Colin Crouch – Ribaltare il contraccolpo della globalizzazione

Reversing the backlash against globalization requires active politics in two opposite directions: the strengthening of democracy beyond the level of the nation state; and strenuous efforts at local economic development.

Nel paradosso della globalizzazione Dani Rodrik ha sostenuto che siamo al cospetto di una scelta tra democrazia, sovranità nazionale e iper-globalizzazione, un trilemma, attraverso cui potremmo metter in campo due di questi opzioni ma non tutte e tre. L’iper-globalizzazione implica chiaramente l’ideale neoliberale di un’economia mondiale totalmente non regolamentata. La democrazia separata dallo stato nazione – l’unica forma di democrazia “capace” di trattare con l’economia globale – implica una democrazia globale, che è impossibile da raggiungere. Uno stato nazione non democratico è compatibile con l’iper-globalizzazione, perché contempla una “sovranità” nazionale disponibile ad accettare una governance dal  mercato e dal potere delle grandi aziende.

Ciò sembra portare alla conclusione che possiamo preservare la democrazia solo limitando le ambizioni politiche dello stato nazione e cercando di usarlo in qualche modo per sfuggire dalla globalizzazione.

Ma c’è un’alternativa. La globalizzazione non deve essere [per forza] “iper”. Può essere di tipo moderato attraverso la regolamentazione delle agenzie internazionali, che, sebbene non risultino essere pienamente democratiche, possono essere sottoposte a pressioni molto più democratiche di quanto esse oggi non siano. Non è possibile per organismi globali come il WTO (Organizzazione mondiale del commercio) o l’IMF (Fondo monetario internazionale) strutturarsi con parlamenti direttamente eletti, come accadde per l’Unione europea, ma può esserci un dibattito pubblico all’interno di esse sulle politiche che i governi nazionali intendono perseguire.

Necessita che i politici eletti entro i singoli perimetri nazionali ammettano liberamente che ci sono problemi al di fuori della loro portata, e che il bisogno di cooperare con gli altri colleghi all’interno delle agenzie internazionali è essenziale. Le linee politiche governative discusse nella sede di tali agenzie devono quindi diventare ferocemente dibattute nel contesto della politica nazionale. E’ irrealistico immaginare in un confronto elettorale nazionale che una opposizione ne faccia una questione di massima importanza la non collaborazione del governo con altri paesi all’interno del WTO per sopprimere la schiavitù, lo sfruttamento minorile e orari di lavoro inumani? Se solamente Donald Trump avesse chiesto l’integrazione degli standard di lavoro [definiti] dall’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro) entro le regole del WTO anziché ritirarsi nel protezionismo, avrebbe apportato un contributo importante al fine di una buona governance economica globale.

Il mondo ha bisogno della volontà politica mossa da un certo numero di paesi sulla base del riconoscimento che: l’alta marea della deregolamentazione neoliberale è stata dannosa; e che le comunità nazionali possono solo rivedere il quadro delle regole di quel processo mettendo in comune la loro sovranità e cercando d’introdurre quanta più democrazia sia praticabile.

Il divario tra i tre punti del triangolo Rodrik si riduce quando viene ammesso che la globalizzazione richieda un qualche sistema di regole, e che [parimenti] le agenzie internazionali necessarie a tale regolamentazione si dotino di elementi di democrazia e che [infine] la democrazia vigente nello stato nazionale si esprima meglio come sovranità collettiva all’interno di quel quadro di regole.

Il locale nel globale

Questo approccio deve quindi essere combinato con l’attenzione allo sviluppo economico locale e alla sussidiarietà. In tutto il mondo democratico c’è stata una evidente [distinzione] geografica nei confronti del fascino delle forze xenofobe. Le città, i cui residenti possono sentirsi parte di un futuro luminoso, hanno resistito a questo appello: da Budapest e Vienna a Liverpool o a San Francisco.

Le forze di mercato nell’economia postindustriale favoriscono un piccolo numero di grandi città, dai cui lo “sgocciolamento” di valore aggiunto verso l’esterno è minimo. Intere regioni e molte piccole città sono state lasciate senza attività dinamiche che possano trattenere i giovani e dare alle persone un senso d’orgoglio nel loro locale Heimat [indica il territorio in cui ci si sente a casa propria perché vi si è nati]. Non è sufficiente fornire un generoso sostegno sociale a persone che sono disoccupate o abbandonate in occupazioni a basso reddito come conseguenza di questi processi, o incoraggiare le imprese e le organizzazioni governative a localizzare attività di back-office e di supporto logistico (warehouse) in tali luoghi.

Abbiamo bisogno di collaborazione tra le autorità europee, nazionali e locali per identificare le nuove attività che possano prosperare al di fuori dei luoghi di successo già esistenti e fornire l’infrastruttura che li possa rendere possibili.

Al di là dello sviluppo economico in sé, le persone hanno anche bisogno di una alta qualità ambientale nel luogo in cui sono nati, cresciuti, e di cui possano essere fieri. Ciò richiede una spesa pubblica considerevole: una strategia che appartiene alla sinistra, non alla destra populista che sostiene di essere il principale difensore dell’Heimat. Il successo in questo compito non sarà raggiunto ovunque; ci saranno sempre zone peregrine che non riescono a trovare un posto in un mondo che cambia. Ma le combinazioni di geniali pianificazioni nazionali e locali con l’imprenditorialità e un’attenzione risoluta alla “geografia del dinamismo” possono ridurre il numero [di aree svantaggiate periferiche] e quindi il conteggio di coloro che si sentono abbandonati (left behind).

Queste strategie affrontano il malcontento di coloro che si sentono trascurati, in particolare uomini della classe lavoratrice appartenenti all’etnia dominante che credono che i politici, specialmente di sinistra, abbiano spostato la loro attenzione verso le disuguaglianze subite dalle donne e dalle minoranze etniche nei settori postindustriali.

La loro denuncia è giustificata: l’accettazione diffusa delle idee neoliberali faceva sì che non fossero menzionabili le disuguaglianze puramente economiche. Tuttavia, ciò non può essere risolto da un tentativo di ritorno a un industrialismo datato, meno ancora attraverso la misoginia e la xenofobia.

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Joseph E. Stiglitz – The Progressive Capitalism

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Tra tutti gli economisti di fede keynesiana che hanno continuato la missione civile del Maestro di Cambridge, Joseph Stiglitz ne rappresenta, al di là di ogni dubbio, il suo più degno erede. Il suo manifesto “The Progressive Capitalism” di recente pubblicazione – qui tradotto nella versione short essay – adatta i principi etici-economici, di cui John M. Keynes fu l’ispiratore, nel presente contesto economico-sociale. Oltre a ciò, il capitalismo progressivo del laureato Nobel americano non conferma solo una successione intellettuale ininterrotta, bensì esprime anche una severa denuncia nei confronti di un neoliberismo, che egli stesso definisce senza mezzi termini “di rapina”. Leggendo questo breve saggio, potremmo capire meglio le ragioni che stettero dietro alla cocente sconfitta di Hillary Rodham Clinton nel 2016; nonché l’attuale imprevisto testa a testa tra il radicale Bernie Sanders e il favorito moderato Joe Biden, che è in corso nella lunga lotta per le primarie Democrats americane del 2020; ed infine comprendere quanto fu funesta la colpevole pusillanimità e deferenza delle socialdemocrazie europee mostrata nella storia in questi ultimi 40 anni. Scorie, che purtroppo ancora permangono in ampi strati di esse.

The Economy We Need

May 3, 2019 JOSEPH E. STIGLITZ

After 40 years of market fundamentalism, America and like-minded European countries are failing the vast majority of their citizens. At this point, only a new social contract – guaranteeing citizens health care, education, retirement security, affordable housing, and decent work for decent pay – can save capitalism and liberal democracy.

NEW YORK – Tre anni fa, l’elezione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il referendum sulla Brexit nel Regno Unito confermarono ciò di cui noi già sapevano avendo precedentemente studiato le statistiche sul reddito: nei paesi più avanzati, l’economia di mercato ha fallito in vaste aree della società.

In nessun luogo ciò è più vero che negli Stati Uniti. Da tempo considerato un simbolo raffigurante la promessa dell’individualismo del libero mercato, l’America oggi presenta disuguaglianze più elevate e una minore mobilità sociale verso l’alto rispetto alla maggior parte degli altri paesi sviluppati. L’aspettativa di vita media negli Stati Uniti, dopo essere salita per un secolo, è in declino. E per coloro che si trovano al di sotto del 90% della distribuzione del reddito, i salari reali (corretti dall’inflazione) sono rimasti fermi: il reddito di un tipico lavoratore di sesso maschile oggi è intorno a quello di 40 anni fa.

Nel frattempo, molti paesi europei hanno cercato di emulare l’America, e quelli che hanno avuto successo [nel farlo], in particolare il Regno Unito, stanno attualmente subendo conseguenze politiche e sociali simili. Gli Stati Uniti può darsi che siano stati il ​​primo paese a creare una società della classe media, ma l’Europa non fu mai così lontana. Dopo la seconda guerra mondiale, essa superò gli Stati Uniti in molti modi creando opportunità per i suoi cittadini. Attraverso una varietà di politiche, i paesi europei istituirono il moderno welfare state per fornire protezione sociale perseguendo importanti investimenti in aree in cui il mercato da solo non sarebbe stato in grado di farli.

Il modello sociale europeo, la cui notorietà nel tempo è fuori discussione, servì bene questi paesi per decenni. I governi europei furono in grado di tenere sotto controllo la disuguaglianza e mantenere la stabilità economica al cospetto della globalizzazione, di contro ai cambiamenti tecnologici e ad altre forze dirompenti. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008 e la successiva crisi dell’euro, i paesi europei dotati di più attrezzati stati sociali, in particolare gli scandinavi, la superarono meglio. Contrariamente a ciò, di cui molti nel settore finanziario gradirebbero pensarlo, il problema non fu [l’eccesso] di coinvolgimento dello Stato nell’economia, bensì il suo troppo poco. Entrambe le crisi scaturirono come il risultato diretto da un settore finanziario scarsamente regolato.

Dopo la caduta

Ora, la classe media si sta erodendo all’interno del suo corpo sociale in entrambi i lati dell’Atlantico. Invertire questo malessere richiede la comprensione di cosa è andato storto e tracciare un nuovo corso, abbracciando il “capitalismo progressista”, il quale, pur riconoscendo le virtù del mercato, ne constata anche i suoi limiti e garantisce che l’economia funzioni a beneficio di tutti.

Non possiamo semplicemente tornare all’età aurea del capitalismo occidentale nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, quando lo stile di vita della classe media sembrava alla portata della maggioranza dei cittadini. Né necessariamente lo vorremmo. Dopotutto, il “sogno americano” in quel periodo era principalmente riservato a una minoranza privilegiata: i maschi bianchi.

Possiamo “ringraziare” l’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher per il nostro attuale stato di cose. Le riforme neoliberiste degli anni 80 si basavano sull’idea che i mercati liberi avrebbero portato la prosperità condivisa attraverso un processo mistico a cascata (trickle-down process). Ci fu detto che abbassando le aliquote fiscali per i ricchi e con la finanziarizzazione e la globalizzazione si sarebbero ottenuti standard di vita più elevati per tutti. Invece, il tasso di crescita degli Stati Uniti è sceso a circa due terzi del suo livello rispetto all’era post-bellica – un  periodo [in cui vigevano] rigide regolamentazioni finanziarie, un’aliquota marginale massima costantemente superiore al 70% – e una  quota maggiore della ricchezza e delle entrate derivanti da questa contenuta crescita venne incanalata verso l’alto, l’1% della popolazione. Invece della prosperità promessa, abbiamo ottenuto deindustrializzazione, polarizzazione e una classe media in calo. A meno che non cambiamo la sceneggiatura, questi modelli continueranno, se non peggioreranno.

Fortunatamente, esiste un’alternativa al fondamentalismo di mercato. Attraverso un riequilibrio pragmatico del potere tra governo, mercati e società civile, possiamo procedere verso un sistema più libero, più equo e più produttivo. Orientarsi verso un “capitalismo progressivo” significa creare un nuovo contratto sociale tra elettori e rappresentanti eletti, lavoratori e società, ricchi e poveri. Per far sì che ancora una volta lo standard di vita tipico da classe media per la maggior parte degli americani e degli europei si conformi come un obiettivo realistico, i mercati devono servire la società, piuttosto che il contrario.

L’invasione dei borseggiatori della ricchezza

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Il Salotto piemontese del libro

libreria

di Giorgio Abonante

Va in scena ancora una volta la celebrazione dell’ipocrisia, nel suo teatro più coerente: Torino. Il palco è il Salone del Libro che quest’anno si occupa di tutto e del suo contrario, il Gioco del Mondo, la rappresentazione più alta di quella democrazia di mercato in cui per vendere, beni o parole, si accetta tutto, salvo poi far finta che la cultura e la buona politica c’entrino qualcosa solo perché l’opinione pubblica alza la voce.

Un sistema tutto torinese che alimenta gli interessi di pochi in un contesto territoriale che rimane sullo sfondo. A tal punto che ci si chiede come mai la Regione Piemonte versando cospicue somme di denaro non chieda in cambio attività e risultati a beneficio del territorio regionale[1]. La Fondazione Circolo dei Lettori incassa 3mln600mila euro e in determina non si legge uno straccio di richiesta per iniziative collegate al Salone ma realizzate nelle province.

Un sistema guidato dagli interessi della grandi case editrici, con le altre che stanno ai margini e faticano a pagare gli affitti degli stand. Con i lavoratori dell’industria culturale che da anni manifestano il loro disagio ricavandone un sostanziale disinteresse, ma nel Gioco del Mondo, si sa,  ci sta tutto. Persone che per strappare uno stipendio, decente quando va bene, sgobbano con orari di lavoro senza senso. Va in scena la giusta battaglia contro i neofascisti ma nel Gioco del Mondo recitano da assenti le ragioni che li riabilitano.

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Jacobin (USA) – Niklas Olsen – In che modo il Neoliberismo reinventò la Democrazia

Olsen

Dalla crisi del 2008, il “neoliberalismo” è stato denunciato da tutte le parti, accusato  per l’esplosione delle disuguaglianze e della crisi stessa. Ma l’idea rimane vaga e spesso usata a caso. È solo un programma economico? O è un vero progetto politico? Mira, come spesso sentiamo, a sbarazzarsi dello Stato a vantaggio del mercato? E qual è il suo rapporto con la democrazia?

How Neoliberalism Reinvented Democracy

AN INTERVIEW WITH

NIKLAS OLSEN

Neoliberalism replaces the citizen with the consumer — pushing people out of political life and into the marketplace.

Per rispondere a tutte queste domande, Daniel Zamora ha recentemente preso contatto con lo storico Niklas Olsen, che ha da poco pubblicato una storia intellettuale sul neoliberismo intitolata The Sovereign Consumer.

Come definisce le parole “neoliberismo” e “consumatore”?

Procedo da una definizione pragmatica. Comprendo il neoliberalismo come il prodotto ideologico dei processi nel periodo tra le due guerre, in cui i liberali  autodefinendosi come tali, tentarono di rinnovare il liberalismo come un’ideologia che pretende di promuovere l’ordine sociale basato sui liberi mercati e sulla libertà individuale. In altre parole, il neoliberismo si riferisce agli sforzi per costruire nuovi liberalismi.

Molti dei neoliberisti che studio erano legati alla Mont Pèlerin Society e condividevano l’ambizione di ripensare a come le funzioni dello Stato potevano essere ridefinite per garantire un libero mercato e la libertà individuale. La nozione positiva dello Stato – e di altre istituzioni politiche – come garante di un ordine competitivo, è cruciale per il modo in cui questi neoliberali hanno cercato di distinguere il loro progetto dall’economia politica del cosiddetto liberalismo classico.

Infine, i suoi sostenitori si riferirono alla figura del consumatore sovrano come strumento per salvare e rinnovare l’ideologia liberale. Mi permetta di sottolineare che non concepisco il consumatore sovrano come un individuo reale o come un concetto fisso, ma come un termine generico analitico entro il quale una serie di idee affermano che la libera scelta del consumatore è la caratteristica distintiva dell’economia di mercato. In effetti, la figura è stata assegnata a significati diversi e ha offerto scopi diversi nello spazio e nel tempo.

Cosa significa per il consumatore essere “sovrano”? Era un modo per sostituire la sovranità dello Stato con quella del consumatore? Anche lei parla di  evidenziare nel neoliberismo “una nuova modalità di [concepire] la sovranità” – cosa intende con ciò?

L’aspetto della sovranità è molto interessante. Il suo significato e il suo valore devono essere compresi nei contesti in cui questi sono emersi. Siamo di nuovo agli inizi degli anni 20, quando l’economista austriaco Ludwig von Mises inventò la nozione di “consumatore sovrano“.

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L’originaria fonte della disuguaglianza post-moderna: il buyback (l’acquisto di azioni proprie)

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La senatrice Democrats americana Tammy Baldwin che da anni si batte contro la pratica manipolatrice del Buyback scontrandosi da sempre con l’ostilità dei Repubblicani e la precedente “indifferenza” del duo Obama/Clinton.

Il The Economist li ha definiti “una dipendenza dalla cocaina aziendale“.[3] La Reuters li ha chiamati “auto-cannibalizzazione“. Il Financial Times li ha apostrofati “un conflitto d’interessi travolgente“. In un articolo che ha vinto il premio HBR McKinsey per il miglior articolo dell’anno, l’Harvard Business Review[4] li ha definiti “una manipolazione del prezzo delle azioni“. Queste riviste influenti costituiscono un valido esempio del fatto che i riacquisti di azioni proprie  in maniera massiccia sono una cattiva idea: cattiva dal punto di vista economico, finanziario, sociale, legale e morale.

Eppure, nonostante queste potenti denunce, i riacquisti di azioni proprie non solo continuano. Oggi “piovono i riacquisti di azioni su Wall Street“, come sottolinea Matt Egan alla CNN. Lo stimolo immediato? I grandi tagli fiscali del Presidente Trump sulle società.

Secondo la società di ricerche Birinyi Associates, i riacquisti di azioni proprie hanno raggiunto un livello record in questo momento dell’anno e più del doppio dei $ 76 miliardi che Corporate America ha rivelato a parità di tempo nel 2017.

Goldman Sachs ha stimato che lo S&P 500 [indice principale della borsa USA] restituirà $ 1,2 trilioni di dollari agli azionisti tramite il buyback e i dividendi nel 2018, aumentando i riacquisti di azioni del 23% a $ 650 miliardi quest’anno.

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Reddito di Cittadinanza o Reddito di Inclusione?

 

reddito cittàMassimo Baldini,  Università di Modena

Giorgio Laguzzi , Università di Friburgo

Il recente successo elettorale del M5S ha portato in primo piano (ancor più che in campagna elettorale forse) il tema del cosiddetto “reddito di cittadinanza”. A prescindere dalle questioni inerenti ai vari tatticismi politici a cui si assiste in questi giorni (prevedibili e in certa misura sacrosanti), vorremmo provare ad affrontare il tema con la dovuta serietà, analizzando la proposta del M5S, elencandone quelli che si ritengono i punti critici.

Intanto iniziamo col chiarire che ciò che viene chiamato “reddito di cittadinanza” nella discussione pubblica italiana, per colpa principalmente dell’errata terminologia utilizzata dal M5S, non è realmente un reddito di cittadinanza.

Quest’ultimo infatti, in economia, è definito come un reddito che spetti a qualsiasi persona che goda di un certo requisito di cittadinanza in un determinato territorio, de facto in maniera incondizionata, ovvero a prescindere da altri possibili redditi derivanti da altre attività.

La proposta del M5S rientra invece nella categoria dei cosiddetti “redditi minimi”,

ovvero un sussidio dati a nuclei familiari e persone che versino in stato ritenuto di povertà, molto spesso vincolato ad alcuni doveri civici (disponibilità ad accettare un impiego, assicurare l’educazione scolastica dei figli, offrire servizio al proprio Comune o ad una associazione no profit).

Accenniamo giusto al fatto che in letteratura esiste una vasta gamma di articoli e saggi che analizzano e studiano il rapporto tra reddito minimo e reddito di cittadinanza, ed anche al fatto che quest’ultimo (nel senso proprio del termine) è in fase di sperimentazione in alcuni Paesi, come ad esempio la Finlandia, e in alcuni comuni, come ad esempio Zurigo.

Ovviamente, fatta questa breve introduzione, il nostro compito qui è quello di analizzare schematicamente la proposta del M5S e rilevarne i punti critici, le possibili soluzioni praticabili e vie d’uscita. Per una completa, e abbastanza rapida, disamina sul tema reddito di cittadinanza e redditi minimi, il lettore può consultare [Granaglia-Bolzoni (2016)] o [Toso (2016)]. Speriamo inoltre che queste nostre riflessioni possano essere utili per provare ad uscire dallo scontro eccessivo e fanatico su questo tema, principalmente per un motivo: il numero delle persone che versano in uno stato di povertà ha raggiunto un punto tanto elevato da far ritenere inopportuno che il tema delle manovre del tipo “reddito minimo” venga strumentalizzato eccessivamente.

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Giorgio Abonante – la vicenda ATM e la nuova Amag Mob. Trasparenza, rilancio, occupazione.

Autobus

Si parla molto della vicenda Amag Mobilità in questi giorni e, soprattutto, si leggono ricostruzioni più o meno romanzate su come ATM sia arrivata al capolinea. Provo a fornire un riassunto con numeri, passaggi chiave e prospettiva.

Alle altre forze politiche lasciamo il confuso vociare totalmente privo di proposte.

Al 31 dicembre 2011, la Società ATM presentava un bilancio d’esercizio in formale pareggio economico, ma con oltre 29 milioni di euro di debiti a fronte di crediti per quasi 21 milioni nei confronti del Comune di Alessandria; 21 milioni per i quali solo circa 18 milioni ancora previsti a residui passivi (3 milioni quindi di debiti fuori bilancio).

  • La proposta solutiva presentata dalla precedente Amministrazione consistette semplicemente nella messa in gara dei contratti di trasporto pubblico locale (TPL, disabili e scolari, parcheggi a pagamento) unitamente alla ricerca di un Partner privato o partecipato pubblico i cui termini e le cui condizioni non sono mai state rese pubbliche (e forse mai esistettero) e il cui procedimento non vide mai la luce.
  • Nel successivo triennio 2012/2014, la reale situazione finanziaria determinò l’impossibilità a proseguire le attività con un reale equilibrio di bilancio e costrinse l’attuale Amministrazione, anche in considerazione della sopraggiunta restrittiva normativa in materia di perdite d’esercizio dei soggetti partecipati, alla messa il liquidazione, prima, e all’istanza fallimentare, dopo, di ATM.

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Joseph S. Nye – La Cina ha i piedi d’argilla?

xi_jingpin

In occasione della visita lo scorso mese del Presidente cinese Xi Jinping in Italia per perorare la sua iniziativa faraonica Belt and Road Initiative, con l’obbiettivo di convincere il Governo italiano a una sua fattiva partecipazione, sono comparsi sulla nostra stampa domestica una variopinta schiera di neo-sinologi di destra di sinistra, di sotto e di sopra, pronti a offrire improvvisati consigli su come trattare con il potente gigante asiatico. Se si escludono, i pochi valenti esperti di casa nostra, tra i quali Paola Subacchi, – già citata nel nostro blog https://ilponte.home.blog/2019/03/25/il-rischio-per-litalia-riguardo-alla-via-della-seta/#more-115 il tutto si è tradotto nella solita orgiastica cacofonia tra funerei ammonimenti e facili entusiasmi, che spiega la stridente polarizzazione tipica di un paese che da più di trent’anni dedica alla sua politica estera meno di quanto un sindaco, nel corso del suo mandato, destina alla premiazione dei vincitori della ricorrente annuale gara podistica.

Joseph S. Nye, americano, tra il novero dei più celebrati politologi esperti in relazioni internazionali al mondo, in questo breve articolo, fissa il suo punto. Non possiamo altro che concordare con la sua cristallina opinione.

Does China Have Feet of Clay?

Apr 4, 2019 JOSEPH S. NYE

No one knows what China’s future holds, and there is a long history of faulty predictions of systemic collapse or stagnation. Neither outcome is likely, though the country is facing several challenges that are far more serious than many observers seem to think.

CAMBRIDGE – Il presidente cinese Xi Jinping sembra andare per la maggiore. Ha inviato un razzo verso il lato nascosto della luna, costruito isole artificiali su controversie barriere coralline nel Mar Cinese Meridionale, e recentemente ha allettato l’Italia affinché rompesse le fila con i suoi partner europei e aderisse al progetto Belt and Road Initiative. Nel frattempo, la posizione unilateralista del presidente americano Donald Trump ha ridotto il potere e l’influenza diplomatica (soft) dell’America.

La performance economica della Cina negli ultimi quattro decenni è stata davvero impressionante. Ora, è il principale partner commerciale di oltre cento paesi rispetto a circa la metà degli stessi con gli Stati Uniti. La sua crescita economica è rallentata, ma il suo tasso ufficiale del 6% annuo è più del doppio di quello americano. Di questo passo un’ipotesi realistica prevede che nel prossimo decennio l’economia cinese supererà quella degli Stati Uniti in termini di dimensioni.

Forse. Ma è anche possibile che Xi abbia i piedi di argilla.

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Giorgio Abonante – Fondazioni a confronto

banchieri

Con la nota rigidità di spesa di cui soffrono molti Comuni italiani hanno assunto negli ultimi anni ancor più potere e forza le Fondazioni di origine bancaria che spesso sopperiscono in molti settori alle lacune evidenziate dalle istituzioni pubbliche.

Pertanto, recuperare efficacia ed efficienza nei modelli di organizzazione e di spesa è fondamentale negli enti locali ma, allo stesso modo, anche nelle Fondazioni.

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The Economist (UK) – Alcune considerazioni sulla crisi del liberalismo e come rimediarla.

liberal

In effetti, al liberalismo è stata  girata la testa, ed è diventato l’opposto di ciò che fu quando emerse. E’ giunto il tempo di rimetterla al posto giusto.” Parrebbe una frase estratta da qualche pubblicazione alternativa di sinistra. Invece no, chi scrive è forse la bibbia del pensiero liberale: il The Economist.

In realtà, è da tempo che la pubblicazione di St. James Street non si trova più a suo agio in questa corrente interpretazione del liberalismo, benché non si sia mai seriamente avventurata nel manifestare una critica sistemica nei suoi confronti, al di là di qualche solitaria “punzecchiatura”. https://democraticieriformisti.wordpress.com/2018/04/06/loriginaria-fonte-della-disuguaglianza-post-moderna-il-buyback-lacquisto-di-azioni-proprie/

La svolta è avvenuta la settimana scorsa mediante la pubblicazione di un corposo articolo (long article), in cui prendendo spunto dalla brillante e chiara esposizione del quadro sistemico tra le diverse sfumature presenti all’interno del paradigma liberale, l’autore coglie l’occasione di documentarne le attuali storture. Differenti tonalità di pensiero, le quali in lontananza possono apparire quasi identiche, ma che con le lenti graduate del politologo, in alcuni casi, si rivelano contrastanti.

Scrive il The Economist:“Il liberismo nella sua migliore accezione dovrebbe preservare un delicato equilibrio tra quattro condizioni antinomiche”: 1) elitismo/democrazia; 2) imposizione di politiche dall’alto (top-down management)/auto-organizzazione; 3) globalismo/localismo; 4) tradizione filosofica “hard”, (il freddo utilitarismo di J. Bentham)/il suo opposto “soft”, il pensiero di A. de Tocqueville e il ragionato equilibrio di John S. Mill.

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