Giorgio Abonante – Non serve frignare, serve agire

Abonante Giorgio

Gira in Comune da tempo un lungo elenco di criticità più volte espresso dai vertici dell’Istituto Comprensivo Alessandria – Spinetta Marengo rispetto al quale la risposta dell’Amministrazione comunale non può essere rappresentata dalle recenti parole della Giunta.

Invece che tracciare una rotta, stabilire un calendario di incontri, un’agenda dei lavori, impegni di qualche tipo, il Comune ha pensato bene di stigmatizzare le parole della Dirigente scolastica rea di aver rilasciato dichiarazioni ai giornali.

Di cosa stiamo parlando? Di quattro Scuole dell’infanzia (SPINETTA, MANDROGNE, CASTELCERIOLO, SAN GIULIANO VECCHIO), sei Scuole Primarie (SPINETTA, LITTA PARODI, BETTALE, MANDROGNE, CASTELCERIOLO, SAN GIULIANO VECCHIO), due Scuole SECONDARIE (Alfieri, Mazzini); stiamo parlando di 1100 alunni, decine di insegnati, personale tecnico amministrativo, qualche migliaio di cittadini coinvolti se includiamo, e includiamoli, i genitori interessati.

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The Economist (UK) – L’industria tecnologica è piena di strozzature (La guerra commerciale sino-americana)

 

Trump Xi

Ormai è assodato che stiamo entrando in una nuova fase delle relazioni economiche-politiche che coinvolge l’intero concerto mondiale. Il The Economist la chiama con un neologismo “Slowglobalisation” [1], altri ricorrono a un termine non di nuovo conio “dis-internazionalizzazione”. Tuttavia, a prescindere dal lessico, le due linee di pensiero leggono lo stesso spartito: il ricorso alla difesa dei propri interessi nazionali sia per quanto riguarda le attività economiche (commerciali e industriali), sia per quanto concerne la protezione delle proprie comunità domestiche (cittadinanza come pre-requisito), ponendole entrambe in una posizione prioritaria nei confronti del precedente “sistema mondo”.

Scenario assai complesso, il cui epilogo nel passato – eccetto il più recente per via della paura nucleare – si è concluso in un solo modo: guerra. Ovviamente, molte sono le ragioni che hanno determinato l’avvio di questa svolta paradigmatica e questo breve post non può riassumere le varie tesi argomentanti le molteplici cause che furono genitrici di tale mutamento.

Sennonché, aprire una finestra su ciò che sta attualmente accadendo, e in particolare nel settore tecnologico, cardine del processo di globalizzazione (la digitalizzazione del mondo), ci aiuta a comprenderne meglio il trapasso e le sue eventuali conseguenze.

The technology industry is rife with bottlenecks

The US-China tech cold war is making companies more aware of them than ever

Jun 6th 2019| SAN FRANCISCO

Il Giappone aveva da tempo perso la sua leadership nell’industria elettronica. O così molti lo pensarono. Fino a che un terremoto e uno tsunami colpirono il paese nel 2011, la sua continua produzione di circuiti stampati, di wafer al silicio per produrre chips, nonché la resina per impacchettarli, e [infine anche] per molti altri componenti, il ​​Giappone era considerata la nazione più importante, a volte solo, come fornitore. Poiché la produzione si fermò, i clienti si misero alla ricerca di alternative. Molti di questi dovettero limitare la produzione, come le case automobilistiche che fanno affidamento sulla Renesas Electronics, uno dei principali produttori di chip per il controllo del motore, il cui impianto di produzione di wafer subì gravi danni.

I disastri naturali – siano essi catastrofici come il terremoto giapponese o semplicemente distruttivi come le inondazioni o gli incendi – testano regolarmente la catena di approvvigionamento dell’elettronica (supply chaine). Ora uno shock geopolitico derivante dagli sforzi del presidente Donald Trump per isolare la Cina ha esposto la struttura del settore a un forte ricambio, esponendo i suoi punti di strozzatura.

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I Verdi tedeschi (Die Grünen). Nuova sinistra o semplicemente “populismo emotivo confusionista”?

Die grunen

Dopo aver letto la minuziosa analisi pubblicata recentemente dal settimanale tedesco Der Spiegel incentrata a scoprire la morfologia, l’obiettivo strategico, la collocazione nello spettro politico e infine le ragioni del successo elettorale dei Verdi tedeschi, il dubbio che ci assale è quello di trovarci al cospetto di una “macedonia” di idee, in parte contraddittorie, tassonomicamente non collocabili se non “genericamente” progressiste, guidate da un partito, la cui struttura organizzativa è praticamente inesistente e che si avvale per comunicare il proprio progetto politico quasi esclusivamente della rete e dei social, distribuendo applicazioni in certi casi malfunzionanti.

Qualche commentatore ben disposto, richiamandosi alle recenti esperienze americane, connota il loro pensiero come “populismo progressista”. Forse, sarebbe meglio titolarlo “populismo emotivo confusionista”. Noi italiani siamo già stati edotti da questa “post-moderna” categoria della scienza politica.

Mettendo sottosopra quanto esposto in questo breve saggio, una delle evidenze che rafforzano la tesi del “confusionismo emotivo” si può desumere con chiarezza dalle considerazioni finali redatte dagli autori:

…si ha l’impressione, tuttavia, che l’attuale sostegno ai Verdi abbia meno a che fare con la politica e più con il desiderio di cambiamento. ‘Sappiamo che ispiriamo speranza’, ha detto recentemente Habeck, anche se non è chiaro se fosse più felice o timoroso, di entrambe le cose”.

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Silvio Mariani – I Beni comuni

Mariani Silvio

Nella politica odierna, per quanto non manchino le divergenze basate sui differenti apparati ideologici sui quali sono fondati i partiti, esiste, nell’ambito della gestione del patrimonio statale, una visione comune ad entrambe le fazioni, ed è quella relativa allo smantellamento di tale patrimonio.

Questa strategia prende il nome di privatizzazione, ed è stata applicata in tutto il mondo. A questo “modello” di gestione del patrimonio pubblico, che sta assumendo i contorni di una svendita, si contrappone ideologicamente la nozione di bene comune. L’idea che esistano delle porzioni sensibili del nostro mondo le quali debbano essere accessibili a tutta l’umanità è circolata tra gli esseri umani fin dalle prime comunità riunitesi, ed è stata poi confermata anche quando queste comunità si sono organizzate in imperi, come quello romano.

Il diritto romano contemplava infatti la categoria delle “res communis omnium” (le cose comuni a ciascuno di noi), tra le quali erano comprese l’aria, l’acqua e gli oggetti necessari per le cerimonie religiose.

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Giorgio Laguzzi – Nazional-populismo, web-populismo e social-populismo

 

Folla 5S

Come spesso accade, l’avversario da contrastare non lo si individua nella sua forma più pura, ma nella sue forme riflesse. I difensori della democrazia rappresentativa vedono oggigiorno nel populismo il nemico contro cui affilare la propria spada e rivolgere le principali attenzioni.  Ma forse non si rendono conto che il processo di insorgenza di tale populismo sia stato causato principalmente da due fattori che gli stessi paladini della democrazia rappresentativa hanno più o meno esplicitamente avallato:

primo, quello che Colin Crouch chiama la post-democrazia, ovvero uno spostamento “verso l’alto” del processo decisionale, per il quale i centri di potere decisionale sono fluiti dalle istituzioni politico-democratiche verso le istituzioni economico-finanziarie;

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Nouriel Roubini – Il montante rischio di una recessione e di una crisi nel 2020

Nouriel-Roubini

Nouriel Roubini

Per tutto il 2006 e l’inizio del 2007 Nouriel Roubini, un personaggio non in cerca d’autore, bensì, già allora, uno dei massimi esperti in finanza internazionale “ululò” da lupo solitario contro il “keynesismo privato” promosso dall’amministrazione Bush, la cui tesi fondante poggiò sulla strampalata idea “che tutti gli americani, ma proprio tutti, potessero diventare proprietari di una abitazione”, mediante l’esclusivo strumento del finanziamento privato  (subprime). Sappiamo come andò a finire: il crollo di Lehman Brothers e la drammatica recessione che ne seguì.

Oggi, non si trova un titolo di giornale che si discosti dall’entusiasmo nei confronti delle decisioni di politica monetaria annunciate da Draghi. Roubinì è molto cauto e assai più scettico sulla facoltà che in questa fase segnata dal precedente crollo, le Banche Centrali possano svolgere pienamente quel compito di servire da prestatore di ultima istanza, così come fecero nel 2008/11. La possibilità che due effetti contemporanei – l’uno risultante da decisioni politiche (guerre commerciali, applicazione di dazi); l’altro derivato dalle nuove politiche monetarie espansive – creino un effetto contraddittorio sui tassi reali, vanificando la fattibilità del secondo e causando la conseguente rinascita delle tensioni inflattive negli USA, appaiono a Roubini per nulla irrealistiche.

Posizione scomoda quella di Nouriel Roubini. Se è vero che la capacità di vedere la realtà “nuda e cruda”, al di là delle diffuse manipolazioni, per un esperto nel campo finanziario è da considerarsi un dono, di contro è altrettanto vero che per lo stesso il profetizzare disastri gli affibbierebbe la patente di uccellaccio del malaugurio. Tiresia o Cassandra?

The Growing Risk of a 2020 Recession and Crisis

Jun 14, 2019 NOURIEL ROUBINI

Across the advanced economies, monetary and fiscal policymakers lack the tools needed to respond to another major downturn and financial crisis. Worse, while the world no longer needs to worry about a hawkish US Federal Reserve strangling growth, it now has an even bigger problem on its hands.

NEW YORK – La scorsa estate, il mio collega Brunello Rosa ed io abbiamo identificato dieci potenziali rischi al ribasso che potrebbero scatenare una recessione negli Stati Uniti e nel mondo nel 2020. Nove di questi sono ancora in gioco oggi.

Molti di questi coinvolgono gli Stati Uniti. Le guerre commerciali con la Cina e altri paesi, insieme alle restrizioni sull’immigrazione, agli investimenti esteri diretti e ai trasferimenti di tecnologia, potrebbero avere profonde implicazioni per le catene di approvvigionamento globali (global supply chains), aumentando la minaccia di stagflazione (rallentamento della crescita parallelamente all’aumento dell’inflazione). E il rischio di un cedimento della crescita negli Stati Uniti è diventato più acuto ora che lo stimolo della legislazione fiscale 2017 ha fatto il suo corso.

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Oggi, 19 giugno alle 18, Sit-in di protesta presso la stazione di Ovada contro la soppressione della biglietteria

Biglietteria

Oggi, 19 giugno alle ore 18, si terrà un sit-in di protesta presso la stazione di Ovada contro la soppressione della biglietteria decisa da FS. Crediamo sia giusto partecipare per ribadire il NO del territorio a scelte che da troppo tempo inchiodano le province di Alessandria e Asti ad un destino sempre più marginale nella geografia dello sviluppo del nord.

La vicenda della chiusura della biglietteria va affrontata per quel che rappresenta. Linee per noi alessandrini strategiche ma di fatto cancellate per discutibili ragioni industriali che nulla hanno a che vedere con la necessità di offrire servizi pubblici fondamentali e perfettamente sostenibili. E’ a questo che occorre dire NO, la chiusura della biglietteria ne è conseguenza, naturale epilogo di una cultura sbagliata.

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Paul Collier – La Danimarca ci ha mostrato come rinnovare la socialdemocrazia europea

Mette Fredisken

Mette Frederiksen

Perché la socialdemocrazia in Danimarca ha vinto? Sir Paul Collier mette il dito nella piaga: qualora la sinistra continuasse nel perseguire i dettami della “società mondo” non avrebbe nessuna speranza. Per converso, se essa ritornasse a considerare il collante identitario che caratterizza la “società nazione”, il consenso potrebbe ritornare a confortarla.

Se i reciproci obblighi condivisi sono il prodotto di una realtà sociale storicamente e perimetralmente determinata, il cui epilogo ha generato benessere, ai nuovi entranti devono essere forniti gli strumenti necessari affinché possano godere dei comuni benefici, ma al tempo stesso essi devono mostrarsi disponibili a utilizzarli nel miglior modo possibile.

Se l’effetto consta nei diversi disastri elettorali subiti dai partiti socialdemocratici in Europa, il sociologo oxfordiano si chiede: qual è la causa agente? Causa, la quale viene ravvisata nella condizione di “dis-organicità” creatasi nel corso degli ultimi tre decenni all’interno dei quei partiti tra la “nuova” élite intellettuale e la grande massa di lavoratori ordinari. E’ un altro modo, seppur con l’utilizzo di una diversa scansione, per contrapporre la “società mondo” alla “società nazione”, in parallelo con un’altra dicotomia: “urbanesimo mondialista” versus “provincia tradizionalista”.

Il desiderio di appartenenza è un elemento connaturato in ognuno di noi, in quanto ogni individuo si approssima all’altro nella misura in cui intuisce la condivisioni di valori comuni. Insomma, sembra affermare Collier, non basta il “globalismo economico” o l’ “idealismo umanitario” per farci sentire interdipendenti nel nostro ruolo di cittadini partecipi in una data collettività statuale: serve il riconoscimento di un comune sostrato “spirituale”. Una dimensione immateriale che dia corso a una reciproca interazione. Tema assai arduo e spinoso.

Infine, due note a corredo: la prima riguarda l’autore e il testo, Sir Paul Collier[1] è considerato con grande rispetto un decano dell’intellighenzia britannica, professore di politiche pubbliche alla Blavatnik School, Oxford, un istituto ove un bravo laureato o un dottorante in Scienze politiche proveniente da ogni dove anelerebbe per poter almeno attendere a un semestre; il testo è complesso per i suoi neologismi e per le sue improvvise “rotture” di registro;

la seconda riguarda la presunta “ambiguità” di Jeremy Corbyn, leggendo l’articolo ci si rende conto come abbia un effetto lacerante, sia tra gli intellettuali sia tra i votanti Labour, il tema della Brexit in Gran Bretagna.

Denmark has shown how to renew European social democracy

Victorious party leader Mette Frederiksen is rebuilding a culture of shared identity, common purpose, and mutual obligations. 

10 JUNE 2019

A seguito del suo successo alle elezioni danesi, Mette Frederiksen è pronta a riportare al potere i socialdemocratici. Ciò contrasta nettamente con il destino di tali partiti altrove in Europa: il lungo e malinconico ruggito di una bassa marea. La spiegazione di Mette per quel declino, illustrata agli elettori della classe lavoratrice, è stata: “voi non ci avete lasciati; noi vi abbiamo abbandonati“. Ha vinto non affossando i valori fondamentali ma riconsiderandoli. Per capirlo, abbiamo bisogno di [proiettare] un’immagine più ampia della Danimarca del secondo millennio.

Dal 1945, per la prima volta nella storia globale, alcune società hanno raggiunto una prosperità materiale ampiamente condivisa. Tra quelle che sono state in grado di farlo, in concomitanza a ciò, hanno migliorato altri valori intrinseci negli esseri umani, e che si riflettono meglio nel concetto di “benessere”. La Danimarca è all’apice di questo miracolo: insieme alla Norvegia, ha la ragionevole pretesa di essere [considerata] la società di maggior successo che mai sia esistita. Ciò esemplifica il trionfo dell’agenda politica che chiamiamo socialdemocrazia.

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Due strategie della sinistra anglofila per una nuova società liberata dal neoliberismo.

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E’ ormai impressione comune che l’elaborazione di una società “purificata” dai principi dell’ortodossia neoliberista provenga principalmente dall’intellettualismo anglosassone. Le ragioni sono varie e non è materia di discussione in questo breve post. A latere, si può solo ricordare che il corrente nuovo stadio del capitalismo etichettato come “finanziarizzazione” è una costruzione meramente anglo-americana, la quale prese forma nel biennio 79/80 con le rispettive elezioni di Margaret Thatcher in UK e Ronald Reagan negli USA.  La prima reazione organica corredata da una  puntigliosa analisi critica su i suoi fondamenti socio-economici comparve solo nel 2000 con al pubblicazione di “Postdemocracy”. L’opera che ha reso famoso l’accademico britannico Colin Crouch. Occorsero circa 10 anni affinché il dibattito, confinato ai piani alti dell’intellettualismo anglofilo, potesse trovare applicazione sul terreno della politica attiva. Bernie Sanders, Elizabeth Warren e forse l’amletico Joe Biden negli USA insieme a Jeremy Corbyn e John Mc Donnell sull’altra sponda dell’atlantico ne rappresentano a tuttora le personalità politiche maggiormente coinvolte.

Sommariamente due sono le tesi in concorrenza tra loro ma che condividono l’assalto a questa rinnovata ortodossia neoclassica: la prima, che potremo contrassegnare come “Regolativa”, di cui Joseph Stiglitz è sostanzialmente il principale assertore – pur con le loro differenze non vanno dimenticati i contributi di Dani Rodrik, Robert Reich, Mariana Mazzucato, William Lazonick, Robert Skidelsky, Angus Deaton, solo per citarne alcuni – secondo cui l’attuale condizione di “anarchia” capitalistica debba essere necessariamente imbrigliata mediante l’adozione di regole puntuali che favoriscano un processo di democratizzazione sociale, riduzione delle disuguaglianze, nonché crescita economica, mediante l’eliminazione di rendite improduttive;

la seconda, che potremmo definire come “Strutturale”, ne vede come massimi interpreti John Mc Donnell del Labour e Bernie Sanders dei Democrats. I due leader, pur condividendo la precedente tesi, ritengono che ciò non basti per contenerne la deriva. Ragione per la quale entrambi sono altresì orientati a proporre una modifica degli attuali rapporti di produzione tra capitale e lavoro, incidendo sulla vexata questio relativa alla proprietà dei mezzi di produzione.

Per il momento, ci limitiamo a proporre un breve compendio illustrante le singole argomentazioni: la prima la si può trovare in https://ilponte.home.blog/2019/05/11/joseph-e-stiglitz-the-progressive-capitalism/ , la seconda segue questo post tratto dalla pubblicazione britannica d’ispirazione fabiana The New Statesman.

Rethinking the means of production: how employee ownership went global

No longer content with regulating capitalism, progressives are instead directly confronting capital ownership.

THE STAGGERS

 30 MAY 2019

La proprietà economica è ritornata [a essere oggetto di argomentazione] nel corrente confronto politico. Il senatore Bernie Sanders è l’ultimo politico a piantare una bandiera su questo dibattito con un piano ambizioso, annunciato questa settimana: un programma per dare ai lavoratori una maggiore partecipazione nelle loro aziende e [di conseguenza] alla ricchezza che esse generano. A seguito dell’annuncio relativo al progetto presentato dal Labour nel 2018. titolato “Inclusive Ownership Fund” [Fondo di Proprietà Inclusiva], i propositi di Sanders segnano un decisivo cambiamento nelle politiche di democratizzazione della proprietà su larga scala. Non ci si accontenta più di regolamentare il capitalismo, i progressisti [nel caso specifico] si confrontano direttamente con la proprietà del capitale.

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Gavi senza il suo Forte

Forte di Gavi

di Giorgio Abonante

Da qualche tempo si discute senza ipocrisie sullo sviluppo turistico del nostro territorio con la speranza che le diverse correnti di pensiero prima o poi riescano a trovare una sintesi e una regia riconosciute sia nella sostanza che nella forma. Il tema è complesso, qui ci si limita a ricordare quanto debba essere ricco e articolato il mosaico di interventi, strutturali e temporanei, senza il quale ci si affiderebbe a ipotesi di rilancio velleitarie e caotiche. Non di meno abbiamo bisogno di un parterre di portatori di interesse e addetti ai lavori pubblici e privati che abbiano la possibilità di lavorare su obiettivi comuni. La storia recente della zona di Gavi sembra molto interessante per rappresentare i punti di forza e di debolezza da cui si parte.

Nel fine settimana si terrà un evento che sta crescendo anno dopo anno, frutto del lavoro e della creatività di operatori capaci perché coscienti delle grandi potenzialità offerte dall’asse paesaggio, arte, enogastronomia. “Di Gavi in Gavi” è un evento che ha successo e che sa essere popolare coniugando argomenti complessi e momenti ludici di richiamo.

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