Giorgio Abonante con Marco Martinengo: la nostra Community
Il tema dell’ “ascolto” è forse uno dei passaggi fondamentali nel rapporto tra istituzioni e cittadinanza. Spesse volte la classe politica non lo attua con la dovuta attenzione, o per lo meno se ne fa carico solo al momento del confronto elettorali, al punto che una parte sempre più ampia della popolazione non ne intravede più un elemento inclusivo di partecipazione democratica, bensì un’offerta capziosa da parte del politico di turno tesa solo a scopo propagandistico. Le conseguenze sono assai tristemente note: una costante e preoccupante disaffezione al voto.
La democrazia rappresentativa moderna è una forma di governo molto complessa e ben teorizzata, tuttavia i suoi principi si vaporizzano in una astrattezza formale allorché l’élite politica al comando si allontani dalla realtà del quotidiano.
Ovviamente in una dimensione su grande scala sono presenti dei “mediatori” (partiti, gruppi d’interesse, ecc.) che interloquiscono con i poteri di governo, mentre in un perimetro molto più geograficamente ristretto (Istituzioni comunali) la mediazione assume più un valore interlocutorio di conoscenza diretta tra gli eletti (Sindaco, Giunta) e cittadinanza. Particolarmente specifico è il quadro di distribuzione demografica del Comune di Alessandria. Un’area molto vasta in cui si situa un concentrico urbano asimmetrico costellato da decine di piccole frazioni.
L’attuale Sindaco in carica Giorgio Abonante, nel corso della sua campagna elettorale (2022), ha dedicato molto tempo al tema della partecipazione. Egli ha fatto tesoro della sua lunga esperienza come Consigliere Comunale, da cui ha desunto che non è sufficiente solo amministrare con dovizia e cura, bensì anche saper “ascoltare” per capire in che cosa consiste il vissuto reale della “sua” comunità d’appartenenza.
Tie-break. Sul 15-14 la palla diventa improvvisamente più pesante, tutta la massa pare ora concentrata in una piccola sfera giallo-blu. Non si odono più i suoni dei tamburi, le grida dagli spalti né le indicazioni provenienti da bordo campo. E’ la palla più difficile, la linea di confine tra tua vittoria e la loro sconfitta. E poco importa se per anni gli allenatori che si sono susseguiti nella tua carriera sportiva ti hanno sempre ammonito sul pensarla così in virtù del fatto che il primo punto abbia sempre la stessa importanza dell’ultimo: quella palla sarà sempre la più ostica da far cadere nel campo avversario.
Ci sono una serie di mantra nella pallavolo, quasi delle leggi universali che vengono tramandate dagli allenatori alle nuove generazioni di pallavolisti: non si sbaglia la battuta dopo il time-out avversario, se la palla finisce sotto la rete bisogna pagare pegno, non si serve mai sul libero. Non abbiamo avuto modo di provarlo empiricamente ma ci sentiamo tranquillamente di scommettere sul fatto che Marcello Ferrari, come ogni allenatore che si rispetti, abbia pronunciato almeno una volta ognuna di queste tre massime.
L’ex Ministro degli Esteri Israeliano Shlomo Ben-Ami denuncia apertamente sui media internazionali la protervia e la irresponsabilità dell’attuale Primo Ministro Binyamin Netanyahu come causa agente del massacro avvenuto nei Kibbutz adiacenti alla striscia di Gaza.
By ruling out any political process in Palestine and boldly asserting that “the Jewish people have an exclusive and inalienable right to all parts of the Land of Israel,” Prime Minister Binyamin Netanyahu’s fanatical government made bloodshed inevitable. But that doesn’t explain Israel’s failure to prevent Hamas from attacking.
TOLEDO – Prima o poi, la magia politica distruttiva del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, che lo ha mantenuto al potere per 15 anni, era destinata a inaugurare una grave tragedia. Un anno fa ha formato il governo più radicale e incompetente della storia di Israele. Non preoccupatevi, ha assicurato ai suoi critici, ho “due mani salde sul volante”.
Ma escludendo qualsiasi processo politico in Palestina e affermando coraggiosamente, nelle linee guida vincolanti del suo governo, che “il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le parti della Terra di Israele”, il fanatico governo di Netanyahu ha reso inevitabile lo spargimento di sangue.
È vero che in Palestina scorreva sangue anche quando erano al potere sostenitori della pace come Yitzhak Rabin e Ehud Barak. Ma Netanyahu ha incautamente invitato alla violenza pagando qualsiasi prezzo ai suoi partner di coalizione per il loro sostegno. Ha lasciato che si impadronissero delle terre palestinesi, espandessero gli insediamenti illegali, disprezzassero la sensibilità musulmana riguardo alle sacre moschee sul Monte del Tempio e promuovessero illusioni suicide sulla ricostruzione del Tempio biblico di Gerusalemme (di per sé una ricetta per quella che potrebbe essere la madre di tutti i musulmani: Jihad). Nel frattempo, ha anche messo da parte la leadership palestinese più moderata di Mahmoud Abbas in Cisgiordania, rafforzando di fatto i radicali di Hamas a Gaza.
Secondo la logica distorta di Netanyahu, un forte governo islamico a Gaza sarebbe l’argomento definitivo contro una soluzione politica in Palestina. Premiando gli estremisti e castigando i moderati, Netanyahu – a differenza della sinistra dialogante – credeva di aver finalmente trovato la soluzione al conflitto palestinese. Gli accordi di Abraham, che hanno normalizzato le relazioni di Israele con quattro stati arabi (e che probabilmente presto includeranno l’Arabia Saudita), lo hanno reso cieco rispetto al vulcano palestinese sotto i suoi piedi.
Ma nello spietato e barbaro massacro dei civili israeliani nei villaggi attorno a Gaza, l’arroganza di Netanyahu ha incontrato la sua nemesi sotto forma della ferocia di Hamas. Cinquant’anni e un giorno dopo che l’Egitto e la Siria avevano lanciato il loro attacco a sorpresa in quella che divenne nota come la guerra dello Yom Kippur, Hamas ha preso d’assalto i confini di Gaza con Israele e ha massacrato centinaia di civili indifesi. Sui social network sono state registrate scene di giovani donne violentate accanto ai corpi delle loro amiche. Circa un centinaio di persone – tra cui intere famiglie, donne anziane e bambini piccoli – sono state rapite e portate a Gaza.
Molti hanno espresso sorpresa per il fatto che Hamas sia riuscita a penetrare così facilmente le difese israeliane lungo il confine con Gaza. Ma non esistevano difese del genere. Quando Hamas iniziò a massacrare centinaia di civili indifesi, il glorioso esercito israeliano era per lo più schierato altrove. Molti furono assegnati in Cisgiordania per proteggere i coloni religiosi negli scontri (a volte iniziati dai coloni stessi) con i palestinesilocali e nelle feste attorno a santuari inventati. Per lunghe ore, uomini e donne disperati hanno gridato aiuto, e l’esercito più forte del Medio Oriente non si è visto da nessuna parte.
Il presupposto è sempre stato che Gaza non fosse una priorità vitale. Un muro sotterraneo di sensori e cemento armato che Israele ha costruito attorno all’enclave avrebbe dovuto bloccare i tunnel attraverso i quali Hamas aveva tentato in passato di penetrare nei villaggi israeliani di confine. Non è servito a niente. Le milizie di Hamas hanno semplicemente preso d’assalto le recinzioni in superficie.
Nel lontano 2005 un piccolo gruppo di eccentrici broker di Wall Street prese una decisione che agli occhi dei grandi player finanziari appariva folle: scommettere contro il “solidissimo” settore immobiliare americano, comprare Credit Default Swap a protezione dei CDO sui titoli garantiti da ipoteca e aspettare il collasso del sistema finanziario statunitense. Fecero quella che venne successivamente ribattezzata “la Grande Scommessa” e la vinsero contro tutte le aspettative.
Quei mercati oggi appaiono ancora una volta confusi, senza una meta precisa e incapaci di vedere oltre un orizzonte temporale a breve termine. O meglio, si guardano bene dal farlo. A Wall Street non è più tempo di “Grandi Scommesse” ma solo di vigile attesa.
Arrivano i primi segnali di un indebolimento cinese trascinato dalla crisi del debito sul settore immobiliare con il colosso Evergrande in passivo di oltre 300 miliardi di dollari e che di recente ha mancato il pagamento di capitali ed interessi su un bond da 4 miliardi di yuan. Ma anche il gruppo Country Garden, sempre impegnato nel settore delle costruzioni, appare in difficoltà segnando una perdita record di oltre 6 miliardi. Si propaga così una crescente apprensione per il futuro del mattone cinese che contribuisce ad oltre un quarto dell’economia di Pechino. Come riflesso, le esportazioni cinesi hanno subito una battuta di arresto addirittura superiori alle attese stimate dagli analisti di settore. In questa complicata situazione si inserisce il Piano attuativo presentato dalla Commissione nazionale per lo Sviluppo e la Riforma che mira a rispolverare dogmi di riecheggio keynesiano per trovare una via di uscita. Una rivalutazione interna con un accrescimento della domanda domestica per riaccendere i consumi in una popolazione con l’enorme potenziale di oltre un miliardo di potenziali consumatori.
La strettissima dipendenza tra l’export orientale e le economie occidentali preoccupa anche le nostre economie. La prima a farne le spese è la Germania, tradizionalmente esposta fortemente sul lato delle esportazioni. La vecchia locomotiva d’Europa si prepara a leggere il dato di un calo di 0,6% sul PIL, quasi il doppio rispetto alle aspettative primaverili. La recessione è prospettata sulla base della debolezza dell’industria e i consumi privati affossati dalle politiche restrittive della BCE. I Bund decennali registrano per tali ragioni i rendimenti più alti dalla crisi degli Spread del 2011 ad oggi.
Con l’invasione russa dell’Ucraina nel Febbraio 2021, il combinato disposto tra le politiche monetarie della Fed e lo scacco matto all’Europa sugli approvvigionamenti di gas sembrava orientare le aspettative dei mercati verso il ritorno del temibile mostro degli anni ‘70: la stagflazione. A quel punto i board delle banche centrali si trovarono a dover prendere una decisione: “Potevano scegliere fra la stagflazione e la recessione. Scelsero la seconda ma potrebbero non riuscire ad evitare la prima”, avrebbe affermato lo statista anglosassone tra un sigaro e l’altro.
Giulia Giustetto, Consigliere Comunale di Alessandria
La giornata di ieri, 26 settembre, rappresenta una data molto importante per tutta la comunità accademica. Presso il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche di Alessandria, alla presenza del Rettore Gian Carlo Avanzi, a Palazzo Borsalino, sono state inaugurate al primo piano un’aula per le lezioni dedicata al prof. Jorg Luther ed un’aula studio dedicata alla studentessa Daiana Eufrunzina Neagoe, entrambi scomparsi prematuramente nel 2020 e nel 2019.
La cerimonia si è svolta con la commozione di tutti i presenti, compresi i docenti ai quali è stato sapientemente affidato un ricordo del prof. Luther e di Daiana Neagoe.
La professoressa Tripodina ha raccontato di un uomo, il professor Luther, stimato dentro e fuori la comunità accademica, a cui si è dedicato completamente, fino all’ultimo giorno. Oltre al curriculum eccezionale, al riconoscimento della comunità accademica anche al di là dei confini dell’Italia che lo ha identificato come “giurista europeo”, il professore è stato ricordato come persona umile, ironica, in grado di stimolare lo spirito critico degli studenti, di regalare sempre un punto di vista interessante, lucido, originale ai colleghi.
Si è distinto perché per primo, con grandissimo rispetto, ha creduto nelle capacità dei suoi studenti e li ha aiutati a crescere.
Ha portato l’accademia nel mondo e il mondo dentro l’accademia, con sguardo critico e intelligente sulla realtà, ma con una profondità culturale e giuridica indelebile. Nello stesso pomeriggio, è stato presentato il libro, pubblicato postumo, del prof. Luther dal titolo «Pratica dei diritti fondamentali».
Il professor Mazzola e la direttrice del dipartimento di Giurisprudenza Serena Quattrocolo, nel ricordare Daiana, hanno regalato il ritratto di una ragazza dedita allo studio, che ha saputo interpretare e sfruttare al meglio tutte le occasioni di integrazione, di relazione e di formazione che l’Università può dare. Studentessa e ragazza seria, umile, curiosa, corretta, laboriosa, forte, a cui la professoressa Quattrocolo ha dedicato il suo ultimo libro.
Descrizione che alcuni studenti hanno condiviso: nelle molteplici attività che svolgeva, dava importanza e significato al rapporto umano con chi si poneva dinnanzi, non ha mai chiuso la porta a nessuno, ma anzi ha sempre teso una mano, aperto al dialogo e alla voglia di trovare soluzioni, anche a problemi comuni, come nella sua attività di rappresentante degli studenti al DIGSPES.
La cerimonia di ieri è stata più di un ricordo di due stimate persone scomparse, più di un’inaugurazione. E’ stata caratterizzata dalla rinnovata consapevolezza dell’importanza del legame fra comunità e Università, ha rinforzato la serietà e la forza del lavoro che si svolge insieme, tratti essenziali, affatto banali e in comune proprio nelle personalità del professor Luther e di Daiana Neagoe.
Le aule inaugurate, luoghi di studio, ma anche di aggregazione e di relazione tra studenti e docenti, saranno dunque anche luoghi di ricordo, di ispirazione e di consapevolezza per tutti coloro che utilizzeranno quegli spazi in Università.
Project Syndicate – la più autorevole piattaforma web internazionale di politica economica – intervista una delle “amazzoni” che persegue con caparbietà l’obiettivo della transizione ecologica, la costaricense Monica Araya. L’impressione che si ricava dal testo è quella di un cauto ottimismo. I dati di fatto – si vedano i problemi applicativi dell’IRA americano – invece manifestano un difficile passaggio, con la preoccupazione che un eventuale cambio dell’attuale guida politica in USA e nella UE comporti un definitivo rallentamento.
This week in Say More, PS talks with Mónica Araya, Executive Director, International, at the European Climate Foundation.
Project Syndicate: Nel 2020 lei scrisse che “il nostro successo a lungo termine nella gestione del cambiamento climatico dipenderà in larga misura dalle strategie energetiche e di trasporto che adotteremo in questo decennio, in particolare nei prossimi cinque anni”. Quasi tre anni dopo, dove sono state adottate strategie promettenti e ci stiamo avvicinando al punto in cui “i veicoli elettrici a emissioni zero superano i veicoli inquinanti sul mercato”?
Mónica Araya: Negli ultimi tre anni sono stati fatti progressi importanti. In Europa, il pacchetto Fit for 55 – una serie di iniziative che sostengono l’obiettivo dell’Unione Europea di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 – include un accordo per porre fine alla vendita di nuovi veicoli a emissioni di carbonio entro il 2035. Tutte le nuove auto o furgoni immessi sul mercato nell’UE da quel momento in poi dovrebbero essere elettrici.
La Cina ha creato il più grande mercato mondiale per i veicoli elettrici (EV) in tutti i segmenti, attraverso ambiziose politiche di sostegno perseguite a livello nazionale e subnazionale. L’India ha rafforzato gli incentivi per gli autobus elettrici e i veicoli a due e tre ruote. Gli Stati Uniti hanno introdotto nuovi incentivi per i veicoli elettrici per i consumatori e crediti per gli stessi di cui beneficeranno gli investitori, come parte dell’Inflation Reduction Act (IRA) del 2022.
Tali sforzi stanno facendo la differenza. Nel 2022, i veicoli elettrici hanno rappresentato in media circa il 15% di tutte le vendite di auto nuove in Europa, Cina, India e Stati Uniti, rispetto al solo 5% di due anni prima. L’elettrificazione sta avanzando anche in altri segmenti – compresi autobus e autocarri pesanti – e sono in aumento gli investimenti urbani nelle piste ciclabili e nella pedonabilità.
PS: Ma le recenti notizie sul mercato dei veicoli elettrici negli Stati Uniti sono state contrastanti. Nonostante le vendite record di veicoli elettrici quest’anno, la produzione potrebbe superare la domanda, costringendo i produttori ad abbassare i prezzi e lasciando alcuni concessionari con scorte in eccesso. Dato che molti prevedono un imminente rallentamento nell’adozione dei veicoli elettrici, è giustificato un intervento politico e quali lezioni offre l’esperienza americana per lo sviluppo del mercato dei veicoli elettrici lì e altrove?
MA: Se stiamo cercando lezioni sull’adozione dei veicoli elettrici nel mondo – diciamo, Costa Rica o Sud Africa – dovremmo guardare all’Europa e alla Cina (e alla California) prima di rivolgerci al governo federale americano. Negli Stati Uniti, il ritardo nell’impegno verso l’elettrificazione ha fatto sì che un numero crescente di consumatori rimanessero intrappolati in una cultura di veicoli inquinanti incredibilmente grandi. Questa tendenza è stata aggravata da investimenti insufficienti nei trasporti di massa alternativi. Con più scelte di mobilità, oltre al possesso di un’auto privata, i veicoli elettrici hanno maggiori probabilità di conquistare cuori e menti. Sì, gli Stati Uniti sono rientrati nella corsa ai veicoli elettrici sbloccando investimenti per un valore di 100 miliardi di dollari in crediti d’imposta, sovvenzioni e prestiti come parte dell’IRA e dell’Infrastructure Investment and Jobs Act. Ma la transizione non sarà facile.
Una lezione positiva proveniente dagli Stati Uniti consiste nel fatto che evidenziare i benefici tangibili che i veicoli elettrici porteranno a lavoratori, consumatori e investitori – come ha fatto l’amministrazione del presidente Joe Biden – può essere molto efficace. Infatti, nonostante sia la più estesa legislazione sul clima nella storia degli Stati Uniti, l’IRA si concentra molto meno sulle emissioni che sui posti di lavoro, investimenti e infrastrutture.
PS: Nel 2020 lei ha valutato “favorevole” la piattaforma della campagna di Biden sulle emissioni di gas serra. In qualità di presidente, Biden ha guidato l’approvazione dell’IRA, la più grande legislazione sul clima nella storia degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, nei suoi primi due anni, la sua amministrazione ha approvato 6.430 permessi per l’estrazione di petrolio e gas su terreni pubblici statunitensi, rispetto alle 6.172 del suo predecessore, Donald Trump. Detto questo, l’idea che gli Stati Uniti siano tornati a lottare contro il cambiamento climatico è più una montatura che una realtà?
MA: Sotto la guida di Biden, l’America ha senza dubbio ripreso la lotta contro il cambiamento climatico. Ricordiamo che, nel suo primo giorno in carica, Biden ha rinnovato l’impegno degli Stati Uniti a rispettare l’accordo sul clima di Parigi del 2015. E l’approvazione dell’IRA lo scorso anno, dopo numerose sconfitte legislative e, nonostante la profonda polarizzazione, è stata un risultato importante.
Ma il mondo – non solo gli Stati Uniti – sta perdendo la battaglia politica contro Big Oil e Big Gas. L’industria dei combustibili fossili ha realizzato profitti storici dall’inizio della guerra in Ucraina. E ha usato il suo denaro e il suo potere per influenzare ogni governo, sia di sinistra che di destra, in ogni paese, grande o piccolo, sviluppato o in via di sviluppo. Dal Regno Unito agli Emirati Arabi Uniti, dagli Stati Uniti all’Argentina, i governi di tutto il mondo dicono sì alle rinnovabili. Purtroppo dicono anche sì a maggiori trivellazioni per petrolio e gas. Come ritenere responsabili i nostri governi e l’industria dei combustibili fossili per i cittadini è la questione politica del nostro tempo.
A proposito . . .
PS: Mentre il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) prepara una controproposta sul suo accordo commerciale a lungo ritardato con l’UE, consigli a entrambe le parti di essere “più fantasiosi e pragmatici nella loro proposta di valore”, “puntare più in grande” ” e “recuperare il tempo perduto”. Quali cambiamenti concreti sono necessari per raggiungere un accordo che non solo incrementi il commercio tra Europa e America Latina, ma faccia anche avanzare gli obiettivi climatici? Gli accordi commerciali sono lo strumento giusto per rafforzare la protezione ambientale?
Le cosiddette feste “popolari”, le rassegne cittadine, le sagre di paese, hanno una importanza fondamentale all’interno delle proprie comunità di riferimento. Esse ravvivano lo spirito locale, creano interazione tra i soggetti, divulgano arti e mestieri, rafforzano la convivialità sfoggiando banchetti per buongustai, fortificano il rapporto tra sistema politico e società civile. Tutto ciò perimetra il mantenimento di un ethos indigeno che serve a far pulsare il cuore identitario dei residenti. E’ pur vero, come qualcuno afferma, che un eccesso “festaiolo” è molto apprezzato dai politici che, con le loro intermittenti e studiate “passarelle”, attirano l’attenzione dei presenti, incassando nel mentre una sorta magnanimità bonaria; quella generosa concessione che innesca il gaudio popolare. Senonché, il “Panem et Circenses” è anche parte di quell’indagine documentaria e sociologica di costumi, forme di vita e collante sociale, la quale nel corso dei millenni, in varie immagini, si è inframezzata tra classe politica e popolo.
Ammesso e non concesso che lo “spirito” comunitario ne tragga vantaggio, resta il forte dubbio che da tali manifestazione locali la comunità nel suo complesso ricavi incremento di valore. La questione dirimente riguarda quel precedente richiamato “perimetro”. Quanto esso è più ristretto – vale a dire una comunità urbana e i suoi dintorni (close system) – tanto minore sarà il giovamento economico collettivo.
Immaginiamo un’economia composta da solo dieci persone. La chiameremo la Città delle Terre Basse. Una di queste gestisce una pasticceria, un’altra una libreria, una terza è un lavoratore subordinato e così via. Ogni cittadino delle Terre Basse spende l’intero reddito annuale di € 30.000, quindi il PIL di Terre Basse sarà di € 300.000 totali. Ora supponiamo che una di queste persone, Maria, voglia spendere una quota maggiore in cibo (€ 3.000), rinunciando ad acquistare libri da Giovanni per la stessa cifra. Nel caso specifico non cambierebbe il totale del PIL di Terre Basse, poiché si tratterebbe di un semplice trasferimento di depositi tra venditore e acquirente. Se Maria volesse spendere una quota maggiore di cibo senza rinunciare ai libri è costretta a diminuire i suoi risparmi (nel precedente esempio) o a chiedere denaro in prestito. Per aumentare il PIL in un sistema chiuso come quello delle Terre Basse vi sono solo due soluzioni: la creazione di nuova moneta mediante debito (endogena); in alternativa la moneta derivante dall’acquisto di beni da consumatori o investitori provenienti dall’esterno.
Seguendo questi modelli macroeconomici elementari, escludiamo che nel luogo fantasticato si possa produrre moneta supplementare, poiché la Città delle Terre Basse non possiede il diritto di signoraggio (battere moneta) e che Alfonso il direttore della banca locale sia restio a concedere prestiti ai 9 rimanenti concittadini. L’unica possibilità che possa far muovere il PIL verso l’alto dipende dall’afflusso di denaro proveniente al di là della cinta daziaria.
With the right political reforms, democracies can become more inclusive, more responsive to citizens, and less responsive to the corporations and rich individuals who currently hold the purse strings. But salvaging democratic politics also will require far-reaching economic reforms.
NEW YORK – Negli ultimi anni ci sono stati molte perplessità riguardo all’arretramento della democrazia e alla corrispondente ascesa dell’autoritarismo – e per una buona ragione. Dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, all’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro e all’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, abbiamo un elenco crescente di politici autoritari e aspiranti autocrati che incanalano una curiosa forma di populismo di destra. Sebbene essi promettano di proteggere i cittadini comuni e di preservare i tradizionali valori nazionali, perseguono politiche che tutelano i potenti e spazzano via le norme di vecchia data – lasciandoci il compito di cercare una spiegazione su come essi acquisiscano tale fascino.
Sebbene ce ne siano molte, quella che risalta è la crescita della disuguaglianza, un problema derivante dal moderno capitalismo neoliberista, che può anche essere collegata in molti modi all’erosione della democrazia. La disuguaglianza economica porta inevitabilmente alla disuguaglianza politica, anche se in misura diversa da paese a paese. In una nazione come gli Stati Uniti, che non ha praticamente alcun vincolo di finanziamento per i contributi elettorali, il principio “una persona, un voto” si è trasformato in “un dollaro, un voto”.
Questa disuguaglianza politica si autoalimenta e porta a politiche che rafforzano ulteriormente la disuguaglianza economica. Le politiche fiscali favoriscono i ricchi, il sistema educativo agevola coloro che sono già privilegiati; una norma antitrust, non adeguatamente progettata e applicata, tende a dare alle aziende libero sfogo nell’accumulare e sfruttare il potere di mercato. Inoltre, poiché i media sono dominati da società private possedute da plutocrati come Rupert Murdoch, gran parte del dibattito mainstream tende a radicare le stesse tendenze. Da qualche tempo la narrazione propalata ai consumatori si basa sull’idea che tassare i ricchi danneggia la crescita economica, che le tasse di successione sono imposte sulla morte e così via.
Più recentemente, ai media tradizionali controllati dai super-ricchi si sono aggiunte le società di social media anch’esse nelle mani dei super-ricchi, con la differenza che questi ultimi sono ancora meno vincolati nel diffondere disinformazione. Grazie alla Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996, le aziende con sede negli Stati Uniti non possono essere ritenute responsabili per i contenuti di terze parti ospitate nelle loro piattaforme – o per la maggior parte degli altri danni sociali che queste causano (non ultima la questione che coinvolge le ragazze adolescenti).
In questo contesto di capitalismo senza responsabilità, dovremmo sorprenderci che così tante persone guardino con sospetto alla crescente concentrazione della ricchezza o che credano che il sistema sia truccato? La sensazione diffusa che la democrazia abbia prodotto risultati ingiusti ha minato la fiducia nella stessa democrazia e ha portato alcuni a concludere che sistemi alternativi potrebbero produrre risultati migliori.
Questo è un vecchio dibattito. Settantacinque anni fa, molti si chiedevano se le democrazie potessero crescere tanto velocemente quanto i regimi autoritari. Ora, molti si pongono la stessa domanda su quale sistema “offra” maggiore equità. Eppure questo dibattito si sta svolgendo in un mondo in cui i più ricchi hanno gli strumenti per plasmare il pensiero nazionale e globale, a volte con menzogne (“Le elezioni sono state rubate!” “Le macchine per il voto erano truccate!” – una falsità che è costata a Fox News 787 dollari milioni).
Leggendo la stampa economica inglese noto con rammarico che Londra si compiace, tra lo sbarazzino e il perfido, nel considerare le principali economie dei 19 EU come campioni rivaleggianti in un contesto macroeconomico internazionale. Insomma, per gli anglosassoni l’Unione Europea è ancora una somma di divergenti interessi economici nazionali arlecchinescamente ancorati alla moneta unica. Del resto, le baruffe chioggiotte a Bruxelles, la scarsa legittimità politica del Parlamento Europeo e l’inadeguatezza dell’attuale Presidenza, nonché dei relativi commissari, non fanno altro che alimentare questa subdola malignità nord atlantica.
L’eventuale pessimo stato di salute della Germania non può essere solo un problema tedesco e non può essere solo risolto dal governo tedesco. Così come se ciò accadesse similarmente per altri partner europei. Considerato che lo scenario geo-strategico si sta arroventando e l’occidente non potrà più affidarsi a catene di valore altamente sensibili disperse in tutto il pianeta, gli USA hanno appena investito 1,3 trilioni di $ (IRA) nei processi di ricostruzione delle loro filiere manifatturiere (chip) a elevata qualità tecnologica (friendshoring). Qualora fosse vero – come afferma il The Economist – che Berlino è “lenta”, allora Bruxelles sarebbe nientemeno che una “lumaca strabica”.
Per competere ad armi pari contro i due colossi mondiali USA e Cina serve un nuovo gigantesco programma di rilancio coordinato tra i 19 con emissione di titoli sovrani UE sul mercato, garantiti dalla BCE, dello stesso importo se non superiore allo sforzo americano, proporzionalmente distribuito tra gli Stati membri.
Per dirla in altro modo, facendo degli esempi concreti: la tanto strombazzata transizione ecologica – tra cui la discutibile imposizione sulla drastica riduzione del particolato (diesel) entro il 2025, nonché la scellerata decisione “piemontese” – potrebbe trovare accoglienza da parte della cittadinanza qualora si procedesse in tempi rapidi nel finanziare i necessari investimenti finalizzati a sostenerla (per esempio l’avviamento per la produzione delle Solid-State Battery per i veicoli elettrici EVS, di cui Cina e Giappone detengono il mercato). I quali, a loro volta, genererebbero, mediante la crescita occupazionale, un aumento del reddito mediano futuro pro-capite, oltre che a soddisfare lo scopo precipuo di produrre migliori condizioni ambientali. Diversamente, con solo l’arma della direttiva, gran parte della cittadinanza europea finirebbe per interpretare una finalità lodevole alla stregua di un nuovo ingannevole balzello sovra-nazionale.
Fra meno di dieci mesi andremo a votare per il Parlamento UE, temo un forte disinteresse.
fg
Is Germany once again the sick man of Europe?
Its ills are different from 1999. But another stiff dose of reform is still needed
Quasi venticinque anni fa questo giornale chiamava la Germania il malato dell’euro. La combinazione dovuta alla riunificazione, unita a quella di un mercato del lavoro sclerotico e con un rallentamento della domanda di esportazioni, afflisse complessivamente l’economia, portando la disoccupazione a due cifre. Poi, una serie di riforme nei primi anni 2000 hanno inaugurato un’età dell’oro. La Germania divenne l’invidia dei suoi pari. Non solo i treni viaggiavano in orario ma, grazie alla sua capacità ingegneristica all’avanguardia, il paese si distinse anche come una potenza esportatrice. Così come la Germania prosperava, allo stesso modo il mondo continuava a crescere. Senonché, la Germania ha iniziato ancora una volta a rallentare.
La più grande economia europea è passata dalla posizione di leader della crescita a quella di retroguardia. Tra il 2006 e il 2017 ha superato le sue grandi controparti e ha tenuto il passo con l’America. Eppure, oggi ha appena vissuto il suo terzo trimestre di contrazione o di stagnazione e potrebbe finire per essere l’unica grande economia a contrarsi nel 2023. I problemi non risiedono solo nel qui e ora. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, anche nei prossimi cinque anni la Germania crescerà più lentamente dell’America, Gran Bretagna, Francia e Spagna.
Roberta Cazzulo, Consigliere Comunale, la nostra Community
Si chiama aporofobia la paura per la povertà e per i poveri.
Chi nasce povero, resta povero per diverse generazioni.
Non ci capita di leggere spesso questa parola, ma l’aporofobia è uno dei mali del nostro tempo.
I poveri si sa dove non possono stare, ma evidentemente, spesso, la politica non ha dedica il tempo e neppure ha la voglia di dirci dove dovrebbe andare.
La aporofobia, intanto, cresce e si diffonde.
Ci sono vite che non si incrociano, che non hanno voce da alzare, che scivolano fuori dal dibattito politico, perché vengono considerate poca roba, non spostano voti, vite che si affievoliscono.
Sono vite precarie, fragili, difficili.
E’ necessario evidenziare, che, stiamo assistendo ad un cambiamento del profilo dei senza dimora: un tempo chi si trovava a vivere in strada presentava spesso storie di tossicodipendenza, alcolismo o disagi psichici, oggi, invece siamo testimoni di un vero e proprio processo di impoverimento in cui la concatenazione di situazioni sfavorevoli non previste, inaspettate come la perdita del lavoro, una separazione, una malattia possono portare un individuo a ritrovarsi in strada, nei dormitori, nei centri di accoglienza, nelle stazioni.
Una volta in strada un individuo perde anche la residenza, ovvero viene cancellato dall’anagrafe del comune.
La legge italiana collega una serie di diritti come il diritto al lavoro, al welfare, alla salute al voto con il possesso della residenza. E se una persona la perde è come se scomparisse.
I senza fissa dimora vivono una situazione di esclusione anche e soprattutto perché nel nostro ordinamento la mancanza di residenza corrisponde ad una mancanza di visibilità sociale.
Questo fa si che occorra mobilitarsi affinché venga posta l’attenzione sull’iscrizione anagrafica per le persone senza fissa dimora.
A livello nazionale non esiste una procedura comune per garantire quello che è di fatto un dirizzo costituzionalmente garantito.
In Italia 367 senza tetto sono morti nel 2022, + 50% rispetto al 2021, le persone senza tetto e senza fissa dimora in Italia ammontano a 96000. Mentre la popolazione che formalmente risiede nei campi attrezzati è pari a 16000 unità.