La sinistra di “mercato” e il Nodo di Gordio

Gordio

Se noi dovessimo descrivere in modo allegorico il comportamento della rappresentanza politica di sinistra operante nell’emisfero occidentale in questi ultimi quarant’anni, potremmo ricorrere alla leggenda ellenistica del Nodo di Gordio. Si raccontò un tempo che qualora un predestinato fosse stato in grado di sciogliere il fasciame di corde senza capo né coda che legava il carro di Gordio a Zeus sarebbe diventato il legittimo sovrano dell’Asia. Il nodo era talmente intricato che fece desistere tutti coloro i quali si cimentarono in questo tentativo.

A loro discolpa, innanzi all’irrisolto caso si formularono le più strampalate teorie riguardo alla ricerca del capo della corda; s’inventarono ipotesi suggestive. Il dibattito corse per secoli, finché al cospetto del carro giunse Alessandro il Macedone. Egli si soffermò qualche istante, estrasse la sua spada e con un colpo secco spezzò il fasciame. Nessuno osò mettere in discussione la sua “irrituale” soluzione.

E’ ovvio, l’agiografia non è la storia, ma essa conserva in sé un elevato valore simbolico. E sull’eternità dei simboli non vi sono discussioni. Qualora volessimo “giocare” con la nostra realtà post-moderna potremmo affermare, senza essere smentiti, che dalla pubblicazione di Postdemocracy, nel 2000 di Colin Crouch – il perno su cui ruota quasi tutta la corrente critica eterodossa socio-economica – una congrua pletora d’intellettuali, politologi, economisti di frontiera, si apprestò sin da subito ad arrotare le “lame” per far sì che il giogo del neoliberismo venisse drasticamente troncato.

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Roberta Cazzulo – Ius soli : la moltitudine di “italiani non italiani”

Cazzullo Roberta

Succede a volte nella cronaca che un fatto accaduto sortisca effetti radicalmente opposti a quelli immaginati.

Così, l’esito del dirottamento del bus di San Donato da parte di Sy Ousseynou, cittadino italiano di origini senegalesi, anziché scatenare la solita cagnara contro gli immigrati è riuscito a riaccendere il dibattito sullo ius soli “diritto del suolo”, inteso come l’acquisizione della cittadinanza di un dato paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suolo del suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

L’incredibile inversione è avvenuta dopo aver scoperto che i ragazzini più intraprendenti, quelli che a bordo del pullman sono riusciti a dare l’allarme con il telefonino, astutamente nascosto all’attentatore, sono stranieri.

Si chiamano Ramy e Adam, figli di egiziani, ma nati in Italia.

Ragazzini che nel momento determinante, quando al cellulare, impauriti, devono parlare velocemente lo fanno con un sorprendente accento lombardo, contribuendo a salvare cinquantuno ragazzini messi in pericolo dal sequestratore dell’autobus.

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Joseph Stiglitz – La concentrazione di mercato sta mettendo in pericolo l’economia americana

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Spesso si sente dire che il modello neoliberista che aveva esteso la propria egemonia come paradigma economico-politico occidentale sia entrato in crisi a partire dal 2008.  Se questo è sicuramente vero, altrettanto dovrebbe essere riconoscere che sotto il termine neoliberismo si concentrano aspetti spesso contrastanti e in tensione tra loro. L’esempio forse più marcato, analizzato anche da Colin Crouch nel suo “Can neoliberalism be saved from itself?[1] è dato dalla tensione esistente tra neoliberismo di mercato neoliberismo corporativo.

Entrambe le tipologie di neoliberismo tendono ad avversare l’interventismo statale, tuttavia in modo alquanto differente:  mentre il primo concentra una certa enfasi sull’efficienza del mercato e sull’importanza relativa agli aspetti della libera concorrenza; il secondo tende invece a porre l’accento sull’importanza che il privato svolge nel processo di crescita economica e dunque come anche aspetti di forte espansione di certi settori e corporation private produca effetti positivi all’intera società.

Tuttavia, una analisi attenta di ciò che è avvenuto in questi due decenni porta abbastanza presto a cogliere come queste due forme di neoliberismo siano in tensione tra loro. Tra i tanti esempi che si potrebbero citare potremmo pensare ai due seguenti interrogativi:

  • L’effetto della liberalizzazione del mercato di un determinato settore può creare nel medio periodo una concentrazione di potere nelle mani di pochi agenti economici privati (corporation), i quali possono accumulare oltre che un forte potere economico da permettere loro posizioni di rendita, anche un potere di influenza politica con attività di lobbying che possano indurre i policymaker a promuovere interventi legislativi atti a creare barriere all’entrata e favorire la loro posizione monopolistica o oligopolistica. Non è questo fenomeno forse in forte contrasto con i concetti basilari del neoliberismo di mercato?
  • L’effetto della liberalizzazione del mercato dei capitali, e il connesso aumento dell’attività finanziaria degli ultimi decenni, ha portato al fenomeno del cosiddetto buyback[2], ovvero il riacquisto di azioni proprie da parte delle corporation, il quale viene stimato aver superato la quota di mille miliardi di dollari nel 2017. Non è forse tale fenomeno distorsivo e dannoso, con conseguente pericolo di bolle e di utilizzo degli utili aziendali per meri motivi speculativi piuttosto che per il reinvestimento in attività davvero utili per la crescita e lo sviluppo economico?

Queste due semplici domande rappresentano solo la punta dell’iceberg delle innumerevoli contraddizioni esistenti tra queste forme di neoliberismo.

D’altro canto, non a caso, anche all’interno del mondo liberale esiste da molti anni una certa discussione a riguardo. Esempi possono essere rappresentati da Maurizio Ferrera e Paul De Grauwe (solo per citarne un paio), i quali da tempo insistono sui pericoli insisti in un neoliberismo che tenga poco conto delle tematiche sociali.

In questo articolo Joseph Stiglitz sembra fare una certa concessione alla forma di neoliberismo di mercato, ricordando che alcune deformazioni del neoliberismo corporativo possono essere vinte proprio con alcune regole che migliorino la concorrenza e l’efficienza tanto care ai neoliberisti di mercato. Ma questi ultimi tornino a ricordare, prima che sia troppo tardi, che non esiste sistema liberale e forma di democrazia rappresentativa che non sia sostenuta da un forte pilastro sociale per la tutela dei ceti medi-popolari. Il prezzo da pagare potrebbe essere molto, molto alto.

Giorgio Laguzzi

Market Concentration Is Threatening the US Economy

Mar 11, 2019 JOSEPH E. STIGLITZ

Rising inequality and slow growth are widely recognized as key factors behind the spread of public discontent in advanced economies, particularly in the United States. But these problems are themselves symptoms of an underlying malady that the US political system may be unable to address.

NEW YORK – Le economie avanzate del mondo soffrono di una serie di problemi ben sedimentati. Negli Stati Uniti, in particolare, la disuguaglianza è al massimo dal 1928 e la crescita del PIL rimane miseramente tiepida rispetto ai decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Dopo aver promesso una crescita annuale del “4, 5, e persino del 6%“, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e i suoi estensori repubblicani del Congresso hanno esclusivamente prodotto un deficit senza precedenti. Secondo le ultime proiezioni dell’ufficio del bilancio del Congresso (CBO), il deficit del bilancio federale raggiungerà i  900 miliardi di $ quest’anno e supererà un 1 trilione di $ ogni anno dopo il 2021. Con il Fondo Monetario Internazionale che prevede una crescita negli USA del 2,5% nel 2019 e dell’1,8% nel 2020, in calo rispetto al 2,9% nel 2018, la pillola zuccherata che produsse l’ultimo aumento del deficit sta già sciogliendosi.

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The Economist (UK) – La nuova fase che segnerà il futuro dell’economia mondiale: la Slowbalisation

Slowbalisation

Si può essere d’accordo o meno con l’orientamento politico-economico del The Economist, però all’interno di quella variegata comunità di riferimento, che si estende da titolati accademici, uomini e donne di governo, fino a semplici operatori nel settore del business, non c’è discussione sul fatto che alcuni dei suoi “storici” editoriali abbiano “certificato” giornalisticamente un avvenuto cambiamento strutturale nel complesso sistema delle relazioni economiche, di mercato e politiche che in parallelo agiscono a livello internazionale.

Assodato ciò, reputiamo che l’editoriale del 24 gennaio scorso appartenga a una di quelle “cesure informative” incluse tra le poche di cui si è fatto cenno in precedenza. Un breve testo che documenta il passaggio dalla precedente temperie globalizzante verso una nuova forma di relazioni economiche, finanziarie e politiche, sebbene dai contorni ancora molti vaghi, che il The Economist definisce come “Slowbalisation”.

Qualcuno potrebbe farci osservare che il The Economist abbia scoperto semplicemente “l’acqua calda”, in quanto il citato “discontent” nei confronti della globalizzazione rumina da parecchio tempo: il “Revisited[1] di J. Stiglitz del 17 ne sarebbe uno dei tanti esempi. Sennonché, ci pare onesto sottolineare, che la pubblicazione di St. James Street, in questo editoriale, e più specificatamente nel successivo articolo che lo accompagna “The global list” – assai più tecnico e circostanziato – parrebbe svicolarsi dal giudizio critico pro/contro la globalizzazione, limitandosi ad annunciare una semplice “presa d’atto” dell’avvenuto cambiamento e le conseguenze che potrebbero derivarne.

Secondo il The Economist, in estrema sintesi, la “Slowbalisation” non sarebbe altro che un “lento rintracciamento” del mercato dei beni, dei servizi e dei capitali verso un’opzione tendenzialmente domestica, trascinando con sé i molteplici esiti che tale scelta comporterebbe a livello globale (es. la riduzione dei flussi commerciali transfrontalieri).

Molte sono le ragioni, ben argomentate dagli autori dei due testi, che si situerebbero come fondamento di questa svolta. Resta tuttavia ferma la nostra convinzione che l’incidenza maggiore dalla quale essa trae effetto la si debba all’inevitabile rallentamento del “miracolosa” crescita cinese. Se così fosse, nell’arco di poco tempo il sistema che comprende le relazioni economico-finanziarie e politiche internazionali dovrà ritrovare un nuovo equilibrio di funzionamento.

La preoccupazioni di molti attori, agenti in questo sistema, verrà misurata a seconda delle diverse condizioni in cui avverrà l’atterraggio del gigante orientale – arduo scordare il collasso giapponese dei primi anni 90 – e ciò determinerà il futuro livello di stabilità o il grado d’incertezza dell’intera economia mondiale.

The steam has gone out of globalisation

A new pattern of world commerce is becoming clearer—as are its costs

Jan 24th 2019

Quando l’America attuò una svolta  protezionista due anni fa, diede corpo a bui avvertimenti sulle miserie degli anni 30. Oggi, quelle previsioni minacciose appaiono mal riposte. Sì, la Cina sta rallentando. Sì, le ditte occidentali esposte in Cina, come Apple, sono state bastonate. Ma nel 2018 la crescita globale è stata decente, la disoccupazione è diminuita e i profitti sono aumentati. A novembre il presidente Donald Trump ha firmato un patto commerciale con il Messico e il Canada. Se i colloqui nel corso del prossimo mese porteranno a un accordo con Xi Jinping, i mercati rincuorati concluderanno che la guerra commerciale riguarda il teatro politico, e spremendo alcune concessioni dalla Cina, ciò non [vuol dire che] si faccia saltare in aria il commercio globale.

Tale compiacenza è sbagliata. Le tensioni commerciali odierne stanno aggravando un cambiamento che fu già in atto dalla crisi finanziaria nel 2008-09. Come illustriamo [più dettagliatamente] nel nostro Briefing[2], gli investimenti transfrontalieri, il commercio, i prestiti bancari e le catene di approvvigionamento sono complessivamente da tempo in contrazione o stagnanti rispetto al PIL mondiale. La globalizzazione ha lasciato il posto a una nuova era di ristagno. Adattando un termine coniato da uno scrittore olandese, la chiamiamo “slowbalisation“.

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Giorgio Abonante – Ratatouille

Ratatouille

L’era del cooking trionfa, finalmente, anche in terra mandrogna. Non entra Cracco nel Consiglio generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria ma Artana, uno che di cucine e ristorazione se ne intende assai. E passa dalla porta principale, per indicazione del Comune di Alessandria. Anche se la procedura di nomina sembra essere viziata ma poco importa. Per quali obiettivi e con quale mandato non si sa, si sa soltanto che in questo anno e mezzo è stato candidato per tutti i cda pubblici locali di ogni ordine e grado. Basta che respiri, si diceva una volta.

La Fondazione Cral è strana. Autoreferenziale molto più della politica ma solo perché in realtà ne rappresenta la forma più alta e più bassa al tempo stesso, forse anche la ragione per la quale nessuno si permette mai di criticarla, qualche punzecchiatura ogni tanto ma nulla di che. Pochi giorni fa si è autocelebrata con la presentazione dell’ottimo (bello davvero) catalogo delle opere d’arte di cui è proprietaria raccontandosi come luogo pubblico, come museo, come spazio aperto.

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The NewStatesman (UK) – Una nuova recessione globale è sempre più vicina e il mondo è miseramente preparato

Wall street

Nel Settembre del 2018, Nouriel Roubini, professore alla Stern School of Business – uno dei pochi economisti che seppe prevedere nel dettaglio come si sarebbe materializzato il credit crunch finanziario del 2007, da cui la successiva grande recessione mondiale – scrisse un breve articolo[1] nel quale avvertì i mercati che l’euforia del momento si sarebbe interrotta nel 2019, e che tra il primo trimestre e il secondo del 2020 avremmo assistito a una fase di brusca controtendenza. Egli elencò dieci punti nodali in base ai quali la nuova crisi si sarebbe avverata.

Da qualche mese il FMI continua a lanciare segnali un po’ ambigui sulla tenuta delle borse mondiali, un messaggio a mezza strada, tra il rassicurante e il preoccupato. Si potrebbe interpretare come un linguaggio assai criptico, di doppia lettura, volto a non spaventare gli investitori, ma altresì a preoccupare gli analisti e i grandi gestori di fondi. In questi giorni filtra dalla stampa economica americana la notizia in corrispondenza della quale Jerome Powell, il Chairman della FED – Banca centrale USA – sarebbe intenzionato a non solo accantonare l’idea di alzare il tasso di sconto ma addirittura a volerlo abbassare nell’immediato futuro.

Come afferma in modo corretto l’economista britannica Grace Blakeley, analista del pregiato IPPR Londinese[2], nel post a seguire, la verità sta nel fatto che l’economia americana, combinata con quella mondiale, è assediata da un mostruoso debito di fonte privata. Una specie di gigantesco Ponzi’s scheme. La notizia secondo cui molti cittadini americani non riescano più a pagare le rate di finanziamento per l’acquisto dell’autovettura (car-loan) è ormai di dominio pubblico. La crescita esponenziale del debito studentesco (student-loan) negli USA è materia di aspra denuncia da parte dei canditati democrats che corrono nelle primarie (Sanders, Warren).

Grace Blakeley, riguardo al caso specifico, è riuscita nell’intento di scrivere un testo facile e divulgativo su di una materia, la cui complessità intersettoriale è assai nota. Tuttavia, data la specificità dell’argomento, non ha potuto evitare d’introdurre qualche tecnicismo di esplicita derivazione finanziaria. Le conclusioni che possiamo trarre da questo breve articolo si riassumono in un solo chiaro avvertimento: far suonare i campanelli d’allarme in merito alla enorme esposizione finanziaria che correntemente grava sulle aziende e sulle famiglie di gran parte del globo terracqueo. Si tratta di un timore tanto giustificato quanto tecnicamente valido che si discosta in modo netto rispetto alla vulgata corrente che tende a individuare il debito pubblico come la scaturigine di tutti i mali che affliggono l’economia reale.

Detta in altri termini, nel “retrobottega” dello Stato si trova sempre una pressa pronta all’uso per stampare soldi con lo scopo di pagare fornitori, utenti e investitori (signoraggio), mentre i privati, le banche, sono per legge privi di questo macchinario e quasi sempre, in condizioni di alta rischiosità, falliscono.

A new global recession is getting closer — and the world is woefully unprepared

The US yield curve has inverted a year before every one of the country’s past seven recessions.

27 March 2019

By Grace Blakeley

Il 22 marzo, la più grande novità nel mondo finanziario è stata l’inversione della curva dei rendimenti USA. Alla fine della giornata, le ricerche su Google relative a “recessione” e “curva dei rendimenti” hanno entrambe subito un picco. Non è difficile capire il perché: la curva dei rendimenti si è sempre invertita un anno prima di ognuna delle ultime sette recessioni negli Stati Uniti.

La curva dei rendimenti classifica i rendimenti che gli investitori possono aspettarsi dal mettere i loro soldi in titoli di stato con date di scadenza differenti. Tecnicamente, il rendimento di un titolo del Tesoro statunitense (Treasury bond) è determinato dal tasso di interesse offerto e dal prezzo che un investitore paga per acquistarlo, ciò influisce sull’offerta e sulla domanda del titolo. Una maggiore domanda rende le obbligazioni più costose, il che spinge verso il basso i rendimenti.

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Mariana Mazzucato – Cerchiamo di essere pratici, parliamo della finalità concernente l’attività economica

 

mariana mazzucato 03Troviamo sorprendente come Mariana Mazzucato abbia riassunto in poche righe le oltre 300 pagine della sua ultima opera “The Value of Everything”, in italiano “Il valore di tutto”[1], un vero pezzo pregiato di letteratura economico-sociale che compendia ambiti di teoria e politica economica, richiamando e interconnettendo nel suo disegno alcuni giganti di questa grigia scienza: David Riccardo (Teoria della rendita), Joseph Shumpeter (La concezione dello sviluppo), John M. Keynes (Teoria monetaria, il rapporto tra liquidità e investimenti), Hyman Minsky (Teoria dell’accumulo finanziario).

Un lavoro critico, imperniato sulle asimmetrie correnti dell’attuale pensiero di derivazione neoclassico, altresì connotato con il termine di “neoliberismo”. Un testo che ci avvia verso un percorso di ricostruzione della scienza economica, fondandola su una maggiore ridistribuzione, su un serio progetto d’innovazione tecnologica sostenibile, rispetto al quale il ruolo del pubblico assumerebbe, nelle narrazione dell’autrice, una ben qualificata centralità. Tale processo, oltre alla necessaria presenza del capitale, includerebbe la partecipazione responsabile di tutti gli attori sociali (stakeholder) coinvolti, a cui non dovrebbe venir meno il giusto riconoscimento per il loro condiviso impegno.

Let’s Get Real About Purpose

Jan 14, 2019 Mariana Mazzucato

For too long, the value of economic activity has been measured purely by its price. By recognizing that value is created collectively by business, government, and civil society, it is possible to create a more purposeful type of capitalism.

LONDRA – Un anno fa, il presidente e amministratore delegato di BlackRock [una delle più celebrate Private Equity] Larry Fink scrisse una lettera ai 500 amministratori delegati [le cui aziende fanno parte dell’indice S&P 500] chiedendo loro di ripensare come concepiscono la propria missione di capitani d’industria. “Per prosperare nel tempo“, mise in chiare lettere lo scrivente, “ogni azienda deve non solo fornire prestazioni finanziarie, ma anche mostrare come contribuisca positivamente alla società“.

Larry Fink sostenne che l’eccessiva concentrazione [d’investimenti] a breve termine delle aziende stava danneggiando la loro capacità di creare più valore nel lungo periodo. Alcuni importanti esponenti politici, tra cui la senatrice americana Elizabeth Warren[2] e (fino a quando la Brexit non compromise la sua agenda politica), il primo ministro britannico Theresa May, convennero sulla necessità di una forma di capitalismo più inclusiva e meno predatoria.

Ma nonostante questi inviti ad agire, poco è cambiato. Il settore finanziario è ossessionato da se stesso e investe principalmente in altre attività della finanza, come le assicurazioni e gli immobili. Anche le società sono eccessivamente finanziate, spendono in misura maggiore per riacquisti di azioni e dividendi piuttosto che per il capitale umano, macchinari, ricerca e sviluppo. Per altro, la mania del buyback [acquisto di azioni proprie][3] sta peggiorando. Anche in aziende come l’Apple, dove l’innovazione non è estranea al fallimento del reinvestimento. Molti operatori nel campo degli affari parlano in modo pacato della loro responsabilità sociale, dell’impatto e della propria finalità sociale, ma pochissimi mettono tutto ciò al centro del loro modo d’operare.

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Il ponte democratico riformista

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“Costruire ponti” metaforicamente significa generare quegli approdi che permettano di creare sintesi tra diverse angolature di pensiero. D’ora in poi, a seguito della risonante vittoria di Nicola Zingaretti, sarà più possibile farlo mediante un continuo raffronto verso quella sinistra democratica frammentata e dispersa che, nonostante la sua posizione minoritaria, non fece mai mancare le sue puntuali critiche nei confronti di un recente PD a trazione liberal-democratica.

Partiamo dall’imperativo categorico, ovverosia che sia presuntuoso da parte di chi scrive definire i confini di una socialdemocrazia post-moderna. Forse, in passato sarebbe stato più facile, in quanto la dicotomia all’interno della composita casa della sinistra si stagliava in modo molto più marcato, connotandosi tra coloro che ritennero legittime e concorrenziali le diverse sfumature politiche, vissute entro un perimetro partitico, in opposizione ai partigiani di un determinato “costruttivismo ideologico”.

Oggi, non è più così, poiché la storia fece il suo corso. La complessità degli scenari in cui versano le attuali società occidentali, nonché le difformi esperienze d’orientamento politico incarnate dai governi socialdemocratici o presunti tali, succedutesi dall’ultima cesura bellica, c’induce a dover riassettare la nostra eredità valoriale novecentesca per renderla spendibile in un contesto attuale profondamente diverso rispetto a ieri. Lo si può fare a condizione che si avvii un serio confronto e un’aperta discussione con tutte le molteplici sensibilità che si pregiano di considerare il socialismo e la democrazia come il motore nel progresso umano.

E’ assai probabile che ci debba attendere nell’immediato futuro una ridefinizione delle linee politiche e programmatiche all’interno dello spezzato quadro della sinistra italiana, se non addirittura una ricomposizione degli stessi schieramenti di rappresentanza partitica. Se ciò accadrà prepariamoci sin da subito a discuterne, poiché è noto che qualsiasi improvvisata soluzione verticistica sarebbe la meno auspicabile. I riposizionamenti funzionano quando si dimostra saldo e allineato il rapporto che collega la classe dirigente  di un partito con l’ampia base dei militanti, compresi coloro che avvertono un generale senso d’appartenenza e d’orientamento ideale per la propria causa politica.

Ed è proprio in virtù di quanto precedentemente esposto che abbiamo deciso di compiere un passo importante. Il blog Democratici Riformisti nel corso di questi nove anni trascorsi ha sempre cercato di offrire, nei limiti dei suoi autori, contenuti per ampie discussioni.  Ciò che premeva da parte di chi scrive era quello di divulgare, rendere noti spunti concettuali alimentanti le linee di pensiero e di azione principalmente presenti nel vasto campo del progressivismo anglosassone, che in questa fase storica ci appare molto più avanti nell’elaborazione teorica rispetto al rimanente spazio occidentale. Allo stesso modo, e con uguale dedizione, ci siamo impegnati a trattare i fatti collegati al nostro territorio. Non sappiamo se siamo riusciti in questa operazione di “glocal”. Sennonché, ciò di cui siamo certi sono gli oltre 1860 post prodotti e le numerose visualizzazioni e condivisioni operate dai nostri lettori.

Ampliare il raggio d’azione, accettare scritti eterodossi su di una piattaforma digitale nuova significa, non solo offrire spazio a una vulgata critica nei confronti di una proposta politica maggioritaria, seppur recentemente ridotta nella sua capacità offensiva, bensì anche costruire con pazienza legami che servano per collaudare azioni di lotta politica condivise, necessarie per affrontare la corrente deriva di consenso elettorale che sta premiando una destra oscurantista del tutto aliena ai nostri valori ideali.

Giorgio Abonante, Franco Gavio, Giorgio Laguzzi

The New Statesman (UK) – Mid-term USA 18, Sen. Elizabeth Herring Warren, la democrat che fa impensierire Trump

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Tratto dal blog Democratici & Riformisti, pubblicato il 3 Novembre 2018

The rise of Elizabeth Warren, the dust bowl radical

As the Democrats move left in response to Trumpism, few doubt that the Massachusetts senator will run for president. But who is she and what does she want? 

Robert Kuttner

Gli scettici che pensano che Elizabeth Warren non possa essere nominata o eletta presidente degli Stati Uniti tendono a dimostrarlo attraverso tre argomenti. Primo, è troppo di sinistra. Secondo, è troppo incline a comportarsi da professore universitario, un atteggiamento da “maestrina” per essere ascoltata dai comuni americani. Infine, terzo, dopo il fiasco di Hillary Clinton nel 2016, è troppo presto per i democratici nominare un’altra donna, tanto meno una donna liberale del Massachusetts.

La migliore risposta a queste affermazioni è osservare la Warren in azione.

Ad agosto partecipò alla convention Netroots Nation a New Orleans, il più importante raduno annuale di giovani attivisti di base orientati a sinistra. La Warren parla con una leggera pronuncia nasale tipica dell’Oklahoma, l’antitesi del “Bramino” di Harvard. Il suo discorso fece accalorare i convenuti, interrotto ripetutamente con acclamazioni e urla. Ci furono anche momenti in cui il pubblico manifestò un caloroso entusiasmo, come quando la Warren raccontò quello che le successe dopo che suo padre perse il lavoro. Un evento che le diede l’opportunità di trarne delle connessioni politiche generali. Ella, spiegò, che prima dell’infarto di suo padre i suoi genitori erano riusciti a comprare una casa con tre camere da letto in un distretto scolastico decente. A partire da quel momento tutto ciò fu a rischio.

Rivolgendosi alla folla disse: “di notte, dopo che i miei genitori pensavano che fossi tranquilla nel mio letto, li sentivo parlare. Potevo sentire parole che sembravano portare con sé un enorme peso. Parole come “mutuo”, parole come “ipoteca”. Una mattina entrai nella camera dei miei genitori. Mia madre aveva preparato il suo miglior abito nero: voi sapete…quel vestito, quello per matrimoni, lauree e funerali. E lei era lì in piedi in sottoveste, stava piangendo, e stava dicendo, non perderemo questa casa, non perderemo questa casa.”

Sua madre all’epoca aveva 50 anni e non aveva mai avuto un lavoro retribuito. “Ma“, disse la Warren, “lottò con quel vestito, si lavò il viso, si soffiò il naso, si mise il rossetto, calzò i tacchi alti, si precipitò da Sears [Grandi Magazzini] e lei ottenne un lavoro al minimo salariale.

Ha salvato la loro casa e la loro famiglia.

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Giorgio Laguzzi – La ricchezza nascosta delle nazioni, Gabriel Zucman

 

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Gabriel Zucman

Da qualche settimana è tornata alla ribalta delle cronache la cosiddetta “web-tax”. Una iniziativa congiunta portata avanti da Germania, Francia, Italia e Spagna alla riunione dell’ECOFIN a Tallinn pochi giorni fa avrebbe portato ad una seria discussione su tale strumento. Il tema affrontato dalla web-tax riguarda ovviamente il tentativo di raggirare i metodi di elusione fiscale da parte dei colossi digitali, quali Facebook, Google, Amazon e Microsoft. Ma il tema dell’elusione fiscale a livello globale, tramite i paesi offshore, ha una origine ancora più antica, ed una base molto più ampia, della quale i colossi statunitensi rappresentano solo una parte, seppur considerevole. Uno degli studi più dettagliati su questo tema è stato portato avanti da Gabriel Zucman, i cui risultati sono contenuti nel suo saggio The hidden wealth of nations [2], a cui il titolo dell’articolo si ispira.

Prima parte: Descrizione del Fenomeno 

In questa prima parte dell’intervento ci soffermeremo sul valutare lo stato dell’arte, cercando di capire le stime dei patrimoni offshore, di valutare l’ammanco che questi portano in termini di gettito fiscale, e di comprendere alcune tecniche di elusione. Nella seconda parte (che uscirà a breve in un secondo articolo) ci concentreremo sull’analisi delle possibili soluzioni, partendo dai limiti delle misure portate avanti in passato.

Lo stato dell’arte

Per inquadrare il problema nella sua giusta dimensione, Zucman elabora una stima dell’ammontare di capitali detenuti in Svizzera e negli altri paradisi fiscali, arrivando a calcolare nell’8% del totale dei patrimoni globali la quantità detenuta offshore. Nel dettaglio egli stima la suddivisione come segue:

6.900 miliardi € detenuto offshore (pari appunto a circa l’8% del patrimonio finanziario globale, stimato intorno a 87.000 miliardi €), di cui circa 2.100 miliardi € in Svizzera e 4.800 miliardi € in altri paradisi fiscali. Di questi 6.900 miliardi soltanto circa 1.400 miliardi € risultano dichiarati. La perdita totale in termini di gettito fiscale stimata si aggira intorno ai 170 miliardi €, così suddivisi: 110 miliardi € di imposte sul reddito, 50 miliardi € di tasse di successione, 10 miliardi € di imposte patrimoniali.
La parte detenuta offshore in Svizzera viene a sua volta stimata da Zucman essere suddivisa come segue:

Detentori di conti svizzeri:
• proprietari dalla UE: 1.200 miliardi € (Germania: 240 mld €, Francia 220 mld €, Regno Unito 130 mld €, Italia 130 mld €, Spagna 100 mld €, Altri: 380 mld €);
• proprietari dall’Asia: 200 miliardi €
• proprietari dagli USA: 60 miliardi €
• proprietari dal Canada: 40 miliardi €
• proprietari dall’America Latina: 200 miliardi €
• proprietari dalla Federazione Russa: 60 miliardi €
• proprietari Paesi del Golfo: 200 miliardi €

Investimenti
• Fondi di investimento Lussemburghesi: 700 miliardi €; Fondi di investimento Irlandesi: 200 miliardi €: Azioni globali (Statunitensi, ecc. ): 500 miliardi €; Obbligazioni globali: 500 miliardi €; Depositi, altro: 200 miliardi €

Abbiamo evidenziato due dati in particolare, poiché sono quelli che più colpiscono, a mio avviso, visto la loro natura:

1. il primo, che sottolinea come la maggior parte dell’ammontare di capitali offshore detenuti in Svizzera provengano da proprietari europei, sfatando così il mito che siano principalmente gli oligarchi russi o i dittatori africani a sfruttare maggiormente questa pratica. La cosa d’altro canto può anche essere giustificata da due fattori: da un lato, l’Europa è pur sempre il continente più ricco al mondo; dall’altro, il numero di proprietari europei è probabilmente maggiore di quelli russi e africani;

2. il secondo, che sottolinea la quantità elevata di fondi di investimento lussemburghesi e irlandesi, il che evidenzia la pratica, sviluppata specialmente in Lussemburgo, per la quale sono ormai i grandi fondi di investimento del Granducato a gestire i capitali detenuti in Svizzera, e non più i banchieri elvetici direttamente. Si pensi che il Lussemburgo risulta essere secondo solo agli Stati Uniti in termini di creazione di fondi comuni. Il motivo di questa tendenza si è sviluppata per via della totale assenza di tassazione in Lussemburgo sia sui dividendi incassati dal fondo sia su quelli distribuiti agli investitori (situazione peraltro identica anche in Irlanda). In Svizzera, invece, tali dividenti sono tassati al 35%, ed ecco dunque svelato il “mistero” della migrazione dei fondi da Ginevra verso il Granducato e Dublino.

Va notato che le stime ottenute da Zucman rivedono al ribasso computazioni di altri economisti, tra le quali quelle di James Henry (si veda [1]), il quale aveva valutato un totale che oscillasse tra i 21mila e i 32mila miliardi € di patrimoni offshore. Nel suo saggio, Zucman spiega dettagliatamente due principali motivi per cui ritiene tale stima eccessiva. Allo stesso tempo, riconosce come sia impossibile dare una stima precisa di tale ammontare, ma tende ad escludere che essa possa superare una quantità superiore ai 10mila miliardi €.

La stima relativa agli ammanchi in termini di gettito fiscale annuale nelle diverse macro-aree economiche portano alle seguenti cifre: Europa 70 miliardi €, USA 30 miliardi €, Asia 31 miliardi €, America Latina 19 miliardi €, Africa 13 miliardi €, Canada 6 miliardi €, Russia 1 miliardo €. Per lo specifico caso italiano, considerando la percentuale di patrimoni offshore stimata, si può valutare una perdita tra i 5 e i 7 miliardi €.

Relativamente al punto 2, la cosa che principalmente infastidisce è che Lussemburgo e Irlanda, Paesi che hanno accresciuto fortemente la loro natura offshore negli ultimi anni, siano direttamente appartenenti alla UE (e addirittura alla zona euro). Queste storture caratterizzate da regimi fiscali agevolati vanno esattamente nella direzione opposta a ciò che sarebbe davvero necessario per avanzare verso una maggiore integrazione europea, ovvero la convergenza dei regimi fiscali e della tassazione, condizione necessaria tanto per una equa ridistribuzione delle ricchezze all’interno della UE, quanto per un serio contrasto alle pericolosissime “aste al ribasso” sulle tassazioni marginali superiori, le quali incentiverebbero ancor più pratiche di elusione fiscale da parte dei detentori di cospicui capitali, a danno dei sistemi di welfare e indirettamente anche dei piccoli e medi risparmiatori.

Dedichiamo infine un ultimo breve paragrafo alla analisi delle tecniche di elusione delle società multinazionali, e ad alcune relative stime quantitative. Le tecniche per far apparire i propri profitti in Paesi a tassazione agevolata sono essenzialmente due: la prima consiste nel sovraccaricare di debiti le filiali site in Paesi con elevata tassazione, attraverso dei prestiti infragruppo (tecnica che tuttavia risulta facilmente rilevabile); la seconda consiste invece nella manipolazione dei prezzi di trasferimento, ovvero i prezzi a cui le diverse filiali si scambiano i loro stessi prodotti. La tecnica consiste nel vendere a tariffe elevate prodotti e servizi da Paesi offshore e comprarli da filiali site in USA o altri Paesi ad elevata tassazione; in questo modo si possono facilmente alzare gli utili nelle prime ed abbatterli nelle seconde.
Secondo le stime di Zucman, queste tecniche di elusione permettono ai colossi digitali statunitensi di eludere circa 130 miliardi di dollari di passività fiscali. Interessante è inoltre anche la stima delle passività versate dalle multinazionali in termini percentuali; esse rivelano che le aliquote effettive pagate negli USA è passata dal 45% degli anni ’50, al 30% degli anni ’80, per poi precipitare al 15% nel 2010 (si veda [2], Fig. 9, p. 124).

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