L’Europa Sostenibile

Riporto la relazione frutto del dibattito emerso dal tavolo Europa Sostenibile tenutosi in occasione della Assemblea nazionale del Partito Democratico e dell’iniziativa “L’Europa che vogliamo” a Roma il 15 e 16 Dicembre scorso.

Giorgio Laguzzi

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Per l’Europa, l’Italia e gli Stati Membri la sfida verde rappresenta sicuramente uno dei passaggi cruciali dei prossimi anni. Tale sfida si snoda attraverso diversi settori, in parte interconnessi tra loro, riguardanti politiche ambientali, politiche del lavoro, politiche energetiche e politiche agricole.

Diverse indagini tra la popolazione e gli stakeholder tendono a dare percentuali elevate di fiducia sia allo sviluppo economico sia alla transizione verde separatamente come forme di creazione di benessere per la società e per gli individui, ma tendono a rilevare bassa fiducia ad uno sviluppo economico improntato alla transizione verde.

Serve invece concepire sempre più lo sviluppo sostenibile come una vera opportunità per un nuovo piano di politica industriale a livello Europeo e per gli Stati Membri.

GREEN DEAL DAL CUORE ROSSO

Un piano di transizione verde che si basi dunque su solidi pilastri sociali e che inoltre interpreti questa trasformazione come una grande opportunità di creazione di posti di lavoro di qualità e dell’alto valore aggiunto. In questa direzione vanno lo European Pact for Skills e la European Skills Agenda, i quali hanno già portato a decine di partnership su larga scala nell’ecosistema industriale europeo, coinvolgendo diversi stakeholder tra cui piccole e medie imprese, camere di commercio, enti di formazione e portando ad una riqualificazione a livello europeo di 6 milioni di lavoratori operanti in settori green.

Come dimostrato dai dati elaborati dal CETO (Clean Energy Technology Observatory) i cosiddetti lavori green sono ad alto valore aggiunto in termini di produttività, con un livello medio del 20% superiore agli altri settori. Si affianca inoltre la necessità di implementare politiche atte ad eliminare le disuguaglianze di genere che sono strutturalmente presenti anche in questo comparto. Per affrontare questi problemi possono essere messe in campo diverse iniziative:

  • rafforzare la Strategia Università in seno all’UE attraverso il potenziamento del programma Erasmus con particolare focus sulle materie STEM;
  • rinforzare una alleanza Università-Industria su materie prime, tecnologie solari, pompe di calore, materiali a base biologica, idrogeno verde, circolarità e digitale;
  • trattare le spese per la formazione da parte delle imprese come investimento e non come costi operativi ai fini fiscali e delle agevolazioni;
  • potenziare il ruolo del Fondo per la Giusta Transizione e il Fondo Sociale Europeo per finanziare processi di formazione in lavori green di qualità e per garantire politiche di coesione sociale per mitigare le eventuali esternalità negative sulle fasce più deboli della popolazione e cogliere l’opportunità dei lavori green come un modo per rimettere in moto l’ascensore sociale.

In Italia, diversi report di Unioncamere prevedono entro il 2026 una crescita del 63% dei lavori green, con un fabbisogno tra settore privato e pubblica amministrazione superiore ai 2 milioni di lavoratori. Secondo ANPAL, i settori maggiormente interessati nell’industria sono le public utilities, la chimica, la farmaceutica, materie plastiche, trasporti, ma anche settori come trasporto, logistica, alloggio e ristorazione per quanto riguarda i servizi. Tra le figure professionali con possibilità di rivestire ruoli-chiave sia nel settore privato come anche nella PA troviamo l’energy manager, il mobility manager, il tecnico di smart city. Specificatamente, il tema della mobilità sostenibile è sicuramente un settore fondamentale che interessa le amministrazioni a livello sia comunale sia regionale nell’organizzazione del trasporto pubblico locale.  

POLITICHE ENERGETICHE

Una dimensione fondamentale della transizione verde e del Green Deal riguarda le politiche energetiche. I risultati ottenuti al termine dei lavori Cop 28 rappresentano un passo avanti anche se non del tutto soddisfacenti. Positivo il fatto che il ruolo delle fonti rinnovabili sia emerso chiaramente, così come importante l’indicazione delle fonti fossili come responsabili del cambiamento climatico. Negativo è invece l’abbandono del phasing out per lasciare spazio ad un ben meno netto transitioning away. Oltre che per l’ovvia ragione di aumento dell’utilizzo di fonti rinnovabili per l’abbattimento dei livelli di CO2, dopo lo scoppio della guerra Russia-Ucraina e le recenti vicende internazionali è divenuta ancor più pressante la necessità di una maggior autonomia europea in termini di strategia energetica. In questa direzione vanno sia il Piano Industriale Green Deal del Febbraio 2023 sia il REPowerEU messo in campo dalla Commissione nella primavera 2022.

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L’ascesa dell’economia dell’idrogeno verde

(di Giorgio Laguzzi)

Gli scenari geopolitici e la conseguente crisi energetica potrebbero avere la funzione di accelerare un processo già in atto da tempo; già nel passato per la verità, molti annunci sono stati fatti per una svolta verso una economia basata sull’idrogeno verde, senza che vi fosse un vero e proprio decollo.

Oggigiorno, tuttavia, vi sono diversi segnali che sembrano davvero indicare la presenza di un vero e proprio punto di svolta (tipping point). Complice l’abbassamento del costo delle rinnovabili, l’aumento di altre fonti energetiche, e soprattutto la sempre maggior consapevolezza geopolitica di una necessaria indipendenza energetica degli stati membri europei.

Non a caso la strategia EU sul piano energetico punta decisamente ad un incremento dell’idrogeno come vettore energetico con l’obiettivo di raggiungimento di traguardi importanti in termini infrastrutturali già nel 2030, e il passaggio di utilizzo di idrogeno nel consumo di energia dal 2% attuale, al 13-14% entro il 2050.

Proprio pochi giorni fa si è conclusa la settimana della European Clean Hydrogen Alliance che ha rilanciato e rafforzato il piano strategico per l’idrogeno; la sfida è di trasformare quella che oggi è già la leadership tecnologica Europea a livello globale, in una leadership anche commerciale come principale produttore e fornitore di idrogeno al mondo.

Stando alle stime industriali, una produzione annua di 10mln tonnellate di idrogeno richiederà una capacità installata di elettrolizzatori pari a 90-100 GW. La capacità attuale di produzione di elettrolizzatori in Europa è stimata intorno ai 1,75GW all’anno, e dunque vi è la forte necessità di un cospicuo aumento per centrare i rinnovati obiettivi. I maggiori produttori europei di elettrolizzatori sono pronti ad espandere i loro piani industriali, supportati e stimolati anche dalle nuove policy nel piano RePowerEU, al fine di raggiungere il target di 17,5GW annui nel 2025 e con ulteriore espansione prevista per il 2030.

L’idrogeno verde rappresenta dunque molto più di una semplice opportunità oggi per le strategie di crescita; rappresenta una vera e propria possibile strategia di politica industriale, sulla quale anche i fondi Europei, Next Generation EU e PNRR, stanno puntando. Vista la sua grande capacità di conservazione per lunghi periodi, e la sua vasta applicazione, anche nel settore chimico, l’idrogeno può davvero rappresentare un nuovo modello di sviluppo.

Essere consapevoli di ciò può essere fondamentale per cogliere possibili direttrici di sviluppo anche a livello locale.

Giorgio Laguzzi , Assessore allo Sviluppo Sostenibile, Città di Alessandria

[Per chi volesse approfondire alcuni aspetti, nel seguito riportiamo una relazione, curata con Franco Gavio, frutto di una sintesi di un articolo uscito su The Economist già lo scorso anno, e che oggi riprende ancora maggior vigore vista la situazione che ho descritto in questa breve riflessione.]

L’odierno business dell’idrogeno è, in termini globali, abbastanza limitato, molto inquinante ma essenziale. Ogni anno vengono prodotte circa 90 milioni di tonnellate di materiale, con un fatturato di oltre $ 150 miliardi, che si avvicina a quello della ExxonMobil. Ciò avviene quasi interamente bruciando combustibili fossili con aria e vapore, un processo che utilizza il 6% del gas naturale mondiale e il 2% del suo carbone ed emette oltre 800 milioni di tonnellate di CO2, portando le emissioni del settore allo stesso livello come quelle della Germania.

L’idrogeno pulito è tutto sommato possibile. L’attuale metodo per ottenerlo dai combustibili fossili potrebbe essere combinato con una tecnologia che separa l’anidride carbonica emessa e immagazzinandola sottoterra, un’opzione nota come cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). In alternativa, i combustibili fossili potrebbero essere eliminati del tutto dal processo. L’elettricità generata da fonti rinnovabili o da qualche altra fonte pulita potrebbe essere utilizzata per far scindere le molecole d’acqua, liberando così il loro costituente: l’idrogeno e l’ossigeno. Un processo chiamato elettrolisi.

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Centro-sinistra, olé

Giorgio Laguzzi

Elzeviro di Giorgio Laguzzi

Commento sulle amministrative coi risultati quasi certi, seppur non ancora definitivi. Tornata elettorale che sembra essere molto favorevole per il centrosinistra, onestamente persino oltre le aspettative.

Manfredi sostenuto dall’alleanza PD, M5S e Leu a Napoli vince al primo turno con una percentuale sorprendente, persino oltre al 60%. Sala a Milano vince al primo turno, anch’egli con un risultato straordinario. Lepore a Bologna vince con circa il 60%, risultato largamente atteso, ma anche qui positivo il miglioramento rispetto alla tornata amministrativa precedente.

Torino al di sopra delle aspettative con Lo Russo che esce come più votato al primo turno.

Infine Gualtieri, secondo dietro a Michetti, resta davanti agli altri due competitor Calenda e Raggi. Lo scarto è sicuramente ancora significativo, ma può presentarsi al ballottaggio contando sul suo rapporto col leader del M5S, Giuseppe Conte, e comunque anche con il rispetto di persona seria e preparata che anche Carlo Calenda penso gli possa riconoscere. Buono inoltre il dato sul seggio che Enrico Letta conquista con un ampio vantaggio (intorno ai 10%) con l’appoggio largo anche del M5S e dell’area liberal-democratica (IV e Azione).

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Supermiliardari a go go

(Elzeviro di Giorgio Laguzzi)

Sarebbe interessante che con un esercizio molto facile ci soffermassimo a riflettere sui seguenti semplici dati, che indicano l’evoluzione del totale posseduto (in miliardi) negli anni dai 10 billionaires più ricchi al mondo, andando per approssimazione e stando ai dati ufficiali:

2009: $260

2011: $405

2014: $510

2020: $680

2021: $1200

Forse questo sarebbe sufficiente per comprendere alcune cose.

  • Primo, in una fase del ciclo economico, descritta come di stagnazione a livello di crescita a livello sistemico, l’espansione di base monetaria creata in questi anni sembra aver accresciuto in maniera sproporzionata una categoria ristrettissima, quella che si potrebbe definire un’estrazione di valore;
  • secondo, questo fenomeno si è accresciuto nel passaggio dal 2020 al 2021, ad indicare che la crisi economica indotta dalla pandemia ha consolidato ed accentuato un fenomeno già in essere;
  • terzo, e forse un po’ più tecnico. L’espansione di base monetaria in essere dalla crisi del 2007-2008 e accentuatasi anch’essa con la crisi pandemica messa in atto dalle Banche Centrali potrà essere “riassorbito” ad un certo punto solo con alcuni metodi, a mio avviso:
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Il salario minimo non favorisce la disoccupazione

di Giorgio Laguzzi

Giorgio Laguzzi

Il salario minimo non favorisce la disoccupazione e sembra anzi avere effetti positivi in termini di incremento di lavori di buona qualità. Questa volta ad affermarlo non è qualche gruppo di massimalisti, ma un articolo pubblicato recentemente nella prestigiosa rivista Quarterly Journal of Economics [1], riconosciuta al primo posto dal database internazionale Scopus.

I cinque autori analizzano l’impatto del salario minimo in Germania dal 2015 ad oggi, indicando come esso abbia avuto un effetto ovviamente positivo sull’incremento salariale di circa il 15% della working class. L’impatto positivo è stato anche sul versante della qualità, oltre che della quantità, avendo incentivato lo spostamento dei lavoratori verso settori e industrie più produttive.

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Il “clamore” scatenato da Maurizio Landini

(di Giorgio Laguzzi)

Leggo spesso le interviste a Maurizio Landini. Visto il clamore che sembra aver scatenato, questa volta l’ho fatto con ancora più attenzione. Nella giornata di ieri ho sentito e letto molti commenti nel mondo genericamente detto riformista su tale intervista, commenti che andavano dal fatto che Landini avrebbe con la sua intervista sdoganato lo scetticismo sul green pass, al fatto che avesse le stesse posizioni e parole di Giorgia Meloni.

Sulla seconda parte evito commenti, poiché è situata ad un livello di strumentalità politica a dir poco fuorviante. Sulla prima parte non mi pare che Landini sia artefice di ciò, ma lo sia un normale democratico dibattito che si interroga sui confini esistenti tra i diversi diritti e garanzie in una società di ispirazione liberale.

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Giorgio Laguzzi – Tassa di successione, tassa patrimoniale e similari.

Giorgio Laguzzi

Sulla questione tassa di successione, tassa patrimoniale e similari, scrivo alcuni punti, per riassumere concisamente ciò che penso.

Primo, trovo particolare, per usare un eufemismo, che vi siano pezzi della politica, e soprattutto di qualcuno che si definisce progressista e riformista, che siano favorevoli ad un prelievo sui dipendenti pubblici del ceto medio, per intenderci anche quelli intorno alla soglia dei 1300-1400 euro al mese, per fini re-distributivi, ma parimenti si posizionino sempre contrariamente a forme di prelievo sui ceti benestanti e ricchi.

Secondo, trovo comunque sempre un’impostazione sbagliata nell’affrontare questo genere di questioni. A mio avviso, si tende a giustificare una tassazione di qualsiasi tipo come un modo per “finanziare” delle altre manovre di politica economica (siano esse investimenti, sussidi, ammortizzatori, ecc.); tuttavia i sistemi basati su forme di fiat money non funzionano così, ma al contrario è la spesa pubblica, di qualsiasi tipo sia che precede la tassazione, e quest’ultima viene semmai poi utilizzata per fini re-distributivi e di contenimento dell’inflazione.

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Giorgio Laguzzi – Può capitare che gli asini volino, meno frequente che i Draghi camminino sulle acque: questione spread BTP-BUND decennale

Giorgio Laguzzi

Nella mia rubrica “Vedo talvolta gli asini volare, ma tendenzialmente non i draghi camminare sulle acque”, la quale aggiorno e approfondisco silenziosamente e nascostamente tutti i giorni, ma della quale rendo pubbliche poche scritture, oggi sono incappato nella questione spread BTP-BUND decennale. Argomento che, rispetto a qualche mese fa, non sembra interessare più molto diversi sacri testi del giornalismo italiano, i quali ovviamente avevano salutato l’arrivo del Messia come latore di una nuova era.

BTP/BUND

Ecco che dunque oggi pare un giorno interessante per soffermarsi a fare un punto della situazione. Già da subito si era notato nella suddetta nostra rubrica come la caduta tendenziale dello spread fosse un percorso che arrivasse da ben più distante, dalla primavera del 2020 grosso modo, periodo di cambio di rotta del comportamento in materia di politica monetaria della BCE (PEPP e dintorni).

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Patrimoniale: idee e spunti

(di G. Abonante e G. Laguzzi)

Come l’araba fenice, ogni tanto risorge dalle proprie ceneri la parola impronunciabile: patrimoniale.  Il mistero che l’avvolge è dovuto in primis a cosa si intenda con essa.

In generale, va ricordato che se intendiamo un prelievo che colpisca asset immobiliari e finanziari questo è già operativo da tempo (IMU, imposta di bollo) e va a colpire quella frazione di media-alta borghesia, ma non solo, pure una quota rilevante di ceto medio, che dispone della proprietà e della fruizioni di tali patrimoni. Laddove invece con tale termine si intendesse un prelievo maggiormente progressivo che colpisca asset e patrimoni molto elevati (a partire dalle decine di milioni di euro), e dunque solo (o quantomeno principalmente) su una fascia molto ristretta della popolazione di “super-ricchi”, allora saremmo nel novero di quelle politiche redistributive da analizzare con interesse.

Laddove ve ne fosse bisogno, premettiamo che dal punto di vista socio-economico, ci siamo spesso esposti da tempo nel sottolineare come uno dei maggiori problemi, forse il maggiore, delle società moderne siano proprio le diverse forme di diseguaglianza economiche ormai andate ben oltre il limite massimo della sostenibilità. Inoltre, diversamente da altre rispettabilissime posizioni, abbiamo sempre sostenuto che l’idea di contrastare le forme più acute di povertà e di assottigliamento del ceto medio dovessero essere ottenute con metodologie ben diverse rispetto al mantra in voga ancora prima del 2008 “siamo per contrastare la povertà, ma senza contrastare la ricchezza”.

Ritenevamo già allora, come anche adesso, che la sempre maggior concentrazione di potere economico in una fascia sempre più ristretta della popolazione sia essa stessa fenomeno che impedisce una serie di policy atte ad affrontare seriamente tale questione; i tempi che viviamo hanno infatti ormai ampiamente dimostrato che per contrastare le diseguaglianze economiche bisogna anche essere “contro” quella parte della ricchezza generata da distorsioni del valore degli asset rispetto al loro effettivo valore economico. 

Sottolineiamo inoltre che non possiamo non considerare il più generale tema della mobilità del capitale e della sua capacità elusiva per sfuggire a regimi di tassazione considerati meno “convenienti” rispetto ad altri. E qui la domanda delle domande: è possibile oggi sostenere forme di tassazione delle super-ricchezze senza considerare al contempo una revisione profonda delle regole sulla libera circolazione del capitale?

Non comprendere a fondo l’importanza della risposta e la consapevolezza di come le due questioni siano profondamente ed intimamente interconnesse, sarebbe come illudersi di fermare un fiume in piena alzando il palmo delle mani. E questo non nell’ottica di una pericolosa degenerazione in versione “il meglio è nemico del buono” (che impedirebbe di agire), ma proprio perché si ritiene che i tempi siano forse maturi per affrontare in maniera organica questa materia, non svincolando le due cose.

Lanciamo dunque alcuni punti schematici viste le discussioni di questi giorni.

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Giorgio Laguzzi – Punto e MES

Giorgio Laguzzi

Giusto un paio di giorni fa abbiamo udito, trasportate dai venti continentali in seno all’Europa, ennesime parole critiche nei confronti di una certa ortodossia riguardo agli strumenti e organismi adottati in questi anni per fronteggiare le varie crisi ed in particolare l’attuale; incuriositi, abbiamo ricercato tra le varie news del momento chi fosse questa volta il becero populista, o il militante dell’ala trokzista del partito leninista, il quale avesse osato pronunciare tale ennesimo inno demagogico. Tuttavia il messaggero degli dei questa volta si faceva latore di un qualcosa di inaspettato.

Dal tempio della divinità pagana post-moderna #MES, ormai degno erede della divinità apollinea #Spread, si devono essere levate urla di dolore e di strazio, anatemi di scomunica e accusa di alto tradimento nello scoprire che tali annunci giungessero questa volta dal campo riformista, per bocca nientemeno che dal presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, e dal rispettabilissimo ex Presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta. A meno di voler inserire anche costoro nella pletora nauseante dei populisti e sovranisti che attentano alla democrazia liberale, forse andrebbe iniziare ad interrogarsi maggiormente sulla questione.

Ad un attento osservatore, d’altro canto, tale posizionamento non dovrebbe risultare nulla di strano, ma semplicemente come un ennesimo lento riallineamento della barra del riformismo verso una reimpostazione della visione della politica economica a partire dalla crisi del 2007-2008 in poi. D’altro canto, abbiamo già molte volte ricordato gli scostamenti di rotta riconosciuti da economisti come Paul De Grauwe, figure politiche di rilievo come Barack Obama, e super-addetti ai lavori delle istituzioni internazionali come Olivier Blanchard, per non parlare inoltre di altri segnali sopraggiunti anche in questi anni dallo stesso Parlamento Europeo.

Uscendo dallo stile provocatorio e rientrando nei ranghi di una discussione più seria, pare comunque chiaro che coloro i quali per molti anni, all’interno del pensiero riformista e progressista, si siano distinti per aver tentato di evitare che tale campo si “schiacciasse” su posizioni troppo acritiche nei confronti di una certa ortodossia politico-economica possano osservare ulteriori soddisfazioni riguardo ai cambi di rotta che la “crisi coronavirus” sta semplicemente accelerando, ma che erano appunto già in atto da almeno un decennio.

Le parole della presidente Lagarde, la quale pur correggendo il tiro rispetto alle parole di Sassoli  sulla cancellazione/riduzione del debito pubblico, parla nettamente di una BCE pronta a fornire tutta la copertura necessaria ai debiti pubblici degli stati membri senza altre condizionalità, sono anch’esse il sintomo di una consapevolezza maturata in questi anni, impensabili prima del 2007 e comunque poco probabili fino a pochi mesi fa. Se ad esse ci accompagniamo la linea “neo-keynesiana” (molto “Keynesiana” e poco “neo”, tra l’altro) della nuova direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, la quale ha richiamato il 15 Ottobre scorso alla necessità di un nuovo “ Bretton Woods moment”, il quadro lascia spazio a qualche buona speranza: (https://www.imf.org/en/News/Articles/2020/10/15/sp101520-a-new-bretton-woods-moment): “Il compito non sarà di ricostruire un mondo simile a quello pre-Covid, ma di creare una economia più sostenibile e inclusiva”, sono le parole chiave della direttrice del FMI, le quali lasciano chiaramente intendere che coloro i quali sperano e pensano in un incidente di percorso sul tragitto del cosiddetto neo-liberismo, correggibile con pochi giri di cacciavite, stia dalla parte sbagliata della storia. 

Il mondo post-Covid necessiterà di un cambio di rotta paragonabile a quello che segnò la nascita del sistema Bretton Woods della golden age occidentale degli anni 50′ e 60′,  per niente simile ad un ritorno alla rotta pre-2007.

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