Mazzucato/Torreele – Come sviluppare il vaccino del Covid-19 per tutti

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Il Premio Nobel Joseph Stiglitz, nella sua tesi The Progressive Capitalism, https://ilponte.home.blog/2019/05/11/joseph-e-stiglitz-the-progressive-capitalism/ toccava un punto cruciale inerente alla determinazione del valore di una gran parte di beni (in prevalenza tecnologici e farmaceutici), il cui prezzo non è più stabilito dal neoclassico rapporto tra domanda e offerta, bensì dalla disponibilità che il consumatore è intenzionato a offrire per l’acquisto. Questo ultimo insieme di parole parrebbe una sciocca perifrasi rispetto al concetto neoclassico di scarsità, ma Mariana Mazzucato lo ha convertito in una teoria post-moderna del valore (The Value of Everything), secondo la quale il prezzo, in una economia altamente finanziarizzata, come l’attuale, comprende non solo il profitto, bensì larga parte di rendita improduttiva: ciò che lei chiama “value extraction” (estrazione di valore). Entrambi si pongono in una posizione eterodossa e critica nei confronti di due principi che il neoliberismo utilizza e contemporaneamente falsifica per giustificare la sua presunta attendibilità del prezzo: le preferenze e l’utilità marginale. Tanto Stiglitz quanto la Mazzucato si rifanno a due grandi teorici dell’economia politica David Ricardo (teoria della rendita) e Hyman Minsky, che fu molto influenzato da JM Keynes, secondo cui il sistema finanziario alla fine si direziona quasi sempre verso la speculazione perseguendo rendimenti che dipendono esclusivamente dall’apprezzamento dei titoli (riacquisti delle azioni, ecc.), dalle scommesse sulla solvibilità delle terze parti (CDS), piuttosto che dal generare reddito, lavoro delle attività produttive, ovvero: l’estrazione di valore improduttivo della Mazzucato equivale grossomodo all’accusa che viene fatta da Stiglitz verso la concorrenza, ritenuta falsa; l’eccessivo protrarsi nel tempo dei diritti intellettuali (brevetti); la concentrazione delle imprese; infine la formazione di monopoli.

Varrà anche per il vaccino del Covid-19?

How to Develop a COVID-19 Vaccine for All

Apr 27, 2020 MARIANA MAZZUCATOELS TORREELE

Strong health systems, adequate testing capacity, and an effective, universally available vaccine will be key to protecting societies from COVID-19. But ensuring that no one is left behind requires not just unprecedented collective investment, but also a very different approach to innovation.

LONDRA – Nelle prime settimane del 2020, la gente cominciò a rendersi conto che COVID-19 poteva essere la tanto temuta ma attesa “malattia X”, una pandemia globale causata da un virus sconosciuto. Tre mesi dopo, la maggior parte della popolazione mondiale è in clausura, ed è chiaro che siamo sani solo quanto i nostri vicini lo sono a livello locale, nazionale e internazionale.

Attrezzati sistemi sanitari, adeguata capacità di analisi e un vaccino efficace e universalmente disponibile saranno i capisaldi fondamentali per proteggere le società dal COVID-19. Ma garantire che nessuno venga lasciato solo richiede non solo investimenti collettivi senza precedenti, ma anche un approccio molto diverso.

I ricercatori delle università e delle aziende di tutto il mondo stanno correndo per sviluppare un vaccino. E i progressi attuali sono incoraggianti: 73 candidati al vaccino stanno attivamente potenziando la fase di ricerca o quella di sviluppo preclinico, mentre cinque sono già entrati nello stadio dello studio clinico.

Questi enormi sforzi sono possibili solo a causa d’ingenti investimenti pubblici, anche da parte del National Institutes of Health e della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI). Quest’ultima, è un’organizzazione senza scopo di lucro finanziata con fondi pubblici, che è stata istituita dopo l’epidemia di Ebola nell’Africa occidentale del 2014-16 per guidare la ricerca e lo sviluppo di vaccini che potrebbero essere impiegati durante patologie epidemiche.

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Un piacevole, inconsueto, Barack Obama!

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E’ ritornato Barack Obama. Con le sue oltre 23 milioni di visualizzazioni su FB ha promosso la candidatura di Joe Biden, l’ex Vice-President che di fatto resta l’unico candidato Democrats sfidante Donald Trump. Noi avremmo preferito che avesse agguantato la nomination Bernie Sanders o Elizabeth Warren mettendo sotto il torchio colui che i progressisti americani lo definiscono come “un narcisista patologico, mentitore seriale”.

Tuttavia, è prevalsa l’idea tra gli elettori Democrats, nel corso delle primarie (Super Tuesday), che un candidato con proposte più radicali non avrebbe convinto la parte più moderata del paese, favorendo così la rielezione dell’attuale odiato Presidente. Questo timore, maturato nel tempo, ha giocato a favore del vecchio Joe, la cui partenza non ci sembrò proprio scoppiettante.

Così come molti di noi ricordano (speriamo dopo questa pandemia) il clima di grande entusiasmo e di passione (after Vietnam) che si creò intorno alla candidatura Democrats di George McGovern nel 72 nei confronti di Richard Nixon, della cui vittoria quest’ultimo godette ampiamente da lasciare al suo competitore l’amara consolazione d’aver prevalso in un unico Stato, il suo (South Dakota), allo stesso modo questa volta il partito – in particolare un Obama ormai libero dalla morsa dei The Clintons’ –  e forse anche con un certo dispiacere ha optato per una soluzione, meno corrosiva ma più pragmatica e accomodante.

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Giorgio Abonante – Servizi sociali e socioassistenziali, dalla burocrazia alla pratica

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Giorgio Abonante

Al Sindaco di Alessandria

All’Assessore alle Politiche sociali

Al Presidente del Consiglio comunale

Egr. Sindaco, Gent. Assessore, Gent. Presidente,

si discute molto in questo periodo sulla necessità di pensare alla cosiddetta fase 2 dell’emergenza Covid con la speranza che si possa intravedere anche la fase 3, di uscita definitiva dalla difficile situazione in cui viviamo da settimane. Mi riferisco qui alla vicenda delicata dei cosiddetti Luoghi Neutri per l’incontro dei minori con i genitori nelle comunità ma. più in generale, a tutte le situazioni di disagio su cui hanno competenza e titolo a intervenire i servizi sociali.

Nota del 9 aprile scorso https://www.regione.piemonte.it/web/temi/coronavirus-piemonte/minori-accolti-strutture-riprendono-gli-incontri-famigliari-luoghi-neutri?fbclid=IwAR0O08P–sHHiMLAaduvC2LlS7EQQuDe5W0Ih1mqejCaGcQJE0U_fm6tQ-A

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Il dopo Corbyn, Keir Starmer: il giudizioso radicale

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Jeremy Corbyn e Keir Starmer, Labour’s 2018 Conference, Liverpool

Oltre il Covid-19, la politica continua.  Per chi fosse interessato.

Keir Starmer: The sensible radical

The former human rights lawyer aspires to unite not only the troubled Labour Party but the country. But who is he? And what does he really want?

BY PATRICK MAGUIRE

UK 31 MARCH 2020

Il 6 marzo, prima che la pandemia di coronavirus paralizzasse la Gran Bretagna e sconvolgesse le normali regole della politica nazionale, Keir Starmer si recò a York per tenere un incontro con i suoi sostenitori. Era la nona settimana di una  protratta selezione per la leadership del Labour, e la nona settimana trascorsa in viaggio in cui il segretario ombra della Brexit e l’ex direttore del Dipartimento della Pubblica Accusa (DPP)[1], predicava il suo vangelo unitario ai membri del partito.

Non sono come i raduni di Jeremy Corbyn. Non ci sono code attorno all’isolato: l’auditorium dello Yorkshire Museum, un imponente complesso vittoriano situato in un parco del centro città, era mezzo pieno. In una stanza al piano di sopra, diverse dozzine di attivisti avevano trascorso il pomeriggio a telefonare per la campagna di Starmer, ai quali sono corrisposte scatole di ciambelle Krispy Kreme come ricompensa. La sua squadra elettorale è formata da personale, molti dei quali distaccati dagli uffici degli 88 parlamentari che lo hanno nominato alla guida. Costoro, nella ricerca di un salvatore o semplicemente di una stabilità [per il partito] dopo quattro anni in cui il Corbinismo lo ha svuotato, erano contenti dell’affluenza: dopo tutto, si trattava di un venerdì sera. A differenza di Corbyn, Starmer si presentò puntuale, vestiva elegantemente nella sua uniforme da campagna elettorale con un abito blu scuro e una camicia bianca, sempre senza cravatta: ora ha 57 anni, benché non li dimostri.

Starmer tende a parlare in un linguaggio denso di assolutezze morali, ma il suo discorso quella sera non fu né una meditazione corbinista sul bene e sul male, né una richiesta di chiarimento per un nuovo tipo di politica. Piuttosto, si trattò di un intervento semplice e conciso. Con un talento e una leggerezza che sembrano sfuggirgli in televisione, disse ai membri che lui era la persona migliore per affrontare – e sconfiggere – Boris Johnson. “Penso davvero che l’uomo sia pericoloso“, sentenziò. Corbyn e la sua politica, disse rivolgendosi ai presenti, furono ingiustamente diffamati dalla stampa, ma dato che il Labour aveva ancora perso le elezioni generali di dicembre, lui potrebbe interrompere il ciclo …

…Eppure pochi professeranno di conoscere il vero Keir Starmer. Alcuni sostengono addirittura che la sua campagna per la leadership sia stata un esercizio per nascondersi dalla vista. Le sue promesse nel corso della campagna a volte sono sembrate contraddittorie: non “sterzerà troppo” dal radicalismo di Corbyn sull’economia, ma limiterà i peggiori eccessi della leadership, riconquisterà il terreno perduto nel sud e il nord e nelle Midlands, ed esorcizzerà i demoni del settarismo nei ranghi dei Labour. Ufficialmente, Starmer la chiama la politica dell’unità: una parola che è impressa in tutto il materiale della sua campagna ed è inserita in quasi ogni riga nei suoi comizi. La partenza forzata di Corbyn ha offerto ai parlamentari laburisti, ai sindacati e ai suoi membri una scelta esistenziale: proseguire lungo la strada che ha portato a una quarta sconfitta elettorale consecutiva, o allontanarvisi? Se il campo della Long-Bailey è il primo e quello della Nandy il secondo, l’obiettivo dello Starmer è convincere i membri che possono coesistere entrambi.

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Giorgio Abonante – Il patrimonio delle Fondazioni bancarie per arginare gli effetti della crisi economica

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Ringrazio Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo, autori del bel libro I Signori delle Città (Ed. Ponte alle Grazie, 2020), dedicato al sistema delle Fondazioni bancarie in Italia, per avermi coinvolto in questa iniziativa.

La proposta: usare i 40 miliardi di patrimonio pubblico gestito dalle Fondazioni bancarie e  ripensare il ruolo di un soggetto spesso sconosciuto ai cittadini ma protagonista del sistema economico italiano.

La richiesta è indirizzata al Ministero dell’Economia e delle Finanze e all’Acri, l’associazione delle Fondazioni e delle Casse di Risparmio, affinché istituiscano una task force per liberare le risorse necessarie.

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Sir Lawrence Freedman – Come gli errori dell’OMS (WHO) nel non contrariare la Cina ci siano costati cari

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Sir Lawrence Freedman

Indubbiamente Sir Lawrence Freedman, che è un autorevole “war strategist” potrebbe aver ragione sulle fallanze della Cina a cui l’OMS negligentemente sorvolò mostrando un certo timore reverenziale. La sua descrizione dei fatti è minuziosa, per altro confortata da evidenze inoppugnabili. Tuttavia, noi preferiamo prendere in esame la questione con un approccio più sistemico meno frazionale. Diremmo: più “organico”.

In un mondo, ove da quasi mezzo secolo vige un pensiero economico che pregia il potere taumaturgico dell’autosufficienza del mercato coadiuvato da prassi politiche sostanzialmente acquiescenti, secondo cui:

la ridistribuzione delle ricchezze si deve attuare principalmente attraverso il meccanismo della partecipazione azionaria (shareholder economy), che legittima e legalizza una gigantesca (value extraction) estrazione di valore;

gli evidenti squilibri macroeconomici (world economic imbalances) non sono oggetto di seria preoccupazione;

l’acuirsi della disuguaglianza sociale – infra e extra nazionale – non costituisce un effetto dirompente nel lungo termine;

la supposta violenza perpetrata nei confronti dell’ambiente a vantaggio della massimizzazione della rendita capitalistica si basa su di una costruzione astratta e puramente ideologica;

lo Stato è da reputarsi esclusivamente come soggetto “riparatore” dei potenziali guai di cui ciclo economico è di per sé portatore;

risulta evidente che settorializzare le colpe o le omissioni dell’OMS, tutt’altro che giustificabili, pare essere un esercizio che non spiega la complessità del tutto e che riduce “l’incidente di sistema” a un puro nefasto evento esogeno, come se fossimo stati colpiti da un grosso meteorite senza che le precedenti scelte dettate dalle leadership dominanti fossero esenti da colpa.

How the World Health Organisation’s failure to challenge China over coronavirus cost us dearly

As the disease spread through Wuhan, the international body blithely accepted Beijing’s assurances that there was little to worry about. 

By Lawrence Freedman

Mentre il governo giapponese contava il costo del rinvio delle Olimpiadi di Tokyo del 2020 al prossimo anno, Taro Aso, vice primo ministro del paese, si è liberato dalla sua frustrazione riguardo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). La preparazione per una pandemia, esattamente di questa natura, era stata a lungo la massima priorità dell’OMS. Quindi, perché l’OMS fallì la prova malamente quando giunse il momento?

Inoltre la risposta fu che l’OMS si avvicinò fin troppo alla Cina. In effetti, suggerì, dovrebbe cambiare il suo nome in Organizzazione sanitaria cinese. Non solo la precedente direttrice generale dell’OMS, Margaret Chan, cittadina cinese, ma il suo successore, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ex ministro della salute etiope, era il candidato cinese. L’accusa si fece seria: “All’inizio, se l’OMS non avesse ribadito a tutto il mondo sul fatto che in Cina non c’era un’epidemia di polmonite, tutti avrebbero preso precauzioni“, così [Taro Aso] affermò il 28 marzo. Sebbene si avvisò a fine dicembre che era comparsa una nuova malattia nella città cinese di Wuhan, l’OMS continuò a ripetere le assicurazioni di Pechino, secondo cui non c’era molto di cui preoccuparsi.

L’OMS era stata avvertita del problema da una fonte di Wuhan affidabile ma imbarazzante. In comune con la maggior parte delle organizzazioni internazionali, su insistenza della Cina, l’OMS non include Taiwan come membro indipendente. Questo è il motivo per cui coloro che cercano prove della performance di Taiwan nella lotta contro Covid-19 scruteranno invano sul sito Web dell’OMS. Tuttavia, come anche Aso fece presente, Taiwan può affermare di essere un “leader mondiale” nella risposta al virus e il suo record impressionante dovrebbe essere [a tutti] noto. Esaminando le persone che arrivano sui voli dalla Cina e rintracciando i contatti di tutti i casi conclamati, questo paese insulare di circa 24 milioni di persone ne ha finora limitato il numero a 363, con cinque morti.

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Mariana Mazzucato – La Tripla Crisi del Capitalismo

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Mariana Mazzucato

Pensiero chiaro, lucido e stringato, da cui la socialdemocrazia internazionale non può esimersi da includerlo come parte del suo “manifesto politico”, ove la critica nei confronti di un passato “estrattivo” si accompagna con la proposta per un suo drastico cambiamento da qui in avanti.

Capitalism’s Triple Crisis

Mar 30, 2020 MARIANA MAZZUCATO

After the 2008 financial crisis, we learned the hard way what happens when governments flood the economy with unconditional liquidity, rather than laying the foundation for a sustainable and inclusive recovery. Now that an even more severe crisis is underway, we must not repeat the same mistake.

LONDRA – Il capitalismo sta affrontando almeno tre grandi crisi. Una crisi sanitaria indotta da una pandemia che ha rapidamente innescato, una crisi economica con conseguenze ancora sconosciute per la stabilità finanziaria, e tutto ciò si sta svolgendo sullo sfondo di una crisi climatica, la quale non può essere affrontata con il solito motto “tutto come sempre“. Fino a soli due mesi fa, i media erano pieni di immagini spaventose di vigili del fuoco impegnati allo stremo, non di stremati operatori sanitari.

Questa tripla crisi ha rivelato diversi problemi riguardo a come noi ci interfacciamo con il capitalismo, la somma dei quali deve essere risolta contemporaneamente con la nostra immediata emergenza sanitaria. Altrimenti, ne risolveremo semplicemente alcuni in un posto mentre ne creeremo di nuovi altrove. Questo è quello che successe con la crisi finanziaria del 2008. I politici inondarono il mondo di liquidità senza dirigerla verso buone opportunità d’investimento. Di conseguenza, i soldi finirono nel settore finanziario che era (e rimane) inadatto allo scopo.

La crisi COVID-19 sta mettendo in luce ancora più difetti nelle nostre strutture economiche, non da ultima la crescente precarietà del lavoro, a causa della crescita della gig economy e di un deterioramento decennale del potere contrattuale dei lavoratori. Il telelavoro semplicemente non è un’opzione per la maggior parte dei lavoratori, e sebbene i governi stiano offrendo loro assistenza con contratti regolari, i lavoratori autonomi possono essere lasciati in asso.

Ancora peggio, i governi stanno ora estendendo prestiti alle imprese in un momento in cui il debito privato è già storicamente elevato. Negli Stati Uniti, il debito totale delle famiglie, poco prima dell’attuale crisi, era di $ 14,15 trilioni, che risulta essere $ 1,5 trilioni in più rispetto al 2008 (in termini nominali). E non dobbiamo scordarcelo, è stato il debito privato elevato che ha causato la crisi finanziaria globale.

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Angelo Marinoni – Rinnoviamo i mezzi, ma prima la progettualità

 

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Angelo Marinoni

Si legge che sono stati sbloccati dei fondi sul rinnovo del parco mezzi del trasporto urbano e di prossimità alle aree urbane. L’iniziativa riguarda la città di Alessandria per un importo di 7 milioni che dovranno essere destinati al rinnovo del parco circolante con veicoli elettrici, a metano o a idrogeno.

Sarebbe opportuno un inciso sulla demonizzazione del diesel e sulla sostanziale irrilevanza sull’impatto ambientale complessivo fra un parco della dimensione alessandrina diesel di ultima generazione e elettrico, ma eviteremo questo tema lasciandolo ad un contributo successivo per concentrarci sull’iniziativa ministeriale di finanziamento e, in particolare, del suo potenziale impatto su Alessandria.

L’iniziativa è, infatti, lodevole, ma il problema di Alessandria in ambito urbano, grazie alla proprietà Line di AMAG Mobilità, non è più tanto lo svecchiamento del parco urbano, quanto la sua consistenza accompagnata da un aumento di produzione, ottenibile, in primis con un aumento del Fondo Nazionale Trasporti fermo al palo da anni e da una revisione del modello gestionale piemontese che centralizza su un ufficio torinese ambiti progettuali e decisioni di portata e impatto molto localizzato.

Continuare a comprare degli autobus per fargli fare la stessa strada alla stessa ora con lo stesso numero di viaggiatori sopra è un esercizio poco utile perché l’alimentazione dell’industria attraverso la produzione non finalizzata è cancerogena rispetto a un sistema di produzione sostenibile: promuovere una cura del trasporto pubblico premiando con finanziamenti gli aumenti di produzione con sistemi a via guidata (BRT, tramvie) o protetta (aumento dimensioni ZTL parallela a un aumento di percorrenza del trasporto pubblico che vi insiste sopra) è, invece, la cura rispetto alla malattie degli ambiti urbani.

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Nouriel Roubini – Una Grande depressione?

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Nouriel Roubini

Dr. Doomsayer” in questo modo lo appellarono sprezzantemente il “lupi di Wall Street” – lemma equivalente al nostro “menagramo” – qualche mese prima del default delle Dot-com nel 2000. Nouriel Roubini sconta la stessa punizione che Apollo inflisse a Cassandra, la sacerdotessa troiana del tempio di Atena, ovvero quella di non essere mai creduto. Tuttavia, l’autorevole accademico naturalizzato americano, d’origine medio-orientale, laureatosi in Italia, esperto in finanza internazionale, a partire da quella fatidica data in là non ne sbagliò una: previde con largo anticipo il crash del 2008 e l’anno scorso mise in guardia gli “ottimisti” del “new normal” che nel 2020 si sarebbe profilata una forte recessione.

Si, forse dal post traspare un eccesso di pessimismo. Sennonché, a prescindere da questa personale disposizione di spirito dell’autore, il passaggio più importante riguarda il suo scetticismo sulla capacità delle élite di governo, le cui mentalità sono state assuefatte per anni dalle virtù taumaturgiche del mercato, di dispiegare politiche rapide ed efficienti per contenere ciò che si annuncia come una Grande Depressione. Questo sarà il vero problema del dopo.

A Greater Depression?

Mar 24, 2020 NOURIEL ROUBINI

With the COVID-19 pandemic still spiralling out of control, the best economic outcome that anyone can hope for is a recession deeper than that following the 2008 financial crisis. But given the flailing policy response so far, the chances of a far worse outcome are increasing by the day.

NEW YORK – Lo shock per l’economia globale di COVID-19 è stato più veloce e più grave della crisi finanziaria globale del 2008, in seguito (GFC) e persino della Grande Depressione. In quei due episodi precedenti, i mercati azionari  crollarono del 50% o anche più, i mercati del credito si congelarono, seguirono ingenti fallimenti, i tassi di disoccupazione salirono al di sopra del 10% e il PIL si contrasse a un tasso annualizzato del 10% o anche più. Ma tutto ciò richiese circa tre anni. Nell’attuale crisi, in tre settimane si sono concretizzati risultati macroeconomici e finanziari altrettanto disastrosi.

All’inizio di questo mese, ci sono voluti solo 15 giorni prima che il mercato azionario statunitense precipitasse verso il basso (un calo del 20% dal suo picco): il declino più veloce da sempre. Ora, i mercati sono scesi del 35%, quelli del credito si sono bloccati e gli spread del credito (come quelli delle obbligazioni spazzatura[junk bond]) sono saliti ai livelli del 2008. Anche le principali società finanziarie come Goldman Sachs, JP Morgan e Morgan Stanley prevedono che il PIL degli Stati Uniti diminuirà del 6% nel primo trimestre e dal 24% al 30% nel secondo. Il segretario al Tesoro americano Steve Mnuchin ha avvertito che il tasso di disoccupazione potrebbe salire alle stelle al di sopra del 20% (il doppio del livello di picco durante la GFC).

In altre parole, ogni componente della domanda aggregata – consumi, spese in conto capitale, esportazioni – è in caduta libera senza precedenti. Mentre la maggior parte dei commentatori accomodanti e autoreferenziali hanno anticipato una recessione a forma di V – con una produzione in forte calo per un trimestre e poi in rapido recupero nel successivo – ora, per costoro, dovrebbe essere chiaro che la crisi COVID-19 è qualcos’altro. La contrazione attualmente in atto sembra non essere né a V né a U né a L (una forte recessione seguita da un ristagno). Piuttosto, sembra assumere la forma della I: una linea verticale che rappresenta [la caduta] dei mercati finanziari e il crollo dell’economia reale.

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Mariano G. Santaniello – Liberi Pensieri in Tempo di Contagio

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Mariano G. Santaniello

Quanti di noi avrebbero immaginato di vivere una situazione come quella che stiamo tutti attraversando in questi giorni. Una condizione raccontata in certi film di genere distopico che descrivevano scenari apocalittici, dove tutto correva sul filo del controllo da parte di un potere ossessivo, della limitazione delle libertà individuali, della paura, del contagio, della morte. Sinceramente dubito che la stragrande maggioranza di noi, nel XXI° secolo, abbia mai supposto di dover attraversare un tempo in cui la nostra ricca e opulenta società occidentale avrebbe dovuto confrontarsi con una pandemia virale che avrebbe messo in discussione quelli che sono i principi e i valori più consolidati del nostro modello sociale.

Leggendo e approfondendo, invece, si scopre che scenari come quello che stiamo vivendo non solo erano contemplati da parte degli analisti e dagli studiosi dei principali paesi del mondo, ma erano previsti. Negli ultimi vent’anni, dal 2003 ad oggi, il pianeta è stato attraversato da almeno quattro pandemie gravi: la SARS, l’influenza aviaria, la Mers mediorientale ed Ebola in Africa (quest’ultimo con due differenti ondate in momenti successivi); il Covid-19 è il quinto agente virale patogeno aggressivo.

Gli stessi studiosi e analisti su una cosa sono sicuri: ne arriverà un sesto; nessuno è in grado di dire se sarà più o meno letale, ma arriverà! Insomma una botta d’ottimismo.

Nonostante questi allarmi e queste previsioni il pianeta, nel suo complesso si è dimostrato impreparato e spesso sprovvisto di quei dispositivi di sicurezza tali da far fronte, al meglio, ad una situazione che, abbiamo visto, essere stata ampiamente annunciata.

Gli epidemiologi del GPMB – Global Preparedness Monitoring Board, organismo predisposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dalla Banca Mondiale da tempo, preconizzano la possibilità di “…una minaccia reale di una pandemia da agente patogeno respiratorio altamente letale…”[1] e comparandola con l’esperienza dell’influenza “spagnola” di un secolo fa, pongono l’accento sulle potenziali ricadute catastrofiche in termini di perdite di vite umane e di risorse economiche, evidenziando la possibilità di una maggior e più rapida diffusione del contagio rispetto ad allora per le ragioni, più che evidenti, proprie della nostra contemporaneità. Nello loro studio gli esperti sottolineano l’incapacità globale di saper dare risposte certe in modalità coordinate, organizzate e concertate, cadendo in un “…circolo che alterna panico e negligenza…”, intensificando gli sforzi in condizioni di emergenza grave, dimenticandosene poi rapidamente a minaccia scomparsa. Gli studiosi completano la loro analisi rilevando che ad oggi gli uomini sono nelle condizioni di avere gli strumenti necessari per proteggere la salute e, conseguentemente, l’intera struttura sociale. Quello di cui difettiamo, come sistema di protezione globale, è una mancanza di organizzazione e una leadership condivisa e riconosciuta.

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