La nostra Community: Daniela Maria Gioia – Consulta Comunale Pari Opportunità
Quando venne immessa sul mercato europeo nessuno poteva immaginare che in appena una decina di anni sarebbe diventata uno dei farmaci più conosciuti e discussi al mondo. La Talidomide, prodotta dalla tedesca Chemical Industry Basel e frequentemente prescritta come antinausea durante il primo trimestre di gravidanza, venne ritirata dal commercio poiché ritenuta teratogena. Sono i primi anni 60 e dal “Caso talidomide” nasce una nuova branca di studi, la farmacovigilanza.
Una disciplina complessa, che mette insieme l’incertezza dei trial clinici con il rigore e la precisione della giurisprudenza e del diritto. Ci spiega di cosa si tratta Daniela Maria Gioia, alessandrina che lavora in questo campo e che si occupa del sommerso legale e contrattualistico dietro ai farmaci che si trovano sugli scaffali delle farmacie.
“Una questione di costi-benefici, valutata attraverso gli strumenti della statistica e della matematica”.
Perché bisogna appurare senza possibilità di errore che i prodotti farmaceutici non producano effetti collaterali avversi e potenzialmente letali.
Odissea nello Spazio (A Space Odyssey) 1968, il grande registra Stanley Kubrick, il computer HAL portentoso suggeritore – acronimo non casuale – costruito in modo tale che si anteponesse ogni singola lettera, utilizzando la scala dell’ordine alfabetico anglosassone, all’acronimo di una famosa e potente azienda americana del tempo nel settore informatico: IBM. E’ trascorso più di mezzo secolo: prima era solo un ammonimento fantascientifico, ora è una drammatica realtà.
Yuval Noah Harari argues that AI has hacked the operating system of human civilisation
Storytelling computers will change the course of human history, says the historian and philosopher
I timori dell’intelligenza artificiale (AI) hanno perseguitato l’umanità sin dall’inizio dell’era dei computer. Finora queste paure si concentravano sulle macchine che usavano mezzi fisici per uccidere, schiavizzare o sostituire le persone. Ma negli ultimi due anni sono emersi nuovi strumenti di intelligenza artificiale da una direzione inaspettata che minacciano la sopravvivenza della civiltà umana. AI ha acquisito alcune notevoli capacità di manipolare e generare il linguaggio, sia con parole, suoni o immagini. AI ha quindi violato il sistema operativo della nostra civiltà.
La lingua è la sostanza di cui è fatta quasi tutta la cultura umana. I diritti umani, ad esempio, non sono inscritti nel nostro DNA. Piuttosto, sono artefatti culturali che noi abbiamo creato raccontando storie e promulgando leggi. Gli dei non sono realtà fisiche. Al contrario, sono artefatti culturali che noi stessi abbiamo creato inventando miti e scrivendo scritture.
Anche il denaro è un artefatto culturale. Le banconote sono solo pezzi di carta colorati, e attualmente, oltre il 90% del denaro non è più scambiato con banconote: sono solo informazioni digitali nei computer. Ciò che dà valore al denaro sono le storie che ci raccontano banchieri, ministri delle finanze e guru delle criptovalute. Sam Bankman-Fried, Elizabeth Holmes e Bernie Madoff non erano particolarmente bravi a creare valore reale, ma erano tutti narratori estremamente capaci.
Cosa accadrebbe una volta che un’intelligenza non umana diventa migliore dell’umano medio nel raccontare storie, comporre melodie, disegnare immagini e scrivere leggi e scritture? Quando le persone pensano a Chatgpt e ad altri nuovi strumenti d’intelligenza artificiale, sono spesso attratte da esempi come gli scolari che la usano per scrivere i loro compiti. Cosa succederà al sistema scolastico quando i bambini lo faranno? Ma questo semplice interrogativo è irrilevante rispetto al quadro generale. Dimenticate i compiti scolastici.
Pensate [invece] alla prossima corsa presidenziale americana nel 2024 e provate a immaginare l’impatto degli strumenti d’intelligenza artificiale che possono essere realizzati per produrre in massa contenuti politici, storie di notizie false e scritture per nuove adorazioni.
Negli ultimi anni il culto di qAnon si è unito a messaggi online anonimi, noti come “q gocce” (q drops). I seguaci raccoglievano, veneravano e interpretavano queste “q gocce” come un testo sacro. Mentre, per quanto ne sappiamo, tutte le “q gocce” precedenti erano composte da umani e i robot hanno semplicemente contribuito a diffonderle, in futuro potremmo vedere i primi culti della storia, i cui testi da idolatrare potrebbero venir scritti da un’intelligenza non umana. Presto, può darsi che ciò si traduca in una realtà. Le religioni nel corso dei secoli hanno rivendicato una fonte non umana per i loro libri sacri.
A un livello più prosaico, potremmo presto trovarci a condurre lunghe discussioni online sull’aborto, il cambiamento climatico o l’invasione russa dell’Ucraina con entità che pensiamo siano umani, ma in realtà sono delle AI. Il problema sta nel fatto che è assolutamente inutile per noi passare il tempo a cercare di cambiare le opinioni provenienti da un bot AI e nel mentre questo potrebbe affinare i suoi messaggi in modo così preciso d’avere buone possibilità di influenzarci.
Attraverso la sua padronanza del linguaggio, AI potrebbe persino stabilire relazioni intime con le persone e usare il potere della famigliarità per cambiare le nostre opinioni e visioni del mondo. Sebbene non vi sia alcuna indicazione che l’AI abbia una coscienza o sentimenti propri, per promuovere una falsa intimità con gli umani è sufficiente che li possa fare sentire emotivamente attaccati ad essa. Nel giugno 2022 Blake Lemoine, un ingegnere di Google, affermò pubblicamente che il chatbot AI Lamda, su cui stava lavorando, era diventato senziente. La controversa affermazione gli è costata il posto di lavoro. La cosa più interessante di questo episodio non fu tanto l’asserzione di Mr. Lemoine, che probabilmente fu falsa, quanto la sua disponibilità a rischiare il suo salario redditizio per il bene del chatbot AI. Se l’AI può influenzare le persone a rischiare il posto di lavoro per una dichiarazione di questo tipo, cos’altro potrebbe indurle a fare?
FAR FUNZIONARE L’ESISTENTE MA COSTRUIRNE UNO NUOVO RISULTERA’ FONDAMENTALE NEL FUTURO.
Nel futuro come sarà la nuova rete ospedaliera? Perché non si è attivato da subito uno studio comparativo su più terreni per individuare il più idoneo? Perché non si fa come a Cuneo per capire quali strumenti finanziari alternativi ad Inail possono essere eventualmente più adatti? La Regione prima di indicare i terreni doveva chiedere un confronto con il sindaco per capire il suo progetto di sviluppo urbanistico, economico e sociale.
Le preoccupazioni dei cittadini sul fronte della salute oggi sono giustamente quelle di ottenere in tempi rapidi appuntamenti per le visite o le cure necessarie, di non attendere troppo al pronto soccorso, di avere un medico di famiglia che spesso rappresenta l’unica risposta della sanità territoriale, di non restare senza cure domiciliari quando necessarie o di non pagare troppo nelle case di riposo o nelle comunità sociosanitarie.
Insomma, i cittadini chiedono di far funzionare quello che c’è, non chiedono altro. Le Istituzioni però hanno un altro compito: devono decidere oggi i progetti che saranno utili nel futuro. Un compito improbo per chi non ha valori di riferimento e una visione troppo limitata nel tempo. Nel caso specifico il valore di riferimento è quello costituzionale del diritto alla salute che deve essere garantito dal Sistema Sanitario Nazionale pubblico con la stessa qualità a tutte le persone a prescindere dal luogo di nascita e dalle disponibilità economiche. La visione troppo limitata nel tempo è quella che pretende di immaginare nel futuro la conservazione di questa rete ospedaliera e di questa modalità di integrazione tra ospedali e sanità territoriale.
Giorgio Abonante, Sindaco di Alessandria, la nostra Community
Le 855 primavere della nostra Città sono connotate da un carattere capace di reagire con forte spirito di coesione alle molte difficoltà e ai periodi bui della nostra storia.
Recentemente, seppur in condivisone con l’intero pianeta, siamo stati chiamati a fronteggiare una malattia, il COVID, e le conseguenze anche sociali ed economiche che si sono abbattute sulla nostra comunità. Nonostante i lutti e le sofferenze, grazie anche al sistema sanitario nazionale e alle persone che lo animano quotidianamente, la nostra città ha voltato pagina, anche se ciò che è accaduto in quei mesi ha mostrato che gli investimenti in sanità devono aumentare e devono essere di qualità. Tornerò su questo punto fra poco.
Per farlo, occorre rileggere molti dei momenti fondanti della nostra comunità vecchia di 855 anni di vita: dalla nascita, sotto la benedizione papale contro l’impero, che segna la crescita di nuove categorie sociali vogliose di emergere, alle grandi battaglie, agli accordi di pace, al periodo spagnolo passando per quello napoleonico fino a giungere ai Savoia e, poi, alla nascita dell’Alessandria democratica e repubblicana con il ruolo determinante della popolazione civile nella resa dei tedeschi.
Il ‘900 tra Tanaro e Bormida, infatti, è stato un laboratorio politico di grande interesse, non senza ombre ma con intelligenze altissime che hanno dato valore enorme alla comunità culturale e politica alessandrina.
Proprio a partire da questa considerazione dobbiamo coltivare l’ambizione di inserirci in questa tradizione, a partire dall’allontanare gli schemi preconfezionati della vita politica e partitica nazionale, pur nel rispetto dei diversi valori in campo, per raggiungere risultati migliori.
Quali sono? Coerentemente con la condizione sanitaria tratteggiata poco fa, le drammatiche liste d’attesa ridotte dai privati a prezzi inarrivabili per la classe media e i ceti meno abbienti, dotare Alessandria, e il territorio che ad essa afferisce, di un nuovo Ospedale che sia la punta di diamante di un sistema sanitario e assistenziale in grado di migliorare sensibilmente il livello dei servizi alle difficili condizioni date e che abbia uno sviluppo urbanistico coerente con le esigenze della nostra città e del territorio che inevitabilmente servirà.
La Responsabilità Sociale d’Impresa, “Corporate Social Responsability” (CSR), è un modello di business ove le aziende, pur perseguendo lo scopo del lucro, attuano politiche per creare benefici sociali e ambientali, prefissandosi obiettivi organizzativi, intercettando esigenze collettive di ampio respiro (ambiente, discriminazione sessuale e razziale, ecc.) o, in alternativa, facilitando necessità d’ordine sociale che traspaiono dalla community ove esse sono locate (iniziative a favore dell’infanzia, anziani, persone con problemi psichici o motori).
Cenni storici
Quando Bill Clinton decise di ridurre i benefit per le famiglie povere mediante la promulgazione del “Personal Responsability and Work Opportunity Reconciliation Act” nel 1996, eliminando gli ultimi residui dell’impostazione Rooseveltiana, l’allora Ministro del Lavoro (Labor Secretary) Robert Reich si batté per far passare nel Congresso un disegno di legge chiamato “Corporate Welfare”. Il progetto era teso a fare in modo che le maggiori strutture produttive economiche americane destinassero una frazione dei loro ricavi tali da compensare parzialmente il taglio applicato dal Governo Federale.
Clinton non rifiutò la proposta di Robert Reich ma ne cambiò il nome in “Corporate Social Responsability”. Nonostante ciò, la montante illusione liberista del tempo – che coinvolse anche i DEM – basata sull’ampiamento di un libero mercato competitivo anche per sociale, unita alla drastica volontà di ridurre il passivo del bilancio federale, fece fallire l’obiettivo del Ministro del Lavoro. L’idea fu ripresa con il primo mandato Obama e da allora, sotto l’impulso del Presidente, molte aziende USA internazionali ne applicarono i principi fondamentali.
Modi e Applicazione della CSR
Il business è molto più che realizzare un profitto. Il cambiamento climatico, la disuguaglianza economica e altre sfide globali che hanno un impatto sulle comunità di tutto il mondo indussero gran parte delle aziende, spesse volte per accattivarsi la benevolenza da parte dei rispettivi consumatori, a contribuire per il bene comune.
Andrea Di Tullio, Consigliere Comunale, la nostra Community
Le lancette dell’orologio segnavano le 3.32 quando l’Abruzzo si svegliò di soprassalto nel cuore della notte. Era il 6 Aprile 2009 e il più potente terremoto della storia moderna italiana aveva appena scaricato tutta la sua potenza ai piedi degli Appennini.
Dal giorno successivo iniziò una gara di solidarietà senza precedenti: viveri, vestiti e oggetti di prima necessità venivano spediti da ogni parte d’Italia fino a riempire i palazzetti dell’Aquila.
Quando Andrea di Tullio inizia la sua esperienza con la Protezione Civile lo fa in questa occasione: Avezzano 2009, racconta seduto al tavolino di un bar, è stato il suo primo vero banco di prova. Il sisma ha tagliato i rifornimenti e le zone terremotate sono isolate. Occorre portare delle scorte di farmaci presso gli ospedali locali e la Protezione civile locale risponde alla chiamata.
Ci racconta con tono consapevole e a tratti orgoglioso la complessità della macchina organizzativa: la conosce bene lui, addetto alla logistica di emergenza. Tempestività e organizzazione, le parole chiave che riprende più volte nel suo discorso.
Le stesse che sono state indispensabili quando il virus ha iniziato a diffondersi a macchia d’olio anche ad Alessandria. “State a casa” per Andrea non valeva. Lui e altri colleghi hanno allestito presso la Caserma Valfré uno dei primi centri tamponi, un drive-in su cui contava tutta la città quando la domanda era alta e l’offerta di operatori sanitari e materiale arrancava a tenere il passo.
In un contesto economico e politico globale sempre più complesso e interconnesso, la Globalizzazione affronta nuove sfide che minacciano la sua stabilità e continuità.
In questo post, ci concentriamo sui principali rischi per la globalizzazione, prendendo spunto da alcuni documenti di grande importanza appena pubblicati: 1. il rapporto della World Trade Organization (WTO), “Global Trade Outlook and Statistics 2023”; 2. il rapporto del Fondo Monetario Internazionale (IMF) “World Economic Outlook, A Rocky Recovery, Full Report, April 2023”; 3. e in particolare il Chapter 4 del World Economic Outlook dell’IMF, “Geoeconomic Fragmentation and Foreign Direct Investment”. Questi documenti offrono un quadro importante e aggiornato delle sfide che sta affrontando la globalizzazione e delle possibili soluzioni per mitigarne gli impatti negativi. In particolare, tra i tanti, ci concentreremo sui rischi derivanti dalla frammentazione geoeconomica e dalla competizione geopolitica, che oggi sembrano i principali, analizzando come questi fenomeni influenzino il commercio internazionale e gli investimenti diretti esteri.
Per scelta ci asterremo da ogni valutazione sulla bontà o meno della globalizzazione in se. Ci limiteremo ad una valutazione sui fattori di rischio per questo processo che ha caratterizzato e plasmato l’evoluzione economica degli ultimi decenni.
L’attuale contesto economico e politico globale è caratterizzato da un’incerta ripresa economica post-pandemica, con un tasso di crescita globale stimato dall’IMF al 2,8% nel 2023. Il dato può essere paragonato con l’andamento dell’indice dal 2011 al 2021 (fonte IMF):
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2020
2021
2,7
2,8
3,1
3,1
2,8
3,4
3,3
2,6
(3,1)
5,9
Tuttavia, questa ripresa è ineguale tra i diversi paesi e settori, e l’instabilità politica ed economica continua a influenzare le relazioni internazionali. Inoltre, assistiamo a un aumento della competizione per l’accaparramento di risorse e mercati, in particolare tra le potenze economiche come Stati Uniti, Cina e Unione Europea, che stanno rivalutando le loro strategie commerciali e di investimento in un contesto di crescente tensione geopolitica.
Il commercio internazionale, dal canto suo, ha registrato una crescita del 2,7% nel 2022, come riportato dalla WTO. Questo dato può essere valutato nel quadro dell’andamento del volume degli scambi internazionali dell’ultimo decennio (fonte WTO):
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2020
2021
2,4
2,4
2,6
2,3
1,9
4,6
3,0
0,4
-4,7
8,4
In questo quadro aggregato però l’accesso alle risorse e i flussi di investimento sono sempre più influenzati da considerazioni geopolitiche e geoeconomiche. Questa situazione ha portato a una crescente frammentazione del sistema economico globale, con la formazione di blocchi regionali e la rinegoziazione di accordi commerciali bilaterali e multilaterali. Allo stesso tempo, la competizione geopolitica tra le grandi potenze si riflette nelle tensioni riguardanti l’accesso a risorse strategiche come le materie prime necessarie per la transizione energetica e la sostenibilità ambientale, come sottolineato dal rapporto dell’OECD “Raw Materials Critical For The Green Transition: Production, International Trade And Export Restrictions”.
Insomma, anche i dati più recenti diffusi dalle grandi istituzioni internazionali confermano come lo scenario mondiale attuale sia segnato da crescenti incertezza e volatilità, non solo percepite, che mettono a rischio la stabilità e l’efficienza del sistema economico globale.
La Frammentazione Geoeconomica
La frammentazione geoeconomica è un fenomeno che si verifica quando l’interconnessione e l’integrazione tra le economie nazionali si indeboliscono a causa di fattori economici, politici e strategici. Questo processo può portare alla formazione di blocchi economici regionali, all’adozione di politiche protezionistiche e alla riduzione degli Investimenti Diretti Esteri (IDE). La frammentazione geoeconomica, questo è l’aspetto importante, può avere ripercussioni negative sulla crescita economica globale, l’occupazione e la cooperazione internazionale.
Il Capitolo 4 del World Economic Outlook dell’IMF, “Geoeconomic Fragmentation and Foreign Direct Investment”, evidenzia come la frammentazione geoeconomica stia diventando una preoccupazione crescente per l’economia mondiale e stia influenzando gli IDE e i flussi commerciali a livello globale. In particolare, si sottolinea che le tensioni commerciali e geopolitiche, insieme alle preoccupazioni per la sicurezza economica e la resilienza delle catene di approvvigionamento, stanno portando a una crescente “regionalizzazione” degli IDE e del commercio. Questa tendenza può limitare la capacità delle economie di beneficiare delle opportunità offerte dalla globalizzazione, come l’accesso a nuovi mercati, tecnologie e fonti di finanziamento.
L’analisi condotta nel rapporto evidenzia come le tensioni commerciali, le rivalità geopolitiche e le preoccupazioni sulla sicurezza economica stiano portando a un cambiamento nella natura degli IDE e dei flussi commerciali.
Il rapporto rileva che nell’ultimo decennio, la quota dei flussi di IDE tra le economie allineate geopoliticamente ha continuato a crescere, più della quota per i paesi geograficamente più vicini, suggerendo che le preferenze geopolitiche determinano sempre più l’impronta geografica degli IDE. Si osserva comunque anche una crescente regionalizzazione degli IDE, con una maggiore concentrazione di investimenti all’interno delle stesse regioni piuttosto che tra regioni diverse. Questo fenomeno è attribuito principalmente alla crescente importanza delle catene di approvvigionamento regionali, che offrono una maggiore resilienza alle interruzioni globali e alle tensioni geopolitiche.
Il rapporto sottolinea che la frammentazione geoeconomica può portare a una serie di conseguenze negative, tra cui la riduzione degli scambi di beni e servizi, l’erosione della cooperazione internazionale e l’aggravamento delle disparità economiche tra i paesi. Tali conseguenze possono limitare la capacità delle economie di beneficiare delle opportunità offerte dalla globalizzazione e ostacolare la crescita economica a lungo termine.
In sintesi, il capitolo 4 del World Economic Outlook dell’IMF mette in luce i rischi associati alla frammentazione geoeconomica, sottolineando la necessità di affrontare le sfide poste da questo fenomeno per garantire un futuro più stabile e prospero per l’economia mondiale. La cooperazione internazionale e la ricerca di soluzioni condivise saranno fondamentali per mitigare gli effetti negativi della frammentazione geoeconomica e promuovere una globalizzazione più equa e sostenibile.
Un esempio emblematico di frammentazione geoeconomica è la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, iniziata nel 2018 con l’introduzione di dazi e tariffe reciproche. Questo conflitto commerciale ha avuto ripercussioni negative sull’economia globale e ha portato a una riduzione degli scambi commerciali tra i due Paesi, come evidenziato nel rapporto WTO “Global Trade Outlook and Statistics 2023”. Inoltre, la rivalità geopolitica tra le due potenze ha avuto effetti sul flusso degli IDE, causando un calo degli investimenti reciproci.
Un altro esempio di frammentazione geoeconomica riguarda il processo della Brexit, con il Regno Unito che ha lasciato l’Unione Europea nel 2020. Questo evento ha portato a nuove barriere commerciali e a una riduzione degli scambi tra il Regno Unito e l’UE, con conseguenze negative per entrambe le economie. Inoltre, gli IDE tra il Regno Unito e l’UE sono diminuiti, come riscontrabile nel capitolo 4 del World Economic Outlook dell’IMF.
Infine, la pandemia di COVID-19 ha accentuato la frammentazione geoeconomica attraverso l’adozione di politiche protezionistiche e la ricerca di autonomia in settori strategici come l’industria farmaceutica e la produzione di dispositivi medici. La chiusura delle frontiere e le restrizioni ai viaggi hanno avuto un impatto negativo sui flussi commerciali e sugli IDE, come riportato nel World Economic Outlook dell’IMF.
In conclusione, gli esempi sopra citati mostrano come la frammentazione geoeconomica stia influenzando il commercio e gli investimenti diretti esteri a livello globale.
“Ogni sera mi chiedo perché tutti i Paesi debbano basare il loro commercio sul dollaro. Perché non possiamo commerciare in base alle nostre valute? Chi é stato a decidere che il dollaro fosse la valuta dopo la scomparsa dello standard aureo?”
Così si interroga un redivivo Lula nella sua visita a Pechino, esplicitando quella che é ormai una tendenza in atto da tempo, ovvero la progressiva de-dollarizzazione del commercio internazionale. L’ultimo quesito del Presidente brasiliano, credo, sia il più importante per inquadrare storicamente il sistema monetario internazionale post Bretton Woods. Nel ’71, infatti, Nixon proclamò la fine della convertibilità del dollaro in oro e con esso un sistema di cambi fissi agganciati alla valuta statunitense.
Troppo alto il deficit commerciale americano, troppo ingenti le richieste di conversione da parte di paesi con un surplus commerciale vis a vis gli Stati Uniti. Il punto é che invece che sancire la fine di una fase di egemonia da parte dell’impero statunitense, il cosiddetto “debasement” del dollaro fu piuttosto lo spartiacque di un’evoluzione del sistema di dominio imperiale USA.
Come disse il sottosegretario al Tesoro USA, Connelly: “da oggi il dollaro é la nostra moneta, ma un vostro problema”. Tramite la propria influenza geopolitica e militare, gli USA seppero convincere l’Arabia Saudita e i paesi dell’OPEC a commerciare petrolio solo in dollari.
In altre parole, gli Stati Uniti seppero mantenere e in qualche misura persino aumentare il peso del dollaro come moneta di riserva internazionale, senza avere più come onere quello della convertibilità in oro.
La questione del salario minimo, oggi di grande attualità, è in realtà un problema che gli esperti di diritto del lavoro e il legislatore si sono posti fin dal dopoguerra. A porselo per primi furono i padri costituenti, che all’art. 38 della Costituzione previdero che gli accordi collettivi stipulati dai sindacati registrati maggiormente rappresentativi sarebbero stati obbligatori per tutti. Il problema si pose però perché i sindacati non si registrarono mai, e non si sono neppure registrati ad oggi (non lo sono peraltro neppure i partiti politici, rimanendo a tutt’oggi allo stato di associazioni non riconosciute).
Al problema ha sempre ovviato la magistratura, facendo applicazione interpretativa dell’art. 36 Costituzione, che obbliga a corrispondere ai lavoratori una retribuzione proporzionata al lavoro svolto e sufficiente a una vita dignitosa.
Si è sempre ritenuto nei processi che la retribuzione proporzionata e sufficiente fosse quella minima prevista dai contratti collettivi. Il problema però è stato ovviato fino a un certo punto: non solo tale principio non si applicava alla 14ma, che molti contratti non prevedono e quindi non è istituto generalizzato, ma restavano, e restano, altri diritti quali le ferie i permessi e tanto altro che i contratti collettivi prevedono, ma che se non sono applicati volontariamente non lo possono essere autoritativamente.
Questo sistema, che ha retto fino agli anni 90 del secolo scorso (con sempre maggiori correttivi imposti per legge, quali l’obbligo di applicare i contratti maggiormente rappresentativi per chi partecipava ad appalti pubblici o voleva assumere con contratti prevedenti agevolazioni, quali l’apprendistato o i contratti di formazione e lavoro), è stato messo in crisi dall’estendersi delle cooperative di produzione e lavoro.
L’escamotage era semplice: quelli delle cooperative di produzione e lavoro non erano dipendenti, ma soci, e quindi non essendo lavoratori dipendenti non potevano vedersi applicate le norme sopra elencate, che di fatto, in assenza della registrazione dei sindacati, proteggevano comunque i lavoratori creando loro condizioni di lavoro comunque pari a quelle previste dai contratti collettivi.
Le cooperative sono state per molti anni luogo di nuova schiavitù: stipendi bassissimi, zero diritti, sindacati non ammessi al loro interno, nessuna possibilità di applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: si veniva esclusi con una semplice delibera di consiglio di amministrazione, la cui impugnazione comportava costosissimi ricorsi al Tribunale delle Imprese Regionale.
Leggo il The Guardian, di cui sono abbonato, da quando è stato riprodotto in forma digitale. Lo leggo con interesse poiché ritengo che questo storico quotidiano britannico ad ampia diffusione internazionale, con una potenziale platea di oltre un miliardo di lettori in lingua inglese – pensate solo all’India – è stato più che un “guardiano” il vero “faro” dell’immensa galassia socialista mondiale nel periodo più cupo dell’ordine neoliberale.
Il The Guardian è l’unico tra i top quotidiani internazionali che ha sempre garantito il “free access”, cioè “leggi ma se vuoi non paghi”. Il The Guardian nella sua area “Opinion” nell’ultimo quarto di secolo ha ospitato ogni voce autorevole del multiforme universo socialista internazionale, dai liberal fino ai sinistrosi “militants”.
Nell’articolo che segue, scritto da Owen Jones, inglese, classe 84, columnist del The Guardian e noto “digital influencer” nazionale di area “agit-prop”, scrive una riflessione caustica sulle attuali macerie sociali causate da quarant’anni di neoliberismo economico. Mi permetto solo di far osservare che le descrizioni possono dimostrarsi tanto reali quanto convincenti, ma se non si sottolineano le vere storiche cause e, non solo quelle contingenti, spesse volte le lamentele diventano stucchevoli e ripetitive.
Gary Gerstle, lo storico statunitense – di casa in UK – noto conoscitore del New Deal americano, un po’ più anzianotto del Jones, anche lui columnist del quotidiano di Manchester, gli avrebbe fatto notare che i celebrati “30 anni gloriosi” non furono una concessione bonaria del capitale, bensì anche il risultato di una politica di “contenimento” e di compromesso nei confronti del mondo del lavoro ispirata dal governo americano (DEM e GOP indistintamente) dal dopo guerra fino al termine degli anni 70’ affinché si riducesse tra le classi subordinate in occidente l’enfasi di una utopia comunista. Caduta l’URSS, il capitalismo ha disvelato il suo vero volto, quello antecedente al I° conflitto mondiale.
fg
Politicians are right about the ‘decline of the west’ – but so wrong about the causes
Wed 5 Apr 2023 06.00 BST
Owen Jones is a Guardian columnist and the author of Chavs: The Demonisation of the Working Class and The Establishment – And How They Get Away With It
The problem is not moral decay. It’s the withering away of our living standards, security and wellbeing
Se è vero che esiste un incedere in avanti del progresso umano, questo non si è solo arrestato, ma ha fatto marcia indietro. Lo scorso autunno, un rapporto poco discusso pubblicato dalle Nazioni Unite ha rilevato che lo sviluppo umano è diminuito per due anni consecutivi nel 90% dei paesi. Un calo senza precedenti da oltre tre decenni. La pandemia e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia hanno svolto il loro ruolo, così come ” i rapidi mutamenti socio-economici, i pericolosi cambiamenti planetari e i massicci aumenti della polarizzazione politica e sociale”.
Sono abbastanza comuni le inconcludenti chiacchiere sul “declino dell’occidente”: che tendenzialmente sono appannaggio della destra reazionaria, la quale incolpa il nostro indebolimento, in vario modo: il decadimento morale, il multiculturalismo e quindi una revisione della storia europea. Sennonché la colpa non è dei diritti delle minoranze, della diversità o del riconoscimento dei crimini occidentali. L’inversione di tendenza nelle nostre fortune collettive è stata drammatica.
Essa è stata direzionata da un sistema economico che prometteva la libertà personale ma che invece ha creato insicurezza su vasta scala danneggiandoci in qualsiasi immaginabile modo, a partire dal nostro benessere emotivo e fisico fino alle nostre circostanze materiali.