Labour Party – Manifesto 2019

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L’unico partito d’ispirazione socialdemocratica in Europa che ha saputo inglobare, accogliere e infine temperare la forte spinta insorgente maturata all’interno della vasta classe medio-bassa contro l’establishment dopo la catastrofe del 2008 è stato il Labour di Jeremy Bernard Corbyn. Il vecchio PS francese si è sciolto come neve al sole; la SPD tedesca è a tuttora in sala di rianimazione e rischia di essere travolta da un aspro conflitto intestino; la socialdemocrazia spagnola quanto più si ostina a chiedere una riconferma tanto più perde consenso; infine il PD italiano, reduce da tre travagliate scissioni, è sull’orlo della bancarotta politica. Un vero collasso sul continente.

A parte la figura carismatica del suo leader, il Labour ha goduto di due vantaggi strutturali rispetto ai suoi confratelli oltre Manica, diremmo esogeni: il sistema elettorale uninominale (FPtheP) – anche se ciò non impedì una sua spaccatura nel corso degli anni 30 e 80 – ; l’autonomia del Regno Unito concernente la propria leva monetaria. Detto in altri termini: le scelte di politica economica del governo inglese non dipendono dalle decisioni di Berlino.

Sebbene la temperie del nazionalismo regressivo abbia investito il Regno Unito più di quanto abbia fatto sul continente, dividendo sia il fronte sindacale sia la working class (Brexit) – senza contare la crescita della pulsione autonomistica scozzese (SNP) – il Labour di Jeremy Corbyn, dato per morto 40 gg. prima della GE del 2017, “reagì” con un fantastico 40% appena a una incollatura dai conservatori di Theresa May.

Possiamo affermare con sicurezza che il Labour abbia già ottenuto una vittoria “morale”. Tutti le quattro principali forze partitiche britanniche (SNP compreso) hanno completamente cancellato dal vocabolario politico la parola “austerity”. Corbyn ne fu un antesignano e per questa sua “stranezza” venne trattato in passato – anche da illustri esponenti del nostro PD, ora in odore di tesi post berlusconiane – alla stregua di un strampalato ammiratore del kolchoz sovietico.

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Michael Moore – Florilegio di raccomandazioni ai Democrats contro Donald Trump

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Forse non ha tutti i torti il registra americano Michael Moore a insistere che si proceda con maggior speditezza verso lo stato di messa sotto accusa nei confronti di Donald Trump. E’ vero, il tycoon americano è per la prima volta in seria difficoltà, le sconfitte repubblicane e il ritorno dei governatori democratici in due stati chiave del sud (Virginia, Louisiana) e del solitario southmidwestern Kentucky, non sono solo un campanello d’allarme, bensì una insopportabile sirena lancinante difficile da silenziare con qualche tweets. Ciò ha provocato una fessura nel monolitico GOP (Repubblicani). Di certo, ai Democrats servirebbe un potente “divaricatore” politico che allarghi i lati della fenditura fino a spaccare l’attuale maggioranza senatoriale del gruppo repubblicano necessaria per l’impeachement. Non sarà facile, avverte Moore, ma tutto ciò dischiude la porta per un augurabile 2020 presidenziale.

Meno bene la partenza per il Labour di Jeremy Corbyn, a circa 12 punti di distanza dai Conservatori. Sebbene in costante rimonta, il fattore Brexit e la tenuta delle spinte autonomiste (SNP) Scottish National Party incidono negativamente  sulla corsa del Labour. Anche se Corbyn due anni fa si produsse in una rimonta mozzafiato, servirà anche per questa volta e forse qualcosa in più.

Michael Moore on Facebook

Non ho idea di cosa accada con Trump che da domenica o lunedì non viene visto da alcuno dopo essersi recato in ospedale sabato. Come tutti voi, posso solo immaginare. State tranquilli, non mollerà mai, non si dimetterà mai. Quindi ecco una possibilità …

Su quel server riservato della Casa Bianca, dove nascondevano la telefonata della corruzione in Ucraina – esclusivamente denunciata dal Whistleblower (la talpa) – ci sono probabilmente altre prove di ALTRI crimini da messa sotto accusa che Trump ha commesso negli ultimi tre anni – crimini di gran lunga, assai peggiori della corruzione che chiama in causa il presidente Zelensky – crimini che il suo staff ha nascosto in quello stesso server.

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Jeremy Corbyn ha ragione, miliardari e poveri non devono coesistere

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I giorni che ci separano dal 12 dicembre 19, la General Election in UK al 3 di novembre 20 l’elezione del Presidente USA saranno cruciali per verificare quanto sia attendibile la rinascita di una radicale politica progressista in occidente. Qualora nel Regno Unito Boris Johnson non riesca a ottenere la maggioranza, diversamente la conquisti la coalizione Labour-Libdem-SNP (Scottish National Party) ciò può rappresentare non solo un buon viatico, ma anche un’indicazione programmatica, per la corrente cadaverica sinistra democratica continentale, nonché un serio avvertimento sia per le ambiziose mire anglo-imperiali di Donald Trump sia per la sua stessa rielezione.

Nelle ultime settimane sta crescendo l’impressione che un eventuale secondo mandato del magnate newyorkese non appaia così certo come si fosse supposto solo un anno fa e nemmeno si è altrettanto sicuri che il suo eventuale competitore democrats abbia la stessa impronta politica moderata tipica del binomio Obama-Clinton, le cui “mollezze” hanno concorso a generare laggiù la presente anomalia politico-istituzionale. Nonostante un continuo fuoco di sbarramento la Warren e Sanders continuano a macinare consensi in base alle ultime poll a discapito dell’appassito Biden.

Ma c’è di più sotto il profilo storico-politico: l’approssimarsi del “paradigmatic shift”, una svolta paradigmatica che dovrebbe concludere esattamente 40 anni di “follia” neoliberista (Thatcher 79, Reagan 80) per aprire una nuova fase di ripensamento regolativo economico-finanziario quanto mai simile alla critica propositiva di Joseph Stiglitz, si veda in https://ilponte.home.blog/2019/05/11/joseph-e-stiglitz-the-progressive-capitalism/.

Sebbene l’evoluzione del processo ravvedimento politico-culturale delle forze socialdemocratiche e progressiste europee continentali sia in ritardo di un decennio – qui assistiamo ancora alla fase di crescita di una destra nazionalista e regressiva – a confronto della reazione anti neoliberista nell’anglosfera, un eventuale successo di questa, data la sua conclamata influenza politico-strategica (USA), determinerebbe un immediato “riallineamento” per quanto concerne gli obiettivi politici a sinistra tra le due sponde dell’Atlantico e della Manica.

Tuttavia, bisogna essere cauti. Il Labour di Corbyn e Mc Donnell deve ricucire la frattura all’interno di una parte della working class tendenzialmente brexiters. Sanders e Warren devono dimostrare che con l’introduzione del Medicare for All – (Sistema Sanitario Universale) il quale rappresenterebbe di fatto la vera “rivoluzione” sociale negli USA – non comporti un aumento della pressione fiscale sulla middle-class, essendo la spesa sanitaria annua nazionale piuttosto consistente, stimata in circa $5,2 trilioni. Il progetto presentato dalla Warren il 1 novembre scorso lo esclude tassativamente[1]. Per Sanders siamo ancora in attesa che ne fornisca adeguati chiarimenti.

Jeremy Corbyn is right: billionaires and poverty should not coexist

It’s ludicrous to suggest that we need billionaires to incentivise work and wealth creation. 

Luke Hildyard 5 November 2019

Un miliardo di sterline è una quantità di denaro quasi inimmaginabile.

Uno dei trucchi di maggior successo che i ricchi e i potenti hanno compiuto sul resto di noi non è semplicemente quello di catturare una quota sproporzionatamente grande della ricchezza globale, ma accumularne una quantità così vasta che è praticamente impossibile comprenderne la portata, e quindi farne oggetto di critica.

Se vi avessero dato 1.000 sterline al giorno (€ 1.156), tutti i giorni dalla morte di Gesù, messi sotto un materasso, non sareste comunque un miliardario. Esistono circa 15 paesi la cui intera ricchezza non equivale a quella di un singolo miliardario britannico.

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Roberta Cazzulo – “Io razzista? No, ma…”

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Roberta Cazzulo

Razzismo (Raz-zì-smo) sostantivo maschile:

– Ideologia che, fondata su un’arbitraria distinzione dell’uomo in razze, giustifica la supremazia di un’etnia sulle altre e intende realizzarla attraverso politiche discriminatorie e persecutorie;

– estensione: Ogni atteggiamento o manifestazione di intolleranza.

Antisemitismo (An·ti·se·mi·tì·mo) sostantivo maschile:

– Avversione nei confronti dell’ebraismo, maturatasi in forme di persecuzione o addirittura di mania collettiva di sterminio da una base essenzialmente propagandistica, dovuta a degenerazione di pseudoconcetti storico -religiosi o a ricerca di un capro espiatorio da parte di classi politiche impotenti.

“Io razzista? No, ma…”

Ancora cori razzisti contro un giocatore per il colore della sua pelle, questa volta dagli ultrà del Verona.

Mario Balotelli reagisce, si inalbera e calcia la palla nelle tribune interrompendo momentaneamente la partita, si riapre il dibattito sulle tifoserie razziste.

In questi anni, Mario, abbiamo imparato a conoscerlo, nel bene e nel male: ma oggi non è tempo di valutazioni calcistiche, mettiamo da parte il suo talento, il tifo, le opinioni da bar e l’antipatia per certi suoi ripetuti e irrispettosi comportamenti.

Udire levarsi dalle curve il verso della scimmia è sgradevole, il razzismo ridotto a “sfottò”, ad una “divertente ragazzata”, anche se tra i “ragazzi” sono in molti quelli che superano la quarantina….

Da Verona, però, prevale una linea “negazionista”…. ma le registrazioni audio non lasciano molti dubbi….

Fanno orrore le minacce ricevute via web da Liliana Segre a Milano, deportata nel campo di concentramento di Auschwitz quando aveva 14 anni, una donna che ha percorso il male del mondo: la discriminazione, la dittatura, la deportazione e i massacri.

Mario Balotelli (29 anni) e Liliana Segre (89 anni). Esistenze così differenti.

Eppure dal punto di vista degli haters si assomigliano.

Mario Balotelli e Liliana Segre non sono paragonabili. Ognuno porta con sé la propria storia. Ma l’odio riversato su di loro riflette come e dove si ferma il nostro paese e arretra tra cori razzisti e minacce di morte diffuse online (ogni giorno Liliana Segre riceve 200 insulti) ma non solo….

E c’è qualcos’altro che li accomuna: in molti pensano che quello che stanno vivendo quotidianamente Mario e Liliana non esiste.

Non esistono l’antisemitismo e l’odio. Non esiste il razzismo, tanto che Balotelli si sarebbe inventato gli “uh uh uh” razzisti per vincere la partita, enfatizzando i comportamenti di una minoranza talmente piccola da essere irrilevante.

Chiediamoci, allora, se in Italia esiste o meno il razzismo e l’antisemitismo. Mentre ci interroghiamo non ci rendiamo conto che quel fenomeno marginale, controllabile è una realtà, un pericolo.

Mario Balotelli e Liliana Segre ci mostrano l’esistenza di un’Italia che ci guarda e ci dice qualcosa di noi, non si ferma al web… C’è una riaffermazione e un recupero dell’identità che porta a un’ostilità feroce, che fa paura.

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Gian Luca Veronesi – Megalomani? No, solamente ambiziosi

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Mi hanno chiesto se ho una ricetta contro il declino della nostra città. Ovviamente ho risposto di no. Innanzitutto perché è vero e poi perché i suggerimenti che posso dare apparirebbero megalomani, come potrete verificare se andate avanti nella lettura.

Considero la città alla stregua di una azienda. Quando i ricavi cominciano a diminuire bisogna ripensare il proprio business. O in termini meramente difensivi e riduttivi (per tagliare i costi, calo il numero e il livello dei servizi e rinuncio a quelli a valore aggiunto) oppure ripenso da zero il mio posizionamento sul mercato e cerco nuovi prodotti da esportare.
Dobbiamo ripensare alle ragioni del nostro essere, intanto per ricordarcele e poi per aggiornarle.

Una di queste, forse la più importante, era quella di essere il capoluogo di una provincia molto vasta, adagiata al confine di tre regioni.
Bisognerebbe ritrovare l’orgoglio e la responsabilità di essere il centro di un sistema articolato e dinamico, decidere di allargare il nostro orizzonte, di collaborare con gli altri.

Pur nella crisi generale dell’Italia e in particolare del nord-ovest, nel nostro territorio stanno succedendo significative novità. A Serravalle arrivano 5 milioni di turisti ogni anno, da ogni parte del mondo. Valenza cambia volto sostituendo a una produzione di alto artigianato una filiera di grandi marchi internazionali, il top della gioielleria mondiale. A Spinetta la Michelin e la Solvay aprono nuovi reparti che si dedicano alle novità più promettenti in campo automobilistico: l’auto elettrica e l’auto a guida autonoma.
Cosa c’entriamo noi? Semplicemente dovremmo sentirci la capitale di tutto ciò, visto che capita in questo territorio!

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Joseph Stiglitz – La fine del Neoliberismo e la Rinascita della Storia

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Il quotidiano Repubblica in questi giorni ha scoperto un tale che si chiama Joseph Stiglitz. Bene, non è mai troppo tardi. Un buon tentativo per uscire dal nostro noioso “politicismo ombelicale”. Servirebbe anche a Zingaretti leggere e rileggere Stiglitz anziché andare a confessarsi dai Clinton, nel caso fosse ancora disponibile a creare una socialdemocrazia a largo consenso. https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2019/11/07/news/capitalismo_che_fare_intervista_a_joseph_stiglitz-240426397/?ref=RHPPBT-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1

The End of Neoliberalism and the Rebirth of History

Nov 4, 2019 JOSEPH E. STIGLITZ

For 40 years, elites in rich and poor countries alike promised that neoliberal policies would lead to faster economic growth, and that the benefits would trickle down so that everyone, including the poorest, would be better off. Now that the evidence is in, is it any wonder that trust in elites and confidence in democracy have plummeted?

NEW YORK – Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un celebre saggio intitolato “La fine della storia?” Il crollo del comunismo, sosteneva, avrebbe eliminato l’ultimo ostacolo che separava il mondo intero dal suo destino di democrazia liberale e di economia di mercato. Molte persone erano d’accordo.

Oggi, mentre assistiamo a un processo regressivo da quell’ordine globale liberale basato sulle regole, con sovrani autocratici e demagoghi che guidano paesi che contengono ben più della metà della popolazione mondiale, l’idea di Fukuyama appare come pittoresca e ingenua. Ma ha rafforzato la dottrina economica neoliberista che ha prevalso negli ultimi 40 anni.

La credibilità nella fede neoliberista dei mercati senza ostacoli, intesa come la strada più sicura per una prosperità condivisa, oggi si dibatte in rianimazione. Ed è bene che sia in quello stato. Il declino simultaneo della fiducia nel neoliberismo e nella democrazia non è una coincidenza o una semplice correlazione. Il neoliberismo ha minato la democrazia per 40 anni.

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Filippo Orlando – La Realtà Frammentata e le Chiavi di Lettura

Ombre-della-Sera

Viviamo in un mondo nel quale gli avvenimenti si susseguono uno dopo l’altro, incessantemente e indecifrabili come una lunga striscia, priva di senso, costellata di immagini che riempiendoci il campo visivo ci impediscono di riordinare i pensieri, di riflettere, di classificare e dare significato a questa infinita serie di ‘sogni apparenti’.

Tuttavia, abbiamo il diritto di non arrenderci a questa sensazione straniante che proviamo ogni volta che ci poniamo, in genere all’ora di cena, di fronte alle nostre TV ad assorbire dai telegiornali gli avvenimenti internazionali e nazionali affastellati uno sopra l’altro. A questa realtà che ci sopraggiunge e ci supera, dobbiamo tenacemente contrapporre l’esercizio del discernimento e della critica, alla ricerca necessaria di una chiave di lettura di tutto ciò.

Per questo  sento il coraggio di sottoporre al giudizio dei lettori due tesi, o se volete due tracce utili, per districarsi nella selva degli eventi, delle crisi economiche e diplomatiche, delle guerre e dei  disastri climatici e sociali, al fine di chiarire quale strada sia possibile intraprendere per uscire da una sensazione crescente, pur se confusamente sentita, di inesorabile declino di civiltà.

La prima chiave di lettura che riesco ad individuare è imperniata sul rapporto universalismo – particolarismo. L’ universalismo è un ideale, sempre teso a trovare basi nella vita concreta delle persone, il quale unisce gli essere umani, li rappresenta in grandi agglomerati istituzionali e ne esalta la comune essenza umana e la inviolabilità sacra di questa.

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The Economist (UK) – Il ciclone Elizabeth Warren e il cambiamento di un paradigma

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Sen. Elizabeth Herring Warren

Sorprende che un settimanale come il The Economist dedichi non solo tre delle sue pagine in carta patinata (nella rubrica Briefing, l’editoriale di punta), bensì anche la sua ambita copertina a un politico, il cui eventuale successo debba essere ancora confermato da un test di alta gamma. Di solito, ma non frequentemente, i suoi focus riguardano figure politiche di caratura internazionale già in carica o in attesa di vincere una competizione in cui esse sono in quel dato momento storico impegnate. Sicché, risulterebbe arduo ricordarsi di un simile contributo a un candidato, la cui sfida debba essere ancora formalizzata.

Allora domandiamoci quali siano state le ragioni che accesero il motore di questa insolita scelta fatta dal prestigioso foglio londinese, il cui scopo fu chiaramente quello di mettere sotto i riflettori internazionali il profilo di Elizabeth Herring Warren, una tra i numerosi candidati democrats in competizione nelle prossime primarie per ottenere la nomination. Forse, la vera motivazione la possiamo intuire leggendo l’ultimo paragrafo finale del corposo articolo:

Una buona posizione nei mesi prima delle prime primarie e a un anno prima delle elezioni non dà la certezza di una vittoria garantita. Ma agli elettori democratici piace quello che vedono. In un recente sondaggio della Quinnipiac University, il 40% degli intervistati ha affermato che la Warren ha le idee politiche migliori, rispetto al 16% per Mr. Biden e al 12% per Mr. Sanders. Ciò suggerisce che il vero cambiamento è in atto all’interno del partito, anche se non è ancora un nuovo New Deal. Ma oltre a preoccuparsi di ciò che propone la Warren, i boss americani devono rendersi conto che la Warren non è più la creatura anomala che una volta sembrava essere.”

Quasi tutti gli articoli d’approfondimento del The Economist seguono l’impianto retorico classico: premessa, tesi, contro tesi, riflessione finale. Solo dalle sue conclusioni si palesa l’orientamento della testata. Qualcuno potrà obiettare che il settimanale di St. James Street sia nientemeno che uno fra i tanti prodotti dei media internazionali. Indubbiamente sì! Sennonché, è ormai assodato che non vi sia personaggio pubblico di risonanza internazionale o grande società industriale e finanziaria di pari grado che non tema l’autorevole giudizio del The Economist, con le sue oltre 1 ml. di copie cartacee settimanali e le decine di migliaia di contatti giornalieri ricavati dalla sua efficiente piattaforma digitale.

Si può supporre che la stesura di questo “irrituale” articolo non abbia solo a che fare con l’esplicito interesse nei confronti del personaggio in sé, bensì ciò che la Warren politicamente rappresenti, personificando la tesi di cui il settimanale britannico ormai da alcuni mesi è portatore: l’imminente cambiamento del paradigma socio-economico internazionale. Infatti, scorrendo i due paragrafi che illustrano la premessa possiamo capirne  il nesso:

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Nel 1936 Franklin Delano Roosevelt disse riguardo alle grandi imprese che si schieravano contro la sua rielezione: “Sono unanimi nel loro odio nei miei confronti – e auspico il loro odio”. Elizabeth Warren, che è in corsa per la nomination democratica alle elezioni presidenziali del prossimo anno, ha simile un approccio. Dopo che un inviato del telegiornale riportò che i dirigenti delle grandi aziende sono in ansia per la possibilità di una presidenza Warren, lei ha twittato: “Sono Elizabeth Warren e approvo questo messaggio“.

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The Guardian (UK) – “La fiacca economia globale necessita di riforme – quanto prima”, Lord Mervyn King

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Lord Mervyn King

Insomma, a circa 13 anni dal collasso del mercato avvenuto nel 2007 ci troviamo allo stesso punto di caduta: una montante crisi di liquidità e la quasi impossibilità di molte imprese (finanziarie e non) di rifinanziare le posizioni attive. L’allarme lanciato dal FMI la scorsa settimana, sebbene con netto ritardo, non lascia scampo a nessuna interpretazione ottimistica. https://it.businessinsider.com/il-qe-spaventa-il-fmi-circolano-34mila-miliardi-di-titoli-a-tasso-negativo-il-sistema-puo-esplodere/

Il meccanismo che condusse alla precedente crisi del 2007 e al presente stato d’incertezza è sorprendentemente simile a quello teorizzato dall’ipotesi d’instabilità finanziaria di Minsky. Il punto sta nel fatto che non si vollero ascoltare teorici come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, i quali pur riconoscendo l’importanza degli “stabilizzatori automatici”, riferiti ai singoli saldi di bilancio compensativi (privato, pubblico, estero), suggerirono che un sostanzioso aumento della spesa pubblica in investimenti (istruzione, innovazione, salvaguardia dell’ambiente), in parallelo con gli stimoli monetari, avrebbe potuto tirarci fuori dal gorgo in cui il sistema economico internazionale affogò.

Invece no, si decise per l’austerity e la sola grande espansione (convenzionale o meno) della leva monetaria – sottolinea con amarezza Larry Elliot del Guardian, mettendo nero su bianco le preoccupazioni di Lord Mervyn King per ciò che non fu capito e che da oggi si dovrebbe urgentemente fare – da cui un aumento ancora più marcato della disuguaglianza di reddito.

Ma quello che accadde nei paesi europei più strutturalmente fragili come il nostro, avendo ceduto la sovranità monetaria, si è rivelato peggiore di quanto ci si aspettasse, sia a causa dell’imperfezione del meccanismo euro (Stiglitz), sia per effetto del moltiplicatore al contrario sulla riduzione della spesa pubblica (Keynes).

Rinunciando alla proprietà di paese emittente, in cambio di quella di semplice “utilizzatore” (non si può più stampare moneta) lo Stato italiano è costretto a prendere prestito denaro alle condizioni dettate dai mercati privati (spread). Questi di fatto sono sotto il tallone tedesco. Così, nonostante due decenni di avanzo primario positivo (saldo positivo della spesa pubblica al netto del servizio del debito) l’ammontare del nostro PIL, o reddito nazionale, non è lontano da quello conseguito alla fine degli anni 90.

Qualsiasi governo nazionale che decidesse di avviare una aggressiva politica industriale di crescita (in deficit) puntando a riscuotere benefici a medio-lungo termine, e soprattutto tesa alla riduzione dello stock del debito, non troverebbe l’avallo di Bruxelles, secondo cui “tutto è nel privato, niente contro l’iniziativa privata, nulla al di fuori dell’iniziativa privata”. Per cui manovre espansive (politiche di bilancio) in un solo paese UE 19 equivarrebbe a suicidarsi, checché la retorica governativa tambureggi. A seguito di ciò, la società italiana da tempo vive in un perenne stato di agonia, accompagnata da rigurgiti populisti e regressivi.

Sennonché, la legge del contrappasso è sempre dietro l’angolo: il marmoreo mercantilismo tedesco comincia a dare segni di sgretolamento. Se sarà recessione in Europa ben venga, ne coglieremo l’occasione per discutere con franchezza le cause, ed eventualmente dare una risistemata alla casa comune. Qualora ancora ci credessimo.

Lord Mervyn King, ex Chairman della Banca d’Inghilterra (BoE) – già accademico a Cambridge e precedentemente Economic Professor alla LSE – personaggio al centro del post successivo, il cui prestigio con l’andar del tempo è diventato inossidabile. King non nascose mai il suo scetticismo riguardo alla partecipazione del Regno Unito nell’area comune valutaria europea. In una recente intervista riguardo alla stabilità dell’euro rilasciò un commento lapidario: “la moneta unica europea è stata realizzata con un secolo di anticipo rispetto alla evoluzione socio economica dell’intero continente”.

The sluggish global economy needs to reform – and fast

Larry Elliott in Washington

Sun 20 Oct 2019 11.54 BST

Mervyn King’s IMF speech turned heads – dangerously little has changed since the 2008 financial crisis

Erano tutti lì. Mario Draghi, nelle sue ultime settimane come presidente della Banca centrale europea prima di passare il testimone a Christine Lagarde; Mark Carney, che lascerà la Bank of England a gennaio, a condizione che il governo britannico trovi il tempo di nominare un nuovo governatore; e Jay Powell, l’uomo che Donald Trump, ora si rammarica profondamente di averlo scelto per gestire la Federal Reserve.

Eppure a tutti questi membri dell’élite finanziaria la scena è stata rubata da qualcuno che si è ritirato sei anni fa dalla “Confraternita” delle banche centrali. Lord Mervyn King che si presentò a Washington[1] per partecipare alla conferenza presso la Per Jacobsson, Foundation un evento vetrina durante l’incontro annuale del Fondo Monetario Internazionale, e procedette a fare l’intervento di gran lunga più sbalorditivo della settimana.

L’argomento di King era semplice. Il rallentamento sincronizzato nell’economia globale identificato dal nuovo amministratore delegato dell’FMI – Kristalina Georgieva – è qualcosa di più che un fenomeno temporaneo. Invece, è un riflesso di come non siano stati affrontati i motivi che hanno prodotto la crisi finanziaria del 2008-09, la quale ha lasciato l’economia mondiale bloccata in una trappola permanente a bassa crescita.

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Giorgio Laguzzi – Democrazia vs. tecno-populismo

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Giorgio Laguzzi (Membro della Assemblea Nazionale del Partito Democratico)

E` notizia fresca di questi giorni l’approvazione della riforma che prevede la riduzione del numero di parlamentari. Anche se non è sicuramente molto popolare affermarlo, credo che le misure che vadano in questo senso rappresentino esattamente quel lato negativo del populismo, contrariamente ad altri lati positivi sui quali ho detto in altri contesti.

Forse parte del popolo potrebbe oggi esultare. Ma un giorno credo ci si renderà conto che la riduzione dei parlamentari, o meglio l’idea che sta dietro questo principio in termini generali, porterà a perdere maggiormente, esattamente quelle “periferie dell’impero”, piccoli e medi comuni, che vedranno ancor più ridursi la rappresentanza parlamentare, aumentando così ancor più quella distanza tra vincenti e perdenti della globalizzazione. L’idea di “ridurre i costi della democrazia” è essa stessa pericolosa e fuorviante. Oggi essere veramente dalla parte del popolo vuol dire potenziare la democrazia per combattere le distorsioni della globalizzazione attraverso la partecipazione attiva alla politica, non ridurla ulteriormente.

Sia chiaro che con quanto affermo non intendo dare spazio a dichiarazioni e posizioni catastrofiche sull’onda di “attentato alla democrazia” o similari. Anche perché, ad onor del vero, andando più o meno a memoria mi par di ricordare che quasi tutte le recenti riforme costituzionali prevedessero un ridimensionamento del numero dei membri delle due Camere, seppur in modalità diverse di volta in volta.

Semplicemente il mio ragionamento si inserisce ad un livello più generale, se vogliamo dirla così, che richiama ancora una volta le categorie economico-politiche riprese da Dani Rodrik, nel suo trilemma, sempre proficuo e fertile per molte riflessioni: globalizzazione, democrazia, nazione. Tralasciando l’ultima delle tre (non per mancanza di importanza, ma semplicemente perché non riveste un ruolo essenziale in questo ragionamento), negli ultimi anni l’elettorato ha chiaramente espresso un forte senso di insofferenza verso il processo di globalizzazione. Da qui, ogni processo che sia volto ad una riduzione dello spazio di rappresentatività democratica è a mio avviso da considerarsi come negativo, poiché rischia di accentuare lo squilibrio già ampio creatosi in questi anni.

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