Robert Skidelsky – E’ stata dimostrata che l’austerità sia una cosa giusta?

Skidelsky 03

“Rieccoli”, si direbbe, i partigiani dell’austerity i “celebrati” Monti’s boys, insieme a quelli che propongono un severo impegno italiano affinché per cinque anni si raggiunga il 4% di saldo attivo nell’avanzo primario, la Bonino e Cottarelli – quest’ultimo ex dipendente del FMI, promosso ad arte e spacciato da alcuni media come “influente” economista – così tanto “influente” da essere seccamente smentito a Trento dal suo precedente superiore l’ex Capo economista del FMI, Olivier Blanchard, su come attenuare la “sopravvalutata crisi italiana”, lui sì tra i 50 più influenti economisti internazionali. Contro questo fiume carsico nelle cui acque scorre il feticismo del debito pubblico – che causò raramente default nazionali a differenza di quello privato assurto a diabolico protagonista nelle due devastanti crisi del 29 e dello 07 – e attraverso cui si alimenta la ribellione nazionalista, si cominciano ad alzare le “dighe” del buon senso. Lord Robert Skidelsky, l’economista britannico che ci ha spiegato con la sua monumentale biografia il pensiero di J.M. Keynes, risponde a tono. Lui sì nell’olimpo tra i facitori della grigia scienza.

Has Austerity Been Vindicated?

May 22, 2019 ROBERT SKIDELSKY

A correlation between fiscal retrenchment and economic growth tells us nothing about the underlying relationship between the two. This should be borne in mind in light of new research suggesting that austerity may well be the right policy in a recession.

LONDRA – Il professor Alberto Alesina dell’Università di Harvard è tornato sul dibattito che contempla i deficit di bilancio, l’austerità e la crescita. Nel 2010, Alesina si rivolse ai ministri delle finanze europei affermando che “anche molte riduzioni drastiche del deficit di bilancio, sono state affiancate e immediatamente seguite da una crescita sostenuta piuttosto che da recessioni pur nel brevissimo periodo“. Ora, con i colleghi economisti Carlo Favero e Francesco Giavazzi, Alesina ha scritto un nuovo libro dal titolo Austerity: When It Works and When It Doesn’t, [L’Austerità: quando funziona e quando non funziona], che ha recentemente ricevuto una recensione favorevole dal suo collega di Harvard Kenneth Rogoff.

Nuovo libro, vecchia storia. La conclusione degli autori, in poche parole, è che “in alcuni casi il costo di produzione diretto dei tagli alla spesa è maggiormente compensato dagli aumenti di altre componenti della domanda aggregata“. L’implicazione è l’austeritàridurre il deficit di bilancio, non espanderlo potrebbe essere la giusta politica in una recessione.

Continua a leggere “Robert Skidelsky – E’ stata dimostrata che l’austerità sia una cosa giusta?”

Robert B. Reich – il Bene Comune (The Common Good)

Robert_Reich 5

L’attuale ortodossia economica risulta essere la causa di un’etica pubblica egoistica basata solo sul riconoscimento dell’interesse individuale o, per converso, ne è solamente l’effetto?

Robert Reich nel suo ultimo best sellersThe Common Good[1] (Il bene comune) pare fornirci una risposta chiara e inequivocabile: il processo che ha plasmato la corrente dottrina economica del cosiddetto libero fondamentalismo di mercato affonda la sue radici morali nell’esclusiva soddisfazione del proprio sé. Un comportamento sociale affiorato alla fine degli anni 70 che disconosce l’interesse collettivo e premia unicamente il fine personale, senza per questo infrangere il quadro legale vigente.

Whatever it takes to win

Qualunque cosa si renda necessaria per vincere” è diventato nel corso degli ultimi 40 anni il comandamento più glorificato, che ha accompagnato gran parte pensiero diffuso in ogni ambito sociale: politico, economico-finanziario e professionale, persino infra le relazioni private. Nelle quasi 200 pagine del libro l’autore spazia negli ampi territori della civiltà americana odierna, soffermandosi su una lunga serie di fatti e d’avvenimenti che testimoniano l’incedere progressivo di questa deriva anarco-individualistica. Da cui la riemersione di antiche fratture sociali, l’abbandono del sentimento di comunità, nonché il crescere di una conflittualità spesse volte tignosa e immotivata.

Continua a leggere “Robert B. Reich – il Bene Comune (The Common Good)”

Angelo Marinoni – Intercity Bari – Bologna – Alessandria – Asti – Torino: noi non dimentichiamo.

Carrozza ferroviaria

Nonostante un meteo inclemente, non ce ne facesse nemmeno ricordare, l’Estate sta arrivando e con lei i cambiamenti stagionali fra cui quello degli orari dei treni. Il prossimo cambio orario del servizio ferroviario nazionale vede molte evoluzioni rispetto all’anno scorso in molte zone del Paese.

In Piemonte ci si rallegra che non appaiono sul momento cambiamenti negativi nonostante una situazione esterna al capoluogo sempre lontana dalla minima efficacia.

Permane nelle province di Alessandria e Asti l’interpretazione scuolabus del trasporto pubblico sicché solo attraverso uno sforzo notevole la Provincia di Asti garantisce la sospensione totale dell’esercizio esclusivamente nelle settimane centrali di agosto e non tutto il mese, mentre quella di Alessandria fa i conti con le sospensioni agostane di paesi e borghi che proprio d’estate tentano di riprendere vita e delle relazioni più importanti che potrebbero e dovrebbero essere strumento di mobilità sostenibile per quei turisti che tanto cerchiamo e che poco facciamo per trattenere.

Continua a leggere “Angelo Marinoni – Intercity Bari – Bologna – Alessandria – Asti – Torino: noi non dimentichiamo.”

The Independent (UK) – Corbyn ha ragione, Il Labour deve forzare affinché si svolgano le elezioni politiche per unire Leavers e Remainers contro l’austerità.

Corbyn 01

Questo breve post è dedicato ad alcuni simpatici amici che mi hanno punzecchiato in merito al presunto rintracciamento dei labouristi inglesi guidati da Jeremy Corbyn a seguito delle votazioni in UK per il parlamento UE. Capita a proposito la pubblicazione di un articolo sul quotidiano londinese The Independent – voce tendenzialmente liberal-democratica, di certo meno “permissiva” rispetto al The Guardian e al New Statesman nei confronti della visione corbynista – attraverso cui Holly Rigby, editorialista, intellettuale britannica, spiega le cause dell’arretramento labourista, anche se nel contempo difende, forse con eccessiva enfasi, le ragioni del capo dell’opposizione parlamentare britannica, da lui sostenute nel corso della ormai stucchevole vicenda della Brexit. Il fatto che il The Independent pubblichi un articolo di questo tenore, per coloro che conoscono la geografia politica britannica, è molto, ma molto, significativo e dovrebbe far riflettere.

fg

Corbyn is right. Labour must force a general election to unite Leavers and Remainers against austerity

A short-sighted focus on Brexit as a political process will do nothing to resolve the injustices at the heart of British society. The party must now use all its energy to campaign across the country for a vote on Tory rule

Holly Rigby

1 day ago

La Brexit non è una crisi creata da Jeremy Corbyn. Fu David Cameron a indire il referendum; le cui conseguenze hanno portato il caos politico nel paese. Ed è lui che si rilassa nel suo maniero di campagna mentre la nazione si straccia. Eppure molti progressisti Remainers per bloccare la Brexit, che l’arroganza eccessiva di Cameron ha creato, credono che questo compito dovrebbe spettare a Jeremy Corbyn.

Ma [dato che] Corbyn ha sempre apprezzato la voce democratica della gente comune, ebbe ragione quando si trattò d’accettare il risultato del referendum dopo che il 52 % del paese votò per il Leave, tra cui almeno il 35 % degli elettori laburisti. Tuttavia, la strategia del Labour non è mai stata quella di consegnare ai Tories mano libera in materia di Brexit.

Il Labour fece bene nel considerare prioritaria la tutela dell’occupazione e quella dei diritti ambientali quando si trattò [di discutere] qualsiasi accordo relativo alla Brexit messo sul tavolo dai Tory. E quando l’accordo di maggio non offrì tali protezioni, il Labour ebbe anche ragione ad opporsi alla proposta di Theresa May tutte tre le volte che fu portata in parlamento. Mentre il piano di una Brexit morbida del Labour proponeva in modo esplicito un compromesso ragionevole tra i Leavers e i Remainers, per i Tories [non andava bene, infatti] ignorarono completamente il 48% [della quota Labour in Parlamento].

Ma è del tutto evidente che non si possa negare il fatto che i risultati elettorali per il parlamento UE siano stati un duro colpo per i laburisti, con molti loro elettori sia tra i Remains che hanno votato Lib-Dems e i Verdi, sia tra i Leavers che hanno premiato il partito della Brexit. Tuttavia, dovremmo fare attenzione a estrapolare in modo eccessivo ciò che questo significa per il Labour [nel caso di] una General Election[Elezione politica nazionale in UK].

Dopotutto, l’Ukip vinse con una larga maggioranza le elezioni europee del 2014, ma solo un anno dopo non [conquistò] un seggio alle General Election. Nelle elezioni europee del 1999, mentre il Partito Conservatore raddoppiò i voti, al contrario il Labour di Blair perse quasi la metà dei suoi deputati, e solo due anni dopo il partito laburista ottenne un’altra schiacciante vittoria elettorale.

Le elezioni europee sono sempre state viste come un voto di protesta e oggi non c’è di meglio per gli elettori nel Regno Unito che contestare in modo più significativo prendendo spunto dalla Brexit. Sennonché, la vera e attuale questione che sta affrontando il Labour oggidì è come esso sia in grado di garantire che gli elettori laburisti, da entrambi i lati del confine Brexit, continuino a credere che questo partito meglio rappresenti i loro interessi.

Non c’è chiaramente una risposta semplice su che tipo d’azione si dovrebbe intraprendere per quanto attiene alla Brexit. Ma forse il responso può essere trovato nell’unica cosa che unisce gli elettori laburisti, sia i Leavers sia i Remainers: la loro opposizione a questo governo Tory e tutti i danni da esso causati.

La recente recensione di Deaton dell’Institute of Fiscal Studies ha descritto come l’ineguaglianza – aumentata a seguito del decennio di austerità Tory – abbia fatto della democrazia una “parodia”. La Gran Bretagna è stata svuotata al suo interno e la gente ne è consapevole. Coloro che hanno subito i colpi devastanti da questa crisi economica e politica, o che lavorano in prima linea e la vedono con i propri occhi, meritano di esprimere la loro disperazione nell’unico modo attraverso il quale si renda possibile aiutare a risolvere sia il nostro malessere politico sia la miseria economica del paese: [necessita indire] la General Election. Un voto sulla Brexit da solo non è abbastanza sufficiente.

Continua a leggere “The Independent (UK) – Corbyn ha ragione, Il Labour deve forzare affinché si svolgano le elezioni politiche per unire Leavers e Remainers contro l’austerità.”

Il “ritorno” di Jean-Jacques Rousseau e il Movimento 5 Stelle

Jean-Jacques_Rousseau_(painted_portrait).jpg

Per coloro che militano nella cosiddetta sinistra “istituzionale”, dagli esponenti più celebrati fino ai semplici iscritti, sarebbe più utile che svolgessero una esegesi più accurata sul fenomeno M5S, anziché spesso lasciarsi andare in giudizi caustici e lapidari, in alcuni casi corredati da insulti o cattiverie di ogni genere. In primo luogo, credo che un’analisi seria e soprattutto avalutativa aiuterebbe molto chiedersi se le trascorse politiche di sinistra, più accomodanti nei confronti del capitale, siano state la causa principale del vuoto di fiducia creatosi all’interno di un potenziale elettorato di riferimento, soprattutto in quello che comprende la fascia giovanile; secondariamente, se tale “cedimenti” hanno favorito l’eccezionale rapidità – fatto inconsueto in una forma di governo democratica parlamentare – grazie alla quale il M5S è riuscito in breve tempo a trovare spazio nel sistema politico fino a posizionarsi ai vertici della graduatoria del consenso elettorale. A somma di ciò, sarebbe opportuno capire se all’interno della sinistra stessa esistono ancora opzioni politiche convincenti che permettano il recupero di quegli ampi strati di voto popolare, i quali per decenni sono stati il cuore pulsante dei partiti d’ispirazione socialdemocratica.

L’insorgenza che si sta verificando nei confronti del cosiddetto “establishment” è fondamentalmente di due tipi: quella nazionalistica, sciovinistica, statualista (Trump, Le Pen, Salvini, ecc.) e quella anti-liberale di derivazione romantica, che trova spunto principalmente nelle opere di Jean-Jacques Rousseau, dal cui pensiero è nato il movimento intransigente e per certi versi proto-totalitario giacobino.  Per chi conosce le tesi del ginevrino non ha dubbi a identificale in alcune azioni svolte nella quotidiana prassi politica del M5S. Chi presuntuosamente suppone che questa nuova formazione partitica non abbia né un padre nobile né tanto meno un pensiero di riferimento, erra, oppure è rimasto per sua distrazione ancora “ingessato” nelle dispute tardo ottocentesche tra marxismo, positivismo e liberalismo. Alcune tematiche politiche sbandierate dal Movimento come il concetto di “cittadinanza partecipativa” non sono così lontane dalle tesi utopiche e per certi versi inquietanti rousseauiane. Nel caso specifico ci riferiamo a quella inerente la “volonté générale”, ove l’intero consorzio dei “cittadini”, invera le proprie aspirazioni di giustizia sociale in una unica volontà, da cui magicamente emerge che la volontà del singolo corrisponde alla volontà di tutti.

Gli strali di Rousseau nei confronti della società del tempo, fondata a parer suo sulla corruzione, sul parassitismo e sulla diseguaglianza, non risparmiano nemmeno i suoi “amici” philosophes illuministi, benché fossero i primi spargitori di semi del costituzionalismo liberale e del cosmopolitismo. Per il ginevrino si presentano come dispensatori di un moralismo predicatorio secolare, le cui arti e scienze sono pari “alle ghirlande di fiori intorno a catene di ferro che servono ad affliggere l’umanità”, attorcigliate con l’esclusivo scopo di tutelare gli interessi della classe borghese emergente. La fonte primaria del male, come egli afferma, è la diseguaglianza, ove “le ricchezze accumulate agevolano l’accumulazione di ricchezze maggiori”. E’ proprio su questo argomento che si scatena la virulenta polemica tra lui e Voltaire, da cui il ginevrino non riuscirà mai né ad allontanarsi né tanto meno ad acquietarsi.

Paradossalmente, non è così lontano dalla verità chi afferma che oggi nella società occidentale, si ripropone lo stesso conflitto del tardo 700 tra aristocrazia e plebe, sebbene oggidì questo è rivisitato in chiave numerica, tra l’1% degli affluenti e il 99% riservato al resto della popolazione. Jean-Jacques incita apertamente alla rivolta. Una rivoluzione politica e culturale a cui dovrà far seguito un nuovo disegno educativo, poiché “tutti questi vizi non appartengono tanto all’uomo, quanto all’uomo mal governato”. Robespierre sarà il curatore di tutti “questi vizi” in modo perentorio e indiscriminato. Rousseau predica il ritorno alle origini per far sì che l’umanità riscopra il concetto di “virtù civile”; egli fa un’analisi dettagliata della malattia sociale per la costruzione di un modello alternativo di una società giusta.  Una tesi, tanto messianica quanto allarmante, più volte evocata dal più “rivoluzionario” esponente del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista.

Continua a leggere “Il “ritorno” di Jean-Jacques Rousseau e il Movimento 5 Stelle”

Giorgio Abonante – Regione Torino o Regione Piemonte?

vortice

Roberto Tricarico nel suo fondo recentemente pubblicato sul Corriere della Sera, edizione torinese, si concentra su un tema molto importante, ignorato o banalizzato fino ad oggi: il rapporto fra Torino e la regione Piemonte. L’editorialista ha “vestito” Sergio Chiamparino e Alberto Cirio con abiti ritagliati su misura della loro storia e della loro provenienza. Artificio retorico ottimo per lanciare gli ultimi giorni di contesa sulla direttrice inesplorata del modello di sviluppo che si vuole indirizzare per una regione che non è solo Torino, ma che della città di Torino avrebbe bisogno.

Persa in un inseguimento a Milano, dal cui traguardo raccolse solo briciole, Torino ignorò l’opportunità di sviluppare un sistema-regione preferendo invece un corridoio territoriale innaturale dal quale nei fatti ha beneficiato solo la città meneghina. Il capoluogo lombardo è l’unico vero nodo europeo italiano. Possiede un capitale territoriale enorme e interagisce mediante un fitto reticolo di convenienze reciproche e rapporti funzionali con le città medie lombarde. Caratteristiche che hanno determinato la sua centralità e che, inevitabilmente, hanno finito per marginalizzare l’approccio pomposo, ma privo di letture materiali, che Torino profuse nel tentativo di lanciare l’acronimo MiTo.

Continua a leggere “Giorgio Abonante – Regione Torino o Regione Piemonte?”

Il nuovo modello di accoglienza dei migranti: un comodo assist per i mercanti

Centri Accoglienza

di Giorgio Abonante

Il nuovo Schema di Capitolato per la gestione dei centri di Accoglienza Straordinaria voluto dal Governo, incide negativamente sui bandi pubblici delle Prefetture. Gli effetti ricadono sul 90% dell’accoglienza che l’Italia garantisce ai richiedenti di protezione internazionale. Il provvedimento prevede una pesante decurtazione ai finanziamenti, agli importi a base d’asta fissati per i bandi di gara (stimati in fondi per persona accolta al giorno). È il taglio ai “famosi” 35 Euro. Peccato che i nuovi capitolati chiedano anche molti meno servizi, quindi meno costi e che qualcuno ci guadagni. Non i piccoli gestori.

Alcuni cooperatori alessandrini hanno recentemente annunciato la rinuncia a partecipare alle gare denunciando l’insufficienza delle risorse a disposizione. Molti cittadini hanno esultato sulla base del principio secondo il quale meno soldi girano nei progetti sull’accoglienza e meno interessi loschi verrebbero soddisfatti. È l’esatto contrario ed è facile da dimostrare.

I tagli sono commisurati al numero di persone accolte in ogni struttura e alla tipologia di accoglienza realizzata. Chi pagherà di più il prezzo di questi tagli saranno coloro che propongono l’accoglienza diffusa con piccoli numeri, generalmente di qualità migliore e meno impattante sui territori. Per questa tipologia di accoglienza la riduzione sarà del 39%, da 35,00 a 21,35 euro. I Centri di accoglienza collettiva vedranno invece calare il finanziamento al giorno per persona dai 35,00 Euro a 26,35 (sino a 50 utenti accolti) e a 25,25 Euro (da 51 a 300 richiedenti asilo accolti). L’entità dei tagli ai piccoli centri è molto simile a quella prevista per le grandi strutture, al grande conviene, per il piccolo non è sostenibile.

Gli importi a base d’asta nei nuovi bandi indetti dalle Prefetture

Tipologia
Contributo al giorno per persona 2018
Contributo al giorno per persona 2019
Taglio fondi rispetto ai precedenti bandi
Accoglienza diffusa in appartamenti
35,00
21,35
-39%
Centri collettivi con 20 utenti
35,00
26,35
-25%
Centri collettivi con 50 ospiti
35,00
26,35
-25%
Centri collettivi con 150 ospiti
35,00
25,25
-28%
Centri collettivi con 300 ospiti
35,00
25,25
-28%

 

Continua a leggere “Il nuovo modello di accoglienza dei migranti: un comodo assist per i mercanti”

Financial Times (UK) – L’Europa deve ripensare le sue regole fiscali per combattere il populismo

 

wolfgang_munchau

Wolfgang Münchau

“Se i nostri leader sono decisi a perdere la battaglia contro l’estremismo politico, ecco il modo migliore per farlo: attenersi sempre a tutte le regole; incolpare la Russia o Facebook per le elezioni che vanno in senso avverso; e alla successiva riunione a Bruxelles, opporsi a riforme che potrebbero far funzionare meglio la zona euro. Ma questo è esattamente quello che stanno facendo alcuni di loro.” Wolfgang Münchau Financial Times.

Ma, fateci capire, voi “adoratori” e “sobillatori” dello spread usato come arma di propaganda politica. Il fatto che uno dei più noti editorialisti di quel quotidiano londinese – celebrato come il “vernacolo” della finanza mondiale – pubblichi a sua firma una frase del genere, ci induce a pensare che una qualche ragione l’avesse il Prof. Savona nel sostenere la sua tesi nei confronti degli irriducibili mastini di Bruxelles durante lo scontro avvenuto in occasione dell’approvazione del bilancio dello Stato italiano da parte della Commissione UE?

Rendeteci edotti, voi che siete tuttora gli indefessi sostenitori di questa UE 19 “a qualsiasi costo”. Diteci perché vi siete offesi quando il laureato Nobel Paul Krugman giudicò nel 2011, con il suo tipico sarcasmo, la politica economica della Merkel pari ai conti quotidiani che terrebbe una “casalinga sveva” nella sua lista della spesa?

In questi ultimi dieci anni abbiamo assistito a vere e proprie “capriole ideologiche”: alti dignitari di fede socialdemocratica – o almeno presunti tali – che plaudivano  al rigore del dettato tedesco, elogiavano e i contenuti del “pareggio di bilancio”, invaghiti da una fulminante ortodossia liberista; di contro, ortodosse voci liberali come il The Economist[1], o nel caso specifico il Financial Times, che criticavano ispirandosi a Keynes, per bocca di alcuni suoi prestigiosi commentatori, il dogmatismo europeo con il quale venivano ancora imposti vincoli d’ordine fiscale, istituiti in un tempo in cui l’intero sistema economico internazionale era proiettato in una fase di robusta crescita.

Un mondo capovolto, un teatro dell’assurdo, un epilogo tra il farsesco e drammatico.

Europe must rethink fiscal rules to combat populism

Tight spending policy and stagnant incomes have stoked political anger

Wolfgang Münchau

 MAY 5, 2019

La campagna elettorale affinché il Regno Unito rimanesse nell’UE venne persa per molte ragioni, nessun [tema] più importante fu quello di un generale fallimento nel comprendere le molteplici angosce degli elettori appartenenti al ceto medio-basso. Questa mancanza non è [da considerarsi] di esclusiva appartenenza al Regno Unito. Si tratta di un ampio fenomeno del capitalismo liberale a ciclo avanzato. La situazione nell’UE in vista delle elezioni parlamentari europee tra il 23 e il 26 maggio non è tanto bizzarra come lo fu nel Regno Unito tre anni fa.

L’insurrezione contro il liberalismo europeista procede a piccoli passi. Questa volta, i tradizionali partiti centristi in tutta Europa manterranno quasi certamente la maggioranza. Ma i nazionalisti guadagneranno molti deputati, sufficienti a ribaltare le decisioni importanti del prossimo Parlamento europeo. Quindi come si dovrebbe trattare con loro? La risposta è assai semplice ma difficile da adempiere: in che modo risolvere il problema.

Continua a leggere “Financial Times (UK) – L’Europa deve ripensare le sue regole fiscali per combattere il populismo”

The Economist (UK) – La politica delle periferie in Europa

periferia-piano-620x287

Introduzione di Giorgio Abonante

Il The Economist in un suo recente articolo mette i piedi nel piatto di una disputa elettorale che non sembra concentrata sui problemi politici più pregnanti, almeno secondo il nostro punto di vista. Vale anche per la campagna per le regionali che continua a non occuparsi del modello di sviluppo che si vuole indirizzare nel nostro Piemonte.

Il Ponte propone la traduzione dell’articolo “The politics of suburbia” per continuare un confronto che questo blog alimenta da tempo. Sul termine “periferia”, rispetto all’articolo di cui trovate di seguito la traduzione, proponiamo una lettura più ampia concordando sull’idea che tale concetto identifichi qualcosa di prezioso. Ci serve anche per contestualizzare i molti articoli che abbiamo proposto sulla questione Fondazione Cral[1], sul Salone del Libro[2] e Fondazioni annesse, sulla questione trasporti ferroviari mentre oggi viene ignorata la carenza di investimenti nel triangolo a rischio desertificazione: Biella, Asti, Alessandria.

Il meccanismo è tipico del capitalismo cognitivo o dell’economia della conoscenza: nella catena del valore la creazione di ricchezza passa dalla concentrazione di creativi, capitali e infrastrutture; dove la densità di questi fattori viene meno, se non si investe si affonda e dinamiche redistributive non se ne vedono.

Peccato che questa non sia vera e propria creazione di ricchezza, ma estrazione di ricchezza a vantaggio di pochi e spesso ottenuta a danno delle periferie urbane, rurali, dei territori che erano fertili crocevia e che si stanno trasformando in margini e produttori di marginalità.

Non decolla in Piemonte, per esempio, un dibattito serio su come riconnettere Asti e Alessandria, nei quadranti dello sviluppo urbano torinese, milanese e dell’asse Genova Savona, ai corridoi territoriali che contano. Perché quel che interessa davvero è che continuino a sopravvivere i centri di potere autoreferenziali, che ingrassano pochi eletti, e questo succede ovunque purtroppo.

Anche se poi il dibattito pubblico si articola sempre e solo sui bilanci degli enti locali, che contano poco da molti anni, purtroppo. Non si capisce che lo sviluppo può e deve passare da un’equa distribuzione delle risorse fra centri e periferie. La strada di uno sviluppo sostenibile economicamente e socialmente passa oggi più che mai per le città. L’innovazione, infatti, avviene soprattutto nei contesti urbani più “fertili”, dotati di infrastrutture per l’accessibilità e la mobilità, che proteggono il lavoro e curano la salute della comunità, che promuovono il sistema della formazione e della ricerca a sostegno delle vocazioni territoriali proprie e che creano occasioni e stimoli per l’interazione tra saperi, conoscenze, capacità progettuali e idee originali.

Altri Paesi lo hanno capito già da tempo e hanno messo in campo politiche mirate per la riqualificazione delle città in questo senso. In Italia abbiamo numerose politiche locali, ma manchiamo di una strategia complessiva per risolvere i problemi delle aree urbane che ha consentito a livello internazionale le più riuscite esperienze di rilancio e riqualificazione urbana (dalla Barcellona e Lione degli anni ’90 alle Friburgo, Stoccolma, Cracovia, nel nuovo millennio).

Occorre coltivare una visione unitaria, con una strategia tarata sui caratteri specifici dei centri urbani puntando alla competitività dell’intero Paese, non solo di alcune sue parti, interpretando e valorizzando vocazioni proprie di ciascun territorio piuttosto che ricercare un modello unico di sviluppo”, parole del Sindaco di Sassari, Coordinatore delle Città medie di ANCI. Si riferisce a tutte le aree urbane, non solo a quelle metropolitane. Ha ragione ma qualcuno deve farsi carico di evitare che le parole, pur buone, rimangano parole.

[1] https://ilponte.home.blog/2019/04/15/giorgio-abonante-fondazioni-a-confronto/

[2] https://ilponte.home.blog/2019/05/09/giorgio-abonante-il-salotto-piemontese-del-libro/

The politics of suburbia in Europe

And how it will affect the European Parliament elections

May 9th 2019

Dal 23 al 26 maggio, gli elettori della UE eleggeranno un nuovo Parlamento europeo. Ma qual è attualmente il leader di riferimento? Che tipo di luogo, in un continente [così] vasto e diversificato, rivela il suo complessivo stato d’animo? La divisione cruciale si stagliava tra sinistra e destra. Le aree con tradizioni economiche cooperative o [con presenza] della classe operaia (l’Emilia Romagna in Italia o la Ruhr in Germania) tendevano a sinistra. I caposaldi del centralismo politico: (Castiglia in Spagna), le prospere zone di frontiera (Skane in Svezia) o le regioni con uno spiccato spirito di autosufficienza (Baviera in Germania) propendevano verso destra. Gli indicatori [di un risultato] si trovavano in luoghi che mescolavano quelle tendenze: la Bassa Sassonia in Germania, per esempio, o l’Aragona in Spagna.

Continua a leggere “The Economist (UK) – La politica delle periferie in Europa”

Roberta Cazzulo -“La nostra Italia è sempre meno un paese per donne e bambini”

Cazzullo RobertaPer comprendere lo stato di salute e di civiltà di un paese, il termometro è la qualità della vita di bambine, bambini, adolescenti e donne le categorie più a rischio povertà e diritti umani.

Per il quinto anno consecutivo il rapporto WeWorld Index intitolato “Bambine, bambini, adolescenti e donne: educazione e conflitti”, presentato a Roma lo scorso 9 aprile, misura il grado della loro “inclusione” in 171 Paesi.

È promosso da WeWorld-Gvc Onlus, organizzazione italiana indipendente che lavora in 29 Paesi, compresa l’Italia, per promuovere progetti di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario.

Gli indicatori derivano da fonti accreditate a livello internazionale (WHO, Unesco, World Bank, UNICEF, UNDP etc.) oppure sono indici sintetici largamente utilizzati, come il Gender Gap Index (introdotto dal World Economic Forum nel 2006, fornisce un quadro che mostra l’ampiezza e la portata del divario di genere in tutto il mondo) o il Global Peace Index (L’Indice della Pace GlobaleGPI –  è un tentativo di classificare gli stati e le regioni in base a fattori che ne determinino lo stato di pacificità, o meglio l’attitudine di un determinato paese a essere considerato pacifico).

La metodologia usata nel WeWorld Index 2019 è la stessa delle edizioni precedenti: sono stati considerati tutti i paesi con una popolazione superiore a 200.000 abitanti e dato che vi sono carenze nella rilevazione statistica mondiale, i paesi con un numero di indicatori non disponibili superiore a 4 per categoria o a 9 complessivamente sono stati eliminati nella classifica finale del WeWorld Index, ma non in quelle relative ai singoli indicatori.

In totale i paesi considerati sono 176 ed i paesi in classifica 171.

Sono stati esclusi per carenza di dati: Micronesia, Somalia, Vanuatu e Isole Salomone.

Il rapporto WeWorld Index è un INDICE SINTETICO composto da 34 INDICATORI raggruppabili in 17 DIMENSIONI (2 indicatori per dimensione). Ogni dimensione fa riferimento ad un aspetto della vita considerato determinante per l’inclusione di bambine/i, adolescenti e donne.

Poiché l’inclusione è un concetto multidimensionale che non riguarda solo la sfera economica,

sono considerate varie dimensioni raggruppate in 3 CATEGORIE:

Continua a leggere “Roberta Cazzulo -“La nostra Italia è sempre meno un paese per donne e bambini””