Project Syndicate intervista a Mònica Araya – Transizione ecologica e sostenibilità nella UE

Sep 12, 2023

Project Syndicate – la più autorevole piattaforma web internazionale di politica economica – intervista una delle “amazzoni” che persegue con caparbietà l’obiettivo della transizione ecologica, la costaricense Monica Araya. L’impressione che si ricava dal testo è quella di un cauto ottimismo. I dati di fatto – si vedano i problemi applicativi dell’IRA americano – invece manifestano un difficile passaggio, con la preoccupazione che un eventuale cambio dell’attuale guida politica in USA e nella UE comporti un definitivo rallentamento.

This week in Say More, PS talks with Mónica Araya, Executive Director, International, at the European Climate Foundation.

Project Syndicate: Nel 2020 lei scrisse che “il nostro successo a lungo termine nella gestione del cambiamento climatico dipenderà in larga misura dalle strategie energetiche e di trasporto che adotteremo in questo decennio, in particolare nei prossimi cinque anni”. Quasi tre anni dopo, dove sono state adottate strategie promettenti e ci stiamo avvicinando al punto in cui “i veicoli elettrici a emissioni zero superano i veicoli inquinanti sul mercato”?

Mónica Araya: Negli ultimi tre anni sono stati fatti progressi importanti. In Europa, il pacchetto Fit for 55 – una serie di iniziative che sostengono l’obiettivo dell’Unione Europea di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 – include un accordo per porre fine alla vendita di nuovi veicoli a emissioni di carbonio entro il 2035. Tutte le nuove auto o furgoni immessi sul mercato nell’UE da quel momento in poi dovrebbero essere elettrici.

La Cina ha creato il più grande mercato mondiale per i veicoli elettrici (EV) in tutti i segmenti, attraverso ambiziose politiche di sostegno perseguite a livello nazionale e subnazionale. L’India ha rafforzato gli incentivi per gli autobus elettrici e i veicoli a due e tre ruote. Gli Stati Uniti hanno introdotto nuovi incentivi per i veicoli elettrici per i consumatori e crediti per gli stessi di cui beneficeranno gli investitori, come parte dell’Inflation Reduction Act (IRA) del 2022.

Tali sforzi stanno facendo la differenza. Nel 2022, i veicoli elettrici hanno rappresentato in media circa il 15% di tutte le vendite di auto nuove in Europa, Cina, India e Stati Uniti, rispetto al solo 5% di due anni prima. L’elettrificazione sta avanzando anche in altri segmenti – compresi autobus e autocarri pesanti – e sono in aumento gli investimenti urbani nelle piste ciclabili e nella pedonabilità.

PS: Ma le recenti notizie sul mercato dei veicoli elettrici negli Stati Uniti sono state contrastanti. Nonostante le vendite record di veicoli elettrici quest’anno, la produzione potrebbe superare la domanda, costringendo i produttori ad abbassare i prezzi e lasciando alcuni concessionari con scorte in eccesso. Dato che molti prevedono un imminente rallentamento nell’adozione dei veicoli elettrici, è giustificato un intervento politico e quali lezioni offre l’esperienza americana per lo sviluppo del mercato dei veicoli elettrici lì e altrove?

MA: Se stiamo cercando lezioni sull’adozione dei veicoli elettrici nel mondo – diciamo, Costa Rica o Sud Africa – dovremmo guardare all’Europa e alla Cina (e alla California) prima di rivolgerci al governo federale americano. Negli Stati Uniti, il ritardo nell’impegno verso l’elettrificazione ha fatto sì che un numero crescente di consumatori rimanessero intrappolati in una cultura di veicoli inquinanti incredibilmente grandi. Questa tendenza è stata aggravata da investimenti insufficienti nei trasporti di massa alternativi. Con più scelte di mobilità, oltre al possesso di un’auto privata, i veicoli elettrici hanno maggiori probabilità di conquistare cuori e menti. Sì, gli Stati Uniti sono rientrati nella corsa ai veicoli elettrici sbloccando investimenti per un valore di 100 miliardi di dollari in crediti d’imposta, sovvenzioni e prestiti come parte dell’IRA e dell’Infrastructure Investment and Jobs Act. Ma la transizione non sarà facile.

Una lezione positiva proveniente dagli Stati Uniti consiste nel fatto che evidenziare i benefici tangibili che i veicoli elettrici porteranno a lavoratori, consumatori e investitori – come ha fatto l’amministrazione del presidente Joe Biden – può essere molto efficace. Infatti, nonostante sia la più estesa legislazione sul clima nella storia degli Stati Uniti, l’IRA si concentra molto meno sulle emissioni che sui posti di lavoro, investimenti e infrastrutture.

PS: Nel 2020 lei ha valutato “favorevole” la piattaforma della campagna di Biden sulle emissioni di gas serra. In qualità di presidente, Biden ha guidato l’approvazione dell’IRA, la più grande legislazione sul clima nella storia degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, nei suoi primi due anni, la sua amministrazione ha approvato 6.430 permessi per l’estrazione di petrolio e gas su terreni pubblici statunitensi, rispetto alle 6.172 del suo predecessore, Donald Trump. Detto questo, l’idea che gli Stati Uniti siano tornati a lottare contro il cambiamento climatico è più una montatura che una realtà?

MA: Sotto la guida di Biden, l’America ha senza dubbio ripreso la lotta contro il cambiamento climatico. Ricordiamo che, nel suo primo giorno in carica, Biden ha rinnovato l’impegno degli Stati Uniti a rispettare l’accordo sul clima di Parigi del 2015. E l’approvazione dell’IRA lo scorso anno, dopo numerose sconfitte legislative e, nonostante la profonda polarizzazione, è stata un risultato importante.

Ma il mondo – non solo gli Stati Uniti – sta perdendo la battaglia politica contro Big Oil e Big Gas. L’industria dei combustibili fossili ha realizzato profitti storici dall’inizio della guerra in Ucraina. E ha usato il suo denaro e il suo potere per influenzare ogni governo, sia di sinistra che di destra, in ogni paese, grande o piccolo, sviluppato o in via di sviluppo. Dal Regno Unito agli Emirati Arabi Uniti, dagli Stati Uniti all’Argentina, i governi di tutto il mondo dicono sì alle rinnovabili. Purtroppo dicono anche sì a maggiori trivellazioni per petrolio e gas. Come ritenere responsabili i nostri governi e l’industria dei combustibili fossili per i cittadini è la questione politica del nostro tempo.

A proposito . . .

PS: Mentre il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) prepara una controproposta sul suo accordo commerciale a lungo ritardato con l’UE, consigli a entrambe le parti di essere “più fantasiosi e pragmatici nella loro proposta di valore”, “puntare più in grande” ” e “recuperare il tempo perduto”. Quali cambiamenti concreti sono necessari per raggiungere un accordo che non solo incrementi il commercio tra Europa e America Latina, ma faccia anche avanzare gli obiettivi climatici? Gli accordi commerciali sono lo strumento giusto per rafforzare la protezione ambientale?

Continua a leggere “Project Syndicate intervista a Mònica Araya – Transizione ecologica e sostenibilità nella UE”

The Economist (UK) – La Germania è ancora una volta il malato dell’Europa?

Olaf Sholtz Cancelliere tedesco

Leggendo la stampa economica inglese noto con rammarico che Londra si compiace, tra lo sbarazzino e il perfido, nel considerare le principali economie dei 19 EU come campioni rivaleggianti in un contesto macroeconomico internazionale. Insomma, per gli anglosassoni l’Unione Europea è ancora una somma di divergenti interessi economici nazionali arlecchinescamente ancorati alla moneta unica. Del resto, le baruffe chioggiotte a Bruxelles, la scarsa legittimità politica del Parlamento Europeo e l’inadeguatezza dell’attuale Presidenza, nonché dei relativi commissari, non fanno altro che alimentare questa subdola malignità nord atlantica.

L’eventuale pessimo stato di salute della Germania non può essere solo un problema tedesco e non può essere solo risolto dal governo tedesco. Così come se ciò accadesse similarmente per altri partner europei. Considerato che lo scenario geo-strategico si sta arroventando e l’occidente non potrà più affidarsi a catene di valore altamente sensibili disperse in tutto il pianeta, gli USA hanno appena investito 1,3 trilioni di $ (IRA) nei processi di ricostruzione delle loro filiere manifatturiere (chip) a elevata qualità tecnologica (friendshoring). Qualora fosse vero – come afferma il The Economist – che Berlino è “lenta”, allora Bruxelles sarebbe nientemeno che una “lumaca strabica”.

Per competere ad armi pari contro i due colossi mondiali USA e Cina serve un nuovo gigantesco programma di rilancio coordinato tra i 19 con emissione di titoli sovrani UE sul mercato, garantiti dalla BCE, dello stesso importo se non superiore allo sforzo americano, proporzionalmente distribuito tra gli Stati membri.

Per dirla in altro modo, facendo degli esempi concreti: la tanto strombazzata transizione ecologica – tra cui la discutibile imposizione sulla drastica riduzione del particolato (diesel) entro il 2025, nonché la scellerata decisione “piemontese” – potrebbe trovare accoglienza da parte della cittadinanza qualora si procedesse in tempi rapidi nel finanziare i necessari investimenti finalizzati a sostenerla (per esempio l’avviamento per la produzione delle Solid-State Battery per i veicoli elettrici EVS, di cui Cina e Giappone detengono il mercato). I quali, a loro volta, genererebbero, mediante la crescita occupazionale, un aumento del reddito mediano futuro pro-capite, oltre che a soddisfare lo scopo precipuo di produrre migliori condizioni ambientali. Diversamente, con solo l’arma della direttiva, gran parte della cittadinanza europea finirebbe per interpretare una finalità lodevole alla stregua di un nuovo ingannevole balzello sovra-nazionale.

Fra meno di dieci mesi andremo a votare per il Parlamento UE, temo un forte disinteresse.

fg

Is Germany once again the sick man of Europe?

Its ills are different from 1999. But another stiff dose of reform is still needed

Quasi venticinque anni fa questo giornale chiamava la Germania il malato dell’euro. La combinazione dovuta alla riunificazione, unita a quella di un mercato del lavoro sclerotico e con un rallentamento della domanda di esportazioni, afflisse complessivamente l’economia, portando la disoccupazione a due cifre. Poi, una serie di riforme nei primi anni 2000 hanno inaugurato un’età dell’oro. La Germania divenne l’invidia dei suoi pari. Non solo i treni viaggiavano in orario ma, grazie alla sua capacità ingegneristica all’avanguardia, il paese si distinse anche come una potenza esportatrice. Così come la Germania prosperava, allo stesso modo il mondo continuava a crescere. Senonché, la Germania ha iniziato ancora una volta a rallentare.

La più grande economia europea è passata dalla posizione di leader della crescita a quella di retroguardia. Tra il 2006 e il 2017 ha superato le sue grandi controparti e ha tenuto il passo con l’America. Eppure, oggi ha appena vissuto il suo terzo trimestre di contrazione o di stagnazione e potrebbe finire per essere l’unica grande economia a contrarsi nel 2023. I problemi non risiedono solo nel qui e ora. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, anche nei prossimi cinque anni la Germania crescerà più lentamente dell’America, Gran Bretagna, Francia e Spagna.

Continua a leggere “The Economist (UK) – La Germania è ancora una volta il malato dell’Europa?”