Se ci riconduciamo alle drammatiche esperienze belliche passate Nouriel Roubini More War Means More Inflation by Nouriel Roubini – Project Syndicate (project-syndicate.org) – ha pienamente ragione quando afferma che “quanto più si espande la guerra tanto più cresce l’inflazione”. Ciò è il minimo danno sul piano economico che possa accadere, principalmente all’interno del perimetro UE. La sola crescita dei prezzi in tutta Europa riguarda principalmente l’evolversi di un conflitto che per il momento è solo circoscritto come quello Russo-Ucraino, in cui i governi occidentali fino a ora si sono limitati a sostenere la resistenza ucraina dotandola di arsenali di “difesa” in grado di contenere l’espansionismo imperiale, o supposto tale, russo.
Si tratta attualmente di una classica guerra per procura (proxi war). I problemi si moltiplicherebbero allorché la NATO ricevesse il mandato dal Consiglio Europeo d’incrementare la pressione militare, e di conseguenza, agire direttamente per risolvere la contesa.
Come scenari strategici, economici e commerciali convergono nella città di Alessandria
I processi di globalizzazione, aventi come effetto macro l’accorciamento delle distanze economiche e commerciali, hanno subito un repentino cambio di passo in velocità e modalità dagli anni 90 ad oggi, coincidenti al periodo che Rodrik definisce “Hyper Globalisation“.
Non solo lo sviluppo di moderne tecnologie ha permesso lo sviluppo della haute finance e il concentramento del potere nelle maggiori borse valori mondiali ma anche il commercio internazionale ha subito un mutamento paragonabile forse solamente alla rivoluzione commerciale medioevale.
Sebbene l’ipersviluppo dei mercati abbia subito un rallentamento forzato in seguito alla pandemia, tuttavia gli analisti di settore ritengono lo stop temporaneo e prevedono una massiccia v-shape recovery.
I maggiori global carriers attivi sul fronte dello shipping internazionale lungo le tre rotte marittime principali si sono prontamente attrezzati per non farsi trovare impreparati: gli armatori hanno ordinato la costruzione di navi di dimensioni sempre maggiori in una sfrenata corso al gigantismo navale, costringendo gli stati e gli attori pubblici ad inseguire e a finanziare nuove strutture che consentano di poter far operare gli armatori in attivo e non perdere la centralità geo strategica ed economica dei propri hub portuali.
Uno dopo l’altro sono stati infranti tutti i presunti limiti ingegneristici, valicando con le Post-Panamax il tetto dei 20.000 TEU (Twenty- foot equivalent unit, dimensione di un container ISO e utilizzata come benchmark nel settore). Si è arrivati così a sfidare i limiti naturali e paesaggistici, costringendo gli hub portuali a dotarsi di fondali adeguati al pescaggio delle nuove imbarcazioni.
Risponde a queste esigenze la nuova diga foranea di Genova, un investimento da oltre un miliardo di euro finanziato e incentivato congiuntamente da Fondi PNRR, dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e dall’Autorità portuale del Mar Ligure Occidentale che, salvo incidenti di percorso, vedrà luce in una manciata di anni. La nuova diga sostituirà parzialmente la vecchia e consentirà spazi di manovra più agevoli ai nuovi giganti del mare.
Se i più celebrati guru della finanza internazionale – nel caso specifico William H. Janeway della Warburg Pincus – si stanno spargendo il capo di cenere nell’atto di ripudiare il modello Hayekiano, la summa del credo neoliberista, (il mercato come sistema istituzionale perfetto per l’attendibilità dei prezzi) per convertirsi alla teorica Polanyana (gli individui non possiedono solo diritti di proprietà, bensì anche diritti economico-sociali che il puro mercato non rispetta), allora noi “straccioni” keynesiani, che nel corso di quattro decenni siamo stati sbertucciati, commiserati per le nostre fantasie retrò, quel severo giudizio che abbiamo sempre espresso sulla distruzione di valore causato del paradigma neoliberista, e il contemporaneo arricchimento improprio di una finanza bulimica a discapito dell’economia reale, era assai pertinente.
Impudentemente Janeway, scorrendo le pagine del suo ultimo libro, Doing Capitalism in the Innovation Economy (Cambridge University Press, 2018) sostiene che d’ora in poi i processi innovativi devono tener conto di una nuova condizione attuativa: l’interazione tra pubblico e privato. Ove, il primo fisserebbe l’orizzonte e l’obiettivo in base a una necessità contingente pubblica, quindi indipendentemente dall’iniziale unità marginale di costo, mentre il secondo ne completerebbe l’opera confezionando prodotti e servizi. Un processo che si realizzerebbe mediante una “spinta” (pull), la cui forza consisterebbe dalla quantità di risorse finanziarie generate dal Governo messe a disposizione per l’imprenditoria privata. Accipicchia, verrebbe da dire: sogno o son desto! Sebbene, e qui ci sarebbe molto da discutere – non a caso Janeway fa il tonto – quali dei due segmenti economici trarrebbe maggior vantaggio nella distribuzione dei futuri lauti profitti: verso l’alto (finanza), verso il basso (lavoro)?
Janeway afferma:
“…La Cina ha dimostrato di essere la “economia che adotta questo modello” (follower economy) di maggior successo nella storia, superando persino l’ascesa degli Stati Uniti nel XIX° secolo. Come fecero gli Americani allora, si è appropriato, con mezzi onesti o scorretti, di ogni frammento di proprietà intellettuale su cui poteva mettere le mani. Ironia della sorte, l’appropriazione più strategica della Cina è stata il modello di partenariato pubblico-privato americano del XX° secolo per far avanzare la frontiera tecnologica. Si è rivelato un tale successo per la Cina che l’amministrazione Biden l’ha ora riscoperto e rilanciato in patria, attraverso pacchetti politici come il CHIPS e il Science Act.
Il concetto che identifica una città come “intelligente” (Smart City) è assai vago in quanto compendia una definizione ristretta di tecnologia applicata a una serie di processi, il cui fine è quello di rendere migliore la qualità della vita in alcuni settori qualificanti, come l’istruzione, l’ambiente, la sicurezza e la stessa governance cittadina.
Pertanto, questo rapporto tra tecnologia e ambiente è da considerarsi una fonte di sviluppo, di progresso, di apprendimento, nonché quello d’alimentare una maggiore coesione sociale all’interno della comunità di riferimento. Il denominatore comune, tuttavia, è la ricerca della massima efficienza. Tenuto conto delle crescenti aspettative da parte delle cittadinanze e delle imprese locate sul territorio, il settore pubblico, oggigiorno, non può più sottrarsi alla richiesta di fornire servizi migliori, automatizzati e di facile comprensione.
Non disponendo più delle risorse di un tempo, l’utilizzo di sistemi digitali complessi da parte delle Amministrazioni territoriali rimane l’unica soluzione possibile per garantire un giusto equilibrio tra domanda e offerta di servizi all’interno della propria giurisdizione di competenza. Ciò ha spinto i governi a concentrarsi sulla costruzione di città più “intelligenti” e più sostenibili, che siano alimentate da tecnologie in grado di evitare un eventuale sbilanciamento. In particolare, per alcune realtà europee, è da considerarsi uno sviluppo necessario a causa della dispersa e caotica post-bellica urbanizzazione e delle già citate crescenti aspettative.
L’ammonimento con il quale il “The Economist” (Frozen out)[1] esorta la UE a provvedere nell’immediato a riconsiderare la propria autonomia energetica mediante il varo di una serie di provvedimenti che s’ispirino a una politica di ricerca e d’investimenti tale per cui il vecchio continente non perda in futuro la competitività del suo sistema industriale a svantaggio degli USA e della Cina, appare oggigiorno quanto mai saggia a seguito del corrente e tuttora irrisolto conflitto russo-ucraino
Altresì avveduto ed equilibrato si dimostra l’economista tedesco Jörg Haas nell’istruirci su quale risorsa puntare (Green Hydrogen) e su quale politica europea adottare per far sì che tale necessità “energetica” s’inquadri in una relazione paritaria con parti del mondo, i cui costi di produzione risulterebbero senz’altro più competitivi rispetto all’Europa stessa.
L’autore, nel trattare questo specifico tema, acutamente separa i due paradigmi della scienza economica, sebbene per la loro funzione in termini di risultato li consideri complementari: il “micro” rispetto al “macro”. In merito al secondo egli scongiura che si avvii un percorso d’infeudazione da parte delle potenze europee, dominanti dal punto di vista tecnologico e di dimensione dei capitali – mediante il classico processo di finanziarizzazione – nei confronti di quelle realtà presenti nel nostro globo terracqueo, più deboli, ma “naturalmente” più dotate.
Hass si rifà al concetto definito con il lemma coniato dall’economista anglo-italiana M. Mazzucato: “financial extraction”.[2] Complementari, poiché l’autore non crede nel processo top-down, ritenendo che la dimensione “micro” – riferito al territorio coinvolto nel quadro di una politica coordinata comunitaria – abbia la sua importanza e debba godere di un consenso da parte della sua rispettiva collettività.
Sennonché, non tutte le aree e le comunità continentali possono essere adatte a perseguire un obiettivo così ambizioso. Ne beneficiano particolarmente quelle su cui sono localizzate strutture industriali, che sono il patrimonio d’imprese internazionali, a indirizzo tendenzialmente chimico, fortemente capitalizzate, le quali possono accedere a una riconversione del proprio settore merceologico, avvantaggiandosi dei lucrosi sostegni per la trasformazione messi a disposizione da parte della UE (oltre 200 miliardi di €).
Creare un “Green Hydrogen Valley” non sarà certo semplice. Toccherà alla qualità delle istituzioni politiche nei diversi livelli di rappresentanza territoriale, unita alla disponibilità dei partner industriali, giocare questa grintosa scommessa.
Green hydrogen is increasingly heralded as the best alternative to fossil fuels. But to prevent it from becoming another excuse for greenwashing, Western policymakers must work with their counterparts in the Global South to create an economically viable sector with strong environmental and social standards.
BERLINO – L’idrogeno verde (Green Hydrogen) è di gran moda in questi giorni. Durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP27) tenutasi a novembre in Egitto, il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che la Germania investirà oltre 4 miliardi di euro (4,3 miliardi di $) per svilupparne il mercato. Negli Stati Uniti, l’amministrazione del presidente Joe Biden ne ha fatto il fulcro del suo Inflation Reduction Act (IRA), che prevede sussidi per le energie rinnovabili. Anche la Cina da tempo investe nelle macchine che producono l’elettrolisi, al punto che alcuni osservatori già temono che conquisterà il mercato come fece con i pannelli fotovoltaici. E persino società come il gigante minerario australiano Fortescue scommettono che il GH diventerà un’industria multimiliardaria.
Quando una tecnologia viene eccessivamente pubblicizzata, molti attivisti ambientalisti si allarmano (Greenwashing). Quello che noi intendiamo per “idrogeno pulito” è semplicemente un modo per rendere ecologicamente accettabili i cosiddetti idrogeno “blu” e “rosa”, generati rispettivamente dal gas naturale e dall’energia nucleare? È un tentativo di produrre una magica soluzione tecnologica che rivendichi eccessi assurdi come il turismo spaziale e il volo ipersonico, quando le classi medie e affluenti del mondo dovrebbero ridurre il loro consumo di energia e di risorse? O è questa la fase successiva di ciò che noi definiamo come “estrattivismo”, ovvero l’appropriazione della terra e dell’acqua delle popolazioni a basso reddito con il pretesto di combattere il cambiamento climatico?
A portrait of Jonathan Swift by Rupert Barber 1745
A Modest Proposal
Quando si parla di povertà – o almeno riguardo alle formule che cercano di alleviarla (RdC) – si corre rischio di cadere nel trabocchetto ideologico: ovvero l’ennesimo e stucchevole dibattito tra coloro che la considerano una colpa esclusivamente da imputare al soggetto singolo (accidiosi, sfaticati, oziosi) e qui ci troviamo nel campo del conservatorismo liberale; in contrapposizione ai sostenitori secondo cui essa è principalmente dipesa dalle condizioni che ineriscono il contesto storico economico di un dato territorio, nonché dalla coscienza collettiva dell’intera popolazione di cui fa parte (sottosviluppo), ed entro la quale il singolo individuo ne è sostanzialmente “catturato” a tal punto che per lo stesso sia difficile, senza un aiuto esterno, uscirne (socialismo umanitario e liberale).
Personalmente, ritengo che questo conflitto fu risolto da John M. Keynes negli anni 30’ del secolo scorso capovolgendo lo stretto rapporto causa-effetto, vigente fino a quel tempo nell’ortodossia economica, secondo cui il “risparmio” dovesse anticipare comunque e sempre l’ “investimento”. Tuttavia, senza dover entrare in questo annoso dibattito che assilla ancor oggi e divarica il pensiero economico post-moderno tra le due fazioni contrapposte, ritengo che chi crede nei valori della socialdemocrazia non debba mai sottovalutare il dramma della povertà e del sottosviluppo, allontanando da sé ogni tentativo volto a considerarli come problemi irrisolvibili dettati da una sorta di processo darwiniano, perennemente insito nel consorzio umano.
In corrispondenza di ciò, ho pensato che non ci fosse cosa assai stupefacente se non l’utilizzo dell’espediente satirico per denunciare lo squallore di certe affermazioni del governo di centro destra e la neghittosità con la quale parte del centro sinistra ha eluso negli ultimi decenni tale questione, affidandomi, nel caso specifico, a un illustre caposaldo della letteratura, e in particolare di quella libellista inglese, erroneamente noto in tutto il mondo come presunto autore di libri per ragazzi, Jonathan Swift.
L’autore dei The Gulliver’s Travels – a tutti i minori si autorizza la lettura di Lilliput, mentre viene assolutamente bandito il IV° libro, quello sugli Yahoo – è considerato dalla critica letteraria internazionale uno dei più eccellenti fustigatori dei difetti della razza umana. Provocatore audace con la sua tagliente satira, magistrale nel dipingere bozzetti polemici, in cui il paradosso incrocia talvolta il burlesco, Swift, che già al tempo godeva di un’autorevolezza indiscussa nel campo delle lettere, si batté nel corso della sua vita contro l’indifferenza della Corona, della ricca aristocrazia e della florida borghesia commerciale inglese verso la diffusa miseria che spaziava nel nord dell’Inghilterra, ma in particolar modo in Irlanda, ove alcune centinaia di persone giornalmente morivano letteralmente di stenti.
Sfiduciato dalla totale indifferenza di politici e maggiorenti, Swift cerca nell’artificio retorico della parodia satireggiante per destare l’attenzione di chi legge. Lo fa in modo mirabile con un linguaggio freddo e compassato, facendo sì che la mostruosità e la violenza del contenuto appaia come se si trattasse di una proposta perfettamente razionale adatta alla soluzione del caso specifico.
Nel 1727 Swift pubblica un pamplhet dal titolo lunghissimo, che con il correre del tempo sarà ricordato con solo tre parole: “A Modest Proposal”. Noi ne traduciamo un breve stralcio.
fg
…“E’ cosa malinconica per coloro che camminano per questa grande città o viaggiano nel paese, vedere per le vie, le strade, le porte delle casupole affollate di questuanti di sesso femminile, seguite da tre o quattro o sei bambini, che importunano ogni passante per avere un’elemosina. Queste madri, non potendo lavorare per mantenersi onestamente, sono costrette a passare tutto il loro tempo mendicando il sostentamento dei loro figli inermi, i quali crescendo diventano ladri per mancanza di lavoro, o lasciano l’amata terra natia per combattere al soldo del Pretendente di Spagna, o vendersi alle Barbados.
Di solito il periodo natalizio offriva l’occasione a me e a Ezio di scambiare due parole sulla politica locale e nazionale. Non so quante Marlboro rosse (le sue) ci siamo goduti confrontandoci sulle questioni amministrative, sulle vicende congressuali e altro di cui ho memoria da quando l’ho conosciuto, ma soprattutto dal 2007, anno in cui è iniziata la mia esperienza in Consiglio comunale. Ezio è stato uno dei migliori amministratori locali che abbia mai conosciuto. Del resto, si è sempre occupato di cosa pubblica sia nella sua vita professionale, in Asl e nelle sue esperienze legate agli IRCCS, sia nello sviluppo della sua passione politica.
Aveva un profilo unico che a me lo faceva apparire speciale. Era tanto preparato e intelligente quanto allergico alla scena, preferiva concentrarsi sul risultato, sui contenuti, piuttosto che gestire la sua immagine e la sua dimensione personale. E questo suo modo di essere sono convinto che non lo abbia favorito, nemmeno nella dimensione professionale rispetto alla quale ha pagato le importanti battaglie politiche che ha condotto soprattutto tra il 2010 e il 2012 quando guidò l’opposizione in Comune contro la folle gestione del bilancio dell’ente poi conclusasi purtroppo come tutti sanno.
(Bick took an unusual morning stroll around Birch Wood)
…As soon as Janet closed her bedroom door she began to feel a general feeling of unease. She felt like she was out of breath and she noticed that her forehead was beaded with sweat…
…Non appena Janet chiuse la porta della sua camera da letto cominciò a sentire una sensazione di malessere generale. Le pareva che le mancasse il respiro e notò che la sua fronte era perlata di sudore. Il primo conato di vomito la sorprese mentre si stava spogliando, sudava freddo, d’istinto aprì la finestra come per cercare di ossigenarsi, non fece tempo a dischiudere gli scuri che ebbe una seconda contrazione, questa fu tanto inattesa quanto devastante. Riuscì a malapena a sporgersi e vomitò nel giardino sottostante. Il conato fu talmente violento che le sue gambe si “afflosciarono”, finì per inginocchiarsi con la testa tra le mani e con le braccia poggianti sul davanzale.
L’aria era gelida, sentì freddo, si rialzò e rinchiuse la finestra, si recò in bagno, si sciacquò, arrivarono altri due conati meno intensi dei precedenti, stava quasi per svenire, si fece passare un asciugamano intriso di acqua gelata prima sulle tempie poi sulla fronte.
Ebbe la sensazione di stare meglio, ma percepiva un senso di forte spossatezza. Rientrò nella sua camera, si distese sul letto, improvvisamente le pareti cominciarono a girare intorno a lei; si rialzò, stava quasi per chiamare aiuto, ci ripensò, si sedette sulla poltroncina. Aveva il battito fortemente accelerato e la sensazione che il suo cuore le scoppiasse in gola. Cercò di calmarsi e per la seconda volta si distese sul letto addormentandosi per qualche ora.
Si svegliò di soprassalto, intorno a lei tutto buio, cercò a tentoni l’orologio, guardò l’ora, erano quasi le cinque del mattino, si accucciò nuovamente sotto le coperte. Aveva un gran mal di testa, la tempesta era passata ma si sentiva confusa, quasi inebetita. La figura di Duncan cominciò a profilarsi nella sua mente, srotolò nella sua immaginazione quella pellicola che documentava la sua storia con quel bel giovanotto gallese. Si rivide il filmato istantanea per istantanea: il Quill Inn, la spiaggia di Brighton, la sua partenza e infine quella breve licenza dal fronte passata interamente insieme in quello spoglio alberghetto della periferia londinese, un episodio che nascose non solo al mondo intero ma anche a sé stessa.
Il corpo non mente mai, si può far finta di non essere coinvolti, si può addirittura nascondere un dolore palesando gioia, ma alla fine si paga il prezzo e ora quel tributo Janet lo stava onorando pesantemente in quanto non volle mai confessare a sé stessa la verità: Janet era follemente innamorata di Duncan. Lady Nettles provava per quell’uomo un’attrazione irresistibile, ogni qualvolta che lo vedeva un brivido le attraversava il corpo, l’emozione spazzava via le sue fragili sicurezze, le sue brillanti argomentazioni s’insterilivano perdendo la loro solita efficacia, le pareva di sentirsi quasi soggiogata dalla sua prorompente personalità. Forse anche per queste due ultime condizioni Janet si nascose per anni la verità. In fondo non sopportava l’idea di essere alla mercé di qualcuno da cui non riusciva sottrarsi. Pareva che fosse rapita da un incantesimo e questo stato di asservimento le procurava un certo fastidio tanto che respinse più volte le offerte di Duncan per poi macerarsi nello struggimento per non averle accettate.
Quel giorno del 26 dicembre 1944 cominciava a presentarsi con un pallido chiarore, erano quasi le sei e Janet aveva trascorso quell’ora completamente sveglia tra soffocati singhiozzi, mentre occhi e guance inumidite dal colare delle lacrime venivano saltuariamente asciugati da un fazzoletto di cotone indiano. Janet decise che non sarebbe rimasta un secondo più nel suo letto; si alzò, si vestì in un batter d’occhio, calze e calzoni grigi di lana, una camicetta di flanella bianca, un foulard di seta al collo e infine un trecciato pullover Shetland da montagna; si sciacquò solo la faccia con quella poca acqua che era rimasta nel catino della toeletta Desiderava uscire all’aria aperta ma s’impose di non far troppo rumore di modo che nessuno se ne potesse accorgere.
Dopo aver indossato degli scarponcini e un giaccone di fustagno aprì con circospezione la porta evitando di far cigolare i cardini, la richiuse con la stessa accortezza e con passo felpato si avviò verso la scala. Impossibile non far scricchiolare il parquet di legno, cosicché quando arrivò al primo gradino vide laggiù distintamente Bick, il grande scottish collie che la fissava con il suo sguardo indagatore. Il cane aveva immediatamente riconosciuto Janet e pareva che le dicesse
“Che fai lì a quest’ora?”
Lady Nettles portò il suo dito indice in posizione eretta verso il proprio naso facendogli segno di stare in silenzio. Bick appuntì le orecchie e inclinò la testa non smettendo di osservarla
“Ah, ma allora hai deciso di uscire?”
Janet raggiunse il cane ai piedi della scala sussurrandogli
“Zitto, io esco”.
Bick ebbe un fremito di gioia, si leccò i baffi e scodinzolando seguì immediatamente la sua padrona. Non ci fu verso per convincere il collie che avrebbe dovuto rimanere in casa, non appena Janet aprì la porta d’ingresso Bick, al fine d’evitare inutili “discussioni” sgattaiolò fuori come un fulmine. Mentre Lady Nettles attraversava il cortile, il cane era giunto al cancello d’ingresso, si fermò, voltò il muso verso Janet come dire “Sei ancora lì? Dove andiamo adesso?” Bick attese l’arrivo della padrona, Janet svoltò a sinistra e s’incammino come se volesse raggiungere il paese, ma dopo un centinaio di iarde decise di percorrere quel sentiero tra le colline che portava all’Hubber Forest. Camminò per circa mezz’ora, l’aria era fresca, la bruma nelle valli alzava la sua coperta verso il cielo e il sole cominciava a indorare il paesaggio, sprazzi di neve gelata come bianche linguine lambivano i fossi del sentiero. Da lì a qualche centinaio di metri Janet avrebbe raggiunto Clear Fountain, una fonte di acqua sorgiva sul culmine della collina. Colà giunta si sciacquò la bocca per liberarsi di quel cattivo gusto di vomito che le provocava ancora nausea. Gli abitanti del posto sostenevano che quel sito fosse magico.
Si racconta che nel medioevo centinaia di contadini giungessero da ogni dove per bere l’acqua della giovinezza a Clear Fountain. Janet se lo chiese molte volte se quel posto fosse nientemeno che un luogo come tanti in Inghilterra su cui si ricamano sciocche leggende popolari senza senso o che ci fosse qualcosa di vero. Alcuni dolmen d’origine antica, chissà druidica o sassone, sparsi nei campi adiacenti facevano propendere per la seconda ipotesi. Ciononostante, sorseggiò solo un po’ di acqua fresca, mentre Bick, più credulone, si riempì a dismisura lo stomaco finché cominciò a tossire ripetutamente.
“Bravo scemo” gli urlo Janet, il collie continuò a tossire, poi alzò gli occhi e con uno sguardo languido di chi si sente in fallo pareva che le dicesse
“Beh, capita a tutti, avevo sete, sai dopo due o tre pisciatine ci vuole il ricambio!”
Raggiunto il punto più alto del colle Janet inforcò uno stretto sentiero in discesa, raggiunse un ponticello sotto il quale scorreva un ruscello impetuoso, qualche centinaio di iarde un po’ più in là il declivio della collina si faceva più dolce e il tracciamento sbucava sulla strada acciottolata che conduceva al podere dei Forrester. Janet si volse indietro e non vide più Bick, ritornò sui suoi passi e scorse il cane che procedeva lento e cauto lungo il pendio. Al collie di famiglia non sono mai piaciute le discese. Avendo ereditato la groppa alta da levriero inglese Bick temeva di capottarsi così come accadde due anni fa quando era ancora cucciolo. Si prese un tale spavento quel giorno che ogni volta, dovendo affrontare un piano inclinato, procedeva con massima circospezione come se dovesse misurarsi in una prova d’ardimento.
“Bick che fai sbrigati” gli urlo Janet.
Il cane non si scompose procedendo sempre con cautela, finché superato il patimento sfrecciò al galoppo per una decina di iarde sulla superficie piana. Ansante si fermo ai bordi della strada inghiaiata e voltandosi verso la sua padrona sembrò dirle:
“Beh, adesso che fai? Prendimi se sei capace”.
Janet percorse per qualche miglio la strada dei Forrester, finché questa si congiunse con la provinciale per Abindong-on-Thames. Il cane e la sua occasionale compagna d’avventura mattutina avevano di fatto circumnavigato la proprietà dei Nettles, per cui si trovavano a poche miglia dall’abitazione principale. Da lì si poteva vedere Greenfield Courtyard e accanto l’abitazione di Polly Cox. L’angolo confinante tra la proprietà di famiglia e quella dei Forrester era segnato da due betulle. Le piantò il padre William quando nacquero le due figlie. Janet si sedette sul terreno umido fradicio di foglie morte, mentre Bick ispezionava il terreno alla ricerca d’interessanti puzzette. Passò circa una buona mezz’ora, Janet pensava a Duncan, Bick, che si era messo in posizione di sfinge accanto alla betulla della sorella Judith, invece alla sua mancata pappa mattutina.
…Era una giornata completamente diversa. Il vento di tramontana del giorno prima aveva smesso di soffiare, di fischiare fra le fessure delle ante delle finestre. Una giornata di calma piatta. Non un alito di vento e un sole terso, tipico della primavera inoltrata, con qualche batuffolo di nuvole qua e là a spezzare l’azzurro del cielo. Fu cosi che decisero di fare la gita in barca rimasta in sospeso e in tarda mattinata si avviarono verso il porto. Riconobbero già da lontano il vecchio proprietario della barca con un berretto da marinaio bianco con la tesa blu, intento a pulire con una canna dell’acqua il pozzetto di un tipico gozzo ligure semicabinato.
“Ah, eccovi. Oggi è la giornata perfetta per un giro in barca. Tempo bello tutto il giorno e il mare sembra un lago. È là, la terza sul lato destro. Ve l’ho già preparata, immaginando veniste. Il serbatoio è pieno. Serve qualche dritta?”
“Se le chiavi sono già sul motore, direi di no”
Rispose Étienne guardandosi intorno per capire quale fosse il lato destro a seconda della direzione presa, ma la vide subito e si diresse verso la barca con le due donne al seguito. Dopo essersi assicurato che vi fosse tutto, come la piccola tanica di riserva, i giubbini, il mezzomarinaio e i remi, invitò le due donne a sedersi a prua della barca sulla piccola coperta di legno lucidato per bilanciare il peso con il suo e quello del motore a poppa.
“Pronte? Si parte!”
Si capiva che Étienne aveva dimestichezza nel guidare una barca, se pur piccola e dunque facile per chiunque. Le manovre ben fatte per uscire dalla fila di barche attraccate al molo mettevano in luce la sua confidenza con la guida in mare. La barca cominciò a solcare quel mare liscio senza onde lasciando una scia netta che disegnava con mano ferma un triangolo che si allargava sempre più. Costeggiarono per un po’ la costa che in quel tratto era prettamente rocciosa. L’acqua era cristallina, di un colore verde intenso perché rifletteva i pini marittimi a forma di ombrelli con i loro tronchi curvati che allungavano i loro rami come braccia protese verso il mare intente ad afferrare il fresco dell’acqua. Pini mischiati ad aceri con foglie giovani, fresche che formavano una distesa di diverse sfumature di verde macchiata qua e là da schizzi di giallo dei cespugli delle ginestre da poco fiorite. Vista dall’alto, la barca sembrava un’anatra solitaria, spensierata che scivola sulle acque inermi di un lago, incurante della natura imponente e gentile che la sorveglia. Un’immagine che avrebbe spinto qualunque pittore a dipingerla su una tela.
Marta era incantata, rapita da quel paesaggio. Lo sguardo di Emma invece era girato dalla parte opposta e si perdeva verso il largo dove le due tonalità di azzurro del cielo e del mare si incontravano quasi a fondersi l’uno con l’altro. Étienne al timone della barca, che era semplicemente una barra di legno, le osservava cercando di immaginare i loro pensieri, il loro stupore di fronte a tanta bellezza. Erano così diverse ai suoi occhi; Marta con i suoi capelli biondi, mossi che le accarezzavano il viso che aveva lineamenti fini ma enigmatici e con un fascino non comune; Emma con i suoi capelli neri lisci, una bellezza più scontata e che al confronto di Marta diventava persino goffa. Quel giorno mentre le osservava entrambe girate specularmente una all’altra, si rese ancor più conto della differenza fra loro, che metteva in luce la banalità della sua fidanzata. Il motore rallentò e le due donne si destarono dai loro pensieri immersi nel paesaggio che le circondava. Si girarono verso Etienne con sguardi interrogativi come per chiedere il perché di quella frenata
“Se non sbaglio proprio in quell’ansa laggiù fra quelle rocce dovrebbe esserci il Cristo”
“Quale Cristo? Di che parli?”
“Una statua depositata sul fondale, non molto profondo, del Cristo Risorto. Così lo chiamano. Lo hanno ancorato in qualche modo, ma non so esattamente come.Si, È proprio qui. Laggiù sulla roccia intravedo la scritta scolpita. È a cinque – sei metri di profondità e nelle giornate di mare calmo come questa, con l’acqua cristallina, si può vedere bene anche senza immergersi.”
Con il motore al minimo si avvicinarono sempre più a quella piccola baia senza spiaggia a forma di presbiterio. Le ripide rocce facevano da pareti e i piccoli arbusti che avevano trovato incavi di terra nelle fessure dove affondare le radici, le decoravano come fossero dei dipinti sacri. Mentre si avvicinavano sempre più lentamente, le due amiche si sporgevano dalla barca, una a destra e l’altra a manca, per scorgere la statua finché Étienne che era in piedi, dall’alto del suo sguardo, lo scorse poco più avanti e lo indicò con la mano sinistra mentre con la destra teneva ben fermo il timone.
“Eccolo”.
Guardarono entrambe verso la direzione e stupite, senza dir nulla, lo videro, finché la barca non vi si trovò sopra. Aveva le braccia protese verso l’alto al centro di quel presbiterio naturale. Sembravano lunghe e sproporzionate al corpo; probabilmente era l’effetto ottico dell’acqua. Aveva la testa leggermente reclinata all’indietro per guardare verso la superficie. Sembrava implorasse aiuto e Marta si domandava perché l’avessero aggettivato Risorto. Non sembrava affatto risorto, anzi. Sembrava piuttosto implorare di esser aiutato ad uscire da quella prigione, il cui grido era soffocato dall’acqua.
“Perché lo hanno messo lí? Che significato ha e da quanto tempo si trova lì sotto?”
“Sinceramente non lo so. Non me lo sono mai chiesto. Bello, vero?”
Dopo avergli girato attorno per guardarlo da diversi lati, Ètienne riprese il largo, accelerando piano piano. L’aria era calda, la brezza provocata dalla misurata velocità della barca era piacevolissima. Dopo circa dieci minuti, raggiunsero un’altra ansa sempre circondata da ripide rocce che la riparavano dai venti con in fondo una piccola spiaggia di ghiaia fine. “Ci fermiamo qui? Mi sembra un posto incantevole; anche se non posso arrivare fino alla spiaggetta perché rischierei di toccare lo scafo. Devo fermarmi qui”
“È davvero splendido. Si, fermiamoci qui. E poi io ho anche un po’ di fame. Che ne dite? D’altronde è già l’una.” Marta le sorrise
Young Americans increasingly end their own lives. Suicide is now the second-biggest killer of ten- to 18-year-olds
Negli anni ’50, quando il termine “teenager” fu reso popolare per la prima volta, balenò nelle menti di molti solo guai. I giovani grintosi che si comportavano in modo rischioso fuori casa – l’ubriacarsi, il rimanere incinte o essere coinvolti in incidenti d’auto – erano “la paura numero uno dei cittadini americani“, così scrisse Bill Bryson nel suo libro di memorie, “The Life and Times of the Thunderbolt Kid“. Oggi, i rischi che affrontano gli adolescenti americani emergono al loro interno. È più probabile che i ragazzi si suicidano piuttosto che rimanere uccisi in un incidente automobilistico. Le ragazze hanno quasi il 50% in più di probabilità di ferirsi in un tentativo di suicidio piuttosto che affrontare una gravidanza non pianificata. Il suicidio è la seconda più grande causa di morte di ragazzi dai 10 ai 18 anni, dopo gli incidenti.
L’aumento del suicidio giovanile fa parte di un più ampio incremento di problemi connessi alla salute mentale tra i giovani. Ciò ha preceduto la pandemia, ma probabilmente ne è stato accelerato. Nel 2021 quasi la metà degli studenti delle scuole superiori americane ha affermato di aver provato persistenti sentimenti di tristezza e di disperazione nell’ultimo anno, rispetto al 26% del 2009; uno su cinque ha preso seriamente in considerazione il suicidio, in confronto al 14% (2009); e il 9% ha tentato di porre fine alla propria vita, a paragone del 6% (2009). Sebbene le percentuali afferenti ai giovani dai 15 ai 19 anni non siano senza precedenti (c’è stato un picco simile all’inizio degli anni ’90), esse per i giovani dai 15 ai 14 anni sono più alte che mai.
Il fatto che sia diventato più accettabile per i giovani discutere dei propri sentimenti ha sicuramente contribuito ad alcuni cambiamenti, come l’aumento della tristezza auto-cosciente. Anche una migliore selezione può svolgere un ruolo. Ma nessuno delle due condizioni spiega i dati più allarmanti: i tassi di suicidio. Tentativi [autolesionisti], feriti e morti sono tutti aumentati tra i giovani americani nell’ultimo decennio. L’anno scorso, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), nessun gruppo di età ha registrato un aumento più elevato rispetto agli uomini, la cui età era compresa tra 15 e 24 anni.
Si cominciano solo ora a capirne le cause. I soliti sospetti (povertà infantile, abuso di sostanze da parte dei genitori o depressione degli stessi) non sono cambiati molto; anzi, la povertà infantile è diminuita. Ciò che è mutato è il modo in cui gli adolescenti vivono le loro vite e si relazionano con il loro ambiente e tra di loro. Un maggiore isolamento e solitudine sono probabilmente le cause determinanti.
Gli esperti mostrano una ragionevole comprensione su come aiutare a prevenire il suicidio e su come proteggersi da tali pensieri. Sebbene le ragazze in America abbiano molte più probabilità di pensare di porre fine alla propria vita o di ferirsi nel tentativo di farlo, i ragazzi adolescenti hanno quasi il triplo delle probabilità di morire per suicidio, non tutti i giovani sono ugualmente a rischio. I giovani che si identificano come lesbiche, gay o bisessuali hanno il triplo delle probabilità di commettere tendenze suicide. Durante la pandemia di covid-19, i bambini che avevano subito abusi o abbandoni avevano la probabilità 25 volte maggiore di tentare il suicidio rispetto ai loro coetanei con un’infanzia più felice.
Anche la geografia conta. I bambini che vivono in ambienti rurali corrono un rischio maggiore, in parte perché hanno meno accesso alle cure. Le comunità tribali soffrono più di altri gruppi. Il tasso di suicidi giovanili dell’Alaska – con 42 morti annuali ogni 100.000 giovani, il più alto di qualsiasi stato – è quattro volte la media nazionale.
Anche in Australia, Inghilterra e Messico si è registrato un forte aumento dei suicidi giovanili negli ultimi dieci anni. Un recente studio del National Health Service ha rilevato che, attualmente, in Inghilterra e nel Galles, più di un bambino su sei di età compresa tra i sette e i 16 anni ha un probabile disturbo di salute mentale. Tra il 2012 e il 2018 la solitudine adolescenziale è aumentata in 36 dei 37 paesi studiati, secondo il Journal of Adolescence.
Pessimo “eccezionalismo”
Ma l’America si distingue per i suoi tassi assoluti di suicidio giovanile. Sebbene in Inghilterra e Galles i suicidi tra i 15 e i 19 anni siano cresciuti più rapidamente, nel 2021 si sono tolti la vita 6,4 giovani ogni 100.000, contro 11,2 giovani americani.