Gianluca Veronesi – Fifty-fifty

Gianluca Veronesi

Preferiamo proporre articoli o post estratti direttamente dal dibattito critico politico americano, poiché gli USA sono una realtà composita, nonché specifica, e certe generalizzazioni domestiche non aiutano a capirne la sua complessità. Ma nel caso dell’articolo che segue, le osservazioni sono acute e intelligenti. Complimenti a Gianluca Veronesi.

Gianluca Veronesi – Fifty-fifty

I risultati americani confermano due tendenze più generali: la polarizzazione e la radicalizzazione dell’elettorato. Avviene in Europa, avviene in Italia. Negli Stati Uniti la polarizzazione è una consuetudine, avendo loro praticato da sempre il bipartitismo perfetto.

Ma un testa testa così, nell’anno del record dei voti, è superiore alla norma (anche se a conteggio definitivo, la distanza potrebbe risultare più evidente). La radicalizzazione è invece una novità giacché la tradizione prevede che si vinca al centro. In America l’elettorato si esprime già prima di votare, tramite le primarie, e questa volta qualcosa è cambiato.

Nelle primarie democratiche, per evitare un eccessivo spostamento a sinistra, hanno dovuto scomodare Biden, un anziano signore, sulla via del ritiro. Grande professionista ma non proprio un candidato esaltante e sexy. Che però, in quest’epoca di rivolgimenti, è riuscito a fare della sua normalità un dato sorprendente.

Inutile parlare dei repubblicani, dove ad estremizzare il clima ci ha pensato direttamente Trump, ogni sacrosanto giorno dei suoi quattro anni di presidenza. All’inizio dello scrutinio il vincitore Biden è apparso uno sconfitto, non tanto nei confronti del suo avversario quanto verso i sondaggi.  Così come il perdente Trump ha subito mietuto consensi superiori al previsto, anche in territori ostili.

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The Guardian (UK) Robert Reich – La tragedia Covid-19 negli USA

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Robert Reich

Con il più alto tasso di contaminazione al mondo e la prospettiva di contare 100.000 vittime tra qualche settimana, il tutto ha indotto Barack Obama nella sua prima apparizione pubblica come ex Presidente definire la situazione “un caos drammatico”. Robert Reich, tra i più influenti intellettuali Democrats, mediante il britannico The Guardian ci fornisce qualche dettaglio ulteriore su cui riflettere, e parallelamente, perché no, fare un sorta di paragone con la presunta “confusa” conduzione italiana.

Under Trump, American exceptionalism means poverty, misery and death

Robert Reich

Sun 10 May 2020

Nessun’altra nazione ha subito così tante perdite a causa del Covid-19, né un tasso di mortalità altrettanto elevato così come negli Stati Uniti. Con il 4,25% della popolazione mondiale, l’America ha finora la tragica singolarità di rappresentare circa il 30% delle morti per pandemia.

Nessun’altra nazione ha allentato i blocchi e altre misure di distanziamento sociale mentre i decessi aumentano, come si sta facendo ora negli Stati Uniti.

Nessun altra nazione avanzata era impreparata alla pandemia cosi come lo furono gli Stati Uniti.

Ora sappiamo che Donald Trump e la sua amministrazione furono informati da esperti di sanità pubblica a metà gennaio. A partire da quella data sarebbe stata necessaria un’azione immediata per fermare la diffusione di Covid-19. Ma secondo il dottor Anthony Fauci, “sorsero molte contrarietà a farlo“. Trump non agì fino al 16 marzo. Nessuna nazione diversa dagli Stati Uniti lasciò alle unità di governo subordinate – stati e città – l’acquisto di ventilatori e dispositivi di protezione individuale.

In nessun’altra nazione esperti di sanità pubblica e di preparazione alle emergenze vennero messi da parte e sostituiti da amici politici come il genero di Trump, Jared Kushner, che a sua volta fu consigliato dai finanziatori di Trump e dalle celebrità della Fox News.

In nessun’altra nazione avanzata il Covid-19 sta costringendo così tanti cittadini appartenenti alla classe media scivolare nella povertà così rapidamente. The Urban Institute riferisce che oltre il 30% degli adulti americani ha dovuto ridurre le proprie spese alimentari.

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Nouriel Roubini – I Cigni bianchi del 2020

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Nouriel Roubini

Se questo articolo non fosse stato scritto da Nouriel Roubini – il noto economista esperto di finanza internazionale, nonché cattedratico alla Stern School of Business, che a dispetto di molti anticipò le due crisi finanziare del 2000 (dot com) e quella tragica del 2008 – l’avremmo confinato nel contenitore delle spam, o probabilmente non letto, men che meno tradotto per il suo contenuto radical-catastrofista, più consono a certi presunti visionari in cerca di puro sensazionalismo.

Sennonché, in ragione di quanto esposto precedentemente sui meriti e sul prestigio dell’economista d’origine medio-orientale, laureatosi  in Italia, non si può “scivolare” sulla sua figura e sulle sue congetture senza porci alcune domande. Certo, questi argomenti non trovano un grande apprezzamento nel dibattito corrente nella nostra sinistra “ombelicale”, più incline a disquisire sui dettagli da politichese spinto, spesso contaminati da “renzianite acuta”, tuttavia essi siglano alcune ipotesi di fondo – per nulla astratte – dalle quali l’ordinaria capillarità politica può essere subitaneamente sconvolta.

Oggi, Wall Street sembra non dare torto per la terza volta a Nouriel Roubini.

The White Swans of 2020      

Feb 17, 2020 NOURIEL ROUBINI

Financial markets remain blissfully in denial of the many predictable global crises that could come to a head this year, particularly in the months before the US presidential election. In addition to the increasingly obvious risks associated with climate change, at least four countries want to destabilize the US from within.

NEW YORK – Nel mio libro del 2010, Crisis Economics, definii le crisi finanziarie non come eventi da “cigno nero” che Nassim Nicholas Taleb descrisse nel suo omonimo bestseller, ma come “cigni bianchi“. Secondo Taleb, i cigni neri sono eventi che emergono in modo imprevedibile, come un tornado, da una distribuzione statistica con la coda grassa (fat-tailed). Invece, io sostenni che le crisi finanziarie, se non altro, sono più simili agli uragani: sono il risultato prevedibile delle vulnerabilità economiche, finanziarie e degli errori politici accumulati nel tempo.

Ci sono momenti in cui dovremmo aspettarci che il sistema raggiunga un punto di non ritorno – il “Minsky Moment” – quando un boom e una bolla si trasformano in uno schianto e in uno scoppio. Tali eventi non riguardano gli “sconosciuti sconosciuti“, ma piuttosto gli “sconosciuti noti“.

Oltre ai soliti rischi economici e politici di cui la maggior parte degli analisti finanziari si preoccupano, quest’anno un certo numero di cigni bianchi potenzialmente sismici sono visibili all’orizzonte. Ognuno di loro potrebbe innescare gravi disordini economici, finanziari, politici e geopolitici non dissimili dalla crisi del 2008.

Per cominciare, gli Stati Uniti sono bloccati in una crescente rivalità strategica con almeno quattro potenze revisioniste implicitamente allineate: Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Tutti questi paesi hanno interesse a sfidare l’ordine globale guidato dagli Stati Uniti e il 2020 potrebbe essere un anno cruciale per loro, a causa delle elezioni presidenziali statunitensi e del potenziale cambiamento che potrebbe seguire nelle politiche globali americane.

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Dani Rodrik – I Democratici americani e la necessità di una rivisitazione delle politiche commerciali globali

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Elizabeth Warren

Quanto sia reale l’ipotesi di una sostanziale revisione delle correnti relazioni economiche e politiche internazionali a seguito di un eventuale successo dei Democrats americani il prossimo 3 Novembre (Presidenza e maggioranza in Senato) sfugge alla maggior parte dei nostri media nazionali, impegnati spesse volte in noiose dispute domestiche.

Ovviamente, l’intensità di questo cambiamento dipenderà da quale tra i più rappresentativi candidati prevarrà nella convention di Milwaukee il prossimo luglio. Dani Rodrik, in questo breve post, ci fornisce una tanto succinta quanto chiara spiegazione di alcune importanti logiche in materia di politica commerciale internazionale che, nel caso i Democrats conquistassero la White House e il Senato, verrebbero rivoluzionate.

L’attuale ordine economico mondiale è la lineare conseguenza della svolta “azionaria” (shareholder economy) teorizzata da Jensen e Friedman (Scuola di Chicago) nel secondo quinquennio degli anni 70 e incorporata politicamente dalla presidenza Reagan (80) nel corso dei suoi due successivi mandati. E’ altresì vero che a partire da quel periodo a tutt’oggi i Democrats conquistarono due volte la Presidenza, e parzialmente il Senato, con Bill Clinton e Barack Obama (8 anni ciascuno, doppio termine) senza che l’impianto preesistente subisse grandi variazioni. Anzi, il periodo clintoniano, in particolare il 2nd term, si mostrò assai aderente ai principi originari; con Obama le cose cambiarono, ma non di molto.

Correttamente Rodrik fa rilevare che oggi i Democrats si presentano all’elettorato americano con una proposta politica decisamente più progressista e battagliera rispetto al passato – includendo in questo arcobaleno di tonalità: l’intransigenza di Sanders, il left liberalism della Warren, il neo-centrismo di Buttigieg, il vecchio moderatismo di Biden – e quindi, seppur nella loro varianza, complessivamente più o meno indisponibili ad accettare i vecchi dogmi sia di orientamento economico sia di politica geo-strategica.

The Need for a Global Trade Makeover

Dec 26, 2019 DANI RODRIK

It is not just the United States and other advanced economies that need more policy space. China and other countries should not be encumbered by global trade rules in deploying their own growth-promoting structural diversification policies.

CAMBRIDGE – Il “sì e no” intermittente della guerra commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro la Cina ha aggiunto nuvole minacciose di incertezza sull’economia mondiale nel 2019, aumentando la prospettiva di una significativa recessione economica globale. Il suo stile irregolare e altisonante peggiorò una brutta situazione, ma la guerra commerciale USA-Cina è un sintomo di un problema che va molto più in profondità delle politiche commerciali ataviche di Trump.

L’impasse di oggi tra questi due giganti economici è radicata nel paradigma difettoso che chiamo “iper-globalismo”, in base al quale le priorità dell’economia globale hanno la precedenza sulle priorità dell’economia domestica. Secondo questo modello per il sistema internazionale, i paesi devono aprire al massimo le loro economie al commercio e agli investimenti esteri, indipendentemente dalle conseguenze per le loro strategie di crescita o per i loro modelli sociali.

Ciò richiede che i modelli economici nazionali – le norme nazionali che governano i mercati – convergano considerevolmente. Senza tale uniformità, le normative e gli standard nazionali apparirebbero come ostacoli [non permettendo] l’accesso al mercato. Sono trattati come “barriere commerciali non tariffarie” nella lingua degli economisti e dei giuristi che si occupano di commercio. L’ammissione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) si basava sul presupposto che essa sarebbe diventata un’economia di mercato simile ai modelli occidentali.

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Joseph Stiglitz – La verità sulla Economia di Trump

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Donald Trump nel recente discorso a Davos ha affermato che grazie alla sua presidenza gli USA stanno godendo di un invidiabile successo economico. C’è chi invece non ha dubbi sul fatto che si tratterebbe proprio del contrario. Secondo voi quale dei due dimostrerebbe una maggior autorevolezza in questa contesa? Scontata, è la risposta per noi.

The Truth About the Trump Economy

Jan 17, 2020 JOSEPH E. STIGLITZ

It is becoming conventional wisdom that US President Donald Trump will be tough to beat in November, because, whatever reservations about him voters may have, he has been good for the American economy. Nothing could be further from the truth.

NEW YORK – Mentre le élite del mondo degli affari si recano a Davos per il loro incontro annuale, quella gente dovrebbe porsi una semplice domanda: costoro hanno superato la loro infatuazione per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump?

Due anni fa, pochi leader aziendali erano preoccupati per i cambiamenti climatici, o turbati dalla misoginia e dal bigottismo di Trump. Tanto che, la maggior parte di loro celebrava le riduzioni fiscali adottate dal presidente per i miliardari e le società e non vedeva l’ora di veder compiere i suoi sforzi per liberalizzare l’economia. Ciò avrebbe consentito alle imprese d’inquinare l’aria in misura maggiore, di far dipendere più americani dagli oppioidi, d’invogliare più bambini a mangiare gli alimenti che favoriscono il diabete e d’impegnarsi in quel tipo d’imbrogli finanziari che causarono la crisi del 2008.

Oggi, molti dirigenti aziendali stanno ancora parlando della continua crescita del PIL e dei prezzi record delle azioni. Ma né il PIL né il Dow sono una buona misura della performance economica. Né questa ci dice cosa stia succedendo agli standard di vita dei comuni cittadini o qualcosa sulla sostenibilità. In effetti, la performance economica degli Stati Uniti negli ultimi quattro anni ci fornisce una prova, l’atto d’accusa di non fare affidamento su questi indicatori.

Per avere una buona lettura della salute economica di un paese, si inizia guardando lo stato di salute dei suoi cittadini. Se sono felici e prosperi, saranno sani e vivranno più a lungo. Tra i paesi sviluppati, l’America si trova in fondo alla lista rispetto a questa considerazione. L’aspettativa di vita degli Stati Uniti, già relativamente bassa, è diminuita in ciascuno dei primi due anni di presidenza di Trump e, nel 2017, la mortalità nella mezza età ha raggiunto il suo tasso più alto dalla Seconda Guerra Mondiale. Questa non è una sorpresa, perché nessun presidente ha lavorato così tanto per assicurarsi che più americani non abbiano l’assicurazione sanitaria. Milioni di persone hanno perso la loro copertura e il tasso dei non assicurati è aumentato, in soli due anni, dal 10,9% al 13,7%.

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Der Spiegel (DE) – Il conflitto con l’Iran potrebbe essere inevitabile dopo l’uccisione del generale

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Dopo la contraddittorie dichiarazioni da parte del Dipartimento di Stato USA successive all’uccisione di Qassem Soleimani: “ci ritiriamo, contrordine non ci ritiriamo”; “la lettera è vera, ma non doveva essere scritta”; in aggiunta alle dichiarazioni minacciose, parzialmente poi smentite, da parte dell’attuale presidente; l’articolo pubblicato l’altro ieri dal settimanale tedesco Der Spiegel ci pare che illustri uno scenario non molto dissimile, sebbene a parti invertite, dal copione del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.

Conflict with Iran Could Be Inevitable after Killing of General

U.S. President Donald Trump has repeatedly insisted he does not want war with Iran. Now, with the killing of General Qassem Soleimani, that conflict could be inevitable. It is the price for instinctual foreign policy devoid of experts.

A Commentary by Maximilian Popp

Volle fare tutto in modo diverso, usando accordi invece di alleanze, pressione anziché strategia. Anche tra i critici di Donald Trump, molti pensarono a lungo che ciò potesse essere un brutto modo di avvicinarsi alla politica estera. Dopotutto, i precedenti presidenti degli Stati Uniti avevano lottato per anni per trovare soluzioni alla stessa serie di crisi apparentemente insolubili: Afghanistan, Iran, Corea del Nord.

Donald Trump ruppe completamente con la tradizionale politica estera degli Stati Uniti. Si sbarazzò degli esperti del Dipartimento di Stato e scartò gli strumenti della diplomazia: le negoziazioni, i compromessi e la ponderazione degli interessi. Il principio che lo guidò fu lo “sconvolgimento”. Trump sostenne di poter risolvere i conflitti esclusivamente con il suo carisma e la sua immaginazione. Dopotutto, le aziende tecnologiche della Silicon Valley non rimodellarono allo stesso il mondo con le loro innovazioni?

Ora, tuttavia, il fallimento dell’approccio di Trump è diventato ovvio per tutti. Lo “sconvolgimento” potrebbe essere un modello appropriato per Google e per Facebook, ma non lo è per la politica globale.

Martedì, i miliziani sciiti attaccarono l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad, probabilmente per volere dell’Iran, e l’ambasciatore dovette essere evacuato insieme al personale dell’ambasciata. Giovedì sera, gli Stati Uniti risposero uccidendo il comandante della forza iraniana dei Quds, Qassem Soleimani, in un attacco missilistico a Baghdad. Soleimani era considerato il secondo uomo più potente in Iran e il suo assassinio è a dir poco una dichiarazione di guerra. Quasi nello stesso momento, il dittatore nordcoreano Kim Jong Un minacciava di eseguire nuovi test sulle armi nucleari. Due crisi che Trump aveva promesso di contenere, ora sono diventate più acute e minacciose di quanto non lo fossero state per qualche tempo.

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The Economist (UK) – L’industria tecnologica è piena di strozzature (La guerra commerciale sino-americana)

 

Trump Xi

Ormai è assodato che stiamo entrando in una nuova fase delle relazioni economiche-politiche che coinvolge l’intero concerto mondiale. Il The Economist la chiama con un neologismo “Slowglobalisation” [1], altri ricorrono a un termine non di nuovo conio “dis-internazionalizzazione”. Tuttavia, a prescindere dal lessico, le due linee di pensiero leggono lo stesso spartito: il ricorso alla difesa dei propri interessi nazionali sia per quanto riguarda le attività economiche (commerciali e industriali), sia per quanto concerne la protezione delle proprie comunità domestiche (cittadinanza come pre-requisito), ponendole entrambe in una posizione prioritaria nei confronti del precedente “sistema mondo”.

Scenario assai complesso, il cui epilogo nel passato – eccetto il più recente per via della paura nucleare – si è concluso in un solo modo: guerra. Ovviamente, molte sono le ragioni che hanno determinato l’avvio di questa svolta paradigmatica e questo breve post non può riassumere le varie tesi argomentanti le molteplici cause che furono genitrici di tale mutamento.

Sennonché, aprire una finestra su ciò che sta attualmente accadendo, e in particolare nel settore tecnologico, cardine del processo di globalizzazione (la digitalizzazione del mondo), ci aiuta a comprenderne meglio il trapasso e le sue eventuali conseguenze.

The technology industry is rife with bottlenecks

The US-China tech cold war is making companies more aware of them than ever

Jun 6th 2019| SAN FRANCISCO

Il Giappone aveva da tempo perso la sua leadership nell’industria elettronica. O così molti lo pensarono. Fino a che un terremoto e uno tsunami colpirono il paese nel 2011, la sua continua produzione di circuiti stampati, di wafer al silicio per produrre chips, nonché la resina per impacchettarli, e [infine anche] per molti altri componenti, il ​​Giappone era considerata la nazione più importante, a volte solo, come fornitore. Poiché la produzione si fermò, i clienti si misero alla ricerca di alternative. Molti di questi dovettero limitare la produzione, come le case automobilistiche che fanno affidamento sulla Renesas Electronics, uno dei principali produttori di chip per il controllo del motore, il cui impianto di produzione di wafer subì gravi danni.

I disastri naturali – siano essi catastrofici come il terremoto giapponese o semplicemente distruttivi come le inondazioni o gli incendi – testano regolarmente la catena di approvvigionamento dell’elettronica (supply chaine). Ora uno shock geopolitico derivante dagli sforzi del presidente Donald Trump per isolare la Cina ha esposto la struttura del settore a un forte ricambio, esponendo i suoi punti di strozzatura.

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