La fine di un’epoca, il fallimento neoliberale

Da circa un anno scriviamo su questo blog che stiamo vivendo una fase di passaggio dell’ordine politico-economico mondiale, il cosiddetto “paradigmatic shift”, la lenta fine della temperie neoliberista – o neoliberal in ossequio alla terminologia americana – e l’approccio verso un ignoto che non siamo ancora in grado di capire, o meglio, di costruire. Sull’onda di questa transizione, che non sarà per nulla facile, alcuni amici anglosassoni mi hanno consigliato di leggere due saggi da cui trarre un prezioso insegnamento specifico sull’argomento. Due libri di recente pubblicazione che stanno promuovendo un ampio dibattito negli USA, per altro recensiti dalle più note riviste del settore, il The Economist compreso.

Detto fatto, nello spazio di pochi caratteri mi corre l’obbligo di commentare il primo e di annunciare il secondo traducendone una parte dell’ “introduction”. Le oltre 600 pagine di “Slounching towards Utopia[1] scritto da un noto economista americano, in questa versione prestato alla storia economica, Bradford De Long non sono facili da riassumere in poche righe. L’autore riprende il tema dell’ottimismo del tardo Keynes, secondo cui l’umanità, grazie al progresso tecnologico, alla sua applicazione sperimentata e alla produzione di beni a basso costo, in futuro sarà in grado di uscire dal cavernoso buio pesto delle privazioni, dalla fatica e dal sottosviluppo. Qui, De Long ne contesta la linearità progressiva, pur ammettendo che dal 1870 (anno in cui fa partire il “risveglio”) a oggi la qualità della vita e la sua estensione nel tempo per ogni essere umano, attualmente vivente (forse non per tutti) sarebbe stata impensabile nei secoli precedenti. Ci sono stati degli accadimenti negativi che hanno impedito il protendersi (to slouch) verso l’utopia, in una sorta di alti e bassi di cesure drammatiche: le due guerre mondiali, il nazismo, il fascismo, il comunismo e infine, sebbene declinato in modo meno pregnante, gli ultimi quarant’anni di neoliberismo. L’autore ne contesta la sua caratteristica regressiva, celebra il New Deal e i trent’anni di “gloriosa” socialdemocrazia, anche se di questa rimarca alcuni eccessi egualitari, ragione per cui non la ritiene più proponibile nel domani con gli stessi strumenti del passato. La critica al neoliberismo nel testo entra in un modo obliquo rispetto ai concetti di fondo, seppur dedicandole uno spazio pari a più di un quarto dell’intera opera.

“The Rise and the Fall of the Neoliberal Order”[2] (L’Ascesa e la Caduta dell’Ordine Neoliberale) è il titolo del secondo libro (oltre le 400 pagg.) firmato dallo storico Americano Gary Gerstle. Premetto di non aver letto in passato mai nulla di questo autore se non un lungo e fervido commento su American Crucible (un suo saggio del 17’) sul quotidiano The Guardian, di cui egli è anche un editor assai gettonato. Gerstle è l’esatto contrario di De Long: uno storico prestato alla politica economica. Qui, lo svolgersi del saggio incrocia aspetti peculiari della politica americana (istituzioni federali, statuali, normative, psicologie di massa, sistemi elettorali, i media) che rappresentano il modello dell’”US exceptionalism”  i quali hanno permesso alla temperie liberista di poter rinascere e prosperare negli ultimi quattro decenni. Sebbene l’autore non si discosti molto dalle valutazioni di De Long la coloritura dei suoi appunti si fa più intensa allorché esamina i due mandati della presidenza Clinton (facilitator) e la controversa prima presidenza Obama che non fu ancora punzecchiata dal letargico risveglio della sinistra DEM (Sanders, Warren, Reich) e che fece capolino solo nel corso delle primarie del 17’ sottraendo a una Clinton inaffidabile un enorme serbatoio di voti. Come dire prosaicamente: se la sinistra si fosse ravvivata prima, ora parleremmo di un altro mondo. Proprio così “a different world scenario”, poiché l’esito della politica americana, il suo tracciato economico monetario (FED) condiziona in modo determinante, non solo le decisioni degli alleati, bensì anche gli assetti geostrategici mondiali. Lasciamo a Gerstle che ci spiegi il “core” (il nocciolo) della sua riflessione.

fg

“Nel  corso del secondo decennio del 21° secolo, la struttura tettonica della politica e della società americana incominciò a cambiare direzione. Perfino prima del botta pandemica, svolgimenti che dieci anni prima sarebbero stati inconcepibili, ora regnano all’interno della coscienza popolare: l’elezione di Donald Trump e il lancio di una presidenza indimenticabile; l’ascesa di Bernie Sanders e la resurrezione di una sinistra socialista; l’improvvisa e spinosa questione relativa all’apertura dei confini per altro aggiuntasi a quella del libero commercio; la crescita del populismo e del nazionalismo di stampo etnico, nonché il biasimo nei confronti della celebrata élite globale; il declino dell’autorevolezza di Barack Obama e delle promesse di rinnovamento che la sua presidenza incarnò per molti; l’ampia convinzione che il sistema politico americano non stesse più funzionando e che quindi la democrazia americana fosse in crisi. Quella stessa crisi che nel 6 gennaio del 2021 fece scaturire l’assalto a Capitol Hill condotto da una folla di manifestanti. Una scandalosa messa in scena.

In questa vertiginosa varietà di avvenimenti percepisco la caduta – o almeno la frattura – di quel sistema politico che prese corpo nel 1970 e nel 1980 a cui fece seguito il suo dominio negli anni 90’ e nel primo decennio del nuovo millennio.

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Quando il Calcio Incontra il Sociale: Storia e Realtà del G.S. ORTI

Fabrizio Trocca, la nostra Community

Quando ti lasci alle spalle l’edificio dell’Università per procedere in direzione Nord-Est, la città si trasforma in un borgo e ci si inoltra nel quartiere Orti.  Più simile ad un paese di campagna che ad un centro urbano, pare rimasto sospeso in una sorta di limbo temporale che vive un tempo diverso dalla frenesia tipicamente urbana. Come negli anni 80, quando nei locali della parrocchia venne fondato il GS Orti, realtà che ancora oggi forma e cresce centinaia di bambini e ragazzi.

Ci racconta la struttura societaria e la sua storia Fabrizio Trocca, vicepresidente, dalla Pista trapiantato in quel nostro borgo “tanarolo”,  e dedito a tempo pieno a questioni burocratiche e organizzative.

Una associazione nata con un forte carattere sociale, votata al calcio come elemento di unione e di crescita e non solo come pura competizione.

Il centro vitale è il suo presidente, Don Gino, che si divide tra l’oratorio, il centro di supporto per i meno abbienti e naturalmente il campo da pallone.

Generazioni di ragazzi si sono allenati e sono cresciuti come calciatori e come persone e oggi, ormai cresciuti, portano i loro figli e nipoti nei luoghi dove hanno scritto un pezzo di vita personale. Molto distante dalle luci dei riflettori del calcio professionistico, si è mantenuta viva nel tempo la tradizione ormai superata della squadra parrocchiale, con i bambini che abitano nel quartiere e i genitori che a titolo gratuito si impegnano come dirigenti e accompagnatori. Dalle tribune al campo, perché in un contesto cattolico-sociale come quello del GS Orti c’è sempre bisogno di qualcuno che dia una mano.

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Gaia Brambilla – Perché la Pedonalizzazione del Centro Aiuterà ALESSANDRIA?

Gaia Brambilla, la nostra Community

Sulle pagine di informazione locale da qualche tempo si leggono articoli circa il dibattito che  sta prendendo piede in città sulla chiusura del centro storico alle auto e sulla conseguente  restituzione dello spazio urbano ai pedoni.

A preoccupare maggiormente coloro che sono scettici riguardo a tale misura è l’impatto di questa sulle attività economiche al dettaglio. Questo breve e accessibile articolo tenta di dare una risposta all’ interrogativo maggiormente posto in merito. La  pedonalizzazione del centro influirà negativamente o positivamente sulle attività economiche alessandrine?

Gli studi accademici che sono stati effettuati in proposito sono rassicuranti: il nuovo modello  urbanistico non influirà negativamente sul commercio che al contrario ne uscirà rafforzato. Si veda “Street pedestrianization in urban districts: Economic impacts in Spanish cities”, Yoshiumura et al., Cities Volume 120, 2022.

La storia della pedonalizzazione, d’altronde, affonda le sue radici molto lontano nel tempo. Le prime isole pedonali compiono per la prima volta in alcuni progetti datati 1926 e depositati  presso il Municipio della città di Essen in Germania. Tale innovazione urbanistica tornerà  alla ribalta solo nel 1953 con la città olandese di Rotterdam che per prima realizzerà un  centro storico totalmente car-free. Il salto con tempi più recenti è presto fatto: Città del  Messico nel 2010, New York un anno prima, Lubiana e Vancouver. Il nuovo modello di  sviluppo urbanistico è ormai un trend globale e dopo averlo implementato nessuno guarda  più ai vecchi paradigmi. 

La stagione delle pedonalizzazioni si intreccia non a caso con il recupero delle istanze  democratiche del secondo dopoguerra: la nuova visione passa attraverso il concetto di  partecipazione del singolo alla vita della comunità cittadina, presuppone un impegno  economico da parte degli enti pubblici e un rinnovato interesse del cittadino per la storia e la  memoria collettiva.

E Alessandria? Quale potrebbe essere in prospettiva il rapporto tra costi e benefici? 

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La grande truffa: il riacquisto di azione proprie

Quando qualcuno di noi parla o scrive “estrazione di valore” (value extraction), indicandola come una delle più perniciose operazioni compiute a danno del lavoratore ordinario da parte del capitale, si dà per scontato che tale parola si riferisca a un comportamento nefasto, attuato da una ricca minoranza a svantaggio di una vasta maggioranza del tutto inconsapevole. Purtroppo, molti di coloro che ci leggono o che ci ascoltano non sono avvezzi a comprendere astruse terminologie tecno-finanziarie. Tale per cui, spesse volte, non colgono appieno la portata di questi funesti modelli di funzionamento. Tra le varie  “extraction” è compreso il caso tipico del “financial buy back” (il riacquisto di azioni proprie).

Robert Reich, il noto politologo, accademico di Berkeley, mentore della Left Wing Dem americana, nel successivo occhiello in corsivo risponde a un editorialista del NYT spiegando con un esempio calzante le ragioni secondo le quali questa pratica è da considerarsi di fatto un “plus valore” nascosto. Essa fu autorizzata negli USA con l’avvento della Presidenza Reagan (’80) – prima fu severamente vietata – e si diffuse in tutto il mondo Nord Atlantico ed europeo per imitazione. Con l’iper-globalizzazione segnò l’avvento di un nuovo paradigma economico: il neoliberismo.

“Per fare solo un esempio recente: l’anno scorso, la Norfolk Southern Railway ha registrato entrate e proventi operativi record: 3,2 miliardi di dollari, questi solo nel quarto trimestre, un notevole aumento del 13% su base annua. Come ha fatto l’impresa ferroviaria a raggiungere questo obiettivo? Tagliando quasi 10.000 posti di lavoro, riducendone di un terzo e facendo circolare meno treni e incrementando il numero di carrozze. Ora, alcuni di questi si estendono per più di 2 miglia. Ha apportato tali modifiche nonostante gli avvertimenti che avrebbero segnato un peggioramento dei rischi per la sicurezza.

La società ha anche rifiutato di concedere ai suoi restanti lavoratori un congedo per malattia. Oltre modo, ha rinunciato ad investire in migliori attrezzature di sicurezza. Spudoratamente, essa ha organizzato un grande blitz di lobbying contro le norme più severe per la sicurezza. E cosa ha fatto la Norfolk Southern con tutti i soldi risparmiati tagliando la sua forza lavoro, gestendo treni più lunghi, rifiutando il congedo per malattia e risparmiando sulla sicurezza?

Negli ultimi due decenni, ha aumentato i pagamenti degli azionisti del 4.500 percento. Nello specifico, ha speso miliardi in riacquisti di azioni proprie, raggiungendo la cifra record di 4,7 miliardi di dollari in riacquisti e dividendi lo scorso anno.

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Elly Schlein, una intrusa radicale

Elly Schlein, durante la manifestazione di apertura della campagna elettorale del PD romano, Roma 6 settembre 2022. ANSA/FABIO FRUSTACI

C’è molta confusione ideologica e strumentalità da parte di una certa critica “moderata” sulla proposta politica di Elly Schlein. Un gran minestrone di “ismi”. Il desueto ritorno al generico riformismo come valore intangibile – senza poi specificarne né i concetti né tantomeno di quale riformismo si parli – contrapposto al solito dispregiato radicalismo, secondo cui, a parere di alcuni, l’attuale appena eletta segretaria del PD ne sarebbe l’interprete.  

Cominciamo a separare il grano dal loglio. Si sappia che la Sinistra Democratica Americana (Left Wing), a cui pare faccia riferimento la Elly Schlein, non è sicuramente quella di J. Corbyn. La seconda è di parziale derivazione luxemburghiana, anti leninista – che è parte della storica tradizione labourista sindacalista britannica (Tony Benn, il cosiddetto socialismo dal basso), ove la lotta di classe consiste nello strumento essenziale senza di cui l’eventuale epilogo utopico marxiano diventa irrealizzabile. La prima invece è di marca demo-liberale (F.D. Roosevelt e J. M. Keynes), secondo cui il capitalismo non è solo insostituibile, come ordine economico, ma è anche necessario e soprattutto compatibile con i valori fondamentali della democrazia liberale (rappresentanza, costituzionalismo, stato di diritto).

Essa non teorizza utopie salvifiche, rimane connessa al pragmatismo e all’empirismo di genesi anglosassone. Senonché, affinché si realizzi un rapporto proficuo tra capitale e lavoro è indispensabile che la “distribuzione” avvenga in modo equilibrato tale da non far emergere increspature sociali, le cui conseguenze possono far deragliare i valori democratici (autoritarismi, pseudo fascismi), ragione per cui è obbligatorio contrapporsi in modo netto nei confronti dell’attuale corrente ortodossa neo-liberista; essa si batte per salvaguardare i principi di concorrenza di mercato facendo sì che non emergano monopoli privati; l’impronta capitalistica deve essere infine “regolata”, da uno Stato “facilitatore” mediante l’attuazione d’investimenti pubblici (ricerca di base) da cui possono trarre vantaggio anche quelli privati (catene di valore), così da impedire che si determino estrazioni di ricchezza verso l’alto (sistema finanziario) a danno di tutte quelle categorie che partecipano alla crescita economica della collettività e che impiegano in essa la propria forza lavoro (interclassismo, non lotta di classe). I lavoratori devono godere di pieni diritti sociali, retribuzioni adeguate, un salario minimo di tutela: il tutto è nell’interesse anche del ceto produttivo, poiché tanto più i redditi mediani crescono, quanto maggiore saranno i fatturati delle imprese e conseguentemente il tasso d’occupazione, riducendo parallelamente le frange di marginalità. L’unico vincolo che i rappresentanti della Sinistra Democratica Americana pongono è l’obbligatorietà alla transizione ecocompatibile. Non c’è in loro nessun afflato palingenetico, ma pura concretezza.

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Roberta Cazzulo – E’ il momento di Elly Schlein!

Roberta Cazzulo, la nostra Community

Alle primarie sosterrò convintamente Elly Schlein, perché è la candidata più vicina alla cultura progressista che mi appartiene e in cui credo e perché, in prospettiva, ho l’auspicio possa guidare una nuova fase di ritrovata unità del centrosinistra.

Le primarie di domenica 26 rappresentano un’opportunità importante che non ci possiamo permettere di sottovalutare se davvero abbiamo a cuore le sorti di questo Paese e davvero vogliamo rilanciare il campo alternativo al centrodestra.

Non avremo tante altre opportunità.

Questo è il momento della mobilitazione e della partecipazione.

Siamo tutti consapevoli che l’intero campo progressista abbia bisogno di un cambiamento profondo.

“Noi” abbiamo l’urgenza di un percorso costituente e ricostituente.

La mozione di Elly è un vero e proprio progetto collettivo, che coniuga giustizia sociale e climatica diritti sociali e diritti civili imprescindibili, dal quale emerge la necessità di far partire un percorso comune e plurale.

Al centro della mozione ci sono tre sfide che le destre non nominano mai: le disuguaglianze, il clima e la precarietà.

La mozione di Elly Schlein, deputata ed ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, è intitolata “Parte da noi!”, che è anche lo slogan di tutta la sua campagna elettorale verso le primarie del Partito democratico.

Un “Noi” che evidenzia che le grandi trasformazioni partono da mobilitazioni collettive e indica la necessità di partito aperto ed inclusivo, che sia empatico, davvero a disposizione della società.

A mio parere un partito deve rappresentare e difendere interessi specifici. La pretesa di voler rappresentare tutti porta alla fine a non rappresentare nessuno.

Il cambiamento deve partire da noi.

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Elly Schlein è la donna giusta al momento giusto

(di Giorgio Laguzzi)

Riassumere in poche righe le ragioni che portano a sostenere una candidata alla segreteria del partito è sempre impresa ardua. Il rischio è quello di scrivere lunghi esercizi di retorica, che poco interessano un potenziale lettore, iscritte e iscritti, cittadine e i cittadini. Tali esercizi retorici solitamente, a seconda delle sfumature, portano a svolgere un tema che parli di errori commessi, distacco dalla base, dalle periferie, dal popolo; poi a seconda delle sensibilità, chi sostenga eccessi di radicalismo nella proposta altrui, chi eccessi di centrismo. Tutte cose sacrosante, in parte vere, ma che sentiamo spesso ripetere ad ogni congresso, ad ogni sconfitta elettorale, e che dunque appaiono ormai sempre più svuotate di un vero e più profondo significato.

Per quanto mi riguarda, cercando di evitare, per quanto possibile, di tediare con arzigogoli il lettore sul motivo del mio sostegno ad Elly Schlein, ho scelto 3 passaggi, a mio avviso molto significativi della sua mozione, che assumono un significato profondo di rilancio di una azione politica che deve tornare ad essere coinvolgente, per rigenerare un partito che pare a tratti stanco, poco dinamico e incapace di generare entusiasmo e attrazione verso i ceti sociali più popolari e anche le fasce di popolazione più giovani.

Le piazze non bastano se non trovano sponda nella rappresentanza” – Riportare al centro l’importanza della politica e dei partiti nei nostri sistemi democratici. Ritornare all’idea che il movimentismo di piazza rischia di esaurirsi in un fuoco di paglia se non è incanalato nella capacità organizzativa di un partito, capace di muovere la massa critica e permettere che le istanze delle piazze possano incidere a livello di politiche effettive nei diversi livelli istituzionali.

La comunità politica deve ritornare ad essere intelligenza collettiva” – Pensare il partito non come una somma di individui e di militanti, ma come una comunità politica in grado di esprimere e muoversi come soggetto collettivo. Il ritorno forte del termine “intelligenza collettiva” per marcare la differenza con la visione politica che ha visto curvare il sano pensiero liberale verso un degenere pensiero individualista e soggettivo, intriso di interessi particolari.

Il welfare deve essere visto come un investimento e non come un costo” – Ritornare a pensare il welfare come uno strumento per l’emancipazione delle persone, in grado dunque di saper creare valore all’interno della nostra società, e superare dunque la visione obsoleta del welfare come peso e fardello sullo sviluppo economico. Sanità pubblica deve essere un termine chiave nel nostro lessico, ammettendo errori e sottovalutazioni fatte in passato anche dal nostro partito.

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Suela Muca – Cattivi per sempre?

Suela Muca, la nostra Community

Il carcere sembra una realtà così lontana dai cittadini liberi che quasi non ci interessa, tanto a noi non potrà mai succedere di essere arrestati, di finire in galera, perciò non ci interessa come si sta la dentro, nella casa dei cattivi.

È naturale pensarlo, perché non siamo stati educati a capire che le persone detenute sono persone, tanto quanto noi, non sono mostri. Sono persone che nella maggioranza dei casi hanno commesso degli errori, a volte orrori, ma non c’è una legge che ci dia la certezza di affermare che a noi non possa succedere di commettere un reato.

In tanti anni di collaborazione con la rivista dal carcere di Padova, “Ristretti Orizzonti”, ho conosciuto tante persone che avevano commesso reati diversi. Ho conosciuto persone che hanno condotto una vita regolare, lavori importanti, una posizione sociale invidiabile, per poi cadere nella trappola del reato. Quando ascolto le loro storie, la mia coscienza mi obbliga a riflettere, perché mi chiedo che cosa avrei fatto al posto loro? Siamo tutti delle brave persone quando ci troviamo nella nostra zona comfort.

Preciso che non appoggio nessuna teoria che assomigli a un liberi tutti”, non sono stata educata a pensare questo. Sono stata educata, anche come studentessa di giurisprudenza, al rispetto della Legge, ma in primis della Costituzione che all’articolo 27 dispone che le pene non possano essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. 

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Che cosa sono i chabots?

Personalmente reputo pertinente l’interrogativo che si pone il The Economist riguardo la nascita e la divulgazione dei chabots. Prima di tutto che cosa sono? In seconda battuta: sono affidabili o diversamente rischiano di limitare la nostra capacità – per altro già compromessa – di consegnarci al nostro libero giudizio su fatti e avvenimenti? Ciò che sorprese i critici letterari nel famoso romanzo 1984 di George Orwell fu che l’autore, in un racconto distopico narrato in un clima brutalmente oppressivo, riuscì a descrivere una passionale storia d’amore. Malgrado ciò Winston e Julia, nel loro cupo pessimismo in quel nascosto rifugio londinese, inneggiarono alla vita e non persero la speranza, così come la celebrò Leopardi con La Ginestra. Tuttavia, a Winston, alto funzionario del Ministero della Verità (Ministry of the Truth), fu affidato un compito cruciale per la sopravvivenza del potere costituito: riscrivere la storia, manipolarla e cancellare tutto ciò che mettesse in pericolo la solidità del Partito. Ecco, non vorrei che i chabots fossero la premessa per dispensare a tutti noi “l’unica e incontrovertibile verità”.

fg

The battle for internet search

Will the AI chatbots eat Google’s lunch?

Feb 9th 2023

Per più di 25 anni, i motori di ricerca sono stati la porta d’ingresso di Internet. AltaVista, il primo sito a consentire la ricerca del testo completo sul web, è stato rapidamente detronizzato da Google, che da allora ha dominato il campo in quasi tutte le parti del globo. Il motore di ricerca di Google, ancora il cuore della sua attività, ha reso la sua società madre, Alphabet, una delle aziende di maggior valore al mondo, con un fatturato di $ 283 miliardi nel 2022 e una capitalizzazione di mercato di $ 1,3 trilioni. Google non è solo un nome familiare; è un verbo.

Ma niente dura per sempre, soprattutto nella tecnologia. Basta chiedere a IBM, che un tempo governava il business dei computer, o a Nokia, in passato leader nei telefoni cellulari. Entrambe sono state detronizzate poiché hanno perso quello spunto necessario per traguardare le grandi transizioni tecnologiche. Ora le aziende tecnologiche stanno sbavando per un’innovazione che potrebbe preannunciare quanto un cambiamento simile tanto un’analoga opportunità. I chatbots alimentati dall’Intelligenza Artificiale (IA) consentono agli utenti di raccogliere informazioni tramite conversazioni digitate. A guidare il campo è Chatgpt, realizzato da Openai, una startup. Entro la fine di gennaio, due mesi dopo il suo lancio, Chatgpt era utilizzata da più di 100 milioni di persone, facendo sì che diventasse la “consumer application” in più rapida crescita nella storia, secondo la banca UBS.

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The Economist (UK) – Amazon può consegnare ancora?

La “maledizione” (curse) scagliata nei confronti delle Big Tech, ma in particolare verso Amazon dai due più popolari rappresentanti della sinistra Dem Americana – entrambi furono in corsa per la carica presidenziale – il Sen. Bernie Sanders (Vermont) e la Sen. Elizabeth Warren (Massachusetts) si sta avverando: la nota corporation di Seattle inizia ad avere il fiato pesante.

Calma, l’azienda non è affatto decotta, ma la china verso il basso comincia ad assumere una pendenza preoccupante. 

I presunti capi d’accusa imputabili ad Amazon sui quali Sanders e Warren insistono da tempo caparbiamente, e non mancano mai di sottolinearli in ogni loro apparizione mediatica, si possono inquadrare sinotticamente in tre ambiti ben precisi: economico-finanziario: elusione fiscale, eccessivo riacquisto del proprio capitale azionario (buy back) per far crescere sproporzionatamente il suo asset borsistico, strafottenza nei confronti dei medio-piccoli espositori; sindacale: sfruttamento delle maestranze, salari inadeguati al costo della vita; politico: volontà monopolistica atta a impedire ogni tentativo di libera competizione di mercato, atteggiamento poco amichevole – se non a volte irrispettoso – verso le autorità e le comunità locali.

Tuttavia, la loro insistente critica riguardava non tanto il presunto genio di Jeff Bezos, bensì il contesto favorevole in cui tali scaltri operatori hanno potuto raggiungere il successo. Le ripetute stoccate dei due rappresentanti della sinistra Dem non hanno mai risparmiato al blocco politico-finanziario di Wall Street, ossia ai grandi interpreti della corrente ortodossia economica, la tesi secondo cui per loro esisterebbe una supposta “manina” auto-regolativa smithiana (quella che “dà” e che contemporaneamente “toglie” nella giusta indiscutibile misura), cui il neoliberalismo ne ha fatto una sorta di dogma “naturale”.

Per altro, Sanders, e per molti economisti keynesiani, il modello Amazon è l’esempio più deteriore di “estrazione” di ricchezza dal basso. Tesoro ricavato da quel “basso” per favorire l’incremento della sua relativa quota azionaria da cui “l’alto” ne ha tratto vantaggi considerevoli (continuo incremento del suo valore azionario), con l’esplicita complicità dell’élite tecno-finanziaria governativa (Warren). Un modello di business nuovo (home delivery) nel quale la US Mail avrebbe potuto diventare un soggetto altamente competitivo se non fosse stata depotenziata e volutamente disinvestita per favorire il successo di Bezos.

Anche qui da noi i rappresentanti istituzionali e alcune forze politiche sono state fulminate dalla cornucopia Amazon. Qualche anno fa la giunta di centro-destra annunciò l’arrivo del gigante di Seattle che con il suo tocco magico avrebbe distribuito dobloni a palate, assunto migliaia di giovani gagliardi e contemporaneamente si sarebbe incaricata, con la sua presenza, di veicolare nella nostra città, “cloroformizzata” da circa un trentennio, un anelito di vibrante globalizzazione.

A latere ci sarebbe anche da chiederci se quel tipo di logistica, principalmente su gomma, sarebbe ancora funzionale in un disegno UE che prevede l’esborso di un trilione di euro in aiuti pubblici da investire verso la cosiddetta “transizione ecologica”. Senonché, al di là del merito o meno riguardo a questo interrogativo, il settimanale The Economist – non qualche spiegazzato fogliaccio bolscevico – nella sua profonda analisi su Amazon, di cui alleghiamo solo i primi tre blocchi, titola “Può Amazon consegnare ancora?” Una intestazione un po’ capziosa che, nondimeno, non promette una valutazione così eccelsa del gioiello di Jeff Bezos.   

fg

Can Amazon deliver again?

The pioneering e-commerce giant battles soaring costs and a stagnating legacy business

Jan 26th 2023 | SEATTLE

È difficile non essere ammirati da Amazon. È una delle più grandi aziende della storia. Jeff Bezos ha trasformato l’azienda dall’umile libreria online che ha fondato nel 1994 a un colosso tecnologico, vendendo di tutto, dallo sciroppo di mais al cloud computing, una futura industria da trilioni di dollari che Amazon ha più o meno inventato. Oggi è la quinta azienda più preziosa al mondo, il terzo più grande generatore di entrate e il secondo più grande datore di lavoro privato. I suoi magazzini, data center, negozi e uffici coprono un’area grande quasi quanto Manhattan. Consumatori, concorrenti e politici si sono sempre più chiesti se Amazon avrebbe conquistato il mondo. O se, prima o poi, Amazon si fermerà: oggi sta investendo molto in Kuiper, un’impresa a banda larga satellitare.

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