Il futuro del Centro per l’Impiego e la necessità di ripensare l’immobile del Teatro di Alessandria

Teatro Comunale Alessandria

Il futuro dei Centri per l’Impiego passa da una relazione, possibilmente efficace e  creativa, tra l’Agenzia Piemonte Lavoro e i Comuni piemontesi, con un ruolo centrale per la nostra realtà assegnato al Comune di Alessandria. I Decreti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali n. 74 del 28/06/2019 e n. 59 del 22/05/2020 forniscono la cornice giuridica che ha bisogno di trovare applicazione localmente attraverso una strategia chiara e una programmazione degli atti sulla base delle disponibilità dell’amministrazione comunale e le risorse messe a disposizione dall’Agenzia.

L’obiettivo, a maggior ragione nel contesto di difficoltà per le politiche tese a dare forza e strumenti alla domanda di lavoro, deve essere il potenziamento infrastrutturale, materiale e immateriale, della capacità delle sedi dei Centri per l’Impiego. La nuova collocazione degli uffici deve essere pensata, sulla base degli standard dettati dalle norme, sfruttando la possibilità di mettere in relazione le competenze e l’operatività dei Centri con le risorse soprattutto professionali e relazionali che le agenzie formative del nostro contesto urbano offrono al territorio: le università, le scuole, i sindacati, le agenzie di lavoro interinale, Lab 121, le agenzie di formazione professionale.

Per fare questo occorrono spazi adeguati, modulabili e sufficientemente grandi e accoglienti anche nella prospettiva di avere una sede naturale per iniziative come IO LAVORO come ogni altra attività di orientamento da sempre presente e apprezzata dalle persone in cerca di lavoro e dagli studenti che vi aspirano.

Il Comune di Alessandria probabilmente chiuderà l’accordo con Aspal per riavere il diritto di superficie sul Teatro, avendo quindi tutte le condizioni per far ripartire la pianificazione delle azioni tese alla riapertura dell’immobile che verosimilmente dovrà essere ripensato sia nell’allestimento degli spazi che nella destinazione d’uso.

Continua a leggere “Il futuro del Centro per l’Impiego e la necessità di ripensare l’immobile del Teatro di Alessandria”

Giorgio Abonante – Ratatouille 4.0

Con i bilanci 2019 pubblicati possiamo aggiungere un’altra piccola e semplice analisi per capire quante risorse abbia ancora, potenzialmente, la Fondazione Cral per il territorio che cura. 

Il confronto fra le  Fondazioni bancarie di Alessandria e Piacenza Vigevano conferma quanto affermiamo da due anni con altri approfondimenti pubblicati su questo blog. 

Fonte, bilancio Fondazione cral

Si consideri che Piacenza eroga il doppio di Alessandria e ha oneri di funzionamento per 2,2mln contro i 4mln della “nostra”. Pur avendo costi molto alti la Fondazione di Alessandria non beneficia di un dividendo apprezzabile  da Palazzo del Governatore, sua controllata strumentale, apparendo piuttosto quest’ultima come ulteriore fattore di spesa dai rivoli di uscita più disparati. Chi perde sono gli attori territoriali che hanno meno contributi a cui accedere. 

Continua a leggere “Giorgio Abonante – Ratatouille 4.0”

Daniele Coloris – Traffico merci ferroviario in provincia: strategia unica post covid e interventi immediati ad Alessandria Smistamento

Daniele Coloris

I lavori che hanno interessato per circa due mesi la circolazione ferroviaria sulla linea Genova-Milano per consentire le attività di adeguamento infrastrutturale e tecnologico dell’impianto ferroviario di “Bivio Fegino”, necessarie per l’innesto della nuova linea del Terzo Valico, ci permettono un ragionamento sul traffico merci ferroviario nella nostra provincia e sullo scalo di Alessandria smistamento.

Durante questo periodo il traffico dello scalo, fermo normalmente a 15/20 treni giornalieri è cresciuto fino a 50 e anche oltre convogli al giorno, provocando a volte una difficoltà nella gestione del medesimo, viste le ridotte capacità di ricevimento ( si è passati nel corso degli anni dai circa 30/ 40 binari di arrivi e partenze a meno di 10, al netto delle chiusure pressoché definitive delle attività di smistamento carri vere e propri).

Questa interruzione non è stata e probabilmente non sarà un caso isolato; lo scalo di Alessandria, pur ridotto nelle capacità, è inserito nel nodo ferroviario alessandrino e ha quindi capacità di collegamento notevoli nelle varie direttrici, le necessità dei trasporti sono variabili e vanno sfruttate. 

È quindi evidente che prima ancora di tutti i progetti di rilancio e sviluppo, più o meno attuabili, sono necessari interventi infrastrutturali sullo scalo per renderlo più operativo e meno residuale, trovando anche parziale soluzione al grande spazio tutt’ora occupato all’interno della città di Alessandria. 

Due considerazioni sono inoltre importanti per trasporto merci ferroviario:

Continua a leggere “Daniele Coloris – Traffico merci ferroviario in provincia: strategia unica post covid e interventi immediati ad Alessandria Smistamento”

Rendere più democratica l’innovazione – Giorgio Laguzzi commenta il noto post di Dani Rodrik: “Democratizing Innovation”

Dani Rodrik

Tra i vari economisti e politologi in circolazione, uno dei più capaci ad analizzare gli eventi con sguardo ampio e cogliere l’andamento profondo delle dinamiche macroeconomiche e internazionali è sicuramente il professor Dani Rodrik. Già da tempo l’accademico di Harvard va sostenendo la tesi secondo la quale la globalizzazione abbia da più di un decennio abbandonato una fase di forte, e forse eccessivo, dispiegamento (iper-globalizzazione) per lasciare spazio a quella che egli definisce fase di ritiro della iper-globalizzazione, talvolta anche definita slowbalization.

Ormai anche i più fervidi sostenitori del processo di globalizzazione economica ammettono che qualcosa sia andato storto e che aggiustamenti siano necessari per entrare in un nuovo ciclo. Molto facile sostenerlo ora, decisamente più lungimirante era proporre un nuovo modello nei primi anni 2000, come appunto Rodrik e Stiglitz andavano già allora facendo. La schiera dei “pentiti” non è corta, ed annovera tra di essi anche nomi di primissimo piano, sia nelle istituzioni internazionali (Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale), sia nel mondo accademico (Paul De Grauwe), sia nel mondo politico (Barack Obama).

Rodrik è uno degli economisti e politologi che meglio hanno compreso ed anticipato l’importanza del ritorno al ruolo dello Stato nella fase del ciclo economico che stiamo attraversando; quando tutti davano per defunto il ruolo dell’intervento pubblico nei processi economici, egli sosteneva al contrario che l’unico modo per meglio bilanciare il processo di globalizzazione sarebbe inevitabilmente stato quello di riconsegnare spazio di manovra agli Stati, e implicitamente all’utilizzo della leva pubblica (debito pubblico) per creare/stimolare investimenti, innovazione, digitalizzazione e green economy.

La crisi economica indotta dal coronavirus ha messo in evidenza ed accelerato questo processo già in atto da diversi anni, il quale ora è divenuto inevitabile e determinante; l’enorme crescita dei disavanzi pubblici è stata fondamentale per evitare il tracollo dell’impianto economico dei paesi sviluppati, ed ha svolto un ruolo decisivo nel processo di stabilizzazione del ciclo capitalista che da solo sarebbe semplicemente collassato nei mesi più acuti della crisi del coronavirus, e che ancora oggi gioca un ruolo decisivo nel garantire una certa stabilità in caso una situazione simile vada riproponendosi.

Non solo: lo schema di rilancio messo in campo anche a livello di istituzioni europee prevede un forte intervento di prestiti e trasferimenti che verranno gestiti degli Stati membri per rilanciare l’economia ed orientare la crescita nella direzione della cosiddetta green economy e digitalizzazione, con una particolare attenzione al fatto che tale crescita corregga due profonde e pessime tendenze non adeguatamente attenzionate nella fase degli anni 90 e primi 2000: l’aumento delle diseguaglianze socio-economiche tra i diversi ceti della popolazione (in termini di reddito e ricchezza, ma anche di istruzione e sanitario); l’aumento delle distanze dello sviluppo tra diverse aree geografiche (l’annoso tema della dicotomia centro-periferia, ampiamente sviluppato dal politologo inglese Colin Crouch).  

Il pendolo dell’economia sta tornando nuovamente verso il centro, e dopo vent’anni di hyper-globalization sembra giunto il tempo per lasciare spazio ad una “economia assennata”. Il pericolo potrebbe essere rappresentato dalla solita narrazione di stampo neoliberista, la quale si ispira ad una visione per la quale la logica del mercato sia così preponderante da assoggettare anche l’intervento statale al mero fine di preservazione delle distorsioni del mercato. In questa ottica, la battaglia per una economia assennata, come vorrebbero Rodrik e Stiglitz, è ancora in essere e bisognerà sudare per vincerla.

Giorgio Laguzzi

Democratizing Innovation

Aug 11, 2020 DANI RODRIK

Policymakers and the public at large understand the importance of innovation to economic growth and well being. What is less well appreciated is the degree to which the innovation agenda has been captured by narrow groups of investors and firms whose values and interests don’t necessarily reflect society’s needs.

CAMBRIDGE – L’innovazione è il motore che guida le economie contemporanee. Il tenore di vita è determinato dalla crescita della produttività, che a sua volta dipende dall’introduzione e dalla diffusione di nuove tecnologie che consentono di produrre una varietà sempre più ampia di beni e servizi con sempre meno risorse del nostro pianeta.

I responsabili delle politiche e il pubblico in generale comprendono l’importanza dell’innovazione. Ciò che è meno apprezzato è il grado in cui l’agenda dell’innovazione viene acquisita da gruppi ristretti d’investitori e di aziende i cui valori e interessi non riflettono necessariamente le esigenze della società.

Continua a leggere “Rendere più democratica l’innovazione – Giorgio Laguzzi commenta il noto post di Dani Rodrik: “Democratizing Innovation””

Il Partito Democratico, dall’ira di Achille all’ingegno di Ulisse

di Giorgio Abonante e Giorgio Laguzzi

A ben vedere, dovrebbe essere un problema soprattutto per il Movimento 5 Stelle l’apertura al Partito Democratico per la verifica sulla possibilità di sostenere un Governo, ma invece sembra esserlo soprattutto per il PD.

Nei vari scenari che il teatro politico di queste settimane sta offrendo, impazzano pressoché tutte le offerte possibili per gli interessati spettatori. Noi auspicheremmo un tavolo di discussione tra M5S e PD, e che noi del Partito Democratico iniziassimo a valutare le reali distanze politiche che separano i due gruppi politici in prospettiva. Forse infatti andrebbe iniziare a considerare seriamente, da parte di entrambi gli attori in gioco, che esiste una formazione politica, forte e in fase fortemente espansiva, che governa molte regioni del Nord, e che insieme rappresenta comunque la maggioranza relativa, che si chiama centro-destra, guidato da Matteo Salvini, e con la regia di Silvio Berlusconi. Attendere uno sfaldamento di quel campo, specie appunto in una fase così espansiva e di ritorno al successo per loro, sarebbe probabilmente velleitario. Ed inoltre, continuare a flirtare con la componente di Silvio Berlusconi, potrebbe significare un ulteriore svuotamento del Partito Democratico, sia in termini di valori, sia in termini elettorali.

C’è chi sostiene che, per il Partito Democratico, l’opzione tavolo “M5S-PD” potrebbe accreditare il M5S come un partito riformista e di centro-sinistra, con conseguente ulteriore travaso di voti verso i pentastellati. Onestamente noi riteniamo invece che sottrarsi al confronto, per una discussione che mettesse al centro punti di programma e contenuti su temi assolutamente nelle corde del PD (come diseguaglianze e diritti sociali) sarebbe, questo sì, un errore madornale, che ci farebbe passare come un partito ulteriormente arroccato su sé stesso. Specie inoltre se il sottrarsi a tale confronto coincidesse con un ritorno al dialogo più o meno velato col centro-destra, per escludere l’interlocutore a 5 stelle.

La discussione può articolarsi su due livelli, uno interno ed uno esterno al PD.

Sul versante interno, per prima cosa, bisognerebbe individuare i motivi per i quali molti voti sono passati al M5S, e una parte persino verso la Lega, già nelle ultime tornate elettorali e, successivamente, cercare di mettere in campo una strategia politica. A riguardo ci sono molte ipotesi dalle quali partire, ma sulle quali non ci possiamo soffermare in questo breve spazio (logoramento da attività di Governo, crisi economica, errori nella comunicazione, eccessivo isolamento politico del partito, visione delle politiche economiche stile “terza via blairiana” superate da almeno una decina di anni).

Sul versante esterno, se davvero il PD riuscisse a spostare su posizioni riformiste il M5S, allora dovremmo salutare questa cosa come un eccezionale traguardo, altro che averne paura. Riuscire infatti (come in parte sta già accadendo) a vedere il M5S prendere posizioni maggiormente europeiste, mantenendo però quello spirito critico e di forte volontà riformatrice (che sono stati propri anche del PD), sarebbe un ottimo risultato. Declinare il reddito di cittadinanza in una forma di potenziamento del REI, mettendo maggiori risorse a disposizione sarebbe un altro straordinario risultato. Riuscire a lavorare congiuntamente per far rispettare anche agli altri Paesi europei, più reticenti, i trattati e gli accordi per la equa ripartizione dei rifugiati, sarebbe un altro ottimo obiettivo da raggiungere. Riuscire a portare a compimento uno ius culturae (chiamandolo appunto col suo vero nome, per evitare i fraintendimenti che altri avversari politici immediatamente utilizzerebbero per fare facile propaganda), discutere sulla step child adoption, su ulteriori passi avanti sul tema del biotestamento, sarebbero ottimi risultati in termini di diritti civili. Portare avanti una seria progettazione di green economy e di mobilità sostenibile, sarebbe un ottimo risultato. Discutere sulle nuove politiche economiche da adottare, con un confronto tra economisti di ottimo livello, come Andrea Roventini (economista neokeynesiano in quota M5S) e i nostri Fabrizio Barca e/o Tommaso Nannicini, sarebbe un ottimo risultato. Ed anche portare la discussione sui diritti sociali e sulla previdenza, cercando di uscire dal dualismo Jobs Act sì/Jobs Act no, legge Fornero sì/legge Fornero no.

Siamo un partito progressista e riformista che, per sua intrinseca natura, non può e non deve trincerarsi dietro l’ideologia dell’eterno ieri. Infatti, a fronte dell’evolversi delle dinamiche economiche internazionali riteniamo che sia nostro compito mettere in campo strategie e modelli diversi che salvaguardino i diritti sociali. Detto ciò, ci chiediamo perché non collaborare con il Movimento per giustapporre alla “flexibility” del Job Act una più  rassicurante “security”, così come accade già nelle socialdemocrazie scandinave? Per non parlare dell’istituzione di un salario minimo – presente nelle democrazie anglosassoni da tempo – che è stato uno dei temi rispetto al quale i pentastellati ci hanno sottratto ¼ del consenso.

La polarizzazione sui temi va bene per la campagna elettorale, ma passata la “battaglia”, in una repubblica parlamentare incentrata su un sistema proporzionale, venuto fuori da una legge da noi ideata, bisogna discutere nel merito delle riforme. La legge Fornero ha palesato dei limiti che si possono migliorare. Lo stesso dicasi per il Jobs Act. E questo non vuol dire disconoscere tutto ciò che di buono è stato avviato, ma semplicemente fare ciò che i veri riformisti e progressisti fanno: individuare un’idea di società e poi cercare di portare avanti quelle riforme necessarie, con modifiche durante il percorso stesso.

Su tutti questi punti, ammettiamolo onestamente, potrebbe esserci eccome un dialogo. Magari alcuni più vicini al PD, altri al M5S. E se dal dialogo verranno fuori buoni spunti su questi temi, riterremmo assurdo non considerare ciò come un buon risultato, per il Paese, per il PD e per i nostri elettori. Perché se sapremo portare dei risultati concreti per migliorare la situazione economica in cui versano molte famiglie, e sapremo comunicare bene un accordo del genere, allora quell’emorragia di voti (in atto da molti anni) potrebbe arrestarsi. Ma se temessimo che il dialogo col M5S ci possa portare all’implosione, allora dimostreremmo palesemente una debolezza a dir poco imbarazzante. La vera posizione di un partito, di un partito riformista forte dei propri principi, non può essere di temere una trattativa con un movimento con una ideologia abbastanza neonata e ancora in fase di definizione. Ma al contrario dovrebbe essere quella di portare al tavolo di trattativa la propria forza sui contenuti e sulla visione della società.

Continua a leggere “Il Partito Democratico, dall’ira di Achille all’ingegno di Ulisse”

AMA – Associazione Mare Aperto – Lo Scalo Ferroviario di Alessandria

Oggi mi piacerebbe raccontarvi una storia, o forse di un sogno, o di una prospettiva. Lascio decidere a voi. Vi sembrerà una storia di orgoglio provinciale, una guerra di campanile, ma se avrete la voglia di andare oltre, forse, riuscirete a vedere quello che con voi vorrei condividere.

Alessandria è una piccola città, di circa 100.000 abitanti, mi sono sempre chiesto perché una cittadina del genere dovesse avere una stazione civile con circa 15 binari destinati a partenze ed arrivi. Quello di cui mi sono reso conto solo dopo, è che la parte civile della stazione è solo una minuscola parte della stazione intera.

Alessandria, infatti, per anni, ha avuto uno degli scali merci più grandi d’Italia, con a disposizione ben 50 binari destinati allo smistamento delle merci.

Da restare a bocca aperta vero?

Continua a leggere “AMA – Associazione Mare Aperto – Lo Scalo Ferroviario di Alessandria”

Kenneth Rogoff – Le Big Tech sono un grande problema

Big Tech

Da circa dieci anni Mariana Mazzucato si ostina a sostenere che le Big Tech e le Big Pharma, nonostante il gran clamore su di esse, non abbiamo apportato un incremento del ritmo della produttività, men che meno valore sociale ben distribuito, ma esclusivamente un arricchimento a una minoranza detentori del loro portafoglio azionario (estrazione di valore). https://ilponte.home.blog/2020/06/12/irish-time-ie-mariana-mazzucato-la-ripresa-necessita-un-rinnovamento-economico-di-ampia-portata-intervista/

Con altre parole, ma recitando lo stesso copione, Joseph Stiglitz afferma senza mezzi termini (no excuse) che dall’epoca del monetarismo (shareholder economy) il prezzo di molti prodotti collegati ai segmenti merceologici in questione non dipende più dal rapporto domanda/offerta, bensì dalla decisione da parte del beholder (di chi stabilisce il prezzo) di fissarne il valore monetario in rapporto alla necessità di cui il consumatore è portatore (estrazione di valore). https://ilponte.home.blog/2019/05/11/joseph-e-stiglitz-the-progressive-capitalism/

Elizabeth Warren – senatrice democrats del Massachusetts, nonché tra i migliori giuristi USA in materia finanziaria (Harvard), che fu in corsa per le primarie 2020 – negli anni scorsi si batté a mani nude, malgrado la totale indifferenza dell’establishment, sia contro il monopolio delle Big Tech in barba al principio della libera concorrenza; sia contro le loro pratiche di arricchimento irrazionale e pervasivo, grazie allo strumento del buyback (il riacquisto di azioni), attraverso cui la conseguente riduzione del flottante ne fa artificiosamente lievitare il prezzo (estrazione di valore). https://ilponte.home.blog/2019/03/16/nytimes-usa-elizabeth-warren-propone-di-dividere-le-grandi-aziende-tecnologiche-come-facebook-e-amazon/

Nei confronti di costoro la stampa ben pensante, dalla catastrofe del 2008 fino a pochi mesi or sono, si è sbizzarrita nel trovare loro una casella comune di pensiero. Gli appellativi, a seconda dell’estensione del disdegno, variavano dalla compassionevole qualifica di “radicali” fino al polo opposto del disprezzo – quello che ancora oggi va di moda – ossia: beceri populisti.

Certo, non solo loro vennero additati come “servi del popolo crasso e ignorante”, ne hanno fatto parte in questa supposta area di pensiero anche altri personaggi, intellettuali, economisti, politici di prestigio come Bernie Sanders, Robert Reich, Dani Rodrik, Yanis Varoufakis, Nouriel Roubini, Jeremy Corbyn, fino ad annoverare nella lista (a torto) il più scontroso di tutti: Paul Krugman.

Kenneth Rogoff, tra i più noti economisti statunitensi, non dette mai prova di una convinta eterodossia. Leggere il suo recente post ci dimostra che quelle “avanguardie critiche” segnalate con disistima “populiste”, al contrario della corrente logica imperante, avessero colto perfettamente nel segno, mettendo in chiaro la montante crisi del regime.

Big Tech Is a Big Problem

Jul 2, 2018 KENNETH ROGOFF

The prosperity of the US has always depended on its ability to harness economic growth to technology-driven innovation. But right now Big Tech is as much a part of the problem as it is a part of the solution.

CAMBRIDGE – I giganti della tecnologia – Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft – sono diventati troppo grandi, ricchi e potenti persino per essere affrontati dai regolatori e dai politici? La comunità degli investitori internazionali sembra pensarla così, almeno se prendiamo come indicatori le valutazioni delle high-tech. Ma mentre ciò potrebbe essere una buona notizia per gli oligarchi tecnologici, il fatto che lo sia positivo per l’economia è tutt’altro che chiaro.

Ad essere onesti, il settore tecnologico negli ultimi decenni è stato motivo d’orgoglio e di soddisfazione economica per gli Stati Uniti, una fonte apparentemente infinita di innovazione. La velocità e la potenza del motore di ricerca di Google è mozzafiato, mettendo a nostra disposizione conoscenze straordinarie. La telefonia via Internet consente ad amici, parenti e colleghi di interagire faccia a faccia da ogni parte del mondo, a costi molto modesti.

Tuttavia, nonostante tutta questa innovazione, il ritmo della crescita della produttività nell’economia in generale rimane poco brillante. Molti economisti descrivono la situazione attuale come un “secondo momento Solow“, riferendosi alla famosa osservazione del 1987 del leggendario economista del MIT Robert Solow: “Puoi vedere l’età dei computer ovunque, tranne che nelle statistiche di produttività“.

Continua a leggere “Kenneth Rogoff – Le Big Tech sono un grande problema”

William A. Haseltine – E se non ci sarà un vaccino per il Covid-19?

Haseltine William

William A. Haseltine

Accade ogni settimana di leggere o ascoltare ricorrenti informazioni sul “quasi” perfezionamento di un miracoloso vaccino in grado di poter proteggerci per tutto il resto della nostra vita da questa perniciosa pandemia del covid-19. Spesse volte ne vengono indicate le prossime scadenze attuative, per poi essere reimpostate nell’immediato futuro man mano che corre il tempo.

Insomma, si ha l’impressione che tutto ciò serva sia per evidenziare il potere magico della scienza moderna a guisa di conforto per una popolazione comprensibilmente impaurita e preoccupata; sia per alzare una cortina fumogena a tutela dei grandi operatori finanziari che navigano in un mercato lungamente inquinato da una strabordante liquidità emessa dalle Banche Centrali, ma nel costante pericolo di un improvviso naufragio.

Il noto scienziato americano William Haseltine, celebrato per suoi studi e ricerche sull’ HIV/AIDS, in un lungo e corposo post per Project Syndicate – di cui noi pubblicheremo solo la parte narrativa, lasciando agli esperti quella tecnico-scientifica – squarcia questo velo di “fiduciosa attesa”, osservando lo stato delle cose con gli occhiali della realtà in base alla propria annosa esperienza di ricercatore. Leggendo e rileggendo l’intero testo ci si convince sempre di più che egli nutra un serio scetticismo sull’affidabilità lungo protettiva di un taumaturgico vaccino, mentre è senz’altro decisamente possibilista sulla messa in campo di una efficace terapia clinica.

What If There’s No COVID Vaccine?

Jul 24, 2020 WILLIAM A. HASELTINE

Although the multi-decade struggle against HIV/AIDS featured a great deal of tragedy and despair, the upshot is that medical science prevailed: what was once a death sentence is now a chronic condition. In thinking about worst-case scenarios for COVID-19, this recent experience offers both lessons and hope.

NEW YORK – Quando si tratta di porre fine alla crisi COVID-19, la nostra esperienza nel contrastare l’HIV/AIDS può insegnarci molto. Soprattutto, nel corso di quella precedente pandemia non è mai stato chiaro se si potesse contare su un eventuale vaccino come parte della soluzione. Nei nostri sforzi per superare la crisi di oggi, saremmo negligenti se dimenticassimo questa lezione.

Durante i primi anni della crisi dell’HIV/AIDS, gestivo un laboratorio all’Università di Harvard, dove stavamo facendo ricerche sulla virologia della malattia. Le prime osservazioni mostrarono che un’infezione da HIV provoca una risposta senza precedenti da entrambe le braccia del sistema immunitario: le cellule B e le cellule T. Il corpo rileva la minaccia rappresentata dalla malattia e benché la combatta con tutte le sue forze, fallisce.

Mi chiedevo: come possiamo creare un vaccino che oltrepassi in meglio di ciò che il nostro corpo possa fare? Sono passati 35 anni e non abbiamo ancora una risposta.

Continua a leggere “William A. Haseltine – E se non ci sarà un vaccino per il Covid-19?”

Gianluca Veronesi – Signori in scena!

Veronesi

Gianluca Veronesi

Ho poche informazioni sulla pratica giuridico-amministrativa riguardante il teatro. Certo che frasi come “procedura fallimentare” e “asta giudiziaria” preoccupano.

Riconosco di avere avuto molti privilegi nella vita. Tra i principali c’è quello di essermi  potuto occupare del teatro e della università della nostra città.
Si dice che da noi sia molto forte il sentimento della nostalgia. Di per se’ può non essere una grande attitudine perché significa guardare più al passato che al futuro ma, se invece, è un atto di gratitudine e riconoscimento verso quanto ci è stato offerto, allora il teatro municipale lo merita in pieno.

Naturalmente non sono mancati alcuni limiti. Probabilmente è apparso come un fortilizio (anche per questo suo aspetto di bunker) a difesa di una cultura solo alta e classica, come un luogo impegnativo, per addetti ai lavori. E con una programmazione poco “spregiudicata”. Creando così in molti un senso o di soggezione o di estraneità.

Ma non potremo dimenticare quanto è passato su quel palcoscenico. Oltre al cartellone vero e proprio e alla attività cinematografica su tre schermi, ricordo il teatro ragazzi, il laboratorio lirico sperimentale, le stagioni musicali, “Aperto per ferie”.

Come direbbe la Rai: non tutto ma di tutto. Tutto con una qualità e una fattura altamente professionali. Per questo il Piemonte lo aveva riconosciuto teatro “regionale”, unico oltre allo Stabile di Torino. E nessuno in buona fede potrà disconoscere i meriti dei vari Delmo Maestri, Enrico Foa’, Adelio Ferrero, Nuccio Lodato, Franco Livorsi, Franco Ferrari.

Ora siamo di fronte al “che fare”. Mi è nota la situazione economica del Comune – sia in questa che nella precedente tornata – che rende arduo se non impossibile il ripristino integrale del manufatto, dopo l’incredibile incidente dell’amianto (a cui l’attuale giunta è estranea). E, per la verità, l’Amministrazione è anche poco incentivata dalla scarsa attenzione mostrata dalla città al problema.

Continua a leggere “Gianluca Veronesi – Signori in scena!”

László Bruszt – Viktor Orban, il Dittatore della Pandemia in Ungheria

Salvini Orban

C’è qui da noi chi accusa il governo di sopprimere le libertà civili. La precedente immagine, accoppiata al contenuto del post, ne svela le mendaci contraddizioni.

Hungary’s Disease Dictator

Apr 16, 2020 LÁSZLÓ BRUSZT

The free flow of information, together with public debates involving trusted experts, is crucial to managing the COVID-19 pandemic successfully. Hungary’s recent enabling act, which allows Prime Minister Viktor Orbán to rule by decree indefinitely, will have the opposite effect.

BUDAPEST – Ciò che i critici definiscono giustamente come  una “norma conferente potere”, che il parlamento ungherese approvò il 30 marzo, consente al primo ministro Viktor Orbán di governare con decreto per un periodo illimitato, presumibilmente per aiutare il governo a combattere la pandemia di COVID-19. In effetti, la nuova legge mette in pericolo la vita di molti ungheresi autorizzando il governo a limitare drasticamente le informazioni sulla gestione del virus. Da Wuhan, in Cina, ci appaiono ben note le conseguenze mortali di un simile approccio, dove le autorità hanno inizialmente soppresso le informazioni sui focolai di un nuovo coronavirus.

La disposizione di legge voluta da Orbán neutralizza i pochi canali rimanenti di responsabilità democratica rimasti in Ungheria. Porterà un’estrema centralizzazione del controllo sul flusso di informazioni attinenti alla pandemia e sulla sua gestione. E Orbán, al potere dal 2010, ha un disperato bisogno di controllarne la narrativa, dato il grave sottoinvestimento dei suoi governi nel sistema sanitario nazionale nell’ultimo decennio.

La nuova legge gli conferisce quel potere. Ad esempio, fa sì che siano punibili fino a cinque anni di prigione il propagare “false” informazioni sul virus: una vera spada sospesa sulla testa di medici e giornalisti. La giustificazione contenuta nella pertinente disposizione, insieme alla punizione, è quasi indistinguibile da una misura simile in vigore in Arabia Saudita. In effetti, l’atto di potere minimizza lo spazio rimanente per i media indipendenti ungheresi.

Continua a leggere “László Bruszt – Viktor Orban, il Dittatore della Pandemia in Ungheria”