Nouriel Roubini – America e Cina sono sulla Rotta di Collisione

Nel 1938, nonostante le preoccupazioni di Roosevelt il governo USA, temendo una ulteriore espansione del Sol Levante nel Pacifico, bloccò la vendita di prodotti petroliferi al Giappone, le conseguenze furono: Pearl Harbor e Hiroshima. La storia non si ripete ma fa rima.

America and China Are on a Collision Course

May 30, 2023 NOURIEL ROUBINI

The G7 countries may have set out to deter China without escalating the new cold war, but the perception in Beijing suggests that they failed to thread the needle at their recent summit in Hiroshima. It is now clear to all that the United States, its allies, and any partners they can recruit are committed to containing China’s rise.

NEW YORK – Dopo il vertice del G7 di maggio a Hiroshima, il presidente Usa Joe Biden ha affermato di aspettarsi un “disgelo” nei rapporti con la Cina. Eppure, nonostante alcuni recenti incontri bilaterali ufficiali – con il segretario al Tesoro americano Janet Yellen che ha espresso la speranza di una prossima visita in Cina – le relazioni rimangono gelide.

In effetti, lungi dallo scongelarsi, la nuova guerra fredda si sta raffreddando, e lo stesso vertice del G7 ha amplificato le preoccupazioni cinesi sul fatto che gli Stati Uniti perseguano una strategia di “contenimento, accerchiamento e repressione globale”. A differenza dei precedenti incontri, quando i leader del G7 pronunciavano per lo più discorsi senza nessun seguito, questo vertice si è rivelato uno dei più importanti nella storia del gruppo. Gli Stati Uniti, il Giappone, l’Europa e i loro amici e alleati hanno reso più chiaro che mai il fatto che intendano unire le forze per contrastare la Cina.

Inoltre, il Giappone (che attualmente detiene la presidenza di turno del gruppo) si è incaricato d’invitare i leader chiave del Sud del mondo, non ultimo il primo ministro indiano Narendra Modi. Nel coinvolgere le potenze emergenti e medie, il G7 vuole persuaderle a unirsi a una risposta più vigorosa nei confronti dell’ascesa cinese. Molti saranno probabilmente d’accordo con la rappresentazione di una Cina che esercita un potere autoritario basato sul capitalismo di stato, la quale è sempre più assertiva nel proiettare la sua forza in Asia e nel mondo.

Mentre l’India (che quest’anno detiene la presidenza del G20) ha assunto una posizione neutrale sulla guerra tra Russia e l’Ucraina. La confederazione indiana è stata a lungo coinvolta in una rivalità strategica con la Cina, in parte a causa del fatto che i due paesi condividono un lungo confine di cui gran parte del quale è contestato. Pertanto, anche se l’India non diventerà un alleato formale dei paesi occidentali, continuerà a posizionarsi come una potenza globale indipendente e in ascesa, i cui interessi sono più allineati con l’Occidente che con la Cina e de facto i suoi alleati (Russia, Iran, Corea del Nord e Pakistan).

Inoltre, l’India è un membro formale del Quadrilateral Security Dialogue, un gruppo di sicurezza con Stati Uniti, Giappone e Australia, il cui scopo esplicito è quello di scoraggiare la Cina; il Giappone e l’India hanno relazioni amichevoli di lunga data e una storia condivisa di relazioni contraddittorie con Pechino.

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Fabio Scarsi – I Principali Rischi per la Globalizzazione

Introduzione

In un contesto economico e politico globale sempre più complesso e interconnesso, la Globalizzazione affronta nuove sfide che minacciano la sua stabilità e continuità.

In questo post, ci concentriamo sui principali rischi per la globalizzazione, prendendo spunto da alcuni documenti di grande importanza appena pubblicati: 1. il rapporto della World Trade Organization (WTO), “Global Trade Outlook and Statistics 2023”; 2. il rapporto del Fondo Monetario Internazionale (IMF) “World Economic Outlook, A Rocky Recovery, Full Report, April 2023”;
3. e in particolare il Chapter 4 del World Economic Outlook dell’IMF, “Geoeconomic Fragmentation and Foreign Direct Investment”. Questi documenti offrono un quadro importante e aggiornato delle sfide che sta affrontando la globalizzazione e delle possibili soluzioni per mitigarne gli impatti negativi. In particolare, tra i tanti, ci concentreremo sui rischi derivanti dalla frammentazione geoeconomica e dalla competizione geopolitica, che oggi sembrano i principali, analizzando come questi fenomeni influenzino il commercio internazionale e gli investimenti diretti esteri.

Per scelta ci asterremo da ogni valutazione sulla bontà o meno della globalizzazione in se. Ci limiteremo ad una valutazione sui fattori di rischio per questo processo che ha caratterizzato e plasmato l’evoluzione economica degli ultimi decenni.

L’attuale contesto economico e politico globale è caratterizzato da un’incerta ripresa economica post-pandemica, con un tasso di crescita globale stimato dall’IMF al 2,8% nel 2023. Il dato può essere paragonato con l’andamento dell’indice dal 2011 al 2021 (fonte IMF):

2012

2013

2014

2015

2016

2017

2018

2019

2020

2021

2,7

2,8

3,1

3,1

2,8

3,4

3,3

2,6

(3,1)

5,9

Tuttavia, questa ripresa è ineguale tra i diversi paesi e settori, e l’instabilità politica ed economica continua a influenzare le relazioni internazionali. Inoltre, assistiamo a un aumento della competizione per l’accaparramento di risorse e mercati, in particolare tra le potenze economiche come Stati Uniti, Cina e Unione Europea, che stanno rivalutando le loro strategie commerciali e di investimento in un contesto di crescente tensione geopolitica.

Il commercio internazionale, dal canto suo, ha registrato una crescita del 2,7% nel 2022, come riportato dalla WTO. Questo dato può essere valutato nel quadro dell’andamento del volume degli scambi internazionali dell’ultimo decennio (fonte WTO):

2012

2013

2014

2015

2016

2017

2018

2019

2020

2021

2,4

2,4

2,6

2,3

1,9

4,6

3,0

0,4

-4,7

8,4

In questo quadro aggregato però l’accesso alle risorse e i flussi di investimento sono sempre più influenzati da considerazioni geopolitiche e geoeconomiche. Questa situazione ha portato a una crescente frammentazione del sistema economico globale, con la formazione di blocchi regionali e la rinegoziazione di accordi commerciali bilaterali e multilaterali. Allo stesso tempo, la competizione geopolitica tra le grandi potenze si riflette nelle tensioni riguardanti l’accesso a risorse strategiche come le materie prime necessarie per la transizione energetica e la sostenibilità ambientale, come sottolineato dal rapporto dell’OECD “Raw Materials Critical For The Green Transition: Production, International Trade And Export Restrictions”.

Insomma, anche i dati più recenti diffusi dalle grandi istituzioni internazionali confermano come lo scenario mondiale attuale sia segnato da crescenti incertezza e volatilità, non solo percepite, che mettono a rischio la stabilità e l’efficienza del sistema economico globale.

La Frammentazione Geoeconomica

La frammentazione geoeconomica è un fenomeno che si verifica quando l’interconnessione e l’integrazione tra le economie nazionali si indeboliscono a causa di fattori economici, politici e strategici. Questo processo può portare alla formazione di blocchi economici regionali, all’adozione di politiche protezionistiche e alla riduzione degli Investimenti Diretti Esteri (IDE). La frammentazione geoeconomica, questo è l’aspetto importante, può avere ripercussioni negative sulla crescita economica globale, l’occupazione e la cooperazione internazionale.

Il Capitolo 4 del World Economic Outlook dell’IMF, “Geoeconomic Fragmentation and Foreign Direct Investment”, evidenzia come la frammentazione geoeconomica stia diventando una preoccupazione crescente per l’economia mondiale e stia influenzando gli IDE e i flussi commerciali a livello globale. In particolare, si sottolinea che le tensioni commerciali e geopolitiche, insieme alle preoccupazioni per la sicurezza economica e la resilienza delle catene di approvvigionamento, stanno portando a una crescente “regionalizzazione” degli IDE e del commercio. Questa tendenza può limitare la capacità delle economie di beneficiare delle opportunità offerte dalla globalizzazione, come l’accesso a nuovi mercati, tecnologie e fonti di finanziamento.

L’analisi condotta nel rapporto evidenzia come le tensioni commerciali, le rivalità geopolitiche e le preoccupazioni sulla sicurezza economica stiano portando a un cambiamento nella natura degli IDE e dei flussi commerciali.

Il rapporto rileva che nell’ultimo decennio, la quota dei flussi di IDE tra le economie allineate geopoliticamente ha continuato a crescere, più della quota per i paesi geograficamente più vicini, suggerendo che le preferenze geopolitiche determinano sempre più l’impronta geografica degli IDE. Si osserva comunque anche una crescente regionalizzazione degli IDE, con una maggiore concentrazione di investimenti all’interno delle stesse regioni piuttosto che tra regioni diverse. Questo fenomeno è attribuito principalmente alla crescente importanza delle catene di approvvigionamento regionali, che offrono una maggiore resilienza alle interruzioni globali e alle tensioni geopolitiche.

Il rapporto sottolinea che la frammentazione geoeconomica può portare a una serie di conseguenze negative, tra cui la riduzione degli scambi di beni e servizi, l’erosione della cooperazione internazionale e l’aggravamento delle disparità economiche tra i paesi. Tali conseguenze possono limitare la capacità delle economie di beneficiare delle opportunità offerte dalla globalizzazione e ostacolare la crescita economica a lungo termine.

In sintesi, il capitolo 4 del World Economic Outlook dell’IMF mette in luce i rischi associati alla frammentazione geoeconomica, sottolineando la necessità di affrontare le sfide poste da questo fenomeno per garantire un futuro più stabile e prospero per l’economia mondiale. La cooperazione internazionale e la ricerca di soluzioni condivise saranno fondamentali per mitigare gli effetti negativi della frammentazione geoeconomica e promuovere una globalizzazione più equa e sostenibile.

Un esempio emblematico di frammentazione geoeconomica è la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, iniziata nel 2018 con l’introduzione di dazi e tariffe reciproche. Questo conflitto commerciale ha avuto ripercussioni negative sull’economia globale e ha portato a una riduzione degli scambi commerciali tra i due Paesi, come evidenziato nel rapporto WTO “Global Trade Outlook and Statistics 2023”. Inoltre, la rivalità geopolitica tra le due potenze ha avuto effetti sul flusso degli IDE, causando un calo degli investimenti reciproci.

Un altro esempio di frammentazione geoeconomica riguarda il processo della Brexit, con il Regno Unito che ha lasciato l’Unione Europea nel 2020. Questo evento ha portato a nuove barriere commerciali e a una riduzione degli scambi tra il Regno Unito e l’UE, con conseguenze negative per entrambe le economie. Inoltre, gli IDE tra il Regno Unito e l’UE sono diminuiti, come riscontrabile nel capitolo 4 del World Economic Outlook dell’IMF.

Infine, la pandemia di COVID-19 ha accentuato la frammentazione geoeconomica attraverso l’adozione di politiche protezionistiche e la ricerca di autonomia in settori strategici come l’industria farmaceutica e la produzione di dispositivi medici. La chiusura delle frontiere e le restrizioni ai viaggi hanno avuto un impatto negativo sui flussi commerciali e sugli IDE, come riportato nel World Economic Outlook dell’IMF.

In conclusione, gli esempi sopra citati mostrano come la frammentazione geoeconomica stia influenzando il commercio e gli investimenti diretti esteri a livello globale.

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Carlo Fino – Il Ruolo del Dollaro

Ogni sera mi chiedo perché tutti i Paesi debbano basare il loro commercio sul dollaro. Perché non possiamo commerciare in base alle nostre valute? Chi é stato a decidere che il dollaro fosse la valuta dopo la scomparsa dello standard aureo?”

Così si interroga un redivivo Lula nella sua visita a Pechino, esplicitando quella che é ormai una tendenza in atto da tempo, ovvero la progressiva de-dollarizzazione del commercio internazionale. L’ultimo quesito del Presidente brasiliano, credo, sia il più importante per inquadrare storicamente il sistema monetario internazionale post Bretton Woods. Nel ’71, infatti, Nixon proclamò la fine della convertibilità del dollaro in oro e con esso un sistema di cambi fissi agganciati alla valuta statunitense.

Troppo alto il deficit commerciale americano, troppo ingenti le richieste di conversione da parte di paesi con un surplus commerciale vis a vis gli Stati Uniti. Il punto é che invece che sancire la fine di una fase di egemonia da parte dell’impero statunitense, il cosiddetto “debasement” del dollaro fu piuttosto lo spartiacque di un’evoluzione del sistema di dominio imperiale USA.

Come disse il sottosegretario al Tesoro USA, Connelly: “da oggi il dollaro é la nostra moneta, ma un vostro problema”. Tramite la propria influenza geopolitica e militare, gli USA seppero convincere l’Arabia Saudita e i paesi dell’OPEC a commerciare petrolio solo in dollari.

In altre parole, gli Stati Uniti seppero mantenere e in qualche misura persino aumentare il peso del dollaro come moneta di riserva internazionale, senza avere più come onere quello della convertibilità in oro.

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Robert Reich substack USA – Sciopero Generale

E’ ipotizzabile un progressivo cambiamento delle preferenze domanda/offerta di lavoro nel corpo sociale americano, come afferma il noto politologo, esperto del mercato del lavoro, Robert Reich? Ci chiediamo: si tratta di semplice temporanea crisi strutturale dei meccanismi della distribuzione, filiere sfilacciate, ingorghi nei porti cinesi, tariffe di trasporto quadruplicate, complessivamente causate dalla ripresa post covid, come quotidianamente propala la narrazione imperante mass-mediatica? O, invece, c’è qualcosa di più profondo negli USA, più nascosto, ancora indecifrabile, ovvero una metamorfosi strutturale che inverte radicalmente il rapporto in favore dell’offerta (in economia politica misura la disposizione delle persone a lavorare), così come sostiene in questo breve post l’ex titolare del dicastero del lavoro americano?

Qui da noi, la seconda ipotesi ci parrebbe quasi inverosimile, considerata la “fame” di lavoro in molte aree della UE.  Ma se la documentata crescita dei prezzi USA non si placa (6,2 % al dettaglio e oltre l’8% all’ingrosso) prima o poi questa preoccupante onda inflattiva lambirà le coste del vecchio continente generando una pari riduzione del potere d’acquisto con salari reali negativi scaricandosi principalmente sui generi di prima necessità e sulle categorie meno qualificate e a causa di ciò potrebbe produrre lo stesso effetto che Reich nel suo substack[1] documenta negli USA.

General Strike

Avevo programmato che oggi avrei preso una pausa rinunciando a scrivere, ma sono irritato per come lo scorso venerdì i media stanno interpretando il mensile rapporto relativo ai dati sull’occupazione e sono obbligato a dir la mia.

Il taglio informativo era quasi universalmente poco rassicurante. Il New York Times ha sottolineato la “debole” crescita dei posti di lavoro, sottolineando la propria preoccupazione che “le ansie relative alla domanda di lavoro, le quali hanno tormentato le imprese per tutto l’anno, non saranno risolte rapidamente” e “l’aumento dei salari potrebbe aggiungersi ai timori riguardo l’inflazione“. Per la CNN è stata “un’altra delusione“. Per Bloomberg il “rapporto sull’occupazione di settembre è ampiamente deficitario per il secondo mese consecutivo“.

I media non hanno espresso il vero punto della questione: i lavoratori americani stanno mostrando i muscoli per la prima volta da decenni. Si potrebbe dire che i lavoratori hanno dichiarato uno sciopero generale nazionale fino a quando non otterranno una paga più remunerativa e migliori condizioni di lavoro.

Ovviamente non lo chiamano sciopero generale. Ma pur nel suo modo poco coordinato tutto ciò ci richiama agli scioperi organizzati che scoppiano in tutto il paese: i macchinisti di Hollywood, i lavoratori della John Deere, i minatori di carbone dell’Alabama, i lavoratori della Nabisco, della Kellogg, gli infermieri in California, gli operatori sanitari a Buffalo.

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Eric Posner – Il ritorno dell’America alla dottrina del realismo

Eric Posner

Mentre qui da noi ci si scanna sulla legittimità del green pass, tra no-vax, pro-vax, dubbiosi, incerti, filosofi, giuristi, virologi e santoni occasionali, la geo-politica mondiale sta evolvendo verso un nuovo paradigma: il realismo. Un surrogato “discreto” del nazionalismo. Perfetta l’analisi di Eric Posner.  

America’s Return to Realism

Sep 3, 2021 ERIC POSNER

It was already clear that former President Donald Trump repudiated the humanitarian or quasi-humanitarian motives that underpinned US military interventions after the Cold War. But Joe Biden’s forceful renunciation of foreign-policy idealism is somewhat surprising.

CHICAGO – Il discorso del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in difesa del ritiro dall’Afghanistan contiene una rottura decisiva con la tradizione dell’idealismo in politica estera iniziata con Woodrow Wilson e che raggiunse il suo apice negli anni ’90. Mentre quella tradizione è stata spesso chiamata “internazionalismo liberale”, divenne anche la visione dominante della destra alla fine della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, secondo gli internazionalisti liberali, dovrebbero usare la forza militare così come il loro potere economico per costringere altri paesi ad abbracciare la democrazia liberale e a difendere i diritti umani.

Tanto nella concezione quanto nella pratica, l’idealismo americano ha rifiutato il sistema internazionale del trattato di Westfalia, dalla cui stesura si evince il divieto da parte degli Stati d’intervenire negli affari interni degli altri, secondo cui la pace deriva dal mantenimento di un equilibrio di potere. Wilson cercò di sostituire questo sistema con principi universali di giustizia, amministrati da istituzioni internazionali. Durante la seconda guerra mondiale, Franklin D. Roosevelt fece rivivere questi ideali nella Carta Atlantica del 1941, che dichiarava come obiettivi di guerra l’autodeterminazione, la democrazia e i diritti umani.

Ma durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti perseguirono una politica estera decisamente “realista” che si concentrava sull’interesse nazionale, sostenendo o tollerando le dittature fintanto che si opponevano all’Unione Sovietica. I due rivali si servirono raramente delle istituzioni internazionali con i loro ideali universali se non per scopi di propaganda, utilizzando invece accordi regionali per cementare i loro alleati. Diversamente l’Europa, a partire dagli anni ’70, ha cercato di promuovere i diritti umani e d’assumere una posizione di leadership morale per distinguersi dai golia a est e a ovest.

L’impegno dell’America per i diritti umani è iniziato in un momento di debolezza. Sulla scia del disastro militare e morale del Vietnam.

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Joe Biden – Quella Sinistra che non ti aspettavi

Nel suo primo discorso congiunto al Congresso la scorsa settimana[1], Joe Biden ha esposto la sua visione della sua presidenza e verso il paese: “America is on the moving again

Forse, la cosa più significativa è stata la sua sfida diretta nei confronti di quella ortodossia politica ed economica, che imperversa da oltre quattro decenni, secondo cui il governo è il problema, mentre il libero mercato viene considerato l’unico risolutore. Sinceramente, non avremmo mai pensato di sentire un Presidente dichiarare inequivocabilmente che la cosiddetta economia “a cascata” (trickle down) – riduzione delle tasse alle imprese e ai milionari – non abbia mai funzionato. Il significato di questa semplice affermazione non dovrebbe essere per nulla trascurato.

Le sue proposte massicce e necessarie per rivitalizzare le fatiscenti infrastrutture fisiche e digitali nei vari Stati e il poderoso investimento a vantaggio del popolo americano (specialmente per coloro che appartengono ai ceti meno abbienti), combinate con i suoi piani per garantire che le corporation e i ricchi paghino la loro giusta quota d’estrazione fiscale, ci inducono a pensare che l’era della Reaganomics è finalmente, per fortuna, arrivata ad una conclusione.

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Mark Leonard – Il nuovo shock cinese

L’ingordigia del capitalismo finanziario occidentale libero da vincoli politici, nel corso di questi ultimi due decenni, ha trasformato la Cina in un potente e aggressivo competitore, svendendo contemporaneamente la stabilità economica e i diritti che garantivano alla propria classe media – il vero pilastro dei valori democratici – una dignitosa qualità della vita. Il covid 19 ha aggravato l’attuale stato di debolezza dei paesi occidentali. E’ presumibile che a pandemia conclusa Stati Uniti ed Europa reagiranno in modo vigoroso al tentativo del Dragone d’imporre un nuovo ordine politico economico mondiale. Tuttavia, ciò equivarrebbe a non escludere un “doloroso” trade off (costi-benefici) tra politica geo-strategica e globalizzazione finanziaria. Gli USA, in particolar modo, posseggono una “chiave” che chiuderebbe l’uscio a qualsiasi pretesa egemonica della Cina verso l’Occidente, almeno nel breve: la cessazione della convertibilità del dollaro di Hong Kong con il dollaro americano. Ottima l’analisi del politologo britannico Mark Leonard, sebbene le sue conclusioni appaiano di un ottimismo un po’ scontato.

18 Marzo, Anchorage (Alaska) 1° Vertice USA – Cina, Amministrazione Biden (US Secretary of State Antony Blinken e National Security Adviser Jake Sullivan), finisce in una clamorosa e poco diplomatica rissa.

The New China Shock

Mar 31, 2021 MARK LEONARD

Like China’s accession to the World Trade Organization in 2001, the country’s new strategy for achieving economic self-reliance and geopolitical dominance poses an unprecedented challenge to the West. The difference this time is that Western leaders are no longer committed to a fanciful vision of “reciprocal engagement.”

BERLINO – Alcuni mesi fa, le autorità cinesi si sono rivolte a qualche delle più grandi compagnie straniere del Paese e hanno chiesto loro di scegliere un rappresentante per partecipare a un piccolo raduno a porte chiuse sulla nuova strategia economica cinese. L’incontro doveva svolgersi con un alto funzionario in un momento e in un luogo che non potevano essere oggetto di pubblica divulgazione. In base alle informazioni ottenute da due persone con conoscenza diretta della questione, i quali hanno insistito sull’anonimato per discuterne, si chiedeva alle aziende d’inviare solo rappresentanti di etnia cinese. Sia nel contenuto sia nella forma, l’episodio pone in evidenza l’entusiasmo del Dragone di rendere la sua economia più riconoscibilmente autoctona, sviluppando le proprie tecnologie e fonti energetiche, facendo così affidamento sul consumo interno piuttosto che sulla domanda estera.

La nuova strategia del presidente cinese Xi Jinping è incentrata sul concetto di “doppia circolazione”. Al di là del tecnicismo verbale c’è un’idea che potrebbe cambiare l’ordine economico globale. Invece di operare come un’unica economia collegata al mondo attraverso il commercio e gli investimenti, la Cina si sta trasformando in un’economia biforcuta. Il campo definito come la (“circolazione esterna”) rimarrà in contatto con il resto del mondo, ma questo sarà gradualmente oscurato da un altro la (“circolazione interna”) che coltiverà la domanda domestica, il capitale e le idee.

Lo scopo di questa doppia circolazione è rendere la Cina più autosufficiente. Dopo aver precedentemente basato il proprio sviluppo sulla crescita trainata dalle esportazioni, i responsabili politici stanno cercando di diversificare le catene di approvvigionamento del paese in modo che si possa accedere alla tecnologia e al know-how senza essere vittima del bullismo da parte degli Stati Uniti. In tal modo, la Cina cercherà anche di rendere altri paesi più dipendenti da essa, convertendo così i suoi legami economici esterni in potere politico globale.

Il passaggio a una strategia a doppia circolazione solleva lo spettro di un nuovo “shock cinese” che potrebbe sminuire l’impatto del primo, il quale colpì le economie occidentali dopo l’adesione della Cina al WTO nel 2001. Sebbene la sua inclusione abbia generato una enorme quantità di ricchezza e sollevato milioni di cinesi dalla povertà, ha anche creato disoccupazione in luoghi come l’American Rust Belt e i distretti del “red wall” inglese, ponendo le basi per il referendum sulla Brexit nel Regno Unito e l’elezione dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2016.

La classe politica occidentale ha impiegato molto tempo per svegliarsi dallo shock cinese, perché si era vincolata a una strategia di “impegno reciproco”, in base alla quale i consumatori occidentali avrebbero beneficiato delle importazioni cinesi a basso costo e le aziende occidentali avrebbero tratto profitto dalla crescita economica della Cina, grazie al suo enorme mercato. Si presumeva che queste dinamiche avrebbero spinto il gigante asiatico ad aprire ancora di più il mercato e la sua società politica. Ma questa ipotesi non si è avverata.

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Branko Milanovic – E’ il tempo di celebrare o di…preoccuparsi?

Si è discusso molto sull’ambiguità di Sleepy Joe, alias Joe Biden, il 46° Presidente degli USA. Si disse che la sua elezione non avrebbe spostato gli equilibri dei democrats a sinistra e che Bernie Sanders e Lizzy Warren sarebbero rimasti con un palmo di naso. Ma “Giuseppe l’addormentato” ha dimostrato ai soliti tronfi benpensanti di essere molto più sveglio di quanto lo si creda. Si “veste” da moderato di giorno per poi mettersi la cotta da radicale “populista” quando il sole tramonta.

Ha proposto al Congresso di accelerare un ulteriore stimolo fiscale per una cifra di 1,9 trilioni di dollari, che aggiunti ai precedenti 4 sommano a quasi 6 trilioni pari a oltre 1l 25% del PIL USA del 2019. Si tratta principalmente di “liquido” (cash) che andrà direttamente nelle tasche dei contribuenti americani (piccoli imprenditori, famiglie, disoccupati, danneggiati dalla pandemia). Sappiate bene che nel caso specifico non si parla di politica fiscale (tipo il nostro Recovery Plan) – per quella ci sarà tempo – ma di pura, chiamatela come volete, “monetizzazione”. Questo per dirvi quanto la nuova amministrazione ritenga importante pensare alla “funzione della domanda” per il domani e non per quella del “dopodomani” europea, eccessivamente celebrata, con i suoi miseri 750 miliardi (0,75 trilioni) https://ilponte.home.blog/2021/02/06/adam-tooze-la-duratura-fragilita-economica-europea-a-causa-del-covid-19/.

Non ci credete?  https://www.economist.com/leaders/2021/02/06/why-joe-bidens-proposed-stimulus-is-too-big

Sennonché, “Sleepy Joe” ne ha fatte altre sue: ha nominato Presidente della Commissione Bilancio del Senato (di fatto il “regolatore” di questi aiuti) Bernie Sanders. Travolto da questa euforia partigiana il Joe Biden sonnambulo tra i vari “executive orders,” firmati il giorno successivo al suo insediamento, ne ha disposto uno che sollecita i due rami del parlamento (maggioranza democrats) a elevare il salario minimo orario (minimun wage) per le maestranze pubbliche (ciò di fatto vuole dire che in futuro verrà applicato per quasi tutti i lavoratori) nell’arco di 4 anni da $ 7,5 a $ 15. Si direbbe una sciocchezza: semplicemente il doppio. Non ci credete? https://www.economist.com/finance-and-economics/2021/01/30/what-would-a-15-minimum-wage-mean-for-americas-economy

Non è mica finita qui. In uno degli executive order ha ridotto i margini discrezionali per tutto ciò che il Governo Federale acquista sul libero mercato inducendolo a “preferire” (un eufemismo che si legge come obbligo) le forniture di produzione nazionale (un Trump al quadrato). Sapete cosa vuol dire? Che cinesi ed Europei non venderanno più, a pari condizioni, uno spillo al Governo USA.

Avete dei dubbi a riguardo? https://www.economist.com/leaders/2021/01/30/buy-american-is-an-economic-policy-mistake Questo per darvi un’idea del clima che sta maturando tra Cina e Usa, qui descritto in modo impeccabile nel post di Branko Milanovic.

Ovviamente, i nostri media tacciono in merito a queste decisioni, meglio soffermarsi sui temi “multilaterali e razziali” fanno fine e non impegnano. In fondo, non hanno tutti i torti. Ora, quello che sta facendo l’ubiquo moderato-radicale “Sleepy Joe” non c’interessa, con Super Mario – i ben informati dicono che chatti giornalmente con Obama – siamo ormai in una botte di ferro, forse!

A time to celebrate … or worry?

by Branko Milanovic on 1st February 2021 @BrankoMilan

Branko Milanovic worries that in the new global constellation a second cold war—with China—could be in the offing.

Quella maggior parte del mondo dotato con qualche influenza politica sembrava aver tirato un sospiro di sollievo: Donald Trump aveva finalmente lasciato la Casa Bianca. Quattro anni di politiche caotiche, intervallate da invettive razziste, erano giunte alla fine.

I liberali americani avevano respinto un’altra sfida esistenziale, questa volta dall’interno della propria nazione. L’attuale stato d’animo potrebbe essere soffocato dalle devastazioni della pandemia ma, una volta finita, non tornerebbero al trionfalismo celebrativo dei primi anni ’90? Ci sono davvero forti somiglianze tra quello che fu allora e corre adesso.

Vittoria democratica

La fine del comunismo è stata una vittoria per il capitalismo democratico e, negli Stati Uniti, per la coalizione dei conservatori e liberali che si formò nel dopoguerra con la presidenza di Harry Truman e che è durata passando per quella di Ronald Reagan negli anni ’80. Intorno alla fine degli anni ’60, il comunismo aveva cessato di essere una minaccia interna, poiché i partiti comunisti nei paesi occidentali divennero politicamente meno importanti e passo dopo passo si trasformarono in socialdemocratici. Alla fine si sono quasi estinti.

Ma esternamente il potere dell’Unione Sovietica era formidabile. Avrebbe potuto distruggere gli Stati Uniti (ed essere a sua volta distrutta) in meno di mezz’ora, come dimostrano i documenti recentemente pubblicati inerenti a un’esercitazione statunitense del 1983 che accelerò la preparazione sovietica per un attacco nucleare. La coalizione di stati democratici prevalse quando i sovietici decisero d’abbandonare il comunismo e unirsi alla più ricca coalizione occidentale.

La coalizione vincente di conservatori e liberali USA si è quindi sentita libera di impegnarsi nella costruzione di un “nuovo ordine mondiale” e in rapida successione lanciò una serie di guerre: a Panama, Iraq (due volte), Serbia, Afghanistan e Libia. La NATO si espanse nella sfera dell’ex Unione Sovietica nell’Europa orientale e furono istituiti in tutto il mondo circa 800 avamposti militari statunitensi.

Credenza ideologica

Ciò che era alla base di questa straordinaria manifestazione di potere si basava sulla convinzione ideologica che tutte le sfide al liberalismo si fossero dimostrate politicamente ed economicamente deboli. Coloro che non erano ancora riusciti ad abbracciare la panacea  di Washington, si raccontava, non lo fecero solo perché non ebbero il permesso di esprimere i loro desideri più profondi o si dimostrarono incurabili ‘islamofascisti’, un termine coniato appositamente per il secondo conflitto in Iraq. Nel marzo 2003, i neoconservatori che dominavano nell’amministrazione di George W. Bush e la maggioranza dei liberali – entrambi sostenitori della guerra – affermarono che le strade di Baghdad sarebbero state cosparse di “ghirlande e fiori” per gli eserciti della “coalizione” conquistatrice e che una nuova democrazia irachena si sarebbe unita a un Israele democratico per garantire la pace e la prosperità in Medio Oriente.

La realtà irachena, in aggiunta alla crisi finanziaria globale, seguita dalle insurrezioni interne nei centri internazionali del liberalismo, misero fine a queste opinioni. Poiché la coalizione liberale-conservatrice dovette affrontare i “nemici interni” nei paesi più importanti – dai gilet gialli in Francia ai Brexiters nel Regno Unito, a Trump in casa propria – negli ultimi anni, in politica estera, adottò un comportamento quiescente.

Ora, con questa ultima minaccia repressa con successo, il pericolo sta nel fatto che quel trionfalismo, il quale accompagnò la fine della guerra fredda, possa tornare. E questo potrebbe scatenarne un’altra, questa volta con la Cina.

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The Guardian (UK), Robert Reich – Prima di ritornare alla “normalità”, sappiate che quella “normalità” ci diede Trump

Trumpism

Essere guariti dalla “aberrazione” trumpiana non vuol dire che non ci potremo ancora ri-infettare, afferma Robert Reich: il tutto dipende dalle politiche che adotteremo in futuro. Qualora tornassimo a ciò che in passato definimmo come “normalità”, allora il pericolo di ritrovarci con un qualche Trump all’ennesima potenza è quasi certo. Joe Stiglitz, meno enfatico ma più puntuale afferma[1]Tornare alla cosiddetta “normalità” non significa tornare al neoliberismo…per quanto riguarda il commercio internazionale e molti altri aspetti (finanza), quella che fu l’impalcatura delle politiche economiche del 21° secolo, nonché la sua finalità, necessita di essere rivista e riformulata. Non è chiaro quanto a lungo Joe Biden percorrerà questa strada”. Ciò è perfettamente coerente con il suggerimento di Mariana Mazzucatonon si deve ricadere nella precedente situazione come se nulla fosse accaduto (business as usual)”.

Se qualcuno pensa che questo sia solo un problema “americano”, ebbene sbaglia di grosso. Reich non ha fatto altro che riproporre, forse inconsapevolmente, una annotazione critica[2] di Antonio Gramsci – estratta da Passato e Presente – nei confronti dei fautori del “meno peggio”, secondo cui ‘Il concetto di “male minore” o di “meno peggio” è uno dei più relativi. Un male è sempre minore di uno susseguente maggiore e un pericolo è sempre minore di uno altro susseguente possibile maggiore”. Come dire che il “meno peggio” può essere la causa del peggio.

Beware going ‘back to normal’ thoughts – normal gave us Trump

Fatigued by the coronavirus and Trump, the idea of going back to normal is seductive – we must guard against it

Robert Reich

Sun 29 Nov 2020 06.00 GMT

La vita tornerà alla normalità”, ha promesso Joe Biden giovedì in un discorso del Ringraziamento alla nazione. Stava parlando della vita dopo il Covid-19, ma si potrebbe perdonarlo se pensasse che stesse facendo anche una promessa sulla vita del dopo Trump. È quasi impossibile separare le due cose. Nella misura in cui gli elettori hanno consegnato un mandato a Biden, è stato quello di porre fine a entrambi i flagelli e rendere di nuovo normale l’America.

Nonostante la triste ripresa del Covid, il dottor Anthony Fauci – il funzionario della sanità pubblica che Trump ha ignorato e poi messo la museruola, con il quale lo staff di Biden sta ora conferendo – è sembrato prudentemente ottimista la scorsa settimana. I vaccini consentiranno “un graduale accumulo di maggior normalità con il passare delle settimane e dei mesi mentre ci avviciniamo al 2021“.

Normale. Si poteva quasi sentire il gigantesco sospiro di sollievo dell’America, simile a quello udito quando Trump ha implicitamente ammesso la legittimità del risultato elettorale consentendo l’inizio della transizione. È confortante pensare che entrambe le situazioni, quella del Covid e di Trump, siano state intese come intrusioni nella normalità: una sorta di aberrante devianza rispetto alla prevalente routine del passato.

Quando Biden si candidò per la corsa presidenziale lo scorso anno, disse che la storia nel voltarsi indietro avrebbe [giudicato] Trump come a un “momento aberrante nel tempo“. La fine di entrambe le anomalie evoca un’ex America che, al contrario, potrebbe apparire tranquilla e sicura, persino noiosa. Trump ha definito Biden “l’essere umano più noioso che abbia mai visto“, e agli americani sembra che stia bene così.

Le prime scelte di Biden per il suo gabinetto e il personale senior si adattano allo stesso stampo – “scelte noiose“, ha twittato Graeme Wood dell’Atlantico (riferendosi al team di politica estera di Biden), “personaggi, che se li scuotessi e li nominassi nel cuore della notte in qualsiasi momento dell’ultimo decennio, si presenterebbero ai loro nuovi incarichi e inizierebbero a lavorare con competenza entro l’alba ”. Hallelujah.

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Dani Rodrik – I Quattro Anni di Sospensione della Sentenza per i Democratici Americani

Dani Rodrik

Ottima quest’analisi di Dani Rodrik sul voto Democrats americano. Forse, non così crudele come quella di Owen Jones – brillante editorialista del The Guardian – che lo ha dipinto come un “mezzo fallimento”, ma ben argomentata, dal cui tratteggio si evidenziano le fratture e gli inceppi ove la presunta “blue wave” si è imballata. Una delle argomentazioni più salienti dell’eterodossia intellettuale di sinistra, poco considerata dalla sua élite al vertice – sia essa moderata o radicale – riguarda la mancata comprensione della fenditura culturale e politica d’ordine geografico-spaziale che nel corso del processo di globalizzazione si è venuta a creare in occidente all’interno di quei tradizionali ceti di riferimento dai quali la stessa sinistra riscuoteva consenso.

Assistiamo a una progressiva regressione conservatrice e tradizionalista del ceto medio sia nelle aree meno densamente popolate, una sorta di “vendetta della territorialità (heartland)”, sia nelle grandi concentrazioni periferiche operaie sub-urbane, tra le più flagellate dalla crisi economica e sociale. Rodrik, pare dirci che una concezione prevalentemente “estetico-umanitaria” di una certa sinistra che persegua come primo obiettivo l’ampliamento delle libertà civili e personali, (lotta al razzismo, parità di genere, ecc.) pur essendo encomiabile, non trova ascolto in quei territori ove i problemi prioritari sono di altro tipo.

Qui, il politologo di Harvard tocca un nervo scoperto: il cronico smottamento e la relativa pauperizzazione di una gran parte della low middle-class occidentale. Proprio quella in cui i suoi appartenenti, sfortunatamente, non sono nati né cresciuti in zone ad alta intensità tecnologica e innovativa. In effetti, il “suicidio” utopistico del Corbyn 2, al quale abbiamo dolorosamente assistito nel 19, è da attribuirsi, parzialmente, a questo fenomeno, il cui esito si è materializzato in un disancoramento dalla rappresentanza. L’aver supposto che un pensiero progressivo urbano incontrasse l’apprezzamento dei figli o nipoti (maschio o femmina) dei minatori di Workington nel Red Wall (labourista da un secolo), oggi disoccupati o precarizzati, fu come giocare a mosca cieca. Vinse Boris Johnson.

Interpretando Rodrik, questa frattura per essere ricomposta necessita che all’interno dello schieramento progressista alcune derive astratte come un eccesso di  solidarismo umanitario, nonché la pretesa di ergersi come campione  di una moralità terrena, debbano cedere il passo a un disegno  di tipo “pragmatico-materialista”, il cui scopo verta principalmente nel modificare l’attuale modello economico vigente. Maggiori investimenti pubblici, ove necessari; strumenti istituzionali che offrano ai privati la possibilità di competere liberamente; tutela dei consumatori; smembramento dei monopoli; e possibilmente un riallineamento del sistema monetario internazionale, dal quale lo Yuan cinese ha tratto enorme beneficio.

Il tutto attraverso un mercato “regolato” e non alterato o addirittura di fatto “soppresso” dalla costante produzione di danaro da parte delle BBCC, in modo non dissimile dai dettami della MMT (Modern Money Theory), il cui fascino attrae non pochi esponenti della sinistra più suggestiva, ma che nel contempo finisce per arricchire gli speculatori di WS. Rodrik corre sul filo di un rasoio su cui si è già incamminato Stiglitz da tempo e che fu lo stesso che percorse il Keynes (20/30) ricavandone quella geniale ispirazione che inchiodò il lasseiz-faire alle sue responsabilità.

The Democrats’ Four-Year Reprieve

Nov 9, 2020 DANI RODRIK

He may not know it yet, but the most important question US President-elect Joe Biden faces is how Donald Trump managed to win an even larger number of votes than he did four years ago, despite his lies, corruption, and disastrous handling of the pandemic. Unless he addresses it, a rude awakening awaits the Democratic Party in 2024.

CAMBRIDGE – Mentre Joe Biden ha ottenuto una vittoria sofferta alle elezioni presidenziali americane dopo alcuni giorni d’incertezza, gli osservatori della democrazia americana rimangono perplessi. Sostenuti dai sondaggi, molti si aspettavano una valanga di voti per i Democratici, con il partito che avrebbe conquistato non solo la Casa Bianca ma anche il Senato. Come ha fatto Donald Trump a mantenere il sostegno di così tanti americani – ricevendo un numero di voti ancora maggiore rispetto a quattro anni fa, nonostante le sue palesi bugie, l’evidente corruzione e la disastrosa gestione della pandemia?

L’importanza di questa domanda va oltre la politica americana. Ovunque i partiti di centro-sinistra stanno cercando di rilanciare le loro fortune elettorali contro i populisti di destra. Anche se l’indole Biden è notoriamente centrista, la piattaforma del partito democratico si è spostata notevolmente a sinistra, almeno per quanto concerne gli standard americani. Una netta vittoria democratica sarebbe stata una spinta significativa per gli spiriti della sinistra moderata: forse tutto ciò che serve per vincere è combinare politiche economiche progressiste con l’attaccamento alla causa democratica e un fondamentale rispetto per i valori umani.

Il dibattito è già su come i Democratici avrebbero potuto fare meglio. Sfortunatamente, dalla loro vittoria di misura non si raccolgono facili soluzioni. La politica americana ruota attorno a due assi: cultura ed economia. Su entrambe le questioni poste, possiamo trovare coloro che incolpano i Democratici per essersi spinti troppo oltre e quelli che li biasimano per non essere andati abbastanza lontano.

Le guerre culturali contrappongono zone socialmente conservatrici, prevalentemente bianche, alle aree metropolitane dove i cosiddetti atteggiamenti di “risveglio informato e cosciente” hanno assunto il predominio. Da un lato abbiamo i valori della famiglia, l’opposizione all’aborto e il diritto alle armi. Dall’altro, abbiamo i diritti LGBT, la giustizia sociale e il rifiuto al “razzismo sistemico”.

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