorgo della dipendenza per la stragrande maggioranza, non scafati “tossici”, bensì ignari comuni mortali.

The Guardian (UK) – When it comes to the opioids crisis, Democrats aren’t innocent

Ross Barkan

This crisis was almost nonexistent before Purdue Pharma dropped OxyContin on the market in 1995. Big pharma got away with it thanks to a bipartisan effort

Tra i politici di entrambi i partiti, c’è una brutta abitudine di trattare l’epidemia di oppioidi come qualcosa di simile a un disastro naturale. Paragonata come l’avvento del più mortale degli uragani sull’America, devastando le comunità ricche e povere allo stesso modo. È un atto di Dio, così si sottintende, e tutto ciò che possiamo fare è cercare di ricostruire dopo il suo passaggio.

Comparendo sulla scena nazionale la scorsa settimana per rispondere al discorso sullo stato dell’Unione di Donald Trump, il rappresentante del Massachusetts Joe Kennedy III ebbe la possibilità di dire qualcosa di diverso. Come molti politici, si è assicurato di controllare l’epidemia di oppioidi tra le altre calamità.

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Marco Castaldo – Populismo e migrazioni

Castaldo Marco

Marco Castaldo

Pochi giorni fa i nuovi ministri del governo cosiddetto “giallorosso” hanno giurato e firmato di fronte a Mattarella, Presidente della Repubblica e a Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio. La nuova compagine governativa deve affrontare, già da subito, molte problematiche serie ed urgenti. Tra queste la sostanziale modifica dei decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini, ex Ministro degli Interni. Ci si augura, quindi, come peraltro già dichiarato da più parti, che ci sia l’immediata intenzione di affrontare il problema dell’immigrazione nella constatazione che questo fenomeno non può più essere considerato un’emergenza, bensì una questione strutturale e, come tale, deve essere analizzato, cercando soluzioni con una visione di ampio respiro collaborativo con la Comunità europea che deve farsi carico, insieme a tutti i Paesi che la compongono, degli aspetti critici, ma anche dei risvolti positivi che ne deriverebbero da una gestione coordinata, pragmatica ed efficiente nel tempo.

L’attuale situazione è stata determinata da molteplici fattori di cui i paesi occidentali sono, per la maggior parte, responsabili e che, in qualche modo, avrebbero dovuto valutarne le conseguenze, ma purtroppo, come è ben noto, le politiche espansionistiche hanno sempre ignorato i problemi depredando selvaggiamente terre e popoli in nome di uno scellerato liberismo pur di far profitto. Si è scientemente scelto di razziare ogni materia prima disponibile; nel passato: petrolio, gas naturali, oro, argento, rame, diamanti…; nel presente: il coltan, preziosissimo materiale indispensabile per la produzione degli strumenti tecnologici di cui noi tutti siamo utilizzatori e schiavi. Quando questi prodotti non ci venivano consegnati volontariamente, l’Occidente civile e democratico ha scatenato guerre fratricide e instaurato regimi politici pericolosi, violenti e dittatoriali, ma utili e proni al potere dei governi occidentali e delle multinazionali che, non solo fanno profitti multimilionari, ma devastano i territori, disboscano foreste, inquinano mari, fiumi e laghi. A questo si aggiunge il problema dello sconvolgimento climatico che provoca la desertificazione di interi territori dell’emisfero sud, anche questo causato dalla cieca avidità dell’uomo moderno. Abbiamo anche sconvolto le dinamiche socio-culturali di interi popoli imponendo loro modelli di vita e di consumo occidentali che hanno soppiantato tradizioni, riti e culture che avevano anche un ruolo di regolazione economica e sociale.

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Angelo Marinoni – A proposito dello SHUNT di Novi Ligure

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Angelo Marinoni

È recente la richiesta del nuovo Sindaco di Novi Ligure di riconsiderare il progetto della parziale circonvallazione ferroviaria della sua città, definita shunt; tale opera eviterebbe che i treni in transito provenienti e diretti al Terzo Valico con destinazione e origine Alessandria (quindi Torino o Novara) percorrano la linea ordinaria che attraversa la città di Novi Ligure.

Tale richiesta viene, peraltro, ribadita dopo un esposto privato consegnato alla Procura circa una presunta pericolosità indotta dal transito frequente di treni merci sulla linea ordinaria che attraversa la città ed a una battaglia politica esplosa due anni fa e poi abbassatasi nei toni.

Alla proposta del nuovo Sindaco novese Cabella di riconsiderare lo shunt è stata resa nota la perplessa reazione del suo predecessore Muliere che, invece, vede nella realizzazione della variante una dilazione dei tempi di messa in esercizio del Terzo Valico di almeno due anni, trattandosi di sette chilometri supplementari.

Sicuramente la prospettiva di dilazionare i tempi di altri due anni non è positiva, come non è positiva la recrudescenza delle approssimazioni con le quali temi molto specifici relativi alla circolazione ferroviaria delle linee ad Alta Capacità sono affrontati attraverso facili generalizzazioni.

Fra le tante approssimazioni mi limito a citare quelle che vedono nella realizzazione e nell’esercizio delle linee ferroviarie le controindicazioni di inquinamenti e consumo di suolo proprio per combattere le quali le ferrovie devono essere costruite, controindicazioni che, invece, sono proprie della vezione stradale che, purtroppo e irragionevolmente, ha molti meno contestatori.

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Joseph Stiglitz – Il Capitalismo che incorpora il valore degli attori sociali e istituzionali (stakeholder capitalism) è veramente in procinto di ritornare?

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In una recente intervista radiofonica, Emiliano Brancaccio, uno dei più valenti economisti di scuola neo-keynesiana qui da noi, sosteneva che per quanto si cambi la formula governativa in un qualsiasi paese “periferico” occidentale, dal punto di vista delle conseguenze derivanti dalla sua politica economica, lo scenario rimarrebbe sostanzialmente immutato, se non per marginali dettagli. L’accademico adduceva che il nesso causale dell’attuale temperie neoliberista dovrebbe essere risolto a monte e altrove.

E’ ovvio che tale affermazione venga rigettata da coloro che da entrambe le fazioni si accalorino nel sostenere se è meglio “un Vicepresidente o nessun Vicepresidente”, ma pur comprendendo il loro pathos politico, l’affermazione di Brancaccio corrisponde a verità e mette a nudo due problemi sostanziali correlati tra loro. Il primo di natura teorica, il secondo che investe la politica e i centri mondiali del potere.

Sul primo bisognerebbe parafrasare il pensiero di Marx, allorché egli individuò nel concetto di “struttura”, il luogo primario in cui i rapporti materiali entrano in contraddizione e dal quale si produce il divenire storico; inoltre, secondo il dettato marxiano, esso è concepito come la base reale che influenza l’orientamento della “sovrastruttura” intesa come complesso giuridico e politico al quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale.

Declinando questa dicotomia nella post-modernità ciò significa che non possiamo parlare di “beni comuni”, norme di tutela dei diritti sociali, ecc. ecc. se non si risolve all’origine la contraddizione di fondo insita nella primazia di un’economia centrata sui rendimenti dei titoli azionari (shareholder economy), sulla cui connotazione ”strutturale” non vi sono dubbi. Stiglitz, nel post successivo ne spiega in modo esauriente il significato.

Il secondo punto riguarda il cosiddetto “vincolo esterno”. Il supporre che modificando assetti di governo in alcune realtà periferiche ciò possa attutire la montante discrepanza di reddito legittimata per circa mezzo secolo dal potere ideologico imperiale detenuto dagli USA in materia di relazione economiche (ma non solo) è pura illusione. Solo una “svolta” nel capitalismo a stelle e strisce, che porti a una più equa distribuzione della ricchezza, avvierà un generale cambiamento.

Sennonché, la dichiarazione inaspettata sortita dal cenobio delle più rappresentative corporation americane (US Business Roundtable) la settimana scorsa sui limiti di una economia che tragga esclusivo vantaggio dai rendimenti dei titoli azionari, non solo ha sorpreso tutti, ma anche ne costituisce un mutamento epocale, il quale ci induce a pensare che quel paradigma inaugurato da Friedman e Jensen (Scuola di Chigago) primi anni 80 non sia più produttivo per il funzionamento del capitalismo stesso.

Dato che le svolte “etiche” nella moderna economia e nel dominio  dei mercati storicamente non sono mai esistite per grazia di chi comanda, si è più portati a considerare che una tale inversione di rotta sia da imputare alla forte crescita del movimento democratico americano di sinistra (Sanders e Warren), in corsa per le primarie, allo scopo di prevenire da parte del corrente establishment, nel caso di una loro vittoria, correzioni ben più severe. Su questo argomento ci siamo già espressi in https://ilponte.home.blog/2019/08/01/il-vento-del-nord-ovest-democrats-e-labour-alla-riscossa/

Is Stakeholder Capitalism Really Back?

Aug 27, 2019 JOSEPH E. STIGLITZ

We will have to wait and see whether the US Business Roundtable’s recent statement renouncing corporate governance based on shareholder primacy is merely a publicity stunt. If America’s most powerful CEOs really mean what they say, they will support sweeping legislative reforms.

NEW YORK – Per quattro decenni, la dottrina prevalente negli Stati Uniti è stata che le società dovrebbero massimizzare il valore per gli azionisti – ovvero profitti e prezzi delle azioni, qui e ora, al di là di ciò che potrebbe accadere, indipendentemente dalle conseguenze per lavoratori, clienti, fornitori e comunità. Quindi, la dichiarazione che sostiene il stakeholder capitalismo (le parti interessate appena descritte in precedenza), firmata all’inizio di questo mese praticamente da tutti i membri della Business Roundtable degli Stati Uniti, ha suscitato grande scalpore. Dopotutto, questi sono gli Amministratori Delegati (AD) delle società più potenti d’America, che comunicano agli americani e al mondo che fare affari va oltre il saldo di bilancio. Questa dichiarazione presuppone un cambio di direzione. Ma lo è veramente?

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The Economist (UK) – Il capitalismo “illuminato”.

 

Occupy wall streetIl The Economist, con l’editoriale di questa settimana, incentrato sull’inaspettato dibattito volto a processare la revisione dell’attuale forma di capitalismo (il fondamentalismo di mercato o detta altrimenti shareholder economy), che da 40 anni impera incontrastata nel quadro delle relazioni economiche-finanziarie internazionali, ci descrive la sua concezione alternativa di capitalismo, suggellandola con una frase dal tenore apologetico: “Questo è il tipo di capitalismo davvero illuminato”.

L’affermazione presuppone che da qualche parte esista l’idea di “un capitalismo illuminato”, perché se lo si evoca nel momento in cui l’intero sistema economico “dondola” sull’orlo dell’abisso, allora ciò significa che gli “illuminati” – tra cui la prestigiosa pubblicazione di St. James Street – oltre a confermare di fatto per circa mezzo secolo la loro debole opposizione all’attuale dottrina prevalente, se non una certa connivenza, oggi ne temano il duro contraccolpo della reazione democratica.

Appropriazione indebita, sottrazione di valore sono variabili che hanno talvolta giocato un ruolo devastante nel cammino spiroidale della storia umana, celandosi sotto la maschera della “dinamica” libertà d’azione individuale, ma soprattutto facendo sì che opinioni, stili di vita, conformi al vantaggio di pochi s’instillassero come valori, o meglio disvalori, rapidamente assorbiti dal consorzio sociale. In aggiunta, si è assistito per lungo tempo alla promulgazione reiterata da parte di governi collusi di regole lasche disegnate specificatamente con lo scopo precipuo di depotenziare diritti sociali, istituzioni statuali, scudi posti a suo tempo con sacrificio a difesa delle volontà collettive (il “No Excuse” di Joseph Stiglitz).

L’enumerazione dagli atti di questo sistematico, ma legalizzato, saccheggio raramente trovò spazio negli occhielli editoriali della “grande” stampa indipendente, ivi compreso il The Economist: dal permissivo buy back azionario, passando per le occasionali “sviste” sul regime regolamentare delle Private Equity e del sistema bancario nel suo complesso, fino alla stesura di timide normative sull’uso di oppioidi, da cui la Big Pharma ottenne stratosferici guadagni pur “camminando” su una lunga striscia di cadaveri.

Sebbene in quadro storico sociale così lontano dalla nostra post-modernità, l’appropriazione indebita e la sottrazione di valore furono le principali cause che determinarono nell’alto medioevo la nascita del sistema feudale, sfruttando la decomposizione dell’allora potere pre-statuale. In modo non molto dissimile, ciò è avvenuto recentemente nella celebrata e ricca sfera occidentale da parte di una minoranza avida e poco lungimirante a dispregio dell’equilibrio sociale e ambientale (short-termism), in altre parole del “bene comune”.

Nelle sabbie mobili in cui ora ci troviamo il The Economist, anziché rammentarci quale insidia ancora più scottante si paleserebbe tra la brace di un temuto ritorno dello “statalismo”, dovrebbe fare un atto di contrizione – e non un sorvolo critico tanto vaporoso quanto tardivo – per tutte le volte che deliberatamente in passato magnificò i cascami gratuiti della globalizzazione e nel contempo ossessionò con la sua retorica liberale, per non dire “liberticida”, coloro i quali si sono sempre opposti all’accettazione di un sistema corrotto e truccato, il quale ha prodotto nelle collettività, in cui il capitalismo mosse i primi passi, dolore e desertificazione sociale.

What companies are for

Competition, not corporatism, is the answer to capitalism’s problems

Aug 22nd 2019

In occidente, il capitalismo non funziona come dovrebbe. Le opportunità di lavoro è abbondante, ma la crescita è lenta, la disuguaglianza è troppo elevata e l’ambiente soffre. Si auspicherebbe che i governi attuino le riforme per far fronte a queste [discrasie], ma la politica in molti luoghi è bloccata o instabile. Chi, quindi, le andrà in soccorso? Un numero crescente di persone pensa che la risposta sia quella di rivolgersi alle grandi imprese per far sì che esse diano un contributo per risolvere i problemi economici e sociali. Perfino i boss americani, notoriamente spietati, su ciò concordano. Questa settimana più di 180 di loro, compresi i capi di Walmart e di JPMorgan Chase, hanno ribaltato tre decenni di ortodossia, impegnandosi affinché lo scopo delle loro aziende non sia più quello di servire esclusivamente i loro proprietari, ma anche i clienti, il personale, i fornitori e le comunità.

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Luca Beccaria – Banca Etica – Intervista ad Anna Fasano, neo Presidente

 

Beccaria LucaAgli inizi della seconda metà dell’Ottocento, sulla spinta dello spirito cooperativista che andava diffondendosi in tutta Europa, sorse il Credito Cooperativo, che ebbe i suoi maggiori pionieri in Germania nelle persone di Herman Schulze-Delitzsch e Friedrich Wilhelm Raiffeisen. Il primo responsabile della nascita delle banche popolari, pensate per le realtà imprenditoriali delle città e le seconde, responsabile della nascita delle casse rurali, la versione per le realtà della provincia e di quelle che oggi chiameremmo “aree interne”.

In Italia arrivarono grazie all’azione di promozione di Leone Wollemborg che il 20 giugno 1883 costituì a Loreggia, nel Padovano, la prima Cassa Rurale di Prestiti italiana, insieme con alcuni soci coraggiosi.

Nell’arco di pochi anni, specialmente dopo la spinta operata dalla Rerum Novarum del 1891, il movimento cooperativo passò rapidamente la mano dal mondo liberale, di cui Wollemborg era il rappresentante più significativo, per essere rapidamente superato dall’associazionismo cattolico.

Molti anni sono passati da allora, però c’è oggi un’esperienza italiana che più di tutti presenta non poche somiglianze con quel percorso: stiamo parlando di Banca Popolare Etica! Questa esperienza, nata nel 1999, al termine di un percorso avviato in precedenza attraverso una cooperativa che doveva veicolare la raccolta dei capitali necessari per la sua nascita, ha visto come numi tutelari ARCI e ACLI, per la serie dei corsi e ricorsi storici…

Quest’anno Banca Etica ha celebrato il suo ventesimo anno di età, un momento per fare diverse riflessioni sull’impatto che ha avuto, all’evoluzione del Terzo Settore e su cosa c’è ancora da fare! Ne parliamo con Anna Fasano, neo Presidente della Banca da pochi mesi.

Con l’elezione di Anna Fasano, Banca Etica festeggia la sua prima presidente donna. Anna Fasano ha 44 anni ed è friulana: componente del CdA di Banca Etica dal 2010; dal 2016 ricopre il ruolo di Vicepresidente. Laureata in Economia Bancaria, appassionata di Finanza Etica, economia sociale e organizzazioni del Terzo Settore è esperta di housing sociale.

LB: Cos’è, nella Sua esperienza, la finanza etica? In cosa Banca Etica (BE) è unica?

AF: La finanza etica è una forma di consumo critico e responsabile, è uno strumento per “votare con il portafoglio”. Negli ultimi decenni i meccanismi e i player della grande finanza globale hanno acquisito sempre più potere: a tratti condizionano e sovrastano le istituzioni politiche e la stessa economia reale. La finanza etica usa tutti gli strumenti della finanza – credito, risparmio, investimenti, microcredito, crowdfunding, polizze, ecc. – per veicolare liquidità verso lo sviluppo di iniziative economiche con impatto sociale e ambientale positivo: creazione di posti lavoro per persone fragili; attività culturali; tutela del territorio; energie rinnovabili; innovazione sociale; turismo responsabile; agricoltura biologica: housing sociale, etc.

Banca Etica è stata la prima banca etica nata in Italia e tra le prime in Europa. Accogliamo positivamente il fatto che da qualche tempo molte altre banche dichiarano una particolare attenzione all’ambiente e – in minor misura – agli impatti sociali. Il dato di fatto è che, attualmente, siamo ancora l’unico istituto di credito interamente dedicato alla finanza etica, l’unico che pubblica sul proprio sito web tutti i finanziamenti erogati a favore di persone giuridiche, così che i nostri risparmiatori possono sapere esattamente come utilizziamo il loro denaro.

LB: Cosa spinge, normalmente, un giovane under 30 a diventare socio di Banca Etica? E che cosa la banca si aspetta da quelli di questa fascia di età?

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NYT (USA) – Paul Krugman – Il Mondo ha un Problema, la Germania

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Si potrebbe dire: rieccolo. Il bizzoso e sarcastico Paul Krugman, uno dei più geniali economisti degli ultimi due quarti di secolo. Anche lui facente parte  della schiera degli “urlatori alla luna”, di cui abbiamo già parlato nel nostro precedente post “Il Vento del Nord-Ovesthttps://ilponte.home.blog/2019/08/01/il-vento-del-nord-ovest-democrats-e-labour-alla-riscossa/ Il laureato Nobel newyorkese, che nella sua straordinaria carriera professionale investì ben poco del suo tempo per farsi amare dai suoi colleghi e dall’establishment politico bipartisan domestico e internazionale, utilizza la “sua” pagina del NYT per riproporci la vexata quaestio tedesca.

Krugman non è certo il primo sprovveduto in materia di economia internazionale – migliaia di studenti universitari americani, e non, hanno lasciato ampie gocce di sudore sul suo manuale “International Economies” scritto con altre due principi della disciplina Obstfeld e Melitz – per cui risulterebbe un po’ difficile non dargli credito.

Tuttavia, pur prendendo per oro colato le ragioni del suo “storico” dissapore per tutto ciò che odora di mercantilismo teutonico, ci permettiamo postillare alcune annotazioni critiche riguardo al breve testo da lui prodotto: 1) Krugman, porta con sé quell’ingenuo “viziaccio” che affligge i liberal americani – fa eccezione Stiglitz – secondo cui la “carenza di domanda privata” è dovuta esclusivamente a fattori “strutturali” (demografici, ecc.). In altre parole, imprescindibili. Quindi, egli cassa di fatto la componente “volontaristica” dell’azione sociale. E’ assai probabile che se ci fosse lotta per un adeguamento salariale gli effetti di tale “carenza” si farebbero meno sentire; 2) Krugman, ritiene che necessiti un “piccolo intento persuasivo” per convincere la tetragonia germanica a cambiare passo. Si dimentica della battaglia ingaggiata dall’allora governo americano nel 2011 (Obama, Geithner) per convincere la Merkel ad abbandonare l’ossimoro più stupido della storia dell’economia politica, “l’austerity espansiva”. Consiglieremmo a Krugman una seduta medianica con lo spirito di Neville Chamberlain (Monaco 38), sicuramente avrebbe un effetto “dissuasivo” riguardo alla sua tesi sulla disponibilità berlinese al convincimento.

Sennonché, queste due annotazioni – doveroso farle per chi si batte nel campo socialdemocratico – non inficiano il percorso di stringente logica macroeconomica qui esposto dall’accademico di Princeton.

Infine, leggendo Krugman, forse si può intuire una delle ragioni principali che stanno alla radice dell’attuale rottura avvenuta all’interno dell’esecutivo italiano, al di là del politichese “ombelicalead nauseam.

The World Has a Germany Problem

The debt obsession that ate the economy.

Aug. 19, 2019

Si potrebbe pensare che eventi recenti – le turbolenze del mercato, l’indebolimento della crescita, il calo della produzione manifatturiera – debbano produrre alcuni travagli interiori nella Casa Bianca, in particolare sulla visione di Donald Trump secondo cui “le guerre commerciali sono cose buone e facili da vincere“.  Si potrebbe pensare ciò se non si guardasse il comportamento passato di Trump.

Quello che sta effettivamente facendo, ovviamente, è attribuire i problemi dell’economia a una vasta cospirazione di persone per farlo fuori. E le sue recenti osservazioni suggeriscono, semmai, che si sta preparando ad aprire un nuovo fronte nella guerra commerciale, questa volta contro l’Unione Europea, che a parer suo “ci tratta in modo orribile: barriere, tariffe, tasse“.

La cosa divertente è che ci sono alcuni aspetti della politica europea, in particolare la politica economica tedesca, che danneggiano l’economia mondiale e meritano condanna. Ma Trump sta cercando la cosa sbagliata. L’Europa, infatti, non ci tratta male; i suoi mercati sono aperti tanto ai prodotti statunitensi quanto ai nostri in Europa. (Esportiamo circa tre volte tanto nell’EU che in Cina.)

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Filippo Orlando – La Crisi di Governo: Effetti sulle Forze di Sinistra.

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La recente crisi di governo, che il segretario della Lega e ministro degli interni Matteo Salvini ha aperto l’otto agosto scorso, ha degli effetti di non poco momento sull’assetto, già da tempo traballante, del vecchio centrosinistra e del PD in particolare. In premessa possiamo sostenere questo:

  1. Che la concezione del centrosinistra come aggregazione che è votata a gestire il compromesso fra grande capitale e forze tradizionali del movimento operaio e del centro cattolico, da almeno un decennio non ha più senso di esistere. La crisi economica che si è propagata in Occidente fin dal 2008 ha rotto i vecchi equilibri; le classi proprietarie non hanno più bisogno delle mediazioni partitico sindacali con il movimento dei lavoratori. Ciò determina un autonomizzarsi delle forze liberali di centro, come si può evincere anche dal caso francese, lasciando senza copertura politica il sindacato e disanimata la sinistra partitica.
  2. Ciò detto ne deriva che il progetto stesso del PD, che voleva essere il partito che racchiudeva in sé l’intera coalizione progressista, (la vocazione maggioritaria), non ha più senso. Il PD viene per questo superato e senza PD il centrosinistra come concetto politico di unità fra centro e sinistra non ha più nessuna pregnanza.
  3. Dunque, serve una nuova articolazione delle forze; centro liberale che rappresenta il grande capitale da un lato, sinistra che deve ricostruirsi di sana pianta come baluardo difensivo delle classi lavoratrici largamente intese dall’altra.

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Adam Tooze – L’economia globale, ora vive nel mondo delle meraviglie

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Londinese, storico economico, Adam Tooze conquista l’arena intellettuale politico-economica con un libro “Crashed” – Lo Schianto, edito da Mondatori, 2018 – il cui sottotitolo rivela in sintesi il contenuto della corposa opera: “2008 – 2018 Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo”. Qui, riproponiamo un suo breve saggio che potremmo classificare come una “appendice” al precedente capolavoro. Si direbbe un continuum interessante, che a prescindere da alcune divergenti opinioni sul corrente testo – 1) inversione del rapporto causa effetto relativo alla “Grande Moderazione” di L. Summer, nel senso che noi riteniamo essa come parte co- agente del disegno neoliberista e non come mera conseguenza; 2) eccessiva fiducia sul fatto che non possa più accadere una crisi di portata pari a quella del 2008 – il tutto ci porta a seguire due piste d’analisi assai interessanti.

La più rilevante riflessione riguarda ciò che alcuni economisti chiamano “la teoria del paradosso”. Se si dà per scontato che l’avvento di un controllato processo inflattivo sarebbe augurabile, in quanto ristabilirebbe un equilibrio tra finanza ed economia reale, poiché nel caso specifico la prima garantirebbe una remunerazione dei titoli obbligazionari emessi dai privati (attualmente buona parte di essi sul mercato internazionale non ne offrono alcuno) di fatto si auspicherebbe che ritorni un confronto di classe mirato all’aumento della base salariale. Qualora, tale premessa corrispondesse al vero, se ne dedurrebbe che una lotta condotta dai lavoratori per un adeguamento dei propri redditi (componente determinante per creare inflazione), sarebbe uno degli elementi vitali per mantenere il capitalismo in equilibrio.

Partendo dalla considerazione che le quattro Banche Centrali mondiali più rappresentative (di fatto istituzioni di diritto pubblico o per lo meno con obiettivi di finalità pubbliche) detengono, si stima 15 trilioni di titoli come effetto dei QE prolungati, di cui circa la metà derivanti dal debito o da attività private (la sola BOJ Giappone incorpora il 4,7% di azioni collocate sul mercato di Tokyo) trova un degna validazione l’affermazione pubblicata sul Financial Times secondo cui “l’unico modo per salvare il capitalismo è quello d’incominciare a nazionalizzarlo”. Ciò rafforza la ricordata “teoria del paradosso” rispetto alla quale l’osteggiata presenza dell’autorità pubblica cacciata dalla porta dalla stringente logica del fondamentalismo di mercato, quest’ultima disperatamente costringa la prima a rientrare dalla finestra per salvare l’intero sistema.

The Global Economy Lives in Wonderland Now

Central banks have gone fully through the looking glass, and it’s time that everyone else followed.

BY ADAM TOOZE | AUGUST 1, 2019, 11:37 AM

C’è stato un periodo non molto tempo fa in cui sembrava che le banche centrali del mondo fossero sulla buona strada per normalizzarsi. Ci stavamo avvicinando a una pietra miliare significativa sulla lunga strada del 2008, quando, in risposta all’implosione del sistema finanziario globale, le banche centrali di tutto il mondo avevano adottato una serie di misure politiche non convenzionali. Queste avevano abbassato i tassi di interesse a zero. Sotto il segno di un QE (allentamento quantitativo), acquistarono montagne di obbligazioni.

Janet Yellen, allora presidente della Federal Reserve americana, terminò il suo programma di QE nell’ottobre 2014. A quel punto, la banca centrale americana aveva accumulato $ 4,5 trilioni di attività. Da allora, il bilancio è stato ridotto e i tassi di interesse sono aumentati. La Banca centrale europea (BCE) non entrò nello stesso gioco fino al marzo 2015, ma concluse i suoi acquisti nel dicembre 2018. Nel frattempo, la Banca del Giappone non rallentò mai [il tono espansivo]. Ma fu l’eccezione che dimostra la regola.

Il consenso di nove mesi fa si basava sul fatto che, con l’economia mondiale in ripresa, fosse il tempo d’inasprire la politica monetaria. Ciò avrebbe consentito ai mercati finanziari di recuperare in qualche modo il loro normale equilibrio. E avrebbe conferito ai banchieri centrali un certo margine di manovra in caso di eventuale recessione.

Allora, la situazione la si pensava in quel modo. Ora la domanda che ci si pone riguarda il fatto se la Banca del Giappone possa effettivamente essere la nuova normalità. Con la produzione globale che sta rallentando drasticamente e gli investitori che si stanno precipitando nel rifugio sicuro dei titoli di Stato, i mercati finanziari stanno dando segnali di avvertimento. La decisione della Fed di mercoledì di tagliare i tassi di un quarto di punto percentuale e di terminare lo scarico  delle sue obbligazioni [detenute a seguito dei precedenti acquisti QE] con due mesi di anticipo è indice di un sentimento mutato.

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Elisa De Bonis – Quando le idee devi importarle

De Bonis 02

Il vero cambiamento e la lotta per la giustizia cominciano sempre a livello popolare. Il vero cambiamento accade quando la gente comune comincia a mettere in discussione lo status quo e si domanda: Perché no? Perché non possiamo creare una società migliore? Perché non possiamo vivere in un mondo di giustizia economica, sociale, razziale e ambientale?

Bernie Sanders

In queste ore di bagarre pseudo-politica e di meme divertentissimi sulla crisi grave che stiamo vivendo, mancano delle cose fondamentali: le idee.

L’assenza di visione ha condannato il nostro Paese a una politica diaria che pensa a soluzioni a brevissimo tempo, soddisfacendo la fame di colpe e capri espiatori del popolo, ma non costruendo nulla. Nella migliore delle ipotesi si promuove una politica di scambio che è tutto tranne che produttiva e innovativa.

La sinistra non si esime da questo meccanismo perverso.

Eppure di temi di cui parlare ce ne sarebbero e di questioni urgenti su cui discutere anche…

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