
Da circa un anno scriviamo su questo blog che stiamo vivendo una fase di passaggio dell’ordine politico-economico mondiale, il cosiddetto “paradigmatic shift”, la lenta fine della temperie neoliberista – o neoliberal in ossequio alla terminologia americana – e l’approccio verso un ignoto che non siamo ancora in grado di capire, o meglio, di costruire. Sull’onda di questa transizione, che non sarà per nulla facile, alcuni amici anglosassoni mi hanno consigliato di leggere due saggi da cui trarre un prezioso insegnamento specifico sull’argomento. Due libri di recente pubblicazione che stanno promuovendo un ampio dibattito negli USA, per altro recensiti dalle più note riviste del settore, il The Economist compreso.
Detto fatto, nello spazio di pochi caratteri mi corre l’obbligo di commentare il primo e di annunciare il secondo traducendone una parte dell’ “introduction”. Le oltre 600 pagine di “Slounching towards Utopia”[1] scritto da un noto economista americano, in questa versione prestato alla storia economica, Bradford De Long non sono facili da riassumere in poche righe. L’autore riprende il tema dell’ottimismo del tardo Keynes, secondo cui l’umanità, grazie al progresso tecnologico, alla sua applicazione sperimentata e alla produzione di beni a basso costo, in futuro sarà in grado di uscire dal cavernoso buio pesto delle privazioni, dalla fatica e dal sottosviluppo. Qui, De Long ne contesta la linearità progressiva, pur ammettendo che dal 1870 (anno in cui fa partire il “risveglio”) a oggi la qualità della vita e la sua estensione nel tempo per ogni essere umano, attualmente vivente (forse non per tutti) sarebbe stata impensabile nei secoli precedenti. Ci sono stati degli accadimenti negativi che hanno impedito il protendersi (to slouch) verso l’utopia, in una sorta di alti e bassi di cesure drammatiche: le due guerre mondiali, il nazismo, il fascismo, il comunismo e infine, sebbene declinato in modo meno pregnante, gli ultimi quarant’anni di neoliberismo. L’autore ne contesta la sua caratteristica regressiva, celebra il New Deal e i trent’anni di “gloriosa” socialdemocrazia, anche se di questa rimarca alcuni eccessi egualitari, ragione per cui non la ritiene più proponibile nel domani con gli stessi strumenti del passato. La critica al neoliberismo nel testo entra in un modo obliquo rispetto ai concetti di fondo, seppur dedicandole uno spazio pari a più di un quarto dell’intera opera.

“The Rise and the Fall of the Neoliberal Order”[2] (L’Ascesa e la Caduta dell’Ordine Neoliberale) è il titolo del secondo libro (oltre le 400 pagg.) firmato dallo storico Americano Gary Gerstle. Premetto di non aver letto in passato mai nulla di questo autore se non un lungo e fervido commento su American Crucible (un suo saggio del 17’) sul quotidiano The Guardian, di cui egli è anche un editor assai gettonato. Gerstle è l’esatto contrario di De Long: uno storico prestato alla politica economica. Qui, lo svolgersi del saggio incrocia aspetti peculiari della politica americana (istituzioni federali, statuali, normative, psicologie di massa, sistemi elettorali, i media) che rappresentano il modello dell’”US exceptionalism” i quali hanno permesso alla temperie liberista di poter rinascere e prosperare negli ultimi quattro decenni. Sebbene l’autore non si discosti molto dalle valutazioni di De Long la coloritura dei suoi appunti si fa più intensa allorché esamina i due mandati della presidenza Clinton (facilitator) e la controversa prima presidenza Obama che non fu ancora punzecchiata dal letargico risveglio della sinistra DEM (Sanders, Warren, Reich) e che fece capolino solo nel corso delle primarie del 17’ sottraendo a una Clinton inaffidabile un enorme serbatoio di voti. Come dire prosaicamente: se la sinistra si fosse ravvivata prima, ora parleremmo di un altro mondo. Proprio così “a different world scenario”, poiché l’esito della politica americana, il suo tracciato economico monetario (FED) condiziona in modo determinante, non solo le decisioni degli alleati, bensì anche gli assetti geostrategici mondiali. Lasciamo a Gerstle che ci spiegi il “core” (il nocciolo) della sua riflessione.
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“Nel corso del secondo decennio del 21° secolo, la struttura tettonica della politica e della società americana incominciò a cambiare direzione. Perfino prima del botta pandemica, svolgimenti che dieci anni prima sarebbero stati inconcepibili, ora regnano all’interno della coscienza popolare: l’elezione di Donald Trump e il lancio di una presidenza indimenticabile; l’ascesa di Bernie Sanders e la resurrezione di una sinistra socialista; l’improvvisa e spinosa questione relativa all’apertura dei confini per altro aggiuntasi a quella del libero commercio; la crescita del populismo e del nazionalismo di stampo etnico, nonché il biasimo nei confronti della celebrata élite globale; il declino dell’autorevolezza di Barack Obama e delle promesse di rinnovamento che la sua presidenza incarnò per molti; l’ampia convinzione che il sistema politico americano non stesse più funzionando e che quindi la democrazia americana fosse in crisi. Quella stessa crisi che nel 6 gennaio del 2021 fece scaturire l’assalto a Capitol Hill condotto da una folla di manifestanti. Una scandalosa messa in scena.
In questa vertiginosa varietà di avvenimenti percepisco la caduta – o almeno la frattura – di quel sistema politico che prese corpo nel 1970 e nel 1980 a cui fece seguito il suo dominio negli anni 90’ e nel primo decennio del nuovo millennio.
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