Luca Ferraris – Sono quasi 10.000 i chilometri che separano Torino da Shanghai.

Luca Ferraris, docente Politecnico di Torino, Consigliere comunale, la nostra Community.

Per arrivare nella megalopoli occorrono dalle 10 alle 18 ore di volo, eventualmente qualche scalo di mezzo e la necessità di avere molta pazienza mentre si sorvolano i cieli di quasi mezzo continente asiatico. Ci si imbarca a Milano Malpensa, tra le nebbiose campagne del Varesotto, si atterra in una metropoli da 26 milioni di abitanti.

Ci racconta dell’esperienza cinese, sia come expat che come professore, Luca Ferrais. Arriva nella terra del Dragone per un progetto congiunto siglato dall’Università di Torino di cui è docente per la cattedra di Ingegneria Elettrotecnica. Con lui la sua famiglia, la compagna Emanuela e il figlio Tommaso. La destinazione finale è la Tongji University, una delle più antiche e prestigiose università cinesi. Ci si porta dietro l’essenziale – è necessario -perché non esistono valigie sufficientemente capienti per iniziare una nuova parentesi di vita dalla parte opposta del mondo. In un campus alle porte della città si scontra con il sistema universitario cinese, profondamente diverso dal nostro.

Studenti assonati da un ritmo di vita differente e edifici lontani dalla supertecnologia associata spesso al miracolo economico d’oriente. Il tempo scorre ma le persone restano. E così un incontro fortuito nei corridoi di Torino con uno studente cinese, in Italia sempre in virtù dell’accordo interuniversitario siglato, ci ricorda che quei 10.000 km sono forse una barriera non così invalicabile ai nostri giorni. E nemmeno la questione linguistica e quei nomi così impronunciabili che sono stati sostituiti per necessità di comprensione da soprannomi italiani – non sempre o forse quasi mai equivalenti. L’adattabilità diventa condizione indispensabile per non divenire “Lost in Transaltion”, come dei Bill Murry a zonzo sul Bund.

Di ritorno a casa inizia il progetto “Risorsa” che ha come filo conduttore l’economia circolare: il recupero delle “terre rare” dagli hard disk di computer in disuso e il loro utilizzo per la realizzazione di magneti a prestazioni migliori da montare su motori elettrici. Una ricerca interdisciplinare con protagonista la sede alessandrina del Politecnico di Torino con l’obbiettivo dell’avanzamento tecnologico del settore.

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Giorgio Abonante – Migranti e minori non accompagnati, l’emergenza e le risposte che aspettiamo.

Cresce anche sulla nostra città la richiesta di accoglienza di persone migranti (molti sono minori non accompagnati) formulata dal Governo. È doveroso per la nostra comunità mettersi a disposizione.

Mi permetto di fare qualche considerazione

La prima: oggi il problema è recuperare spazi adatti ma soprattutto avere personale qualificato disponibile. Dopo il blitz dell’allora Ministro Salvini, sostanzialmente replicato nel cosiddetto Decreto Cutro,  che dimezzò le risorse a disposizione dell’accoglienza ci si trova in una situazione in cui è difficile reperire personale preparato visto che negli ultimi anni si sono create le condizioni per rendere appetibile, e sostenibile, l’accoglienza solo a soggetti che possano accogliere centinaia di persone e quindi assicurarsi un margine sui grandi numeri  (a tutto dispetto della qualità dei servizi offerti) . L’esatto contrario di quell’accoglienza diffusa che dovrebbe rappresentare lo standard del sistema incardinato nell’esperienza del SAI (co gestito dagli enti locali) ed  evocato  in questi giorni anche dal Governatore  Zaia  e da diversi Sindaci del Nord Est, a dimostrazione di come  bisogni, problemi (e soluzioni) non abbiano colore politico.

L’effetto boomerang di questo approccio ideologico oggi lo deve affrontare la Presidente Meloni e non può permettersi di scaricare tutto il peso sui Comuni.  E lo deve fare non solo per cortesia istituzionale, diciamo così, ma per precisi obblighi di legge che il Governo in primis deve rispettare (a cominciare dai minori per cui la legislazione italiana, tra le più avanzate al mondo, prevede tutta una serie di tutele e guarentigie per il solo fatto di essere minorenni, a prescindere cioè dalla nazionalità, titolo di protezione, ecc. ecc.)

La Seconda: le Province possono dare una grande mano soprattutto se vogliono riacquisire credibilità agli occhi dei Comuni in vista dello auspicato ritorno all’elezione diretta dei Presidenti.

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Il Giorno del Giudizio: la follia del debito incontrollato

L’argomento introdotto da Giorgio Laguzzi https://ilponte.home.blog/…/ferragosto-1971…/… è interessante, ben formulato, nel suo tipico stile divulgativo “laguzziano”. Il post tratta con acume alcune tesi di economia politica, in particolare quella che riguarda il concetto di moneta e i suoi eventuali equivalenti in termini di valore sottostante (metalli). Inoltre, l’autore storicizza l’accordo di Bretton Woods del 44’, da cui fa discendere l’ordine economico che si è protratto fino alla crisi del 71’.

Tuttavia, ciò che intendo sottolineare in questo breve scritto, a differenza della vulgata storica – la cui élite di pensiero sostenne che tutto sommato John Maynard Keynes ne uscì a testa alta dal confronto, seppur claudicante, con l’americano Henry Dexter White – concerne il fatto che il celebre economista britannico – secondo la lettura che ci offre il suo più noto biografo Robert Skidelsky – da quella conferenza ne sortì non solo sconfitto ma anche personalmente avvilito.

J.M. Keynes, al di là degli interessi britannici post bellici, temette, già allora nel 45’ un anno prima della sua scomparsa, che un tale assetto macroeconomico internazionale forgiato e imposto dalla potenza americana avrebbe generato, all’occorrenza, nel tempo, quelle condizioni che avrebbero potuto trasformarlo in un nuovo ordine basato principalmente sulla “potenza reputazionale” del debito. Ordine, dal quale sarebbe emerso un forte aumento della disuguaglianza; condizione contro la quale egli sacrificò gran parte della sua vita professionale e intellettuale affinché con l’ausilio dei suoi principi macroeconomici si potesse stemperarla. Purtroppo, dimostrò ancora una volta la sua preveggenza.

Questo dibattito tra moneta “neutra”, ossia regolatore degli scambi contro moneta “attiva ed endogena”, ossia prodotta direttamente dalle banche grazie all’emissione di liquidità trasferita nelle loro riserve dalle Banche Centrali e spacciata mediante tassi negativi, con la funzione di accelerare la crescita del PIL, quindi del reddito nazionale (incremento della ricchezza privata), venne anticipatamente in parte “risolto” nel 71′, scollegando la base aurea dal dollaro. Il tutto accese la miccia – alcuni reputano consapevolmente – affinché si causasse la fruizione della seconda tesi (moneta endogena), già a partire dalla metà degli anni 70’ (Jimmy Carter), da cui seguì un modello specificamente orientato e creato appositamente per cagionare l’esplosione stellare del debito complessivo sui vari PIL delle 7 più sviluppate economie mondiali (Cina inclusa, qualche decennio successivo).

Alcuni storici argomentano, non a torto, che tale disegno (aumento sproporzionato del debito complessivo sul PIL a occidente per favorire l’incremento dell’iper-consumo di massa mantenendo bassi tassi d’interesse, Ronald Reagan, 80’) fu il velenoso cocktail che inferse il colpo di grazia all’oramai esangue socialismo sovietico.

Basti pensare che gli USA raggiungono (2022) un tasso d’indebitamento intorno al 300% del PIL, di cui poco meno del 2/3 è privato (drammaticamente pericoloso in quanto non rifinanziabile). Ovviamente, la distribuzione nazionale del debito netto, nel caso specifico del “government debt and spending model” genera elevatissima disuguaglianza – chi  può accedere al denaro s’arricchisce sempre di più – ragione per la quale parte di esso incrementa i valori immobiliari e mobiliari a spirale crescente (abitazioni, residenze commerciali, Stock Exchange) appartenenti ai patrimoni personali di una minima minoranza di cittadini americani (inferiore al 10%), e facendo sì che il loro valore come reddito netto (abitazioni, azioni, particolari titoli e depositi, si sia moltiplicato del 770% rispetto al 60 percentile rimanente, i cui redditi sono cresciuti solo del 22% – dagli  anni 80’ ad oggi – e con un carico debitorio doppio per quest’ultima fascia rispetto ai più fortunati facenti parte del primo decile.

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Mariano G. Santaniello – Il Rimosso e l’Elefante in Soggiorno

Solo recentemente mi è capitato di leggere un breve intervento dell’amico Franco Gavio pubblicato su questo blog la scorsa estate intitolato “L’immigrato è sempre un intruso?https://ilponte.home.blog/2022/08/28/limmigrato-e-sempre-un-intruso/#more-3885 dove il Nostro si è esercitato in una riflessione sul fenomeno migratorio con il suo abituale sguardo, acuto e particolare, individuandone le ragioni sostanziali “nella qualità della domanda e dell’offerta di lavoro” come fattori dirimenti.

Se da un lato comprendo e condivido la sua lettura del fenomeno venandola con modalità di approccio di radice materialistica (le relazioni economiche componenti scatenanti delle dinamiche storiche, n.d.r.), non posso per contro non segnalare alcune contraddizioni che mi pare emergano dal suo ragionamento. 

In primo luogo ritengo che il tipo di metodo prescelto, squisitamente economicistico, allontani aspetti che hanno a che fare con la condizione umana nella sua essenza, con le aspettative a cui ogni singolo individuo ambisce per migliorare le proprie condizioni materiali e di vita, con la volontà individuale di ricercare migliori e più favorevoli ambienti ove garantire la sopravvivenza propria e del nucleo di persone più prossime a sé.

Esiste cioè una condizione naturale, psicologica e antropologica che induce storicamente l’essere umano a muoversi, a spostarsi, a migrare alla ricerca di migliori e più benevole condizioni – ambientali e sociali – ove poter garantire sé stessi, il procastinamento della propria genia il proprio futuro. Ciò accade dalla notte dei tempi e, per raggiungere questo obiettivo, centinaia di milioni di esseri umani si sono spostati nel corso dei secoli, hanno modificato le proprie abitudini, hanno accettato condizioni di vita differenti talvolta ambientalmente estreme, al fine di poter garantirsi una prospettiva, una possibilità di migliorare le opportunità di vita se non per loro, quantomeno per le generazioni dei loro figli e nipoti.

A raccontarci plasticamente e drammaticamente questa condizione, richiamo alla memoria di ognuno di noi una straziante immagine, comparsa distrattamente sui circuiti mediatici mainstream nelle scorse settimane. Quella di una giovane madre e della sua piccola bimba morte di inedia e di sfinimento nel deserto sahariano durante la loro traversata nella speranza, flebile e lontana, di sfuggire ad una condizione umana evidentemente non più sostenibile. Ovviamente, superata l’emozione del momento, tutto è tornato come prima…

Nel corso degli ultimi decenni si sono riproposte condizioni che hanno indotto spostamenti di masse sempre maggiori di esseri umani (e non uso questa espressione a caso) verso approdi ritenuti migliori o forse semplicemente più “sicuri”. Masse che fuggono da condizioni di vita devastate da fenomeni inscindibilmente connessi ai mutamenti climatici, questi ultimi correlati con ogni evidenza con l’entrata in crisi di un modello globale di sviluppo predatorio e aggressivo, che ha evidenziato sempre di più i propri limiti e la propria insostenibilità sia dal punto di vista ambientale, che da quello sociale ed economico.

Non solo, a questi si sommano quelle enormi masse di individui, masse sempre maggiori e in crescita, che vengono a classificarsi come profughi ovvero tutti quegli esseri umani che fuggono travolti da guerre e regimi autoritari e violenti, che spesso, nell’arco di poche settimane, hanno visto le loro vite, le loro città, i loro villaggi spazzati via in un turbine di violenza e distruzione, togliendo loro ogni speranza di futuro. E anche su questo il cosiddetto mondo sviluppato detiene responsabilità enormi a cominciare dall’uso distorto e colpevole che viene fatto della pace, della guerra e degli strumenti di risoluzione delle controversie e degli interessi.

L’idea di pensare avere la possibilità di “distinguere”, nell’accezione bourdieuana, le caratteristiche di una migrazione desiderata – “ricca“ o “povera” per citare l’articolo –  funzionali alle quelle rivendicate e richieste del tessuto economico e produttivo di uno Stato, mi pare perdente e, sinceramente, velleitaria.

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Ferragosto 1971 – riflessione a 52 anni dal Nixon shock

Giorgio Laguzzi, la nostra community

Ferragosto, Ferragosto.

Oltre alla ricorrenza di origine pagana dovuta ad Ottaviano, per chi è appassionato di storia della politica monetaria, il 15 Agosto rappresenta la ricorrenza del cosiddetto Nixon shock, ossia il giorno in cui il presidente americano sospese la convertibilità del dollaro in oro, rompendo così il sistema monetario che venne pattuito a Bretton Woods, sul finire della seconda guerra mondiale.

Nel 1944, le trattative a Bretton Woods furono simbolicamente una tenzone tra i progetti di John Maynard Keynes e Harry Dexter White. Il compromesso che venne fuori fu un sistema sicuramente più schiacciato sulla proposta dello statunitense White, in primis per via del maggior peso geopolitico assunto dagli USA in quegli anni, ormai chiaramente il nuovo egemone globale. Gli accordi di Bretton Woods portarono ad un sistema dollaro-centrico, in cui tutte le valute nazionali erano agganciate al valore del dollaro, il quale a sua volta era però agganciato all’oro. Questo avrebbe permesso una maggior flessibilità rispetto al sistema aureo, i cui limiti erano ormai chiari da oltre un secolo di storia e di conflitti, ma al contempo avrebbe costretto il dollaro, valuta nazionale al centro però di un sistema monetario internazionale, ad avere (almeno formalmente) un vincolo esterno e non ad essere solo arbitrio della FED, la Banca Centrale Statunitense.

(da sinistra: Harry Dexter White e John Maynard Keynes)

Keynes uscì ampiamente deluso dalla trattative, poiché sebbene il nuovo sistema all’apparenza portasse alcuni organismi che formalmente potevano somigliare a quanto da lui proposto, nella sostanza il suo grande progetto uscì sconfitto. Il sistema dollaro-centrico si impose sul sistema Bancor, che per Keynes avrebbe dovuto essere una valuta internazionale indipendente da qualsiasi specifica nazione, e dunque senza nessuna valuta nazionale che avesse rivestito un ruolo privilegiato sulle altre. Keynes aveva a lungo studiato la storia della politica monetaria e visto sul campo i pro e contro di diversi sistemi. Storicamente, il ruolo della moneta fu sempre una oscillazione tra Locke e Fichte, tra la moneta-merce con (presunto) valore “naturale”, e la moneta fiduciaria, con valore deciso dallo Stato sovrano. La disputa insomma tra la moneta intesa come regolatrice degli scambi internazionali e la moneta come processo di contratto sociale all’interno di un sistema-Stato.

Keynes era ben consapevole che un sistema complessivamente per reggere avrebbe dovuto tener conto di entrambi gli aspetti. Propose dunque un sistema a due livelli, fondamentalmente; il livello nazionale, dove i singoli stati avrebbero avuto un certo margine di flessibilità nel poter gestire la politica monetaria e accoppiarla alla loro politica fiscale; è un secondo livello, per regolare gli scambi internazionali, ovvero una moneta di riserva internazionale, il Bancor. I rapporti tra i due livelli sarebbero stati gestiti all’interno di una Camera di compensazione, un organismo internazionale in grado di ridurre gli sbilanciamenti commerciali tra i diversi Stati, con una doppia funzione; stimolare i paesi debitori a migliorare i propri parametri economici, ma anche redistribuire risorse dai paesi creditori ai debitori, in modo da evitare eccessi di competizione tra Stati, i quali eccessi si erano mostrati causa di conflitti nei decenni precedenti. Dagli accordi di Bretton Woods, come abbiamo detto, uscì vincitore però il dollaro e non il Bancor.

Nel 1971, la già posizione privilegiata del dollaro uscì ulteriormente rafforzata dal Nixon shock, che come abbiamo visto sospese la convertibilità in oro, mettendo la FED ancor più al centro del sistema monetario internazionale. Fu l’inizio di un sistema a cambi fluttuanti con una serie di evoluzioni del sistema monetario che aveva rotto le rigidità del sistema aureo, ma che metteva una singola valuta con una posizione fortemente egemonica al centro del sistema. Le conseguenze furono un sistema altamente finanziarizzato, in cui gli USA mantennero l’equilibrio di una bilancia commerciale spaventosamente in deficit per decenni con un “risucchio” finanziario operato tramite la centralità di Wall Street nel sistema finanziario internazionale.

La sospensione della convertibilità in oro di una valuta che fungeva da centro del sistema internazionale non fu una novità del 1971. Ad esempio, un precedente storico di grande rilievo fu la sospensione della convertibilità in oro della sterlina annunciato dalla Banca d’Inghilterra nel febbraio del 1797 e mantenuta sino al 1821. Questo fu il primo caso, di rilievo globale, in cui venne testato un sistema incentrato su moneta fiduciaria, con una gestione della politica monetaria da parte delle banche centrali in senso moderno.

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Roberta Cazzulo – “Tutele non tutori” 

Roberta Cazzulo, Consigliere Comunale, la nostra Community

Lunedì, all’ospedale Sant’Anna di Torino, è stata firmata una convenzione per istituire una “stanza dedicata all’accoglienza e all’ascolto” delle donne che intendono interrompere la propria gravidanza.

La convenzione è stata firmata dall’Azienda Città della Salute e della Scienza di Torino, uno dei poli sanitari più grandi in Italia, e dalla federazione regionale del Movimento per la Vita.

In quella stanza, le donne che hanno intenzione di abortire incontreranno il personale del Movimento per la Vita, che proverà ad aiutarle a «superare le cause che potrebbero indurre alla interruzione della gravidanza».

In Italia il diritto all’aborto sarebbe tutelato dalla legge 194 del 1978 che prevede la possibilità di interrompere una gravidanza “per motivi di salute, economici, sociali o familiari.

Inoltre, in base all’articolo 9 della legge 194, se la salute della donna è in pericolo, non vale l’obiezione di coscienza e il medico, anche se obiettore, non può sottrarsi a praticare l’aborto.

E’ come se della 194 si volesse mantenere l’involucro e la si stesse a poco a poco svuotando.

La 194 garantisce il diritto alla scelta ciò significa che non vi è alcun obbligo che costringe ad abortire una donna se contraria, nasce però dalla presa di coscienza che rendere illegali gli aborti non li mai davvero impediti.

Anzi, la clandestinità nella quale si rende necessario agire nel momento in cui l’aborto viene vietato crea situazioni estremamente pericolose per la salute della donna.

Un’altra contraddizione che molti detrattori della 194 spesso non riescono a vedere è quanto l’aborto sia non solo una questione strettamente personale, ma anche soprattutto profondamente femminile.

Vi sono schiere di uomini che hanno pontificato milioni di volte sul diritto all’aborto, senza rendersi conto che  personalmente  non avrebbero mai dovuto affrontare tale scelta e che non sarebbe stato il loro corpo ad essere interessato.

Tra i paletti che impediscono l’efficacia della legge infatti il più forte è proprio il ricorso massiccio all’obiezione di coscienza.

Sulla base degli ultimi dati Istat, in Italia ci sono 72 ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza. 22 ospedali e 4 consultori nel nostro Paese hanno il 100% di obiezione tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e OSS.

Ci sono 18 ospedali con il 100% di ginecologi obiettori e 46 strutture che hanno una percentuale di obiettori superiore all’80%. In ben 11 regioni italiane c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto.

Il Piemonte, Torino inclusa, è una delle regioni con più obiettori di coscienza: 161 gli obiettori su 364 ginecologi. La gran parte delle IVG – il 47% di quelle praticate nella Regione – avviene al Sant’Anna.

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Shawn W. Rosenberg – La Democrazia sta divorando sé stessa

“In molte delle democrazie consolidate dell’Europa e del Nord America, le alternative populiste alla governance democratica stanno guadagnando popolarità e potere politico. Nel tentativo di dare un senso a questi sviluppi, sostengo, a differenza di molti, che l’ascesa del populismo non è semplicemente una risposta passeggera a circostanze fluttuanti come la recessione economica o l’aumento dell’immigrazione e quindi a un momentaneo arretramento nel progresso verso una sempre maggiore democratizzazione. Suggerisco invece che gli sviluppi attuali riflettano una sottostante debolezza strutturale insita nel governo democratico, che rende le democrazie sempre suscettibili al richiamo della sirena del populismo di destra. La debolezza è la relativa incapacità dei cittadini delle moderne democrazie multiculturali di soddisfare le esigenze che il sistema politico impone loro. Attingendo a un’ampia gamma di ricerche in scienze politiche e psicologia, sostengo che i cittadini in genere non hanno le capacità cognitive o emotive richieste.

Quindi sono tipicamente lasciati a navigare nella realtà politica che è mal compresa e spaventosa. Il populismo offre una visione alternativa della politica e della società che è più facilmente comprensibile e più soddisfacente dal punto di vista emotivo. In questo contesto, suggerisco che man mano che le pratiche in paesi come gli Stati Uniti diventano sempre più democratiche, questa debolezza strutturale è più chiaramente esposta e consequenziale, e la vulnerabilità della governance democratica al populismo diventa maggiore. La conclusione è che la democrazia rischia di divorare se stessa. Nella speranza che non sia così, considero brevemente i tipi di cambiamenti istituzionali necessari per facilitare lo sviluppo della democrazia cittadina richiesta.”

Ho solo tradotto il “brief abstract” del saggio breve scritto da politologo americano Shawn W. Rosenberg, in cui egli evidenzia che la complessità dell’attuale sistema democratico incontra una sempre e più crescente difficoltà all’interno del perimetro sociale e politico d’appartenenza. Secondo una recente indagine statistica condotta negli USA – così afferma Rosenberg – sulla psicologia dei singoli, una gran fetta dell’elettorato non possiederebbe le adeguate capacità cognitive tali da capire la dimensione istituzionale e valoriale di un corrente regime democratico.

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Una pillola su reddito di cittadinanza e crisi di sistema

Giorgio Laguzzi, la Nostra Community

Sul reddito di cittadinanza si sta consumando l’ennesima farsa.

Forme di sostegno a persone che versano in situazione di povertà assoluta, o anche relativa, esistono in molti paesi moderni (per non dire tutti). Oltre che essere un fattore etico, tali sussidi sono uno dei metodi con cui il sistema nel suo complesso evita il collasso durante le crisi economiche, poiché permette meccanismi compensativi, ossia stabilizzatori, automatici di redistribuzione del reddito e di sostegno alla domanda interna.

Il fatto che un meccanismo debba essere migliorato e perfezionato di volta in volta poiché spesso nelle fasi inziali porta a forme varie di elusione non dovrebbe impedire di osservare l’importante ruolo che queste forme di sostegno rendono. Se dovessi dirla tutta, nella messa a terra del reddito di cittadinanza ormai 5 anni fa, forse andava seguita maggiormente la traccia già impostata dal reddito di inclusione, ampliandone ovviamente la base e le risorse messe in campo. Ma questi sono dettagli.

La cosa che invece è assurdo fare è credere che forme tipo RdC siano un danno per un sistema economico, con la motivazione presunta che queste sottraggano produttività e forza lavoro. Al di là di casi, che ovviamente ci saranno sempre in qualsiasi contesto, di persone che eludono e approfittano in maniera furbesca, non possiamo non vedere che le cause principali della crisi economica in cui versano i nostri sistemi occidentali siano ben altre.

Noi abbiamo da ormai 15 anni, in maniera continuativa e ininterrotta, una estrazione di valore economico “dal basso verso l’alto” come mai era avvenuto nella storia recente, con eccezione fatta forse all’inizio del 900, periodo che infatti, non a caso, precedette una fase molto turbolenta.

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Giorgio Abonante – Riflessioni su Aperto per cultura e gli eventi della Città

La sospensione per un anno di Aperto per Cultura, condivisa fra Ascom e Comune, ha stimolato un’interessante riflessione di Paolo Massobrio https://www.lastampa.it/alessandria/2023/07/29/news/aperto_per_cultura_paolo_massobrio_intervento-12971547/ che ha esortato gli enti interessati ad adottare modalità organizzative strutturate e continue.

Provo ad arricchire questo confronto lasciando ad Ascom, proprietaria del marchio, e ad altri ogni altra eventuale valutazione.

Il temporaneo stop all’evento può aiutarci a ridefinirlo nei suoi contenuti profondi, prima ancora che nei suoi aspetti organizzativi. A tal fine penso possa essere utile richiamare gli esordi che si focalizzarono sul tentativo di rianimare i “non luoghi” abbandonati dal commercio (il centro in sé e i negozi sfitti) attraverso le espressioni artistiche teatrali e musicali.

Per tradurre questa visione nel contesto sociale, economico ed urbanistico dei “luoghi” della nostra città furono fondamentali figure competenti quali Daniel Gol, Laura Marchegiani, Davide Valsecchi, Paolo Scepi, Marica Barrera, Alice Pedrazzi e Vittoria Oneto (Barrera e Oneto in rappresentanza della Giunta Rossa) e altri che forse dimentico.

Riprendere ed aggiornare lo spirito degli esordi ci può aiutare a ridefinire per il futuro il senso di questa manifestazione. Ma c’è di più, “Aperto per Cultura” proposto in una sola serata non ha futuro a causa del rapporto costi benefici che presenta molti rischi.

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Roberta Cazzulo – Estate, ma quanto mi costi?!

La nostra Community, Roberta Cazzulo, Consigliere Comunale.

Incrociando i dati del demanio marittimo e di Legambiente su 3346 km di litorali balneabili, il 42 per cento ormai è gestito da lidi e camping privati a cui va sommato un ulteriore 8 per cento di altre forme di gestione esclusiva.

Rimane un 50 per cento, ma spesso si trova in zone poco accessibili, vicino ad aree industriali, periferie urbane senza depuratori o nei pressi delle foci, dove l’acqua è più inquinata … tenendo conto anche che la superficie utile si riduce di anno in anno: l’erosione costiera che riguarda circa il 46 per cento delle coste sabbiose, dato triplicato dal 1970.

Spiaggia libera addio? Il luogo più “democratico” delle nostre estati sta scomparendo inghiottito dagli stabilimenti privati.

I rapporti annuali di Legambiente evidenziano un problema grave: in alcune Regioni –  Liguria, Emilia-Romagna e Campania – quasi il 70% delle spiagge è “popolato” da stabilimenti balneari.

Nel Comune di Gatteo, in Provincia di Forlì e Cesena, tutte le spiagge sono in concessione, ma anche a Pietrasanta (Lu), Montignoso (Ms), Laigueglia (SV) e Diano Marina (IM) siamo sopra il 90% e rimangono liberi solo pochi metri spesso adiacenti a torrenti, in aree degradate.

Alcune regioni hanno stabilito delle limitazioni alla concessione di spiagge, ma in molti casi questi sono facilmente aggirabili.

Infattibile in tempi brevi emanare bandi che rispondano alle necessità e alle caratteristiche delle comunità costiere, che introducano minime protezioni per i piccoli imprenditori e impediscano offerte predatorie.

L’Italia potrebbe ripartire dal decreto concorrenza del luglio 2022 e non perdere altro tempo.

L’articolo 4 di quella legge delega, approvata dal parlamento ad agosto 2022, stabiliva anche la necessità di un “adeguato equilibrio tra le aree demaniali in concessione e le aree libere o libere attrezzate”… Insomma rendere effettivo il “diritto” delle famiglie italiane alla spiaggia libera.

Affittare un ombrellone e due lettini per il fine settimana in uno stabilimento di fascia media, secondo i calcoli di Codacons, quest’anno costa tra i 30 e i 35 euro al giorno, il 10-15 per cento in più (in alcuni casi anche il 25 ) rispetto all’estate dello scorso anno.

Se, poi, alla giornata in stabilimento si aggiungono pasti e cene ai bar, ristoranti, il parcheggio, il carburante, il pedaggio … sempre secondo Codacons una famiglia con due bambini arriva a spendere in media 110 euro.

Secondo lo studio presentato dal Codacons le abitudini degli italiani potrebbero cambiare considerevolmente, tenendo conto ad esempio di come il costo del pane sia aumentato del 13,6%, quello della pasta del 14%, mentre per la carne spendiamo il 7% in più e per i gelati in media il 22% in più rispetto al 2022.

Aumentati anche i costi del pesce fresco, con una media del 5,9%, mentre i prodotti ittici surgelati sono lievitati del 16,6%.; incrementi anche per frutta e verdura, che crescono entrambi del 7,6%.

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