La grande truffa: il riacquisto di azione proprie

Quando qualcuno di noi parla o scrive “estrazione di valore” (value extraction), indicandola come una delle più perniciose operazioni compiute a danno del lavoratore ordinario da parte del capitale, si dà per scontato che tale parola si riferisca a un comportamento nefasto, attuato da una ricca minoranza a svantaggio di una vasta maggioranza del tutto inconsapevole. Purtroppo, molti di coloro che ci leggono o che ci ascoltano non sono avvezzi a comprendere astruse terminologie tecno-finanziarie. Tale per cui, spesse volte, non colgono appieno la portata di questi funesti modelli di funzionamento. Tra le varie  “extraction” è compreso il caso tipico del “financial buy back” (il riacquisto di azioni proprie).

Robert Reich, il noto politologo, accademico di Berkeley, mentore della Left Wing Dem americana, nel successivo occhiello in corsivo risponde a un editorialista del NYT spiegando con un esempio calzante le ragioni secondo le quali questa pratica è da considerarsi di fatto un “plus valore” nascosto. Essa fu autorizzata negli USA con l’avvento della Presidenza Reagan (’80) – prima fu severamente vietata – e si diffuse in tutto il mondo Nord Atlantico ed europeo per imitazione. Con l’iper-globalizzazione segnò l’avvento di un nuovo paradigma economico: il neoliberismo.

“Per fare solo un esempio recente: l’anno scorso, la Norfolk Southern Railway ha registrato entrate e proventi operativi record: 3,2 miliardi di dollari, questi solo nel quarto trimestre, un notevole aumento del 13% su base annua. Come ha fatto l’impresa ferroviaria a raggiungere questo obiettivo? Tagliando quasi 10.000 posti di lavoro, riducendone di un terzo e facendo circolare meno treni e incrementando il numero di carrozze. Ora, alcuni di questi si estendono per più di 2 miglia. Ha apportato tali modifiche nonostante gli avvertimenti che avrebbero segnato un peggioramento dei rischi per la sicurezza.

La società ha anche rifiutato di concedere ai suoi restanti lavoratori un congedo per malattia. Oltre modo, ha rinunciato ad investire in migliori attrezzature di sicurezza. Spudoratamente, essa ha organizzato un grande blitz di lobbying contro le norme più severe per la sicurezza. E cosa ha fatto la Norfolk Southern con tutti i soldi risparmiati tagliando la sua forza lavoro, gestendo treni più lunghi, rifiutando il congedo per malattia e risparmiando sulla sicurezza?

Negli ultimi due decenni, ha aumentato i pagamenti degli azionisti del 4.500 percento. Nello specifico, ha speso miliardi in riacquisti di azioni proprie, raggiungendo la cifra record di 4,7 miliardi di dollari in riacquisti e dividendi lo scorso anno.

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Elly Schlein, una intrusa radicale

Elly Schlein, durante la manifestazione di apertura della campagna elettorale del PD romano, Roma 6 settembre 2022. ANSA/FABIO FRUSTACI

C’è molta confusione ideologica e strumentalità da parte di una certa critica “moderata” sulla proposta politica di Elly Schlein. Un gran minestrone di “ismi”. Il desueto ritorno al generico riformismo come valore intangibile – senza poi specificarne né i concetti né tantomeno di quale riformismo si parli – contrapposto al solito dispregiato radicalismo, secondo cui, a parere di alcuni, l’attuale appena eletta segretaria del PD ne sarebbe l’interprete.  

Cominciamo a separare il grano dal loglio. Si sappia che la Sinistra Democratica Americana (Left Wing), a cui pare faccia riferimento la Elly Schlein, non è sicuramente quella di J. Corbyn. La seconda è di parziale derivazione luxemburghiana, anti leninista – che è parte della storica tradizione labourista sindacalista britannica (Tony Benn, il cosiddetto socialismo dal basso), ove la lotta di classe consiste nello strumento essenziale senza di cui l’eventuale epilogo utopico marxiano diventa irrealizzabile. La prima invece è di marca demo-liberale (F.D. Roosevelt e J. M. Keynes), secondo cui il capitalismo non è solo insostituibile, come ordine economico, ma è anche necessario e soprattutto compatibile con i valori fondamentali della democrazia liberale (rappresentanza, costituzionalismo, stato di diritto).

Essa non teorizza utopie salvifiche, rimane connessa al pragmatismo e all’empirismo di genesi anglosassone. Senonché, affinché si realizzi un rapporto proficuo tra capitale e lavoro è indispensabile che la “distribuzione” avvenga in modo equilibrato tale da non far emergere increspature sociali, le cui conseguenze possono far deragliare i valori democratici (autoritarismi, pseudo fascismi), ragione per cui è obbligatorio contrapporsi in modo netto nei confronti dell’attuale corrente ortodossa neo-liberista; essa si batte per salvaguardare i principi di concorrenza di mercato facendo sì che non emergano monopoli privati; l’impronta capitalistica deve essere infine “regolata”, da uno Stato “facilitatore” mediante l’attuazione d’investimenti pubblici (ricerca di base) da cui possono trarre vantaggio anche quelli privati (catene di valore), così da impedire che si determino estrazioni di ricchezza verso l’alto (sistema finanziario) a danno di tutte quelle categorie che partecipano alla crescita economica della collettività e che impiegano in essa la propria forza lavoro (interclassismo, non lotta di classe). I lavoratori devono godere di pieni diritti sociali, retribuzioni adeguate, un salario minimo di tutela: il tutto è nell’interesse anche del ceto produttivo, poiché tanto più i redditi mediani crescono, quanto maggiore saranno i fatturati delle imprese e conseguentemente il tasso d’occupazione, riducendo parallelamente le frange di marginalità. L’unico vincolo che i rappresentanti della Sinistra Democratica Americana pongono è l’obbligatorietà alla transizione ecocompatibile. Non c’è in loro nessun afflato palingenetico, ma pura concretezza.

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La crisi inflazionistica negli USA…e non solo

La narrazione fin qui raccontata dalle Banche centrali (FED e BCE) sul potenziale pericolo d’inflazione è piuttosto suggestiva. In un primo momento venne definita “transitoria” (transitory) – la BCE addirittura l’escluse – poi, improvvisamente al cospetto di dati non più eludibili (7,1 % in Usa e 5,1 % nella UE) entrambi i governatori (Powell e Lagarde) dovettero ammettere l’impennata dei prezzi.

Ora, ci chiediamo com’è possibile che gli apparati tecnici di queste due massime autorità economiche, che per compito istituzionale svolgono un’azione di vigilanza e di allarme in merito all’andamento dei prezzi a tutela delle rispettive cittadinanze, abbiano balbettato in modo così dilettantesco? La risposta deve essere cercata nella grande paura che aleggia nel sistema finanziario internazionale per la fine della cosiddetta “free lunch economy” (l’economia dal pasto gratuito) – come l’ha definita acutamente l’economista indiano Raghuram G. Rajan in un suo breve saggio di recente pubblicazione.

Il ritorno alla “normalità” presupporrebbe la cessazione degli stimoli (liquidità trasferiti alle banche commerciali sotto forma di riserve), aumenti programmati del tasso d’interesse, le cui congiunte conseguenze ridurrebbero drasticamente il valore capitale di quella enorme massa di debito contratto in obbligazioni per lo più private – molte ad alto rischio – detenute dai creditori (banche, mutual fund, istituzioni finanziarie, ecc.). Il rischio che si corre è quello del “big crash”.

Quindi, le Banche Centrali, i cui bilanci strabordano di titoli sovrani ma anche privati se non addirittura grandi pacchetti azionari accumulati nel tempo in cambio di copiosa liquidità, sono poste di fronte a un drammatico dilemma: salvare il mercato finanziario o i redditi dei lavoratori erosi dal loro potere d’acquisto?

Ma c’è di più. Qualcuno confidava sulla capacità della struttura produttiva (imprese) d’assorbire il balzo dei prezzi relativizzando i profitti. Parliamo appunto di quella classe politica che per circa trent’anni ha tergiversato sul dovere d’imporre regole (anti trust) affinché non si creassero delle concentrazioni monopolistiche, magnificando la tesi secondo cui il libero mercato avrebbe prodotto autonomamente quegli anticorpi necessari per favorire la concorrenza in regime di massima occupazione.

Spesse volte in cuor nostro ci chiediamo se i banditori di tale ortodossia liberista si siano almeno una volta confrontati con il pensiero di John M. Keynes. Tuttavia, al di là di questo rimando “teorico”, le considerazioni del democrat americano Robert Reich c’induce a pensare che con una inflazione mordace dal lato dell’offerta (materie prime, energia, noli trasoceanici, blocco delle catene di valore), in presenza di un quadro geopolitico poco rassicurante, per le Banche Centrali ritracciare una rotta nella quale la finanza sia al servizio dell’economia reale, non viceversa, come è accaduto in questi ultimi 30 anni, sarà alquanto difficile.

Robert Reich statemen

Tyson Foods, il più grande confezionatore di carne negli Stati Uniti, ha vantato profitti alle stelle nel primo trimestre e valori delle azioni in rialzo grazie ai suoi prezzi aumentati. Tyson Foods, una delle quattro aziende di confezionamento della carne che dominano fino all’85% del settore, ha affermato di aver dovuto incrementare i prezzi l’anno scorso a causa dell’aumento dei costi di manodopera e trasporto e dei colli di bottiglia verificatesi nella catena di approvvigionamento.

Ma le quattro principali società di confezionamento della carne hanno goduto di un aumento del *300%* dei margini di profitto netto durante la pandemia e alla fine dello scorso anno hanno annunciato $ 1 miliardo di nuovi dividendi e il riacquisto di azioni. Questo è in aggiunta agli oltre 3 miliardi di dollari che queste quattro società hanno pagato agli azionisti dall’inizio della pandemia.

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Robert Reich substack USA – Sciopero Generale

E’ ipotizzabile un progressivo cambiamento delle preferenze domanda/offerta di lavoro nel corpo sociale americano, come afferma il noto politologo, esperto del mercato del lavoro, Robert Reich? Ci chiediamo: si tratta di semplice temporanea crisi strutturale dei meccanismi della distribuzione, filiere sfilacciate, ingorghi nei porti cinesi, tariffe di trasporto quadruplicate, complessivamente causate dalla ripresa post covid, come quotidianamente propala la narrazione imperante mass-mediatica? O, invece, c’è qualcosa di più profondo negli USA, più nascosto, ancora indecifrabile, ovvero una metamorfosi strutturale che inverte radicalmente il rapporto in favore dell’offerta (in economia politica misura la disposizione delle persone a lavorare), così come sostiene in questo breve post l’ex titolare del dicastero del lavoro americano?

Qui da noi, la seconda ipotesi ci parrebbe quasi inverosimile, considerata la “fame” di lavoro in molte aree della UE.  Ma se la documentata crescita dei prezzi USA non si placa (6,2 % al dettaglio e oltre l’8% all’ingrosso) prima o poi questa preoccupante onda inflattiva lambirà le coste del vecchio continente generando una pari riduzione del potere d’acquisto con salari reali negativi scaricandosi principalmente sui generi di prima necessità e sulle categorie meno qualificate e a causa di ciò potrebbe produrre lo stesso effetto che Reich nel suo substack[1] documenta negli USA.

General Strike

Avevo programmato che oggi avrei preso una pausa rinunciando a scrivere, ma sono irritato per come lo scorso venerdì i media stanno interpretando il mensile rapporto relativo ai dati sull’occupazione e sono obbligato a dir la mia.

Il taglio informativo era quasi universalmente poco rassicurante. Il New York Times ha sottolineato la “debole” crescita dei posti di lavoro, sottolineando la propria preoccupazione che “le ansie relative alla domanda di lavoro, le quali hanno tormentato le imprese per tutto l’anno, non saranno risolte rapidamente” e “l’aumento dei salari potrebbe aggiungersi ai timori riguardo l’inflazione“. Per la CNN è stata “un’altra delusione“. Per Bloomberg il “rapporto sull’occupazione di settembre è ampiamente deficitario per il secondo mese consecutivo“.

I media non hanno espresso il vero punto della questione: i lavoratori americani stanno mostrando i muscoli per la prima volta da decenni. Si potrebbe dire che i lavoratori hanno dichiarato uno sciopero generale nazionale fino a quando non otterranno una paga più remunerativa e migliori condizioni di lavoro.

Ovviamente non lo chiamano sciopero generale. Ma pur nel suo modo poco coordinato tutto ciò ci richiama agli scioperi organizzati che scoppiano in tutto il paese: i macchinisti di Hollywood, i lavoratori della John Deere, i minatori di carbone dell’Alabama, i lavoratori della Nabisco, della Kellogg, gli infermieri in California, gli operatori sanitari a Buffalo.

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The Guardian (UK), Robert Reich – Prima di ritornare alla “normalità”, sappiate che quella “normalità” ci diede Trump

Trumpism

Essere guariti dalla “aberrazione” trumpiana non vuol dire che non ci potremo ancora ri-infettare, afferma Robert Reich: il tutto dipende dalle politiche che adotteremo in futuro. Qualora tornassimo a ciò che in passato definimmo come “normalità”, allora il pericolo di ritrovarci con un qualche Trump all’ennesima potenza è quasi certo. Joe Stiglitz, meno enfatico ma più puntuale afferma[1]Tornare alla cosiddetta “normalità” non significa tornare al neoliberismo…per quanto riguarda il commercio internazionale e molti altri aspetti (finanza), quella che fu l’impalcatura delle politiche economiche del 21° secolo, nonché la sua finalità, necessita di essere rivista e riformulata. Non è chiaro quanto a lungo Joe Biden percorrerà questa strada”. Ciò è perfettamente coerente con il suggerimento di Mariana Mazzucatonon si deve ricadere nella precedente situazione come se nulla fosse accaduto (business as usual)”.

Se qualcuno pensa che questo sia solo un problema “americano”, ebbene sbaglia di grosso. Reich non ha fatto altro che riproporre, forse inconsapevolmente, una annotazione critica[2] di Antonio Gramsci – estratta da Passato e Presente – nei confronti dei fautori del “meno peggio”, secondo cui ‘Il concetto di “male minore” o di “meno peggio” è uno dei più relativi. Un male è sempre minore di uno susseguente maggiore e un pericolo è sempre minore di uno altro susseguente possibile maggiore”. Come dire che il “meno peggio” può essere la causa del peggio.

Beware going ‘back to normal’ thoughts – normal gave us Trump

Fatigued by the coronavirus and Trump, the idea of going back to normal is seductive – we must guard against it

Robert Reich

Sun 29 Nov 2020 06.00 GMT

La vita tornerà alla normalità”, ha promesso Joe Biden giovedì in un discorso del Ringraziamento alla nazione. Stava parlando della vita dopo il Covid-19, ma si potrebbe perdonarlo se pensasse che stesse facendo anche una promessa sulla vita del dopo Trump. È quasi impossibile separare le due cose. Nella misura in cui gli elettori hanno consegnato un mandato a Biden, è stato quello di porre fine a entrambi i flagelli e rendere di nuovo normale l’America.

Nonostante la triste ripresa del Covid, il dottor Anthony Fauci – il funzionario della sanità pubblica che Trump ha ignorato e poi messo la museruola, con il quale lo staff di Biden sta ora conferendo – è sembrato prudentemente ottimista la scorsa settimana. I vaccini consentiranno “un graduale accumulo di maggior normalità con il passare delle settimane e dei mesi mentre ci avviciniamo al 2021“.

Normale. Si poteva quasi sentire il gigantesco sospiro di sollievo dell’America, simile a quello udito quando Trump ha implicitamente ammesso la legittimità del risultato elettorale consentendo l’inizio della transizione. È confortante pensare che entrambe le situazioni, quella del Covid e di Trump, siano state intese come intrusioni nella normalità: una sorta di aberrante devianza rispetto alla prevalente routine del passato.

Quando Biden si candidò per la corsa presidenziale lo scorso anno, disse che la storia nel voltarsi indietro avrebbe [giudicato] Trump come a un “momento aberrante nel tempo“. La fine di entrambe le anomalie evoca un’ex America che, al contrario, potrebbe apparire tranquilla e sicura, persino noiosa. Trump ha definito Biden “l’essere umano più noioso che abbia mai visto“, e agli americani sembra che stia bene così.

Le prime scelte di Biden per il suo gabinetto e il personale senior si adattano allo stesso stampo – “scelte noiose“, ha twittato Graeme Wood dell’Atlantico (riferendosi al team di politica estera di Biden), “personaggi, che se li scuotessi e li nominassi nel cuore della notte in qualsiasi momento dell’ultimo decennio, si presenterebbero ai loro nuovi incarichi e inizierebbero a lavorare con competenza entro l’alba ”. Hallelujah.

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The Guardian (UK) Robert Reich – Discutendo di guerra civile, l’America è già divisa: la Trump Nation si è separata

Robert Reich

Ancor prima che la Presidenza Biden venisse ratificata, il potente mondo economico e affaristico finanziario di WS, – dal quale, grazie a Trump, ottenne enormi favori e lauti guadagni – attraverso un preordinato tam tam mediatico, incoronava il nuovo arrivato come l’uomo della provvidenza, il saggio pacificatore di un’America divisa e avvelenata dal turbine del becero populismo, la cui futura destinazione non potrà essere altra che l’ampia “soffitta” della storia. Parole come “appeasement” “reconciliation”, ultimamente quasi scomparse nella dialettica politica americana, risalivano la china nel dibattito scritto e parlato tra i vari commentatori.

The situation smacks of”, è una espressione idiomatica anglosassone che significa: “il caso puzza di”. Infatti, “the situation smacks of centrism”, come se si ritenesse che la gran parte della base operaia bianca del Wisconsin, Illinois e Michigan, la “rust belt” per intenderci – quella che votò nel 2016 contro il centrismo di Hillary, optando per Trump – si fosse riconvertita d’incanto al moderatismo; quasi come se questa fosse rimasta completamente indifferente e insensibile al proselitismo politico della sinistra progressista americana, condotto con alacrità in questi ultimi quattro anni.

Ciò che costoro si aspettano da Biden non è il “business as usual” di WS, bensì il ripristino dell’Obamacare, il salario minimo a 15 $/ora, maggiori tutele e diritti sociali e sindacali, la cancellazione del debito studentesco, un’economia che tenga conto dei diversi portatori d’interesse e non solo degli azionisti, regole che limitino il potere dei grandi monopoli, migliori standard di vita, e infine un ambiente più sano che permetta loro di recuperare quel tasso di speranza di vita che con l’avvento della teorica liberista si è notevolmente ridotto.  

Bernie Sanders, Robert Reich, Elizabeth Herring Warren, Michael Moore, Joseph Stiglitz, sono state tra le più rappresentative figure che hanno condotto queste battaglie, incessantemente, il cui esito in parte è confluito nella vittoria di Biden, e non certo gli gnomi di WS o i gattopardeschi centristi del “giorno dopo” che stanno per accamparsene il merito.

Per capire quanto il populismo anti-establishment trumpiano non sia stato per nulla arginato, nonostante la vittoria Democrat, basterebbe rileggere l’editoriale, pubblicato sul Guardian, scritto da Robert Reich, qualche mese fa, nel corso di questa velenosa campagna presidenziale.

The Guardian (UK) – Amid talk of civil war, America is already split – Trump Nation has seceded

Robert Reich

The president thrives on division, speaks of ‘we’ and ‘them’ and encourages violence. No wonder we fear he won’t accept defeat

Su che cosa realmente verte lo scontro in America in attesa delle prossime elezioni? Non su di una particolare questione. Non lo è nemmeno riguardo a Democratici contro Repubblicani. La disputa di fondo è su Donald J. Trump.

Prima di Trump, la maggior parte degli americani non era particolarmente appassionata di politica. Ma il “Modus Operandi” di Trump è stato quello di costringere le persone ad appassionarsi a lui, a schierarsi in modo aggressivo a favore o contro, considerando sé stesso il presidente solo dei primi, che lui chiama “il mio popolo”. Trump è entrato in carica senza alcun programma se non per nutrire il suo mostruoso ego. Non ha mai fomentato la sua base. E’ la sua base che lo ha ingigantito, la cui adorazione nei suoi confronti lo sostiene.

Allo stesso modo funziona l’antipatia da parte dei suoi detrattori. I presidenti di solito cercano di placare i loro critici. Trump ha fatto di tutto per offenderli. “Faccio scoppiare la rabbia“, disse senza scusarsi a Bob Woodward nel 2016. In questo modo, ha trasformato l’America in una gigantesca proiezione del proprio narcisismo patologico. La sua intera piattaforma di rielezione la si trova nel suo uso dei pronomi “noi” e “loro“. “Noi” sono le persone che lo amano, la Trump Nation. “Loro” lo odiano.

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Roberta Cazzulo – Welfare State e sanità pubblica: sono i fattori chiave per raggiungere l’uguaglianza economica e sociale?

 

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Roberta Cazzulo

L’articolo di Robert Reich https://ilponte.home.blog/2020/05/11/the-guardian-uk-robert-reich-la-tragedia-covid-19-negli-usa/ci presenta una lucida disamina delle cause della maggior incidenza di Covid-19 negli Stati Uniti, ragioni che essenzialmente sono legate sia a fattori contingenti (la Presidenza Trump) sia a fattori di tipo strutturale (le caratteristiche della società americana e del suo welfare pressoché inesistente).

Reich ci permette di pensare, effettuare confronti e soprattutto scongiurare un modello, come quello americano,  privo di welfare (ad esempio per i dipendenti del settore privato non è prevista malattia retribuita) e fondato su di un sistema sanitario di tipo assicurativo – privatistico:  per gli americani più fortunati, pochi, i costi sono coperti da assicurazioni sanitarie complete, per gli altri milioni, questi costi sono un potenziale peso insostenibile.

Il Covid-19 rende quindi ancora più trasparente, e drammatica, una situazione che è strutturale nella società americana.

La pandemia del Covid-19 costituisce un chiaro esempio di quello che nell’analisi delle politiche pubbliche è chiamato “focusing event”, un evento che – per la sua natura dannosa e repentina  – forza opinione pubblica e parte politica ad inserire nell’agenda istituzionale temi che non necessariamente vi sarebbero entrati o che almeno non lo avrebbero fatto con la stessa forza e la stessa rapidità.

E in Italia?

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The Guardian (UK) Robert Reich – La tragedia Covid-19 negli USA

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Robert Reich

Con il più alto tasso di contaminazione al mondo e la prospettiva di contare 100.000 vittime tra qualche settimana, il tutto ha indotto Barack Obama nella sua prima apparizione pubblica come ex Presidente definire la situazione “un caos drammatico”. Robert Reich, tra i più influenti intellettuali Democrats, mediante il britannico The Guardian ci fornisce qualche dettaglio ulteriore su cui riflettere, e parallelamente, perché no, fare un sorta di paragone con la presunta “confusa” conduzione italiana.

Under Trump, American exceptionalism means poverty, misery and death

Robert Reich

Sun 10 May 2020

Nessun’altra nazione ha subito così tante perdite a causa del Covid-19, né un tasso di mortalità altrettanto elevato così come negli Stati Uniti. Con il 4,25% della popolazione mondiale, l’America ha finora la tragica singolarità di rappresentare circa il 30% delle morti per pandemia.

Nessun’altra nazione ha allentato i blocchi e altre misure di distanziamento sociale mentre i decessi aumentano, come si sta facendo ora negli Stati Uniti.

Nessun altra nazione avanzata era impreparata alla pandemia cosi come lo furono gli Stati Uniti.

Ora sappiamo che Donald Trump e la sua amministrazione furono informati da esperti di sanità pubblica a metà gennaio. A partire da quella data sarebbe stata necessaria un’azione immediata per fermare la diffusione di Covid-19. Ma secondo il dottor Anthony Fauci, “sorsero molte contrarietà a farlo“. Trump non agì fino al 16 marzo. Nessuna nazione diversa dagli Stati Uniti lasciò alle unità di governo subordinate – stati e città – l’acquisto di ventilatori e dispositivi di protezione individuale.

In nessun’altra nazione esperti di sanità pubblica e di preparazione alle emergenze vennero messi da parte e sostituiti da amici politici come il genero di Trump, Jared Kushner, che a sua volta fu consigliato dai finanziatori di Trump e dalle celebrità della Fox News.

In nessun’altra nazione avanzata il Covid-19 sta costringendo così tanti cittadini appartenenti alla classe media scivolare nella povertà così rapidamente. The Urban Institute riferisce che oltre il 30% degli adulti americani ha dovuto ridurre le proprie spese alimentari.

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Robert Reich – La Guerra dai Droni e le Balle di Trump

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Robert Reich

Ogni volta che seguiamo in diretta i discorsi o le dichiarazioni di Trump – questa volta sulla BBC – rimaniamo sempre assai dubbiosi che egli dica la verità. Ciò che non finisce mai di sorprenderci riguarda come questi leader volutamente menzogneri (Salvini, Johnson) abbiano nel tempo, con spudoratezza, inquinato il nobile certame della politica trasformandolo in una sorta di permanente reality show. La stessa formula che quotidianamente inzeppa il nostro schermo nelle ore meridiane e serali.

Al di là della solita querelle sul “populismo”, tanto cara all’élite dei benpensanti, la domanda che ci dobbiamo fare e ben diversa. Non sarà forse che per colpa di quella stessa élite – la quale ha occupato quasi l’intero spazio della cultura politica occidentale degli ultimi 30 anni, con le sue tetragone sicurezze liberal in campo economico favorenti un individualismo “dis-intermediante”, – i nostri popoli del fine secolo scorso, mediamente coscienti e politicamente partecipativi, si siano “trasformati” in plebi amorfe e disincantate all’alba del terzo millennio?

Sì, è vero la digitalizzazione e i social, fecero la loro parte in questo post-moderno “protestantesimo” politico ove, a seconda delle posizioni, credenti e miscredenti sono invigoriti o bistrattati dalle predicazioni o dalle ammonizione twittate del “sacro” vertice.

Detto ciò, per porre fine a questo abuso demagogico di “false verità” una contromossa vincente consiste nel costruire strutturati apparati di controinformazione volti a contrastare la manipolazione, utilizzando con cura gli stessi strumenti attraverso cui si spargono menzogne.

Negli USA, Robert Reich con Inequality Media[1] e Michael Moore con Rumble[2] lo capirono ancor prima che Donald Trump scendesse in campo. Ora, le due più note piattaforme (ve ne sono alcune dozzine di calibro inferiore) raggruppano alcuni milioni di followers, ricevono decine di migliaia di contatti giornalieri e ribattono puntualmente a ogni palla avvelenata del presidente.

Lo si chiami con dispregio “populismo progressivo”, sta di fatto che funziona, e come funziona! Bernie Sanders e Elizabeth Warren non avrebbero mai potuto candidarsi per puntare al successo presidenziale, come ora lo ritengono possibile, senza il precedente apporto divulgativo di queste due importanti “voci” digitali di controinformazione.

Eccovi un esempio (Robert Reich): riguarda lo smascheramento di alcune “verità” pomposamente sottolineate da Donald Trump nel corso della Press Conference alla White House martedì scorso, dopo l’attacco ritorsivo iraniano.

“Trump mente così come la maggior parte delle persone respira, e oggi non ha fatto eccezioni. Il suo discorso di stamattina relativo agli attacchi missilistici dell’Iran contro le due basi dell’esercito americano in Iraq è stato pieno zeppo di dichiarazioni fuorvianti, retorica infiammatoria e assolute menzogne. [Il contenuto si colloca] tra i più alti scandalosi racconti di Trump.

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Robert Reich on Facebook

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Amici, considero questo giorno un giorno triste. Trump sarà accusato dal Congresso perché ha corrotto l’Ucraina per aiutarlo nelle elezioni del 2020 secondo le rivelazione di un informatore uscite circa 3 mesi fa e confermate dalla “trascrizione” della Casa Bianca. Ma l’asse autoritario di Trump, Fox News con gli acquiescenti repubblicani hanno inventato una contro-narrativa che ha oscurato questo fatto evocando un “tentativo di colpo di stato” da parte dei democratici e da un cosiddetto “stato profondo”. L’impeachment va al Senato per un processo a gennaio, pochi se non quasi nessuno dei senatori repubblicani voterà per condannarlo. E Trump con il suo asse autoritario affermeranno che egli sarà scagionato, basandosi sul fatto che Robert Mueller lo abbia già scagionato.

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